lunedì 14 novembre 2016

Perché non piace ai censori il "potere" visto da Pasolini - Dacia Maraini

"ERETICO & CORSARO"



Perché non piace ai censori il "potere" visto da Pasolini 
Dacia Marami giudica "Salò"...
l'ultimo film del regista scomparso recentemente 
La Stampa
Anno 109 - Numero 264
Sabato 15 novembre 1975

Il nuovo film di Pier Paolo Pasolini «Sade-Salò» è stato bocciato dalla censura perché gli italiani non sarebbero abbastanza maturi per questo genere di pellicola.

Dovremmo ringraziare i censori che ci proteggono con tanta solerzia da spettacoli evidentemente pericolosi per la nostra integrità spirituale. Per fortuna che ci sono loro a proibirci i film di autori problematici per meglio farci apprezzare quelle geniali commedie all'italiana tanto educative e salutari per tutti noi! E' una vera fortuna, altrimenti come farebbe il popolo italiano, notoriamente ritardato e infantile, a distinguere il vero dal falso?

Ma l'Italia, ormai dovremmo saperlo, è divisa in due: da una parte ci sono cinquanta milioni di bambini e dall'altra alcuni padri molto premurosi che si preoccupano della salute morale di questi bambini, prodigandosi nella scelta di ciò che può loro giovare, fuori da ogni inquietudine e rischio intellettuale.

D'altronde ci siamo abituati, nessuno ci fa più caso: da quando nasciamo, entriamo sotto la tutela di qualche padre; sia nella scuola, durante le lezioni o gli esami, sia quando finiamo davanti a qualche commissione, oppure quando ci troviamo per malaugurato caso di fronte ai giudici di un tribunale o nel letto di un ospedale, o peggio, in prigione, oppure semplicemente di fronte alla scelta di un film da vedere.

Abbiamo anche la gioia di riconoscerli immediatamente questi padri, perché sono sempre gli stessi: adoperano lo stesso linguaggio per esprimere lo stesso cinico e pedestre buonsenso. Tutti questi padri poi fanno capo a quei pochi solerti padri pubblici che da trent'anni amorosamente vegliano sulla «grande famiglia italiana».

Si dà il caso che io, pur essendo due volte minore, una perché cittadina italiana e una perché donna, abbia visto il film di Pasolini. E vorrei qui esprimere il mio parere, contrario e opposto a quello dei padri della censura. Il pubblico, quando i censori decideranno che sarà diventato maturo (due anni? cinque? dieci?) deciderà chi di noi ha ragione.

Il film di Pasolini è una gelida e triste meditazione sulla sessualità e il potere. Una sessualità pervertita che nasce da un potere pervertito: il fascismo.

La bellezza del film sta in un rigido e regolare andamento da composizione musicale medievale; ci sono le cantate a tema, i duetti, i cori, le semplici e severe sonate con l'uso di pochi strumenti, tutte giocate su due o tre note dolenti, fisse. Ogni episodio si apre e si chiude con un movimento circolare, sapiente ed enigmatico.

Il film non ha niente di sensuale: l'autore non si immedesima mai, nemmeno per un momento col sentimento sadico degli aguzzini. Egli porta per mano lo spettatore lungo i gironi dell'inferno fascista, avvicinandolo al dolore quieto e terribile delle vittime, suggerendogli pietà e non piacere.

I quattro aguzzini infatti, sebbene siano presentati come uomini colti (ma non troppo), raffinati, signorili e perfino cortesi, sono assolutamente e definitivamente allontanati dalla simpatia del pubblico per mezzo dell'osservazione allibita e disgustata delle loro facce brutali e stupide (della stupidità che viene dall'egocentrismo e dall'avidità di piaceri).

I ragazzi e le ragazze invece sono mostrati nelle loro carni livide e intirizzite, sempre e soltanto come vittime, costrette alla passività dai fucili e dai coltelli che i giovani avanguardisti manovrano con disinvoltura.

Così nel film tutto è chiaro fin dall'inizio: i carnefici sono coloro che hanno in mano il potere e lo usano per soddisfare con la forza i loro appetiti sadomasochistici; le vittime sono i deboli, i poveri, gli sfruttati.

Da questo punto di vista Pasolini non ha fatto che riprendere i contenuti di De Sade. Nel libro («Le centoventi giornale di Sodoma»,) le vittime non sono mai consenzienti. Solo che mentre in De Sade questa mancanza di partecipazione delle vittime alla gioia sessuale ha uno scopo soprattutto stimolante per i carnefici, cioè rappresenta un meccanismo puramente funzionale, in Pasolini ha un significato sociale, politico.

Il sadismo e la violenza, anche quelle imposte coi guanti bianchi, accompagnate da soavi parole e dolci note, attorno a tavole imbandite, sono decisamente presentate come il momento più idiota e corrotto del potere fascista; il momento della sua agonia panica e morbosa.

Fin dalle prime bellissime inquadrature della pianura padana intiepidita da un debole sole autunnale, Pasolini chiarisce subito da che parte sta: con i deboli, i perseguitati, contro la violenza e i soprusi.

Significativo della concezione complessiva del film è che la sola notazione positiva riguarda un giovane comunista che si ribella alle leggi del potere e muore fucilato nel momento dell'amore (ancora una volta significativo che l'amore sia, all'interno della villa fascista, assolutamente vietalo e bandito) nudo, serio, gentile, col pugno chiuso teso verso i suoi aguzzini, accanto alla sua innamorata africana.

Il fascismo, ci dice Pasolini con le sue immagini terse e violente, riduce le persone a oggetto. Il male sta prima di tutto li.
E che lo si faccia in nome della purezza della razza, o di un grande impero o del superomismo o del nazionalismo, non importa. La sua ideologia aberrante non può che portare gli uomini all'odio e all'assassinio.

In questo senso si potrebbe dire che egli volontariamente contraddice gli ultimi discorsi fatti pubblicamente sui guasti del consumismo e sull'omologazione dei valori che avrebbero resi fra loro simili per cultura e abitudini i giovani delle destre ai giovani delle sinistre. Ma è anche vero che questo livellamento, per Pasolini, era cominciato col boom degli Anni 60.

Nel film comunque non c'è nessuna possibile somiglianza fra dominanti e dominati, fra ricchi e poveri, fra potenti e sfruttati. Un solco profondissimo separa i gusti, i desideri, le abitudini degli uni da quelli degli altri, senza contaminazione possibile. Potremmo addirittura dire che il film è manicheo in maniera didascalica: male e bene coesistono senza comunicare.

Ci sono alcuni ragazzi corrotti, ma sono pochissimi e abbiamo ben visto come sono stati strappati al lavoro dei campi e costretti con la forza a partecipare al lugubre festino dei signori. Perfino le quattro narratrici, in questa limpida gerarchia del potere, occupano un posto di sottordine, alla mercé delle voglie brutali dei padroni. E non è un caso che una di queste guardiane, quella che accompagna le sevizie degli aguzzini con le patetiche note del pianoforte, si uccide buttandosi dalla finestra. Tutti gli altri sono testimoni impotenti di un dolore e di una offesa senza fondo.

Proprio per fare capire fino a che punto gli abusi sessuali servono a dividere il potere dal non-potere, gli orrori sadici sono rinchiusi da Pasolini all'interno di cornici doppie e triple, rapprese nei momenti di maggiore crudezza, dentro i tondini di un binocolo, al di là di una finestra, in un mondo lontano e silenzioso, da incubo. Il triste sguardo del regista vaga sulle persone e le cose raggelate dal male con allibita consapevolezza e inquieta pietà.

Il finale dei due ragazzi che ballano fra di loro infine sembra porre un ansioso interrogativo sul futuro: vinceranno gli aguzzini con la loro cultura inumana e violenta o vincerà il nuovo umanesimo e quindi la dolcezza e quindi l'amore che anche negli occhi stupidi e rozzi dei ragazzi corrotti a momenti si fa viva quasi loro malgrado?
Dacia Maraini


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito

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domenica 6 novembre 2016

Pasolini sul suo teatro - Interviste radiofoniche (1968-1972)

"ERETICO & CORSARO"



Pasolini sul suo teatro 
Interviste radiofoniche (1968-1972) 
Estratti audio dalle trasmissioni radiofoniche 
tratte da:



Intervista di Leoncillo Leoncilli a Pier Paolo Pasolini su Orgia 
(RAI, 27 novembre 1968)


Leoncillo Leoncilli - Nell’interpretazione di Laura Betti, Luigi Mezzanotte e Nelide Giammarco, sta per andare in scena al Deposito d’Arte Presente di via San Fermo il primo lavoro teatrale di Pier Paolo Pasolini, Orgia. È anche il primo esempio di ciò che lei, Pasolini, chiama teatro di Parola.
Pier Paolo Pasolini  - Il teatro di Parola è un teatro che si basa esclusivamente sul testo, che esclude l’azione. Cioè, nel palcoscenico non ci saranno duelli, baci, salti, contorsioni e altre cose del genere. Ma tutto sarà semplicemente testo, un po’ come gli antichi greci, insomma, Lo schema teatrale è preso dalla tragedia greca, in cui tutto – appunto – è parola.

Leoncillo Leoncilli - Un dramma in versi, il suo, con una trama che racconta di un matrimonio naufragato e del suicidio di due coniugi. Ma il significato interiore qual è?
Pier Paolo Pasolini  - È prima di tutto la diversità. Cioè, che cosa è il diverso in una società che fa della normalità una specie di teologia. E poi, il senso della morte. Cioè, la morte può essere abitudine alla repressione, come dice Marcuse, e quindi può portare a una vita rassegnata da una parte, e peccaminosa dall’altra. Invece questa Orgia insegna in qualche modo a fare “buon uso della morte”.

Intervista di Giancarlo Barberis a Pier Paolo Pasolini e Laura Betti su Orgia 
(RAI, 1 dicembre 1968).



Conduttrice - A Torino è andata in scena – se così si può dire –una nuova opera di Pier Paolo Pasolini, intitolata Orgia. Come sempre le esperienze del poeta e cineasta friulano [sic] sono destinate a provocare polemiche, discussioni, curiosità.

Conduttore - Comunque la fatica della ricerca di un linguaggio nuovo, di una nuova espressione scenica non possono lasciare indifferenti, poiché appartengono a quell’ansia di verità che costituisce il tormento, non sempre sterile, dell’attuale generazione.

Conduttrice - Giancarlo Barberis ha assistito all’insolito spettacolo, restandone – ci sembra – alquanto soggiogato. È uno spettacolo affidato alla suggestione della parola, ed è tempo – ci pare – che la parola riacquisti la sua magia. (Squillo di tromba dallo spettacolo)

Giancarlo Barberis - Questo non è un comune squillo di tromba. È uno di quelli che accompagnano e sottolineano Orgia, il primo esperimento teatrale di Pier Paolo Pasolini, il suo approccio insomma al genere, un approccio che non poteva passare inosservato. Ha scosso, a Torino, quello squillo, una borghesia tranquilla, trasportata di peso davanti a una tragedia spaventosa, presentata in modo inabituale e in un luogo insolito, un deposito d’arte. Ha scosso solo la borghesia, perché solo questa, per ora, è ammessa all’Orgia pasoliniana.


Pier Paolo Pasolini - Sì, per le prime due settimane Orgia è data soltanto agli abbonati. Dopodiché comincia il mio vero e proprio esperimento, sulla ricerca di luoghi, come quello che lei ha descritto, che non siano i luoghi tipici del rito teatrale, cioè i teatri, con le loro poltrone di velluto, e d’altra parte non siano nemmeno i luoghi di protesta contro il tipo di teatro accademico, cioè le cantine. I luoghi che io cercherò sono luoghi che si definiscono già, per loro natura, come luoghi di incontri culturali.


Laura Betti - Sì, sono luoghi, questi di cui parla Pier Paolo, in cui io spero proprio che possa succedere che si smentisca uno di quei cartelli che lui ha scritto, quello in cui dice “niente applausi”.

Giancarlo Barberis  - Lei proprio questa sera si è già fatta la sua brava piccola contestazione perché alla fine dello spettacolo è uscita e ha detto: “Qualcuno ha applaudito, grazie”.


Laura Betti  - Si capisce, si capisce.

Giancarlo Barberis  - Appunto.


Laura Betti  - Avevano applaudito, noi siamo arrivati in ritardo fuori, allora io sono uscita fuori e ho detto: “Qualcuno ha applaudito, quindi ri-applaudite”. Mi sono presa gli applausi e son tornata indietro. Cioè io contesto questo manifesto.

Giancarlo Barberis  - La contestataria è Laura Betti, principale strumento di Orgia, assecondata da Luigi Mezzanotte e da Nelide Giammarco. Nessuno dei tre è ‘attore’ della tragedia pasoliniana, che è in versi. È solo ‘strumento’ in mano al poeta. Come ha reagito il pubblico torinese?


Pier Paolo Pasolini  - Mah, sono le reazioni che io mi aspettavo, cioè di incomprensione, in realtà, del testo. Perché io, come lei sa, cerco altri destinatari, cioè non cerco il pubblico che generalmente va a teatro. Ma cerco degli spettatori che siano più che altro dei lettori di poesie. Siccome i lettori di poesia sono pochissimi, cerco in realtà pochi destinatari.

Giancarlo Barberis  - Pasolini respinge, insomma, la comunicazione con la massa.


Pier Paolo Pasolini  - Come autore cinematografico ho fatto delle esperienze. Ho cominciato pensando che un’opera cinematografica dovesse essere quello che si dice ‘popolare’, ‘nazional-popolare’, in una sfera culturale gramsciana. Pian piano ho perso questa illusione. Siamo entrati in una nuova fase del capitalismo, il neocapitalismo, in cui la cultura è una cultura di massa. Che io voglia o che io non voglia. Il cinema, per sua natura, implica milioni di spettatori. Ora, la media del modo di recepire di questi milioni di spettatori un mio film fa sì che il mio film si trasformi completamente, diventi un’altra cosa. Ora ho capito che invece il teatro, per sua natura, non potrà mai essere un medium di massa.

Giancarlo Barberis  - E a questo punto entra un’altra forma di teatro, che è quella che lei è venuto a proporre a Torino, ed è il teatro di poesia pura.


Pier Paolo Pasolini  - Quello che io chiamo teatro di Parola è uno dei tanti generi teatrali in cui il teatro si sta articolando. Cioè, non si può più parlare di ‘teatro’, come si diceva fino a qualche anno fa, perché ormai c’è un teatro accademico, ufficiale ecc ecc, c’è un altro teatro d’avanguardia, gestuale, fatto di pura presenza fisica, e adesso c’è anche, timidamente, questo teatro di Parola, fondato tutto sulla parola…

Giancarlo Barberis  - Rischia di esporsi forse all’accusa, che del resto le è stata formulata, di antidemocraticità.


Pier Paolo Pasolini  - Mi pare che l’aristocraticità della mia operazione sia solo apparente, perché in realtà io, cercando questi piccoli pubblici, questo rapporto diretto con le persone, instauro un rapporto profondamente democratico. Il mio è un decentramento, praticamente, e ogni decentramento è democratico.

Intervista a Pier Paolo Pasolini sul teatro 
(RAI, 13 giugno 1972)




Giornalista - Il regicidio [Affabulazione] è una delle sei commedie scritte da Pasolini. Pasolini, vediamo innanzitutto il significato di questo suo testo.


Pier Paolo Pasolini  - È una cosa, guardi, che è impossibile da riassumere in poche parole in un’intervista di questo genere. Insomma, è un rapporto drammatico, ambiguo, complesso, tra un padre e un figlio. L’amore di un padre per un figlio.

Giornalista - Vorremmo chiederle che tipo di teatro è il suo, che discorso teatrale intende fare.


Pier Paolo Pasolini  - Il mio è un teatro strettamente culturale. In realtà andrebbe letto in una stanza piccola, di fronte a una quarantina, a una cinquantina di persone. Questa è la vera destinazione del mio teatro. Ad ogni modo, certi criteri del mio teatro sono rigorosi, sono appunto quello che le ho detto: un teatro di cultura, fatto per poche persone, fatto per essere letto a voce alta, forse, ma non per essere rappresentato in quel rito sociale che è il teatro per la borghesia. Il mio teatro non è scritto in dialetto. È scritto in italiano letterario puro, e allora questo italiano letterario puro non ha un equivalente orale.

Giornalista - Passiamo per un momento alla sua attività di regista e di autore cinematografico. In questo momento sta preparando qualcosa?


Pier Paolo Pasolini  - In questo momento sto finendo il missaggio e la stampa dei Canterbury Tales, I racconti di Canterbury. E sto già preparando Le mille e una notte. Qui, proprio mentre lei mi sta facendo questa intervista, c’è il costumista che deve fare i costumi delle Mille e una notte.

Giornalista - Il quale è Danilo Donati, premio Oscar e notissimo scenografo del cinema italiano.


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito

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sabato 5 novembre 2016

IN CERCA DI TOMMASO - nei luoghi di "Una vita violenta" di Pasolini

"ERETICO & CORSARO"


Il romanzo è ambientato nella periferia di Roma, a  Pietralata, sulle rive dell’Aniene. La "Piccola Shangai”, un quartiere di baracche dove viveva Tommasino e descritto dall'autore nel suo romanzo. Pasolini fa una rapida descrizione di luoghi fino ad arrivare ai caseggiati dell' INA-case, nuova abitazione della famiglia di Tommaso, che rappresenta la meta desiderata. Descrive i luoghi per utilità di narrazione e per dare una cronologica di sequenza, senza soffermarsi troppo. Ma ciò nonostante, la loro descrizione serve ad inquadrare il romanzo nel giusto contesto. 

IN CERCA DI TOMMASO

Ponte dell’acquedotto dell’Acqua Marcia, Pietralata.
“Gli faceva effetto, a tornare a quell’ora, che nell’aria si distinguevano ancora bene, all’ultimo barlume, i mandorli e i persichi secchi degli orti, i canneti: e più avanti il ponte dell’acquedotto, sopra l’Aniene che scorreva via gelido e buio”
Collina del Monte del Pecoraro, Pietralata
"Tommasino invece correva sul marciapiede rialzato, addosso al Monte del Pecoraro".
Piazza Vittorio, Roma
”.. come arrivarono a Piazza Vittorio...Chioschi gabinetti, giornalisti, tutto era chiuso. Non passava nessuno. I lampioni tra gli alberi luccicavano per conto loro...."
Distributore Total (ex-Shell), Va Cassia , La Storta.
“Gli altri tre si presentarono al benzinaro, poco prima della Storta, Lello al volante, il Cagone accanto, e Ugo sul sedile di dietro". Si accostarono ed era tutto buio, con solo la conchiglia della Shell che brillava grande come la luna."
Palazzi InaCasa, Via dei Crispolti 19
" Sapeva che casa sua era in Via dei Crispolti, n. 19...C'erano sei o sette palazzine, storte, di sguincio, con file di finestrini tondi, dipinte di rosa scuro, con delle porte dove ci s'arrivava facendo cinque o sei scalini, e tante balaustre a zig zag che le univano tra loro"
Fiume Aniene, presso l’ex Lanificio Luciani, via di Pietralata.

“Al di là dell’Aniene, si stendevano i campi, verso i colli di Tivoli, confusi nell’aria fredda”.
Via Luigi Cesana
"Andò ancora giù per via Luigi Cesana...c'erano delle case una addossata all'altra, a scalinata, in modo che il primo piano della seconda era all'altezza del secondo piano della prima, e cos' avanti: davanti alle facciatine colorate c'erano tante scale esterne che le univano, con dei pianerottoli che facevano come da terrazzine alle porte di ingresso, tutti sbarre e inferriate".
Facciata dell’ex cinema Apollo, Via Cairoli
"Lì davanti c'era il cinema Apollo, pure questo coi cartelloni, zuppi, dietro le reticelle di metallo, e sopra la porta, scritto in lettere di mezzo metro, il titolo del film".
Autobus 211, Via di Pietralata, Roma
"Mentre correva appresso alla palletta, al trotto, arrivò da dietro la curva per Montesacro l'auto: non fece in tempo a frenare, e l'intuzzò col paraurti, buttandolo lungo sul fosso... Toto andò a battere con la capoccetta contro una pietra appozzata nella fanga, e restò lì fermo... solo un goccetto di sangue gli usciva da dietro le orecchie..."
Ospedale Forlanini
"..Scesero, sua madre e lui, andarono a fette per dei vialoni nuovi, e arrivarono davanti all'ingresso del Forlanini: un cancello sbarrato, con accanto una specie di posto di guardia, come nelle caserme. Dietro si vedevano tutti giardini, alberi, e in fondo un palazzone, pieno di colonne, grande come un teatro.."
Ponte Mammolo, Roma
"Così andarono a pedagna a Ponte Mammolo"
Quartiere della Garbatella
“Tutta la Garbatella brillava al sole: le strade in salita coi giardinetti in fila, le case coi tetti spioventi e i cornicioni a piatti cucinati, i mucchi di palazzoni marone con centinaia di finestre e d’abbaini, e le grandi piazzette cogli archi e i portici di roccia finta intorno”.
Fiume Aniene, a sud del quartiere Montesacro, Roma.
"Una nuvolaglia fitta fitta s'era intanto distesa per il cielo, cominciando da dietro il fiume, dopo le case di Montesacro, lontane lontane."
Negozio “Balloon” in Via dei Chiavari, già cinema parrocchiale
“Via dei Chiavari era lì in mezzo, col suo selciato sconnesso e le sue file di facciate, come un budello. A metà della via c’erano delle luci verdognole, al neon, sopra un portone bianco: era il Vittorio, un pidocchietto dove facevano due film”
Negozio di casalinghi (ex bar) in Via Francesco Selmi 35
“il Zimmìo offrì il cappuccino con un maritozzo, a un baretto di Via Selmi, pieno di giovanotti coi vestiti buoni, tutti in grazia di Dio”
Viale del Colosseo
“Roma era tutta gocciolante.. Cadeva giù un’acqua così fitta e leggera che si scioglieva prima di arrivare sul selciato”
Orti presso Via Palmiro Togliatti
“ I burini già avevano smesso di lavorare, negli orti lì attorno, e Via delle Messi d’Oro, coi cerasi e i mandorli al primo boccio, era tutta vuota”
Il Bar Falcioni, Via Tiburtina, Roma.
“Ma ormai Tommaso era in vista del Bar Duemila, ch’era lì, proprio al comincio di Tiburtino, davanti al Monte del Pecoraro”
Arco di Santa Bibiana, Roma
"Il conducente aveva già la mano sulla manopola, la porta si aperse e quello saltò giù dal tram. Tommasino gli andò appresso, con uno zompo, e si ritrovò sulla strada, lì davanti all'arco di Santa Bibiana".
Via delle Messi d’Oro, Pietralata.
“Di tanto in tanto la luce di un lampo, seguita da un tuono fiacco fiacco, faceva vedere la borgata intera, ormai tutta nell’acqua”
Riva del fiume Aniene
“Ma poi, quando diventò notte, si sentì peggio, sempre di più: gli prese un nuovo intaso di sangue, tossì, tossì, senza più rifiatare, e addio Tommaso”.

***** 

L’idea di ripercorrere i luoghi descritti da Pasolini ne “Una vita violenta” è seguita alla mia (tardiva, in verità) lettura del romanzo. Tuttavia dovrei aggiungere, ad onore del vero, che la mia stessa infanzia era trascorsa, negli anni Cinquanta, nelle periferie del Prenestino, e per questo motivo il racconto della vita di Tommaso Puzzilli mi riportava in mente immagini lontane di un mondo a me familiare. “Studentini, figli di papà”, per dirla con Pasolini, eravamo noi, i figli degli impiegati statali, che cominciavano a vivere a fianco di coloro che, vissuti per anni nelle baracche, avevano infine avute assegnate le case popolari.
Non fu dunque difficile ritrovare i luoghi del romanzo. Qualche mese di lavoro, fermandosi a conversare nei bar di Pietralata, cercando di intuire dalle facce dei più anziani chi di loro poteva saperne qualcosa del Monte del Pecoraro o del Bar Duemila. Portavo con me il romanzo, casomai avessi avuto dei dubbi. E lentamente ho scoperto alcune cose. La prima è che a Pietralata Pasolini è una leggenda. Magari, se si chiede di lui, c’è sempre chi ammicca con un ghigno per le sue abitudini sessuali, ma nella gente di Pietralata il rispetto per l’uomo è assai diffuso, profondo. Mi hanno indicato la casa, dietro Rebibbia, dove lo scrittore ha vissuto con la madre nel periodo in cui insegnava nel quartiere. Qualcuno mi ha detto di averlo conosciuto, ed era come se parlasse di una leggenda.
Ci sono voluti un po’ più di sei mesi per completare la ricerca e le foto. Molte cose non esistono più: il cinema Lux, poi chiamato Boston, non c’è più, è stato completamente demolito per far posto a una stazione della metro B. La baraccopoli della Piccola Shangai non è neppure più individuabile: era probabilmente adagiata lungo le rive dell’Aniene, poco prima di Montesacro, E’ sparita da anni, non ce n’è traccia nemmeno nella memoria della gente.
Altri luoghi esistono, così come erano a quel tempo.
Le rive dell’Aniene hanno lo stesso andamento zigzagante, la stessa oscurità descritta nel romanzo. L’Aniene, in effetti, è un fiume invisibile, subdolo. Ne sono annegati tanti, nelle sue acque: persino il piccolo Genesio di “Ragazzi di Vita” finisce trascinato dalle correnti presso Ponte Mammolo. Il Bar Duemila è ancora lì, davanti al Tiburtino Terzo. Ha cambiato nome, ma non si è mosso. Le case popolari di Via dei Crispolti 19 sono esattamente lì, come le descrive Pasolini, forse un po’ stinte dalla pioggia.
Altri luoghi sono invece completamente cambiati: il cinema parrocchiale del 1956 è ora una boutique, il bar di via Selmi ospita oggi un negozio di cinesi, e il tram non passa più da anni sotto l’Arco di Santa Bibiana.
Da tutto questo nasce quindi l’idea conclusiva di questa ricerca: partita dalle descrizioni di una Roma lontana, essa è approdata con perplessità a una riflessione in merito al tempo, e al suo andamento misterioso. Come il fiume Aniene, esso scorre senza sosta, senza rumore. Il Tommaso di Pasolini è sopravvissuto perché qualcuno ha fissato la sua storia nelle righe di un romanzo. Ma tanti altri, vissuti con lui, sono scomparsi senza lasciare traccia, proprio come i luoghi di quegli anni. E’ una meditazione un po’ dolente e un po’ rassegnata sul nostro passato, sul senso delle nostre vite.
Ruggero Passeri, ottobre 2013.

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

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giovedì 3 novembre 2016

Pasolini, non accetto intimidazioni...

"ERETICO & CORSARO"



"Non accetto intimidazioni…". Pasolini inedito
Gideon Bachmann e Pier Paolo Pasolini.
Tratto da:
a cura di Riccardo Costantini
Chiarelettere


 Bachmann

Vorrei sapere se lei è conscio, quando gira, di quanto sta producendo e di come ciò poi agirà sullo spettatore.


Pasolini
È sempre imprevedibile. Anche nei momenti di maggiore intimità, cioè quando scrivo dei versi, momenti in cui domino meglio la materia perché sono da solo con una macchina da scrivere, è sempre impossibile prevedere fino in fondo quello che sarà la poesia oggettivamente, al di fuori della mia intenzione, della mia ispirazione, della mia critica. Sia ben chiara una cosa fin dall’inizio: quando faccio cinema è esattamente come se stessi scrivendo dei versi. Purtroppo sono rimasto molto infantile e molto simile a come mia madre ha voluto che fossi quando ero bambino, quindi non riesco mai veramente a credere nella cattiveria, nel male degli altri. Penso sempre al prossimo come se fosse un prossimo che giudichi in pura buona fede. E ogni volta rimango… deluso.
[…]

Bachmann
Il suo lavoro ha sempre provocato grandi polemiche e le ha procurato molti rancori da parte di un largo segmento della popolazione. Immagino ne sia conscio, ma mi chiedo se ogni tanto si rimproveri di aver fatto degli errori o se ritiene sia sempre la società a sbagliare… Mi piacerebbe sapere se queste reazioni del pubblico ostacolino il raggiungimento dei suoi obiettivi.


Pasolini
A dire il vero, non tutti i settori della vita italiana sono contrari alla mia opera. Lo sono i settori dell’estrema destra, invero molto potenti. Nel fare un lavoro, che si tratti di un romanzo, di poesie o di film, io non posso che preventivare una reazione violenta e contraria così come effettivamente accade. Naturalmente nella mia sincerità non riesco mai a prevenire quanto di feroce, di avverso, c’è nella reazione. Però la prevedo come un fatto ideologico, e avendola prevista evito che interferisca col mio lavoro.

Bachmann
Non è la risposta esatta alla mia domanda. Mi spiego meglio: queste reazioni hanno provocato nel suo intimo un sentimento che influenza il suo lavoro? Per esempio, quando l’abbiamo incontrata a Venezia per la presentazione di Mamma Roma lei in pubblico è stato feroce, anche nei modi, mentre adesso è più calmo, forse perché siamo a Roma nel suo appartamento… Se queste sono domande troppo intime me lo dica… Ma, sa, credo che questa sia la cosa più importante nella sua vita artistica: un poeta può scrivere un poema per sé, ma un poeta polemico, come lei, dipende in una certa maniera da ciò che provoca il poema una volta diventato pubblico…


Pasolini
È un problema molto complesso. Non ho avuto particolari intimidazioni. Prova ne sia un fatto che è successo in tribunale per il film La ricotta. Quando sono stato interrogato, la prima domanda del giudice è stata sulla possibile cattiva interpretazione del mio film. Io ho detto che «sì, si potevano dare delle interpretazioni non giuste, ma in malafede». Questo ha scatenato il pubblico ministero, che si è sentito accusato, e ho rischiato l’arresto in aula. Nel film avevo premesso una dichiarazione in cui prevedevo che la pellicola sarebbe stata interpretata in malafede, e in tribunale l’ho ricordato riconfermando quanto avevo detto. Perciò ho rischiato di essere arrestato. Sono stato meno feroce di quando ho presentato il film a Venezia, però sostanzialmente non sono receduto di un passo, né intendo recedere. Non accetto intimidazioni.
Allo stesso modo, le reazioni scomposte e violente, incivili, di parte del pubblico italiano, non mi hanno turbato.

18 marzo 1963


Fonte:
http://www.illibraio.it/pasolini-ineditogideon-bachmann-260414/


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:


Alessandro Barbato.
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice
Daniele Cenci

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martedì 1 novembre 2016

Pier Paolo Pasolini, racconto la mia vita - Autobiografia

"ERETICO & CORSARO"



Pier Paolo Pasolini, racconto la mia vita
Autobiografia
l'Unità 
Martedì 4 novembre 1975 

Piar Pialo Pasolini  scrisse, nel 1960, la scheda autobiografica che ripubblichiamo qui di seguito. Lo scritto apparve In una raccolta di profili di narratori Italiani edita dal « Sodalizio del Libro » di Venezia, a cura di Elio Filippo Accrocca. 

... Mio padre , quando  sono nato, era tenente di fanteria: apparteneva  a un' un'antica famiglia dì  Ravenna, e aveva  sperperato tutto il patrimonio — passionale, sensuale e  violento di carattere: ed era finito in Libia, senza , un soldo; cosi aveva cominciato la carriera militare; da cui sarebbe poi  stato deformato e represso fino al conformismo più definitivo. Questo non lo potè accontentare e quindi lo angosciò sempre , fino a una forma  quasi paranoidea negli ultimi anni,  al ritorno  dalla sua terza guerra. Aveva puntato su di me, sulla mia carriera letteraria, fin da quando ero piccolo, dato che ho scritto le prime poesie a sette anni: aveva intuito, pover'uomo, ma non aveva previsto, con le soddisfazioni, le umiliazioni.

Credeva di pote conciliare la vita di un figlio scrittore col suo conformismo. L'inconciliabilità lo ha fatto impazzire:  nell'atto stesso di capire non capiva più niente... La sua acutissima intelligenza non gli serviva:  era uno strumento che non a mai il «suo o uso. E ci esasperava, ruggiva,  smaniava: a al mondo per soffrire, e quanto ci ha fatti soffrire, me e mia  ! Quando nel 1942  usci il mio primo libretto, Poesie a  Casarsa (in friulano! Fatto assurdo per lui, che, ufficialetto di promo pelo, era capitato a Casarsa, e li  aveva conosciuto mia madre, impadronendosene  subito,  con la sua  prepotenza infantile e centralistica): lo ricevette nel Kenia, dove era prigioniero. Ma, malgrado la assurdità del linguaggio  usato, era dedicato a lui, e questo lo consolava, lo faceva gongolare. Quando tornò io ero a Casarsa, sfollato con mia madre: ero perduto come in una sconfinata intimità i che faceva del Friuli la mia folle sede oggettiva. Mio fratello Guido era morto, partigiano. Mia madre ed io eravamo mezzi distrutti dal dolore. Egli fini cosi a Casarsa, in una specie di nuova prigionia: e cominciò la sua angoscia lunga una dozzina di anni. Vide a uno a uno uscire i  miei primi libretti, in friulano, segui i miei primi piccoli successi critici,  mi vide laureato in lettere: e intanto mi capiva sempre meno. Il contrasto era feroce: se uno si ammalasse di cancro e poi , guarisse, avrebbe della sua malattia lo stesso ricordo che ho io di quegli anni. Nei primi mesi del '50 ero a Roma, con mia madre: mio sarebbe venuto anche lui, quasi due anni dopo, e da piazza Costaguti saremmo andati ad abitare a Ponte Mammolo: già nel cinquanta avevo cominciato a scrivere le prime pagine di Ragazzi di vita. Ero disoccupato, ridotto in condizioni di vera disperazione: avrei potuto anche morire. Poi con l'aiuto del poeta in dialetto abruzzese  Vittorio  Clemente trovai un posto d'insegnante in una scuola privata di Cìampino, per  venticinquemila  lire al mese. Due anni di lavoro accanito, di pura lotta: e mio padre sempre là, in attesa, solo nella a cucinetta, coi gomiti sul tavolo e la faccia contro i pugni, immobile, cattivo, dolorante; riempiva lo spazio del piccolo vano con la grandezza che hanno i corpi morti. Poi Bassani mi fece entrare nella prima sceneggiatura cinematografica:  e avevo finito i  Ragazzi di vita che Bertolucci segnalò a Garzanti. Mio padre potè finalmente occuparsi di un trasloco che gli dava soddisfazione, che vellicava in lui il piacere del comando, della vanità, del decoro borghese. Andammo a stare a Monteverde, in via Fonteiana: lasciai la scuola, continuai a lavorare, a scrivere versi, a andare avanti con Una vita violenta, a sceneggiare, quando capitava: con la collaborazione a Le notti di Cabiria potei comprarmi anche una «seicento»: che poi diventò una millecento. Ebbi qualche premio, il premio «Città di Parma» per Ragazzi dì vita, il «Viareggio» per Le ceneri di Gramsci (prima ne avevo avuti una dozzina di altri minori: per versi dialettali, critica ecc.). Ma la vita nella mia casa era sempre la stessa, sempre uguale alla morte. Mio padre soffriva, ci faceva soffrire: odiava il mondo che aveva ridotto a due tre dati ossessivi e inconciliabili: era uno che batteva continuamente, disperatamente, la testa contro un muro. La sua agonia vera durò molti mesi: respirava a fatica, con un continuo lamento. Era malato di fegato, e sapeva che era grave, che solo un dito di vino gli faceva male, e ne beveva almeno due litri al giorno. Non si voleva curare, in nome della sua vita retorica. Non ci dava ascolto, a me e a mia madre, perché ci disprezzava. Una notte tornai a casa, appena in tempo per vederlo morire. 

Io ora continuo la solita vita: lavoro la mattina a casa: ho da mete a posto un nuovo volume di versi, La ricchezza: sto buttando giù gli appunti per il terzo romanzo, Il Rio della Grana, comincio a tradurre l'Eneide. E poi i lavori pratici, il cinema, la redazione di « Officina » ecc. Il dopopranzo esco, e vado a spasso, quasi sempre almeno fino alle  due di notte: passo dalle borgate e dalla periferia più affamata, a qualche, non frequente, riunione con gli amici. Bertolucci, Bassani, Gadda, Moravia, la Morante, Citati... Oppure, anche, qualche volta nei salotti della Bellonci, della De Giorgi, della Mastrocinque, della Astaldi... Ma la maggior parte della mia vita la trascorro al di là del confine della città, oltre i capolinea, come direbbe, ermetizzando, un cattivo poeta neorealista. 

Amo la vita ferocemente, cosi disperatamente, che non me ne può e bene, dico i dati fisici della vita, il sole, l'erba, la giovinezza: è un vizio molto più tremendo di quello della cocaina, non mi costa nulla, e ce n'è un'abbondanza sconfinata, senza limiti: e io divoro, divoro... 
Come andrà a finire, non lo so...
Pier Paolo Pasolini.



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:


Alessandro Barbato.
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice
Daniele Cenci

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