lunedì 5 settembre 2016

Pilade, l’orrore del potere

"ERETICO & CORSARO"



Pilade, l’orrore del potere 


«In questo mondo colpevole, 
che solo compra e disprezza, 
il più colpevole son io, 
inaridito dall’amarezza.»
(“A me” in “Epigrammi”, in “La religione del mio tempo”)


Il Pasolini di Ragazzi di vita, degli Scritti corsari, il regista di Salò o di Teorema, è senza dubbio quello più noto, più scomodo e più impegnato a indagare le piaghe della sua Italia, un intellettuale unico, in grado di saper individuare, con gli occhi disperati di chi ama, il regresso verso cui la società correva, uno sviluppo che Pasolini vede solo come un’accumulazione di beni non necessari.
Un intellettuale che ha diviso l’opinione pubblica e continua a farlo anche oggi, quaranta anni dopo la sua morte, perché ciò che ci ha lasciato è troppo immenso, troppo vero e troppo scottante.
Pasolini non si interessa alla scrittura teatrale almeno fino al ’66, anno in cui, costretto a letto per qualche mese, darà vita alle sue opere teatrali, prima fra tutte Pilade, nata dallo studio dell’Orestea di Eschilo, infatti lo scrittore friulano traduce l’opera greca per il teatro di Vittorio Gassman e immagina poi un’ideale continuazione. È in grado di trasportare la storia dell’Italia del dopoguerra e dei suoi giorni nella tragedia, in cui sopravvivono i personaggi dell’antichità greca.
Pilade è un capolavoro di metafore, di richiami, di echi nei quali bisogna immergersi per poterne trarre gli stimoli di riflessioni sulla contemporaneità; il punto di partenza è il terzo momento della tragedia eschilea, ovvero le Eumenidi, ritenuta la tragedia più politica in cui Eschilo sembra abbozzare quel tipo di governo che più tardi, con Pericle, raggiungerà il suo momento più maturo ovvero la democrazia. Al centro della tragedia c’è l’accusa mossa dalle Erinni ad Oreste per aver ucciso sua madre Clitemnestra e suo marito Egisto, e la difesa da parte di Apollo ed Atena, l’accusa è da parte di divinità ancestrali legate al culto della dea madre e dunque sostenitrici di una tradizione per cui il delitto consanguineo va punito, quello di Clitemnestra verso Agamennone non è punibile perché «non perpetrò strage di sangue uguale». Eschilo mette in scena un’istituzione civile che giudica Oreste, l’Areopago, dando vita a un tribunale di uomini presieduto da Atena. Quest’ultima istituisce un nuovo ordine «né anarchia né dispotismo: questo consiglio affido all’ossequio dei cittadini […] Se rispetterete questa istituzione, come merita, disporrete di un baluardo di salvezza per lo stato e per la città, quale alcuna umane gente non possiede.» L’affermazione di Atena, rappresenta il cuore di questa tragedia e forse anche lo spunto per Pasolini, qui la nuova forma di giudizio viene presentata come qualcosa di positivo e democratico, quasi commuove se si pensa a quando è stata scritta, Pasolini è probabile che rifletta su quanto l’antica Grecia, non ancora pienamente democratica, porti già con sé il seme della futura e matura democrazia periclea e quanto, invece, la sua Italia si proclami democratica senza esserlo affatto. Un’Italia che non lascia spazio al diverso, che è appannaggio solo della borghesia e di un partito politico, la Democrazia Cristiana che di cristiano non ha assolutamente nulla per Pasolini, un’Italia che non dà voce agli esclusi, ai vari Pilade dei suoi anni e non è un caso se il protagonista di questa tragedia novecentesca sia proprio lui, l’amico fedele di Oreste che nell’Orestea ha soltanto una battuta e per tutto il resto è soltanto un’ombra.
Oreste viene salvato ma le Erinni non accolgono questo cambiamento né, tanto meno, l’oltraggio a un tipo di sistema che voleva vedere punito chi si macchiava di un delitto consanguineo, si sentono umiliate e deposte ma Atena propone loro di diventare signore di una città che sempre le onorerà, trasformate prenderanno il nome di Eumenidi.
Al centro del Pilade c’è sia la neonata Repubblica italiana, sia la memoria della Resistenza partigiana, sia la drammaticità del boom economico che ha distrutto, per Pasolini, l’autenticità anche delle classi inferiori, ormai lontane da quella “Umile Italia” descritta ne Le ceneri di Gramsci.
La cosa che più colpisce è l’evoluzione del personaggio di Oreste, che riparte laddove Eschilo lo aveva lasciato, quindi da una posizione, se vogliamo, rivoluzionaria, perché ha sconvolto le regole nella sua città e nell’incipit pasoliniano è il fondatore della democrazia, rinunciando al suo potere legittimo e monarchico. Nel momento in cui la rivoluzione diventa sistema, inevitabilmente viene meno la dimensione eroica e diventa un uomo politico, perdendo così quella purezza di idee e di atteggiamenti avuti precedentemente. Egli finirà per incarnare a pieno la borghesia, sarà in grado anche di “vendersi” accettando il compromesso con Elettra, sua sorella, assolutamente legata, invece, alle forze del passato e, in quanto tale, molto distante dalle idee democratiche di partenza del fratello. In questo sembra che Pasolini voglia suggerire come gli ideali rivoluzionari, finché rimangono tali, sono positivi ma diventando istituzione si macchiano con la meschinità del potere, è emblematica a tal proposito la battuta di Pilade a Oreste, nel III episodio «Tu guardi con gli occhi miopi di chi ha il potere allora il tuo mutamento è regresso.»
Il prologo ha come protagonista il coro, il popolo appena uscito dalla tirannide, costituito da poveri in attesa di un cambiamento, Oreste è atteso perché è visto come colui in grado di spezzare questa ciclicità, c’è una chiara denuncia, già nell’incipit della tragedia, a una religione totalizzante per mezzo della quale l’uomo è stato in grado di giustificare tutto, anche l’orrore di ciò che è stato come frutto di una volontà superiore, ciò suggerisce un riferimento all’atteggiamento del popolo italiano dopo la guerra e probabilmente del popolo tedesco, non accettare la responsabilità ma aggrapparsi alla giustificazione di una guerra mai voluta né tantomeno sostenuta. («Ecco cosa significa aver attribuito tutto agli Dei! Ecco cosa significa aver considerato prima i signori che ci governavano paternamente e poi coloro che sono stati tiranni feroci– come il frutto di un’antica volontà più forte di noi, semplici uomini!»)
Il ritorno di Oreste ad Argo, insieme a Pilade, che ancora a quest’altezza del testo non parla, rallegra il popolo che si convince ad abbandonare la vecchia istituzione e a trasformarsi in democrazia, «Io sono qui a cambiare insieme a voi le istituzioni che mi vogliono Re», in questo progetto Oreste è illuminato da Atena, la dea nata dalla testa del padre che ha trasformato le Furie in divinità dei sogni per cui ora il passato si può soltanto sognare. Il progetto però non è accolto da Elettra, schiava del passato che vuole custodire la memoria, essa rappresenta il fascismo, una trasposizione all’attualità di quegli anni fa si che la si possa identificare con le frange di estrema destra, responsabile del tentativo di golpe Borghese.
Il popolo di Oreste quindi diventa un popolo benestante, assolutamente borghese, è chiaro il riferimento al boom economico, scrive infatti «ognuno di noi è partecipe di questa furia di crescere», un’affermazione drammatica quella che esce dalla penna di Pasolini e che riecheggia quanto lo scrittore afferma, in quegli anni, a proposito dello sviluppo ben diverso dal progresso, il primo lo vuole la destra economica e comporta la produzione di beni superflui, il secondo consiste nella creazione di beni necessari, dunque Oreste e il suo popolo diventano il sinonimo di una società capitalistica e benestante. Le Eumenidi da dee dell’irrazionalità selvaggia sono diventate dee dell’irrazionalità che sopravvive come capacità di sogno, sono sui monti ma metà di queste sono degenerate, tornate Furie e rientrate in città, nel cuore della democrazia liberale, le altre sono sui monti a ispirare la rivoluzione socialista di Pilade.
Pilade finalmente parla ed esprime il suo disappunto nei confronti del progetto di Oreste, la sua presa di posizione genera scalpore perché ha rotto gli schemi dell’abitudine a cui tutti si erano adeguati, il coro lo denigra, è una scena toccante quella creata da Pasolini, in cui a fare da protagonista è il mito del diverso, qui Pilade è lo stesso scrittore, d’altronde il rifiuto dei benpensanti borghesi è la sintesi dell’atroce esistenza pasoliniana. Pilade è «diversità fatta carne», il popolo aveva accettato la diversità di Pilade perché la sua diversità era ciò che avevano stabilito che fosse, un uomo dotato di grazia, ora invece è solo «diversità che dà scandalo». Questo passaggio non può che richiamare alla memoria quanto Pasolini scrive sul Corriere della Sera, che poi confluirà nelle Lettere luterane (1976), quando lo scrittore si rivolge al suo Gennariello affrontando il discorso sulla tolleranza (Paragrafo terzo: ancora sul tuo pedagogo) e definendola non reale, perché il fatto che si tolleri qualcuno significa già condannarlo, scrive: «fin che il diverso vive la sua diversità in silenzio chiuso nel ghetto mentale che gli viene assegnato tutto va bene: e tutti si sentono gratificati dalla tolleranza che gli concedono. Ma se appena egli dice una parola sulla propria esperienza di diverso […] si scatena il linciaggio […] l’incomprensione più feroce lo getta nella degradazione e nella vergogna.» e poi ancora dirà negli “Scritti corsari” che la diversità, in un periodo di tolleranza, è la più grande colpa.
È da questo momento in poi che emerge come Pasolini scinde in due Pilade e Oreste, a volte coincidono, altre volte si allontanano, inserendo anche, tra le righe, un’altra coppia che fa da contraltare ovvero se stesso e suo fratello. Pilade dunque si stacca da Oreste e diventa il rivoluzionario, l’oppositore, militerà sulle montagne richiamando l’eco della resistenza partigiana e quindi di suo fratello Guido Alberto, Pilade è il socialista, è Pasolini controcorrente, egli non ha un vero e proprio progetto tanto da non riuscire a trovare un “ubi consistam”, dirà che sono le Furie ad avergli dato «questa irragionevole voglia di distruzione.»
C’è un passaggio che colpisce molto, volto a stigmatizzare l’enorme distanza del potere di Oreste e quindi dello Stato italiano, che si professa democratico, e il vero concetto di democrazia, che viene tradito nelle parole di Oreste che sempre più diventa uomo politico becero e meschino, Pilade domanda se i folli e i miserabili non siano cittadini e Oreste risponde «Non sono quelli che contano» perché per il potere il diverso non conta, colui che non si uniforma alla moltitudine e non si perde in essa, la voce fuori dal coro non ha validità soprattutto se queste sono le voci dei poveri, ad avere importanza e considerazione è la massa indistinta e manipolabile, inetta, la stessa che poi, più avanti nel testo dirà: «Noi non siamo uomini ispirati, come lui […] abbiamo bisogno di una virile forma di soggezione e obbedienza, che ci consenta di vivere come non possiamo che vivere: una nostra umile e attiva vita senza pretese, e con un solo forte ideale comprensibile a noi.»
È assolutamente una dichiarazione di mediocrità, di piccolezza di questi che sono i figli di ciò che Pasolini definisce “nuovo fascismo” ovvero il consumismo, è il popolo alienato dalla tv “ipocrita e imbecille”.
Pilade da ombra di Oreste diventa avversario, senza un vero progetto ma con la voglia di distruzione «nell’irragionevole desiderio di non essere», la città è destinata a perdersi «non ci sono parole di salvezza». Alla condanna di Pilade da parte del coro risponde Oreste con il suo dolore, che si manifesta e si fa carne, il che mette bene in luce la duplice unicità che i due costituivano («Ah, io non sono Oreste che vede ma Pilade che se ne va, che ci abbandona per sempre…»). La disperazione per l’abbandono è figlia dell’amore viscerale che univa i due, da intendere come “fratellanza cristiana”, la stessa che Pasolini fa risaltare ne “Il Vangelo secondo Matteo”.
La militanza di Pilade sulle montagne lo mette di fronte a una realtà per lui scomoda e dolorosa, che si concretizza nell’assenza di un vero progetto da parte sua «Odio l’irrealtà dei luoghi dove per diritto dovrei vivere; ma insieme non conosco la realtà in cui vorrei vivere rinunciando a quel diritto. Sono un’anima in pena.» Pilade è molto pasoliniano in questi aspetti, appartiene a una classe che lui stesso disprezza, esalta il mito della semplicità campestre, lo stesso amato da neorealisti quali Vittorini e Pavese, si sente inadeguato ed estraneo alla sua classe tanto da affermare «Per me, è la prima volta nella storia: UN UOMO RICCO SOGNA DI ESSERE UN UOMO POVERO.»
Qui è il Pasolini che vede nel mondo contadino il vero depositario dei valori positivi, è il più vicino al primo romanzo “Il sogno di una cosa” dove amicizia, amore e solidarietà guidano i protagonisti, sentimenti destinanti a morire con il “nuovo fascismo”, il consumismo, e che sono assenti nel popolo di Oreste.
Quest’ultimo ignora completamente il mondo rurale, lui «felice democratico» indifferente alla miseria; più si va avanti nel testo più appare la complessità del personaggio di Pilade e l’autobiografismo, un uomo a cui è stato dato «l’abbietto e intransigente desiderio di capire e negare», quindi destinato alla sofferenza, al senso di non appartenenza, l’espressione usata da Pilade è quella che meglio sintetizza l’esistenza stessa del poeta: un’intelligenza lucida nel giudicare e spietata nel presagire.
Pasolini non può rinunciare al tema della Resistenza, a quel capitolo della storia che vede protagonista suo fratello, affida alla Furie il compito di annunciare a Pilade quanto accadrà, un evento che il poeta guarda con occhi pieni di dolore ma al tempo stesso come uno dei momenti più lirici della nostra storia che oltretutto ha permesso la caduta di barriere sociali di ogni sorta, «Negli occhi degli operai ci sarà la sapienza, negli occhi degli intellettuali l’innocenza», tutti con un solo obiettivo, un momento quasi epico agli occhi di un uomo che non ha partecipato in prima persona ma che ben conosce la nobiltà delle idee di chi è partito, primo fra tutti suo fratello. «[…]Ho dolorosa e accesa,/ nel sorriso, la luce con cui vide,/ oscuro partigiano non ventenne/ ancora, come era da decidere/ con vera dignità, con furia indenne/ d’odio, la nuova nostra storia: e un’ombra,/ in quei poveri occhi, umiliante e solenne…» (da “Comizio” in “Le ceneri di Gramsci”). In maniera poeticamente solenne Pasolini non risparmia il suo senso di colpa per non aver partecipato, è molto vicino qui al finale de ”La casa in collina”, e tramite le Eumenidi definisce gli occhi dei sopravvissuti «lucidi di stupida e stupenda vita».
Nella lotta destinata al fallimento Pilade è insieme a contadini, operai, disoccupati, immigrati dalle campagne, l’esercito di Oreste invece si vende, alleandosi con quello di Elettra perché in grado di combattere fino alla morte, d’altronde gli eserciti dei due fratelli finiscono per coincidere, sono borghesi «siamo i professionisti della città, dietro a loro, come dietro a noi, c’è chi lavora e non possiede nulla amando in noi un ideale non suo; perché innocentemente teme di perdere il lavoro che gli diamo […] Noi tuoi compagni e i compagni di Elettra siamo le stesse persone: nulla di reale ci divide.»
È l’affermazione raccapricciante di una borghesia assolutamente capitalistica, consapevole di reggere un manipolo di uomini che da essa dipende, l’esercito di Oreste diventa «corpo senza nervi, senza più riflessi» come dice lo scrittore parlando dell’Italia in un’ intervista rilasciata a Luisella Re su “Stampa-Sera” il 1 gennaio 1975, ha bisogno di alleanze per poter sopravvivere e in questo si può leggere tanta storia d’Italia, dal camaleontismo di Depretis alla situazione politica di oggi, alleanze imprevedibili che prendono il posto della solidità dei principi in cui credere e quindi anche qui diventa impossibile fare vere distinzioni, non c’è più quella netta distanza tra Elettra e Oreste, incontrata all’inizio quando l’uomo incarnava ancora istanze innovative, è la stessa impossibilità di fronte alla quale si trova Pasolini quando, a partire dalla fine degli anni ’60, scrive di non poter più distinguere la destra e la sinistra («Una decina di anni fa, pensavo, tra noi della generazione precedente, un provocatore era quasi inconcepibile[…] infatti la sua sottocultura si sarebbe distinta, anche fisicamente, dalla nostra cultura! L’avremmo riconosciuto dagli occhi, dal naso, dai capelli! […] ora questo non è più possibile[…] Destra e Sinistra si sono fisicamente fuse» 7 gennaio 1973. Il «Discorso» sui capelli in Scritti corsari).
Persino Atena, apparsa a Oreste a profetizzare il fallimento del progetto di Pilade, “rimprovera” questa nuova alleanza generatrice di morte e di sangue, il beneficio può essere solo passeggero, e predice anche una NUOVA RIVOLUZIONE, che molto probabilmente corrisponde alla rivoluzione economica, antropologica e sociale a cui va incontro l’Italia di quegli anni, quella rivoluzione che Pasolini tanto detesta e in cui vede le fondamenta della distruzione e dell’annichilimento e autoannientamento che raggiunge le punte massime dell’espressività pasoliniana in “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. Probabilmente il riferimento qui è anche alla rivolta studentesca del ’68, disprezzata dallo scrittore con tutte le sue forze perché portata avanti dai figli borghesi di quella classe tanto detestata, «essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre» (7 gennaio 1973:il «Discorso» dei capelli in Scritti corsari).
Pilade dai monti guarda la sua città con «immedicabile amore», un saluto dolce e disperato che rievoca “Addio monti” di Manzoni, carico di struggente dolore per l’allontanamento dal proprio paese che in Pilade corrisponde anche alla perdita delle sue stesse ideologie rivoluzionarie e controcorrenti. La fratellanza tra Oreste e Pilade ancora una volta corrisponde alla coppia Pier Paolo- Guido Alberto, l’ammirazione del primo verso il secondo che ha il coraggio di andare è quindi un tributo al coraggio partigiano del fratello «io di te non avevo pietà ma ammirazione. Uomo giovane che te ne andavi!» La presa di coscienza da parte di Pilade del suo fallimento raggiunge punte alte nelle parole di Oreste («sia io che la nostra città NON SIAMO PIÙ QUELLO CHE CREDI») e segna il disincanto e in un certo senso, la delusione dello stesso autore quando si rende conto che anche il suo amato mondo rurale incontaminato si muove verso la macchina infernale dello sviluppo e della modernità.
La città è oramai progredita e l’esercito di Pilade è sfasciato, è solo nel bosco, egli non è riuscito a essere un capo rivoluzionario, assurge a simbolo assoluto dell’uomo individuale perché è la sua complessità a renderlo diverso, dopo il dialogo finale con Atena in cui Pilade vorrebbe abiurare alla Ragione, la tragedia si conclude con la maledizione di Pilade contro la Ragione e ogni Dio.
Ancora una volta Pasolini è capace di esprimere l’amarezza dei suoi tempi, quella di Pilade è la parabola della società italiana dal dopoguerra fino ai suoi giorni, il periodo che, sulla bocca di tutti, prendeva il nome di progresso, boom economico ma per l’intelligenza critica del poeta non poteva che chiamarsi “nuovo fascismo”, un’epoca di volgarità, da Pasolini intesa come sinonimo di inautentico, posticcio, contaminato e quindi di conseguenza fragile, violento, feroce.
Immensa è la sua capacità nel riprendere una tragedia greca, i suoi personaggi anche i più complessi come quelli delle Eumenidi, e adattarli alla realtà del suo tempo, queste ultime, obbedendo sul finale tutte quante ad Atena, diventano dee del benessere e della nuova era opulenta, tanto che Pilade/Pasolini non ha più nulla davanti a sé e gli resta una sola verità: l’orrore del potere.
Per concludere questo commento aperto con la citazione sull’amarezza da “A me ” in “La religione del mio tempo”, vengono in soccorso le parole strazianti del poeta, sempre nella stessa raccolta nella sezione omonima:

[…]
Così la mia nazione è ritornata al punto
di partenza, nel ricorso dell'empietà.
E, chi non crede in nulla, ne ha coscienza,

e la governa. Non ha certo rimorso,
chi non crede in nulla, ed è cattolico,
a saper d'essere spietatamente in torto.

Usando nei ricatti e i disonori
quotidiani sicari provinciali,
volgari fin nel più profondo del cuore,

vuole uccidere ogni forma di religione,
nell'irreligioso pretesto di difenderla:
vuole, in nome d'un Dio morto, essere padrone.

Qui, tra le case, le piazze, le strade piene
di bassezza, della città in cui domina
ormai questo nuovo spirito che offende

l'anima ad ogni istante, - con i duomi,
le chiese, i monumenti muti nel disuso
angoscioso che è l'uso d'uomini

che non credono - io mi ricuso
ormai a vivere. Non c'è più niente
oltre la natura - in cui del resto è diffuso

solo il fascino della morte - niente
di questo mondo umano che io ami.
Tutto mi dà dolore: questa gente

che segue supina ogni richiamo
da cui i suoi padroni la vogliono chiamata,
adottando, sbadata, le più infami

abitudini di vittima predestinata;
il grigio dei suoi vestiti per le grigie strade;
i suoi grigi gesti in cui sembra stampata

l'omertà del male che l'invade;
il suo brulicare intorno a un benessere
illusorio, come un gregge intorno a poche biade;
[…]
nei loro lineamenti quasi umani
di grigio mattone o smunto cotto:
tutto distrugge la volgare fiumana

dei pii possessori di lotti:
questi cuori di cani, questi occhi profanatori,
questi turpi alunni di un Gesù corrotto

nei salotti vaticani, negli oratori,
nelle anticamere dei ministri, nei pulpiti:
forti di un popolo di servitori.


Diletta Maurizi



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito


Collaboratori:

Alessandro Barbato.



Simona Zecchi


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