venerdì 21 ottobre 2016

Pasolini - Per una morale pura in Ungaretti

"ERETICO & CORSARO"

(Sulla copertina. disegno di Pier Paolo Pasolini)


Pasolini - Per una morale pura in Ungaretti
Setaccio», III, l, novembre 1942


In uno dei consueti «esercizi di lettura» che più privatamente si dedicano alla tecnica della poesia, mi sono soffermato sulla lirica << O notte >> e me la sono andata parafrasando non tanto per illuminare le inesistenti oscurità od appianare i luoghi difficili, quanto per distendermi attraverso un  scelta che avesse valore di esempio in una più chiara e precisa adeguazione alla poesia ungarettiana. Ripeterò ora qui l'esperimento, poiché dal confronto di una compiuta parafrasi con la poesia stessa, risulteranno nettamente alcuni elementi che sono essenziali del processo stilistico ungarettiano e che, del resto, non si distaccano da quelli usuali che il lettore sprovveduto si pone a prima lettura come problemi da risolvere; i versi o nuclei verbali decisi e illuminati, con le pause bianche che li separano.

Ora questa che può sembrare un'apparenza meramente grafica e che colpisce subito l'inesperto, mi pare questione da riproporsi anche a chi pensi di averla già largamente superata, se si tien conto che, in fondo, nessuna critica che se ne sia curata, ha attribuito agli spazi bianchi maggior valore che quello di isolare i nuclei verbali, per farli vibrare, essenzializzarli, sfumandoli e scarnendoli allo stesso tempo. 

Ora, le lunghe pause ungarettiane a me sembrano invece il primo corollario di una poesia che assuma come sua forma un processo ad illuminazioni sommamente decise, necessarie ed essenziali e che, quindi, si rifiutano di essere collegate fra loro a un comune o poetico procedimento logico; le pause così verrebbero ad essere l' abolizione dei legami logici (congiunzioni, proposizioni incidenti, trapassi gnomici, verbi di <<credere>>, «sembrare», apostrofi e soprattutto avverbi) come il principale mezzo di una poesia intesa - e ciò risulterà in seguito più chiaramente - come rievocazione, e che questa poesia-rievocazione venga a coincidere in genere, con la poesia tradizionale. Risulterebbe così riproposto il senso dell'originalità tecnica ungarettiana. 

I punti essenziali del discorso sulla poesia << O notte >> mi sembrano separabili in tre nuclei: il primo fino al verso << moribonde dolcezze >>, che verrebbe ad accennare la situazione pratica (alba, risveglio, stagione); il secondo fino al verso << e già sono deserto >>, che pindaricamente dal pensiero dell'autunno passa a quello della caduca giovinezza, e dopo una breve pausa (sono sperduto nel giro delle mie malinconie), il terzo, che, nella contemplazione della notte asserenatrice, viene ad avere una funzione di catarsi. Basterà così soffermarsi nel primo gruppo e scioglierne i suoi .punti essenziali nel giro di un possibile discorso il quale non potrà avere un ritmo tradizionalmente rievocativo. (Questa rievocazione, il cui senso sarebbe qui lungo approfondire, risulterà tanto più profonda e accorata, quanto più concretata nei legami della costruzione logica. Già Mario Luzi avvertiva nei versi - presi a caso come esempio - 


certo del tuo costume 
non ti dorrai: ché di natura è frutto 
ogni nostra vaghezza, 

come la congiunzione << ché >> è nella logica la maniera più abile ecc. Ma nel discorso leopardiano l'entità sintattica, pur conservando la sua letterale individualità, è doppiata dall'inflessione melodica che vi abbandona tutto l'affetto e vi rende una specie di suono sordo o minore di concentrazione, una cariatide oscura a posteriori accenti << rilustri >>. Ma io vorrei conferire a questa notazione un valore più vasto e in quell'<< inflessione melodica affettuosa >> scorgere il segno tecnico di una condizione particolare ed essenziale di tutta la poesia tradizionale. Gli esempi ne sono infiniti dall'ancora leopardiano << vaghe stelle dell'Orsa >> pregno di un rievocativo accoramento - e quanto diverso da certi avvii ungarettiani pure esclamativi! - ai vari e noti 


Se lamentar augelli o verdi fronde 

Forse perché della fatai quiete 
tu sei l'imago ... 

Ma per tale trepidazione nata dall'accorato trapasso del dolore ad una assuefazione serena ma sconsolata ed arresa, era facile cadere nel turgore o nella lacrimosità, di cui è piena la letteratura italiana.) 

Ecco la parafrasi: << Quando l'alberatura è svelata dall'ampia ansia dell'alba, dolorosi sono i risvegli. Allora, sorelle foglie, vi odo fremere lamentosamente, ché gli autunni sono moribonde dolcezze >>: dove viene arbitrariamente riesumato, attraverso una restituita ricostruzione logica di avverbi e conseguenti inflessioni di tono, il ritmo tradizionale della rievocazione, che tuttavia resta confitta e quasi tremante nei luminosi silenzi delle pause. Queste perdono così ogni diretta e ricercata funzione di essenzialità (che non verrebbe ad essere altro che il luziano << decorativo invertito >>). 

Questa dell'essenzialità è la prima e più diffusa deviazione della critica nella poesia ungarettiana (<< il primo lavoro di Ungaretti ha dovuto essere quello della parola, e si badi non di una parola essenziale come finora s'è detto, ma d'una parola comune, pura dai vizi del tempo ... >> Carlo Bo); deviazione di ogni assunto teorico, precedente l'attuazione propriamente poetica, ed ha fatto sì che la parola ungarettiana venisse ad assumere un valore memorabile o assoluto, una parola intesa come nucleo di voce materialmente isolata nel silenzio, densa di cose taciute, drammaticamente scoperta e rinverginata. Ma a me sembra che codesta << parola >> ungarettiana e questa sofferenza che lo macera non siano altro chè il processo formale comune a qualsiasi vero poeta, che, ripeto, schemi teorici antecedenti rendono più caratteristico in Ungaretti, ma che non hanno niente a che fare con la poesia. Basti un esempio: 


Tutta la luce vana fu bevuta 
begli occhi sazi nelle chiuse palpebre 
ormai prive di peso ... 

Nelle onde sospirose del tuo nudo 
il mistero rapisci. Sorridendo ... 

Nel primo caso che è vera poesia, la parola porta il marchio della sofferenza poetica, nel secondo soltanto quello di una ricerca, facilitata, del resto, da un processo analogico che si ripete, qui, meccanicamente. 

Così mi sembra che in generale tutti i primi studi su Ungaretti siano inquinati da questo equivoco che confonde processo verbale con poesia, o, se mai, la vera poesia con una poeticità minore, !imitabile nel breve giro di una formula o di un godimento immediato. 


(Si presenterebbe ora la necessità di una disamina del· la critica ungarettiana, che, secondo una gentile definizione del Contini, «quando parla di Ungaretti, si configura naturalmente come una azione di grazie». E si vedano le pagine affettuose di Pancrazi e quelle fedeli e certe del De Robertis, del Gargiulo, e del Ca passo. Più decisamente rigorosi -direi sudati- gli studi del Contini stesso e del Bo, dove la poesia ungarettiana,.disciolta dalle formule, si distende in un più ampio discorso storico.)

Lo studio di tale critica - ripeto - sarebbe ora necessario, se queste mie pagine non si fossero modestamente impegnate ad altro che a riportare pianamente l'opera ungarettiana in diretto confronto con un assoluto, epperciò semplice, concetto di poesia. S'intende. che. innanzi a tale confronto verranno meno le determmazioni della critica; si tratterà di pronunciarsi decisamente con un sì o con un no; e il problema più che nuovamente impostato, verrà ad essere, direi, sognato. Del resto questo appunto, partito da una considerazione quasi puramente tecnica, e riguardante solo il << secondo >> Ungaretti, (se si tien conto che liriche come L'isola e Memoria d'Ofelia d'Alba sono pausate da profondissimi silenzi) vuoi terminare con un'altra considerazione non propriamente estetica. Alludo a un insegnamento che non dubiterò di chiamare morale, di cui la nostra anima si arricchisce quasi con un moto inavvertito di distacco dal possibile punto di partenza, poiché illogicamente persuasa. Quell'insegnamento che trasfigura il fine didascalico a un'esemplarità sofferta negli altissimi cieli della poesia, e si esprime concretamente nei versi della poesia classica, qui è più sottile e profondo, appunto perché meno concreto e meno logico, tutto riversato in una zona di cosciente delirio, che oltre che poesia è sogno di poesia, ed ivi consumato fino ad acquistare di nuovo un senso di saggezza umana agli estremi limiti dell'umana cordialità. Sono << proverbi >> tutti permeati della coscienza limpida del poeta che si rivolge a se stesso, cosciente della fatica e del presente dolore, ma del tutto assolto da ogni peccato di confessione o immodestia. La lezione etica ungarettiana (oltre che in una zona segreta che lascerò inesplorata perché attingibile solo da chi per la poesia abbia un interesse diretto -ed allora sarà una lezione di nobiltà, parsimonia, e piena coscienza di sé), si svolge anche in un terreno di umana comunicatività, rinverginata - nei suoi termini di borghese ed antica saggezza da una illogicità di sogno, che la riconduce, però, a un ritmo di schietto e semplice insegnamento. E questo trova nella sua massima distanza, una sensibile praticità. << La morte si sconta vivendo >>, << Il vero amore è una quiete accesa >> ecc. sono voci che risuoneranno sulle labbra degli uomini, negli eventi, prima ignoti, di un luogo dell'esistenza nuovamente rivelato dalla poesia. La morale ungarettiana è insomma, una morale «pura» in una poesia che «pura», nel significato corrente di questa parola, non può essere chiamata.





Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:


Alessandro Barbato.
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi

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