domenica 3 luglio 2016

Pasolini, Dal fascismo corrente ... alle ceneri di Gramsci - Il sogno del centauro, Incontri con Jean Duflot

"ERETICO & CORSARO"



Dal fascismo corrente ... alle ceneri di Gramsci
Il sogno del centauro
Incontri con Jean Duflot
In Saggi sulla politica e sulla società


Questo suo rifiuto di certi limiti della cultura italiana deriva dall'esperienza del fascismo?

Sono nato nel 1922. Quindi non ho conosciuto il fascismo allo stesso modo della precedente generazione. La società fascista in cui vivevo la accettavo ingenuamente, immaginando appena che ne potesse esistere un'altra. Ciò di cui ho sofferto fu, all'età in cui ho cominciato a farmi una cultura, a leggere i primi libri, di avvertire con quanta indifferenza generale, con quanto ufficiale disprezzo veniva considerata la cultura. Qualsiasi cosa scoprissi e amassi era allora tenuta sotto silenzio, o schiettamente messa al bando dai fascisti: Rimbaud, i poeti simbolisti, ermetici, i grandi autori drammatici ... La mia reazione nei riguardi del fascismo si manifestò dunque attraverso una passione per tutta la cultura che esso passava sotto silenzio. Anche nei cineguf, i cineclub dell'università fascista d'allora, intavolavo ingenuamente discussioni letterarie o artistiche che erano proprio inconcepibili. Così, più che il fascismo violento, quello dei manganelli e degli assassinii politici, è stato piuttosto il fascismo stupido e incolto quello che ho scoperto per primo. Più culturale che non politico era dunque il mio antifascismo da adolescente. 

A quale periodo risale il suo impegno politico e quali ne sono state le svolte, dagli anni '43-45 in cui ha preso coscienza della realtà politica di un sistema oppressivo? In che modo quest'impegno è stato influenzato dall'orientamento marxista? 

Sia per sciogliere certi malintesi che per togliermi di dosso certe etichette, tengo a dire che ho frequentato il Partito comunista circa un anno, nel '47-48 ... Ho fatto poi come un certo numero di compagni, non ho rinnovato la tessera una volta scaduta. L'orientamento sempre più stalinista della politica di Togliatti, questo misto di autoritarismo e di paternalismo soffocante, non mi sembrava agevolare l'espansione delle grandi speranze del dopoguerra. Per capire tale disincanto, bisognerebbe forse essere stato un italiano all'indomani del 1945 ... Erano i tempi in cui intellettuali come Vittorini potevano ancora stabilire il dialogo con lo stato maggiore del partito, i tempi in cui a Milano e a Firenze si pubblicava la rivista marxista «Il Politecnico» ... in cui sia l'ortodossia comunista sia i marxisti erano intenti a raggiungere uno scopo comune, intento quasi imminente. Quest'atteggiamento di rifiuto dell'autoritarismo, lo si può considerare, se vuole, come il riflesso di un atteggiamento più profondo, più intimo ... Non importa il carattere «freudiano», se così posso dire, di questa mia nuova ribellione, non potevo agire diversamente. Contemporaneamente, in quegli anni '48-49, scoprivo Gramsci. Il quale mi offriva la possibilità di fare un bilancio della mia situazione personale. Attraverso Gramsci, la posizione dell'intellettuale - piccolo-borghese di origine o di adozione -la situavo ormai tra il partito e le masse, vero e proprio perno di mediazione tra le classi, e soprattutto verificavo sul piano teorico l'importanza del mondo contadino nella prospettiva rivoluzionaria. La risonanza dell'opera di Gramsci fu per me determinante. 

Dall'amarezza di tono delle Ceneri di Gramsci, poesie pubblicate nel 1957 si intuisce che il suo legame con lo scrittore marxista oltrepassa la semplice adesione intellettuale: una sorta di complicità, di commossa fraternità. Può darsi che questa affinità dipenda da una certa visione del popolo) meno astratta, più affettiva, che non quella del comunismo ufficiale.

Le ho parlato di un lungo soggiorno in Friuli, nel dopoguerra. In quel periodo, in cui tornavo alle fonti di una lingua primitiva, per opposizione a quanto allora rifiutavo, i contadini del Friuli conducevano un'aspra lotta contro i grandi proprietari fondiari della regione. Li ho fatto una prima esperienza della lotta di classe. La lotta dei lavoratori agricoli destava in me tutta una nostalgia della giustizia, al tempo stesso in cui soddisfaceva la mia inclinazione alla poesia. Quindi l'idea di comunismo è venuta naturalmente associandosi, fondendosi a quella delle lotte contadine, alle realtà della terra. Può darsi che persino la mia adesione al Pci sia stata sentimentalmente determinata da quell'esperienza ... Non lo nego ... e non mi sembrerebbe contraddittorio con una formazione marxista. Perlomeno in Italia, e soprattutto nei paesi del Terzo Mondo, dove la rivoluzione è stata fatta o sta per essere fatta dai contadini e per i contadini. Tenga presente che l'Italia era negli anni Quarantacinque uno dei paesi meno industrializzati d'Europa. Del resto le «campagne» conservano anche ora un'ampia maggioranza e segnano della loro impronta la vita sociale. e politica del paese. 

Qui probabilmente occorre cercare la fonte di una certa ispirazione populista, presente nei romanzi; nelle poesie, e persino nei primi film della sua carriera (Accattone, Mamma Roma), e comunque del suo appassionato legame con i valori contadini delle civiltà pre-industriali?
[Una specie di livore scende sulla sua eterna dolcezza} 

Non capisco che male ci sia ad amare il popolo, a verificare concretamente le sue idee. Per me, ripeto, le rivoluzioni vengono fatte nel mondo dai popoli attualmente più vicini alla terra; la Rivoluzione di ottobre è una rivoluzione di contadini, così come quella di Cuba, quella di Algeria. Non invento nulla. Non ci posso far nulla, ma sta di fatto che l'accerchiamento delle città da parte delle campagne determina i grandi problemi politici del mondo. 
Questo l'ha capito il movimento di contestazione studentesca, mostrandosi solidale con i movimenti di liberazione terzomondisti e rifacendosi alla Rivoluzione culturale cinese. 

Nella sua tesi su Pavese, Domlnlque Fernandez pone in particolare rilievo una tra le cause della lacerazione dello scrittore piemontese: e cioè la contrapposizione vissuta e inconciliabile tra città e campagna. Tale disarmonia, la prova anche Lei? 

Bisogna riprendere i fatti in ordine di tempo: all'inizio, i primi anni più importanti della mia vita sono «contadino». Come lo sono, nel significato letterale della parola, le mie prime prove poetiche del periodo «friulano». Poi sono venuto ad abitare a Roma, e ho fatto dolorosamente le prime esperienze urbane, senza mai cessare di provare questa terribile nostalgia per la terra coltivata. D'altro canto, il sottoproletariato romano è costituito dalle «frange» contadine rimaste male integrate ai confini della città. Senza mai cessare di abitare a Roma, posso dire che ho vissuto fuori della città. Così questo affetto è divenuto man mano ideologia, e san giunto a viaggiare di frequente nei paesi del Terzo Mondo e ad amarli con un amore di irriducibile - contadino. Ho viaggiato in India, nei paesi africani, arabi... In Marocco, in Siria, in Turchia, ecc.

Questo legame con le fonti della poesia popolare non l'ha mal troncato, visto che ha in mente, oggi; una raccolta antologica - i «Canti di prigione»

È stato come scrittore che mi son via via avvicinato a questo patrimonio della cultura popolare, non come scienziato. L'ho fatto dapprima con ingenuità. Da bambino abitavo nel Friuli, regione ancora pre-industriale, ex colonia di Venezia e dell'Austria. Mi interessavo alla poesia dialettale e alla poesia popolare. Ed è spinto da questo interesse che son venuto naturalmente ad occuparmi della poesia popolare delle prigioni: poesie e canti di prigionieri.
Il mio primo approccio è quindi poetico e letterario. Analizzavo, commentavo testi su un piano essenzialmente poetico. Mi sembrava allora che le canzoni di prigionieri non presentassero variazioni notevoli rispetto alla canzone popolare in genere. Vi scorgevo soprattutto l'adattamento o la trasposizione di modelli, di melodie, di metri usati in altre situazioni, nelle serenate, canzoni d'amore, lamenti, ecc. Unica novità era il contributo delle canzoni «anarchiche». Queste introducevano un certo spirito borghese, in quanto non derivavano da fonti tipicamente popolari e regionali. La mia seconda esperienza in questo campo risale al periodo in cui esploravo la periferia delle «borgate» romane. Esattamente come prima, questi canti di prigione non li studiavo di per sé, per le loro strutture, ma li analizzavo in relazione con il mondo del sottoproletariato e della «malavita» romana. Quel che più mi ha interessato nelle loro strutture, riguardava non tanto le forme che li legavano ai canti tradizionali popolari in genere, quanto le loro forme «gergali» vere e proprie. Mi affascinava il loro «gergo», e cioè il contributo del linguaggio specifico, l'ermetismo iniziatico usato dalla «malavita» nei suoi canti. Mi sono peraltro avvalso di questa mia conoscenza nei romanzi, in Una vita violenta, in Accattone e Mamma Roma. Dai canti di prigione, poi, son di nuovo tornato ad utilizzare i canti tradizionali, perché mi risultavano rari i canti di prigionieri scritti in «gergo». In prigione, quando cantano, usano canti tradizionali, canzoni romane o meridionali sulla canaglieria della vita, la carogneria del destino ...
In una terza fase, recente, mi son trovato in contatto epistolare con dei prigionieri. Ho ricevuto, e ricevo tuttora, una cospicua corrispondenza di detenuti. Alcuni prigionieri mi mandano le loro poesie ancora adesso.
Queste poesie son per lo più scritte sotto l'influenza della cultura borghese dell'Ottocento: Pascoli, Carducci. Qualcuno però, tra di loro, sceglie modelli più moderni, per esempio Ungaretti.


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
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