martedì 5 luglio 2016

Pier Paolo Pasolini, Filologia e morale - Architrave n. 1, anno III, 31 dicembre 1942, pag. 4

"ERETICO & CORSARO"



Filologia e morale
Architrave n. 1, anno III, 31 dicembre 1942, pag. 4




Le poète se con sacre et se consume donc à 
définir et à comtruire un langage dans le 
langage.
Paul Valéry




Questo scritto si riferisce ai fatti non ancora accaduti nella più giovane cultura italiana. Non sappiamo se la più anziana ne sia informata, ma sospettiamo che un pericolo, per lei non meno grave di quello che essa stessa ha scatenato contro la generazione che l'ha preceduta, si sta ora preparando contro di lei, appunto dalla più giovane generazione. Non  vogliamo affatto drammatizzare - consci quasi ironicamente della caducità di certi «richiami» - ma semplicemente, invitare alla calma certe voci, che, ripeto, non si sono ancora fatte pubblicamente sentire, ma che mormorano nell'ombra. li movente non certamente molto recondito di queste   sono le presenti condizioni della vita storica, che vuole essere vissuta intensamente, ma tuttavia con la coscienza della sua contingenza.
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Volevo dire, insomma, che ora mi sembra essere di moda un certo intransigente moralismo, che va tramutando molti giovani estetizzanti di ieri in tanti piccoli Savonarola. Ora, son convinto che questi giovani, presi uno ad uno rappresentano tanti casi di serio e sincero svolgimento di pensiero; tuttavia certi collettivi giri di valzer, certe prese di posizione generali, ci convincono poco. A coloro che di continuo mettono avanti il <<noi giovani» o «la nostra nuova generazione», noi suggeriamo di guardarsi un po' indietro, e rabbrividire al silenzio mortale che ha lasciato dietro di sé ogni polemica, ogni recrudescenza culturale, sia in favore del contenuto che in favore della forma, o di qualsiasi altra questioncella retorica. Necessità di una morale, necessità di un contenuto, siamo d'accordo; necessità di una civiltà, e siamo ancora più d'accordo; che nei più recenti lavori letterari e pittorici scarseggi la forza fantastica, e abbondi la presunzione teorica da una parte (Vittorini, Guttuso ecc.) e dall'altra un 'unità troppo abbandonata, cosciente (Cassola, Leoni ecc.); e che in quelli meno recenti abbia sempre un certo valore l'accusa di frammentismo o lingaiolismo, siamo ancora d'accordo. Tuttavia lasciamo tali amare considerazioni a chi ha mai pensato poterne formulare di diverse, e che ha aspettato le difficili contingenze storiche e pratiche, per guardare più in dentro dei risultati meramente letterari. Ebbene questo «guardare più in dentro>> in reazione a un presunto precedente esame filologico, rischia criticamente di trasformarsi in contenutismo. Che sia proprio questa la trasformazione spirituale che fin dallo scoppio della guerra veniva presagita in molti fogli letterari? Se ciò fosse, non sarebbe che cadere nello sbaglio opposto di quello da cui ci si voleva liberare. Per questo, all'inizio di questo scritto parlavamo di un invito alla calma. (Il «vogliamo fare uno sbaglio, giovanotti» di Bignardi in «Libro e moschetto», non ci sembra venire a contrapporsi al nostro invito, dato che si riferisce puramente a testi letterari, a questioni di stile, cioè di vita già risolta letterariamente e ormai sul punto di esprimersi.)
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Ci sembra che solo chiudendoci in noi stessi, nella no­stra solitudine più dolorosamente umana, potremo dare di noi infine una compiuta immagine, e così aiutare il formarsi di una nostra «civiltà». E parliamo di una civiltà, ma non letteraria, come vita, la sola che consenta la presenza di una grande cultura ed anche di una grande poesia; («una letteratura classica è il prodotto di una nazione e d'una generazione che ha consciamente compiuto un definitivo progresso morale, politico, intellettuale, ed è convinta che la sua concezione della vita è più naturale, più umana, più universale e più saggia di quella della generazione precedente. Tale generazione ha effettuato una sintesi che le permette di considerare la vita avendo riguardo alla sua totalità, alla sua varietà nell'unità; e l'opera dell'artista consiste nel dare espressione a quella coscienza, onde la solidità di quest'opera e anche la sua limitatezza, e, in mano di grandi artisti, la bellezza ... L'opera dell'artista è di dare espressione individuale e bellezza formale a un complesso di sentimenti e pensieri comuni che egli condivide col suo pubblico, pensieri e opinioni che per la sua generazione hanno validità di verità universali» - Grierson). E qui siamo al vivo della questione: esiste ora in Italia una coscienza morale politica e letteraria a cui il poeta possa dare espressione, giovandosene per essere più compiutamente se stesso? Noi rispondiamo fiduciosamente che tale coscienza o civiltà si va maturando nei presenti travagli comuni, e cominciando proprio a maturare nelle sue fonti più lontane e profonde, cioè nella vita umana che ogni individuo possiede. Quando gli individui che avranno approfondito questa vita umana che hanno in dono, saranno molti e agguerriti, la civiltà che cerchiamo comincerà ad avere un'esistenza e una forma, se non altro come somma di sofferte e perciò profonde esperienze individuali: (<<La vita è un dono dei pochi ai molti: di coloro che sanno e che hanno a coloro che non sanno e che non hanno>>: questa frase di Modigliani dovrebbe toccarci nel più profondo della nostra coscienza di intellettuali).
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Se ora esiste tra i più giovani letterati italiani una più accentuata e scavata ricerca etica, questa ci sembra dunque del tutto giustificata, anzi, necessaria; ma - e con questo anticipiamo gli avvenimenti - è inutile ricercarla in chi non ne ha sentito così profondamente e collettivamente la necessità (parlo della generazione che ci ha preceduti) e che perciò è stata - come fenomeno generale - caratterizzata dalla ricerca linguistica. Questo io anticipo nel tentativo di evitare polemiche nuove e vane, che non farebbero altro che ritardare la maturazione di necessaria e augurabile civiltà. Se mai, i giovani dell'ultima generazione, più che in vani rimproveri contro una condizione letteraria che più non li riguarda, usino le loro energie ad un'opera educativa che sola potrà dare «coscienza» alle «opinioni comuni», e maturare una futura grande cultura italiana: educare; sarà questo forse il più alto - ed umile - compito affidato alla nostra generazione.
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Se del resto qualcuno ci chiedesse da quali basi mora­li, politiche e culturali noi volessimo riedificare questa civiltà; rispondiamo subito che quelle culturali - intese come attività divulgativa, editoriale, e soprattutto critica - si sono già andate formando da venti anni a questa parte in Italia e sono appunto quelle che ci hanno formato; e non ne dimenticheremo affatto gli insegnamenti, anche se i testi offriranno nuove possibilità critiche (insomma, passi indietro non vogliamo farne: se un Contini, ad esempio, ci ha insegnato a esaminare filologicamente il testo, questo esame ci sembra inizialmente il più valido ed imprescindibile; tutt'al più un moto di reazione potrebbe avvenire nei riguardi di certa critica ermetica - quasi sempre nobilmente sentita - che non si cura di celare dietro la sua liricità, una scettica rinuncia). Per quelle che ho chiamato basi morali e politiche, il discorso sarebbe assai più lungo, e non tutto approfondibile; crediamo del resto che le presenti condizioni della patria non siano che l'avvio a un approfondimento di quelle, un pretesto per un importantissimo esame di coscienza. Del resto la genesi di una civiltà nasce da profonde ragioni umane, e poi pratico, economiche; e il contributo che noi letterati potremo arrecare - ripeto - ci riguarda soprattutto come uomini «che hanno e che sanno», e se ora da molte parti - e ancora privatamente - si avverte una mancanza di una matura e alta civiltà che ci raccolga, noi, questa civiltà, la potremo ritrovare risalendo alle sue origini lontane e immutabili, per cui energie sempre nuove la rinnovano e la proteggono, come avviene nella natura. La potremo ritrovare chiudendoci a lungo in noi stessi, e muovendoci nello stretto cerchio che una vita familiare - fatta densissima - ci riserba, all'ombra del nostro focolare, sotto le foglie dei nostri orti, tra i gesti, che da secoli non mutano, degli uomini ingenui. Questa antica civiltà non ci potrà deludere, se da essa potremo far scaturire nuove sorgenti; è un lavoro privato, che ci riguarda uno per uno (ed è questa la nostra responsabilità, e può essere la nostra colpa, come forse per alcuni giovani pittori e letterati lo è già).
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Tutti i dubbi su quello che ho vagamente alluso - e non potevo fare altro - qui sopra, sono pienamente giustificabili; concluderò perciò ritornando in un terreno più concreto che non sia quello di una non ulteriormente precisata «civiltà», voglio dire sul terreno della letteratura, e ripeterò l'invito alla calma, l'invito a molti giovani di non farsi soverchiare dalla ricerca morale - che è sempre anteriore alla poesia - e a non reagire di conseguenza crudelmente e ciecamente alla ricerca linguistica e formale che ha caratterizzato la stagione letteraria che ci ha preceduti; certe scoperte verbali e sintattiche a cui si è pervenuti (dovrò qui fare i nomi di Ungaretti e Montale e Cardarelli e Cecchi, e anche Quasimodo e Vittorini?) fanno ormai parte di un fenomeno linguistico italiano, e non si potrà in futuro prescindere da esse, anche se le eventuali opere future rivelino una più intensa e, direi, collettiva preparazione etica, dovuta del resto a cause ed esperienze esterne o civili, che verranno ad operare in noi anche senza l'apporto della nostra volontà; in un certo senso la nostra sarà una buona sorte. Ma in conclusione i risultati poetici e la letteratura che ne sorgerà intorno non potranno - è ovvio - che essere riconosciuti da un esame filologico, che, prima di ogni altra cosa - prima di guardare al contenuto etico non puramente egoistico, ma derivato anche da esperienze civili, dalla esistenza del padre e dei compagni e magari vi si oggettivi in narrazione e mito - ne riconosca la validità de! linguaggio.
Pier Paolo Pasolini


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
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