martedì 9 febbraio 2016

Pasolini corsaro - di Pasquale Colizzi

"ERETICO & CORSARO"


 
Pasolini corsaro
di Pasquale Colizzi
da "Pier Paolo Pasolini. Tracce e voci"
speciale l'Unità novembre 2005

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La mia è una visione apocalittica.
Ma se accanto ad essa e all'angoscia
che la produce, non vi fosse in me anche

un elemento di ottimismo, il pensiero cioè
che esiste la possibilità di lottare
contro tutto questo, semplicemente

non sarei qui,tra voi, a parlare.
Pier Paolo Pasolini, Festa dell'Unità, estate 1974, Milano

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Polemista civile e politico di grande profondità, molto letto e criticato dall'intellighenzia, Pier Paolo Pasolini ebbe sempre un occhio alle persone semplici e l'altro alla vita politica del paese. Negli "Scritti corsari" e nelle "Lettere luterane", più che in altre opere, dove affrontò i temi dell'attualità ed ebbe la possibilità di commentare, rispondere, polemizzare su questioni specifiche, rivelò tutta la qualità "profetica" di molte sue tesi.

Come ha notato Alfonso Berardinelli, in quegli anni, scrivendo su giornali e riviste (soprattutto Il Corriere della Sera, il Tempo e il Mondo), sentiva di aver recuperato uno spazio perduto, per parlare del presente e futuro della società italiana, della fine irreversibile di una storia secolare e della sua classe dirigente. In una posizione anomala rispetto agli schieramenti del tempo, come intellettuale si pose sempre di traverso, tentando di provocare dubbi, di sconvolgere le certezze.
Spesso si rivolgeva direttamene al Palazzo. Coniò questo termine, che usò poi in tante occasioni, dopo aver letto l'Espresso (ma poteva essere qualsiasi altra rivista o giornale). Agosto '75, Ostia: "infuria la balneazione", scrive nella sua Lettera luterana e si chiede: "Come è diversa da me questa gente che scrive delle cose che interessano anche a me. Ma dov'è, dove vive?". Un interrogativo improvviso e una risposta si materializza: "Essa vive nel Palazzo". "Ormai è serio parlare soltanto dei loro intrighi, delle alleanze, delle congiure. Tutto il resto diventa minutaglia, brulichio, seconda scelta". I politici avevano iniziato ad esercitare un potere autoreferenziale e con loro, isolati dalla "cronaca", da ciò che accade nella realtà, gli intellettuali. "Certo" riconosce Pasolini "sono stati sempre cortigiani (...) di Palazzo. Ma sono stati anche populisti, neorealisti e addirittura rivoluzionari estremisti. Cosa che aveva creato in essi l'obbligo di occuparsi della "gente". Ora, se della "gente si occupano, ciò avviene sempre attraverso le statistiche (...) ".
Nasce così, venti giorni dopo sulle pagine del Mondo (e prosegue in diversi episodi sul Corriere), il suo atto d'accusa senza appello al potere politico di allora: la lettera luterana intitolata Bisognerebbe processare i gerarchi dc. Pasolini parte citando un aneddoto a suo modo ridicolo: Fanfani, lamentandosi di un suo protetto ingrato, racconta di quando questo ha gettato la giacca ai suoi piedi pur di ottenere un incarico ministeriale. Che poi gli è stata concesso.
"Davanti a questa confessione impudente nessuno si è scomposto" perché in sostanza tutto il mondo politico italiano è pronto ad accettare la continuità del potere democristiano, lo status quo. Per inciso, ricorda, il 10 marzo l'Espresso aveva pubblicato una telefonata tra Fanfani e Andreotti: si minacciavano a vicenda di rivelare finanziamenti e fatti poco chiari. Pasolini incredulo si chiede: "Possibile che nessun magistrato abbia la curiosità di in indagare?". Non si riesce a leggere nel complesso la degradazione e il deterioramento della realtà italiana: "nel Palazzo le dinamiche del potere si svolgono dentro compartimenti stagni (con nuovi poteri economici così forti da scavalcarle) mentre fuori cinquanta milioni di abitanti stanno subendo la più profonda mutazione culturale della loro storia".
Restano il Psi e il Pci, "due forze che hanno ancora "una interpretazione altra della realtà" (nel migliore dei casi) ma non ne fanno uso". A loro toccherebbe "processare Andreotti, Fanfani, Rumor e una mezza dozzina di potentati democristiani (compreso per correttezza qualche presidente della Repubblica) come Nixon anzi no, come è stato per Papadopulos".
Segnerebbe la fine di un periodo di "potere gestito in maniera chierico-fascista, sostanzialmente una continuità con il regime del ventennio". I capi d'accusa: "indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con petrolieri, banchieri, mafiosi, distruzione paesaggistica e urbanistica dell'Italia, uso illegale dei servizi segreti e collaborazione con la Cia, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (anche soltanto per incapacità di punirne gli esecutori)".
E ancora: "responsabilità per la condizione disastrosa di scuole e ospedali e della delittuosa stupidità della televisione, del decadimento della Chiesa". Gli italiani hanno il diritto di sapere "tutte queste cose insieme" e conoscerne i responsabili. Pasolini non si spiega se esista una "vocazione" a governare, come quella di scrivere o dipingere: "esiste però una responsabilità, e di questa bisogna rispondere". E nota: perchè tutti i processi sui diversi misteri italiani (tentativi di golpe, stragi, ecc.) "sono fermi come un cimitero? (...) Perchè porterebbero al Processo di cui parlo io".
Donat Cattin, allora ministro dell'Industria, batte un colpo. Ed è un boomerang. Risponde con un'intervista sul Mondo. Tenta di passare per quello onesto: "a Gioia Tauro ci furono intrallazzi, l'ho denunciato ad un settimanale ma hanno rifiutato di pubblicarlo perchè erano coinvolti socialisti". "Nella realtà", scrive Pasolini in una Lettera intitolata "Processo anche a Donat Cattin "un ministro che ha queste carte va da un magistrato non da un giornalista". Dalle parole del politico Pasolini ricava la sensazione "dell'uomo cui arrivi una lettera anonima sul tradimento della moglie". La pochezza del politico e la spazzatura sotto il tappeto della dc si disvela tra le righe.
Ma nel suo percorso di analisi, la condanna di un'intera classe politica e la richiesta di voltare pagina e far pagare i responsabili si giustifica, veemente, dopo che alla fine del '74 Pasolini pubblica sul Corriere un articolo di grande impatto. "Che cos'è questo golpe" diviene nei Corsari "Il romanzo delle stragi".
Con un effetto anche poetico di reiterazione del primo "Io so", l'intellettuale dichiara di conoscere "i responsabili di una serie di golpes istituiti a sistema di protezione del potere, (...) della strage di Milano del 12 dicembre 1969, di Brescia e Bologna dei primi mesi del 1974, (...) dei vecchi fascisti ideatori di golpes, dei neofascisti autori materiali delle stragi, (...) di chi ha gestito le opposte fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974), (...) i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della CIA (e in second'ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968 e in seguito (...) si sono ricostruiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum, (...) i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato disposizioni e assicurato protezione politica, (...) di personaggi comici come il generale Miceli (...).
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (...) ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire ciò che succede (...) di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani (...), che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero".
Se queste cose non vengono dette da chi le sa, giornalisti e politici, allora deve farlo un intellettuale "non compromesso nella pratica del potere e che non ha, per definizione, niente da perdere". Certo esiste anche una grande opposizione al potere, "un paese separato (...) che è la salvezza dell'Italia: il Partito comunista (...) un paese pulito in uno sporco, onesto in un paese disonesto, intelligente rispetto ad uno idiota, colto in un paese ignorante, umanistico in un paese consumistico".
Pasolini si chiede: "Ma perché se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi non fanno i nomi (...)?". Ebbene, proprio per questo "io non posso non pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana (...), io che credo alla politica, alla democrazia e i partiti, (...) attraverso la mia particolare ottica che è quella comunista".
"Qualcosa è accaduto una decina di anni fa. Lo chiamerò la scomparsa delle lucciole". Procedere per immagini poetiche è stata una delle caratteristiche del Pasolini saggista. Nel Corsaro del 1° febbraio del '75 delinea un prima, un durante e un dopo la scomparsa delle lucciole, a scandire i tempi della decadenza della classe politica democristiana, sorpassata da un fenomeno che non ha capito in tempo: "Il potere consumistico e la sua ideologia edonistica, (...) che ha imposto cambiamenti radicali fino ad accettare il divorzio e, potenzialmente tutto il resto, senza più limiti". "In Italia c'è un drammatico vuoto di potere. (...) Il potere reale procede senza di loro. (...) I democristiani coprono con manovre da automi e i loro sorrisi, il vuoto". "Prima della scomparsa (...) la continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è stata completa (...), con una maggioranza assoluta ottenuta attraverso ceti medi e masse contadine gestiti dal Vaticano. (...) I valori che contavano erano gli stessi: la Chiesa, la patria, la famiglia, l'obbedienza, la moralità. (...) Uguali nel provincialismo, rozzezza, ignoranza sia delle élites che delle masse". Dopo la scomparsa "questi valori nazionalizzati e quindi falsificati non contano più (...) sostituiti da 'valori' di un nuovo tipo di società (...) che poi ha prodotto la prima 'unificazione' reale del paese". "Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così (...) sono divenuti un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale". Ecco, di fronte "a questo disastro ecologico, economico, urbanistico, antropologico (...) quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) - chiosa Pasolini - sia chiaro: io, ancorchè multinazionale, darei l'intera Montedison per una lucciola".
L'analisi dell'evoluzione politica portata dal potere dirompente del consumismo ha il suo rovescio della medaglia tra gli italiani. Pasolini con passione, da tempo, illustra la sua critica alla modernizzazione, si potrebbe dire "a quel tipo" di modernizzazione. Nei Corsari è ripreso il famoso intervento alla Festa dell'Unità di Milano (estate del '74) che qui titola "Genocidio", perchè "senza carneficine o fucilazioni di massa, la distruzione di valori della società italiana porta alla soppressione di larghe zone della società stessa (...) quelle che vengono assimilate al modo di vita della borghesia". Come? Per esempio: "Un tipo di edonismo interclassista impone ai giovani di adeguarsi nel comportamento, nel vestire, nell'agire o nel gestire a ciò che vedono nella pubblicità che si riferisce, quasi razzisticamente, al modo di vita piccolo borghese (...) creando ansie e frustrazione in un giovane povero (...) che non può realizzare questo modello (...)". Ma perchè è accaduto? "A un certo punto il potere ha avuto bisogno di un tipo diverso di suddito, che fosse prima di tutto consumatore (...)". Ma il nodo sta nella "scissione che la classe dominante ha fatto tra sviluppo e progresso. "Si può concepire lo sviluppo senza il progresso, cosa mostruosa che viviamo in due terzi dell'Italia". Alla classe dominante interessa soltanto lo sviluppo, perché solo da lì trae profitto. Ma l'acuto osservatore disse di più: citò un discorso del prof. Cefis ai ragazzi dell'Accademia di Modena nel quale parlava di "un tipo di sviluppo come potere transnazionale o multinazionale, fondato su un esercizio non nazionale, tecnologicamente avanzatissimo ma estraneo alla realtà del proprio paese".
In mezzo a tutto questo non sfugge come sia centrale, nella visione pasoliniana della vita, il senso del sacro. Si trovò a scrivere in uno dei suoi fondi sul Corriere riportato nei Corsari: "Sono sempre più scandalizzato dall'assenza di senso del sacro nei miei contemporanei. (...) Uno dei luoghi comuni degli intellettuali progressisti è la desacralizzazione di tutto, e lo fanno contro i padri, spianando la pista di atterraggio al consumismo, sostituendo valori ad immagini del benessere".
Ma il suo era "un sacro "eretico", e la battaglia, che credevo sostenuta dai compagni di sinistra, persa". Da qui nacque l'abiura della "Trilogia della vita" (i suoi tre film: "Decameron", "I racconti di Canterbury" e "Il fiore delle mille e una notte") nella Lettera luterana del giugno '75: senza disconoscerne il valore e la paternità, Pasolini non può tacere che "quelle opere erano inserite nel disegno di lotta per la liberazione sessuale, (...) cioè il "diritto di esprimersi" attraverso l'arcaica violenza dei corpi e dei loro organi sessuali. Ma da tempo, ormai, la lotta progressista era stata vanificata per la decisione del potere consumistico di concedere una vasta (quanto falsa) tolleranza. (...) Così la liberazione, invece di portare felicità e leggerezza, ha reso i giovani infelici, chiusi e di conseguenza stupidamente presuntuosi e aggressivi".
Strettamente collegata quindi appare la sua posizione su coito e aborto. Con un titolo che fece discutere ("Sono contro l'aborto", Corriere, gennaio '75) l'intellettuale intervenne di prepotenza sul tema allora attualissimo dei referendum proposti dai radicali. Inizia precisando: "Io sono per gli otto referendum (...) ma sono traumatizzato dalla legalizzazione dell'aborto, perchè la considero, come molti, una legalizzazione dell'omicidio". "I radicali e gli altri progressisti che si battono in prima linea (...) lo riducono ad una pura praticità, da affrontare appunto con spirito pratico. Ma ciò (come essi sanno) è sempre colpevole". Il problema, secondo Pasolini, va affrontato a monte ed è costituito dal coito: "La libertà sessuale della maggioranza in realtà è una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un'ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità della vita del consumatore". È il nuovo potere consumistico che spinge quindi: "non gli interessa la coppia creatrice di prole (proletaria) ma una coppia consumatrice (piccolo borghese)". La vera liberazione sessuale dovrebbe riguardare quindi il coito: "anticoncezionali, pillole, tecniche amatorie diverse, una moderna morale dell'onore sessuale ecc. Basterebbe che tutto ciò fosse democraticamente diffuso dalla stampa e soprattutto dalla televisione e il problema dell'aborto verrebbe vanificato". "Tutto ciò è utopistico?".
Pasolini, come si trovò a scrivere, amava "coltivare l'atrocità del dubbio". Se è stato scomodo, provocatorio, mai conciliante, lo ha fatto per combattere i luoghi comuni, per accendere la ragione, lasciarla libera. Del resto Sciascia, che lo apprezzò come intellettuale, in sostanza gli riconobbe un'integrità che significa anche dover accettare il personaggio senza buttare via nulla: "Pasolini può contraddirsi, può sbagliare ma ragiona con una libertà che oggi (era il '74, ndr) pochi sono capaci di avere". Anzi la contraddizione in lui era una risorsa, non una paralisi.
Come l'omosessualità, "questa diversità che mi fece stupendo" come aveva scritto, che era vissuta come una sorta di accesso privilegiato in luoghi e circostanze negate alla borghesia. Di questo tabù per gli intellettuali di sinistra (fatta salva soltanto la stagione durata un anno del 1968), di questo male assoluto per i pensatori di destra Pasolini seppe coraggiosamente parlare. Sui Corsari si chiedeva "come mai in Italia nemmeno si affronti il problema, lo si rimuova mentre in Francia è uscito per esempio un libro di Daniel Baudry". E innescò una grande discussione commentando il modo scandalizzato in cui i giornali di entrambi gli schieramenti avevano trattato la notizia di un quindicenne di Milano arrestato per furto, messo per errore in un carcere di adulti, che per difendersi da due carcerati che volevano approfittare di lui ha dovuto sopportare la loro reazione violenta. "Posto che l'atto è abbietto", Pasolini si rende conto che ormai "la tolleranza del potere in campo sessuale era univoca ed eterosessuale". Ma soprattutto era conscio che "la cosa peggiore che poteva accadere era quella riassunta nel suicidio del protagonista omosessuale nel "Libro bianco" di Jean Cocteau: aveva capito che era intollerabile, per un uomo, l'essere tollerato".
Nelle ultime tre Lettere luterane, scritte a ridosso del 2 novembre del '75, quando fu ritrovato morto, Pasolini si serve della discussione intorno al delitto del Circeo per lanciare due proposte "per eliminare la criminalità in Italia bisogna (...) abolire immediatamente la scuola dell'obbligo e la televisione". "La scuola dell'obbligo è un'iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano cose inutili, false, stupide, moralistiche. (...) Senza la proiezione nel futuro di una reale cultura storica (...) le nozioni marciscono, nascono morte. (...) È meglio abolirla in attesa di tempi migliori: cioè di un altro sviluppo". "Quanto poi alla televisione non voglio spendere ulteriori parole: ciò che ho detto a proposito della scuola dell'obbligo va moltiplicato all'infinito". "Ogni apertura a sinistra sia della scuola che della televisione non sono serviti a nulla: la scuola e il video sono autoritari perchè statali". Poi la sua immagine poetica: "Un Quarticciolo senza abominevoli scuolette e abbandonato alle sue sere e alle sue notti, forse sarebbe aiutato a ritrovare un proprio modello di vita".
L'ultima Lettera luterana (il Mondo, 30 ottobre '75), fu scritta in risposta a Italo Calvino e si pone nel paesaggio delineato dall'osservatore e indagatore Pasolini come l'ultima profezia, quella "avveratasi". Perché è noto che tra l'orrendo crimine commesso da Angelo Izzo e gli amici al Circeo e la fine violenta, in mezzo al fango, del poeta Pasolini, ci sono anche le immagini appena finite di girare di "Salò o le 120 giornate di Sodoma". Nelle quali il Potere assoluto, senza più maschere, nel suo aspetto più violento, trascina i corpi di giovani ragazzi nei gironi dell'Inferno. Come il corpo del poeta, orrendamente sfregiato, riverso nel fango, rinvenuto all'alba del 2 novembre 1975 all'Idroscalo di Ostia.
 


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Genocidio di Pier Paolo Pasolini

"ERETICO & CORSARO"
 

 
Genocidio
di Pier Paolo Pasolini

["Si tratta di un intervento orale alla Festa dell’Unità di Milano (Estate 1974). La stesura scritta è dovuta alla redazione di “Rinascita”. Vi si sente la mia “voce” ed è per questo che non escludo dal volume questo scritto ripetitivo e ostinato". - Pubblicato su “Rinascita” il 27 settembre 1974 - Ora in Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975]


Vorrete scusare qualche mia imprecisione o incertezza terminologica. La materia - si è premesso - non è letteraria, e disgrazia o fortuna vuole che io sia un letterato, e che perciò non possegga soprattutto linguisticamente i termini per trattarla. E ancora una premessa: ciò che dirò non è frutto di un’esperienza politica nel senso specifico, e per così dire professionale della parola, ma di un’esperienza che direi quasi esistenziale.

Dirò subito, e l’avrete già intuito, che la mia tesi è molto più pessimistica, più acremente e dolorosamente critica di quella di Napolitano. Essa ha come tema conduttore il genocidio: ritengo cioè che la distruzione e sostituzione di valori nella società italiana di oggi porti, anche senza carneficine e fucilazioni di massa, alla soppressione di larghe zone della società stessa. Non è del resto un’affermazione totalmente eretica o eterodossa. C’è già nel Manifesto di Marx un passo che descrive con chiarezza e precisione estreme il genocidio ad opera della borghesia nei riguardi di determinati strati delle classi dominate, soprattutto non operai, ma sottoproletari o certe popolazioni coloniali. Oggi l’Italia sta vivendo in maniera drammatica per la prima volta questo fenomeno: larghi strati, che erano rimasti per così dire fuori della storia - la storia del dominio borghese e della rivoluzione borghese - hanno subito questo genocidio, ossia questa assimilazione al modo e alla qualità di vita della borghesia.

Come avviene questa sostituzione di valori? Io sostengo che oggi essa avviene clandestinamente, attraverso una sorta di persuasione occulta. Mentre ai tempi di Marx era ancora la violenza esplicita, aperta, la conquista coloniale, l’imposizione violenta, oggi i modi sono molto più sottili, abili e complessi, il processo è molto più tecnicamente maturo e profondo. I nuovi valori vengono sostituiti a quelli antichi di soppiatto, forse non occorre nemmeno dichiararlo dato che i grandi discorsi ideologici sono pressoché sconosciuti alle masse (la televisione, per fare un esempio su cui tornerò, non ha certo diffuso il discorso di Cefis agli allievi dell’Accademia di Modena).

Mi spiegherò meglio tornando al mio solito modo di parlare, cioè quello del letterato. In questi giorni sto scrivendo il passo di una mia opera in cui affronto questo tema in. modo appunto immaginoso, metaforico: immagino una specie di discesa agli inferi, dove, il protagonista, per fare esperienza del genocidio di cui parlavo, percorre la strada principale di una borgata di una grande città meridionale, probabilmente Roma, e gli appare una serie di visioni ciascuna delle quali corrisponde a una delle strade trasversali che sboccano su quella centrale. Ognuna di esse è una specie di bolgia, di girone infernale della Divina Commedia: all’imbocco c’è un determinato modello di vita messo lì di soppiatto dal potere, al quale soprattutto i giovani, e più ancora i ragazzi, che vivono nella strada, si adeguano rapidamente. Essi hanno perduto il loro antico modello di vita, quello che realizzavano vivendo e di cui in qualche modo erano contenti e persino fieri anche se implicava tutte le miserie e i lati negativi che c’erano ed erano - sono d’accordo - quelli qui elencati da Napolitano: e adesso cercano di imitare il modello nuovo messo lì dalla classe dominante di nascosto. Naturalmente, io elenco tutta una serie di modelli di comportamento, una quindicina, corrispondenti a dieci gironi e cinque bolgie. Accennerò, per brevità, solo a tre; ma premetto ancora che la mia è una città del centro-sud, e il discorso vale solo relativamente per la gente che vive a Milano, a Torino, a Bologna ecc.

Per esempio, c’è il modello che presiede a un certo edonismo interclassista, il quale impone ai giovani che incoscientemente lo imitano, di adeguarsi nel comportamento, nel vestire, nelle scarpe, nel modo di pettinarsi o di sorridere, nell’agire o nel gestire a ciò che vedono nella pubblicità dei grandi prodotti industriali: pubblicità che si riferisce, quasi razzisticamente, al modo di vita piccolo-borghese. I risultati sono evidentemente penosi, perché un giovane povero di Roma non è ancora in grado di realizzare questi modelli, e ciò crea in lui ansie e frustrazioni che lo portano alle soglie della nevrosi. Oppure, c’è il modello della falsa tolleranza, della permissività. Nelle grandi città e nelle campagne del centro-sud vigeva ancora un certo tipo di morale popolare, piuttosto libero, certo, ma con tabù che erano suoi e non della borghesia, non l’ipocrisia, ad esempio, ma semplicemente una sorta di codice a cui tutto il popolo si atteneva. A un certo punto il potere ha avuto bisogno di un tipo diverso di suddito, che fosse prima di tutto un consumatore, e non era un consumatore perfetto se non gli si concedeva una certa permissività in campo sessuale. Ma anche a questo modello il giovane dell’Italia arretrata cerca di adeguarsi in modo goffo, disperato e sempre nevrotizzante. O infine un terzo modello, quello che io chiamo dell’afasia, della perdita della capacità linguistica. Tutta l’Italia centro-meridionale aveva proprie tradizioni regionali, o cittadine, di una lingua viva, di un dialetto che era rigenerato da continue invenzioni, e all’interno di questo dialetto, di gerghi ricchi - di invenzioni quasi poetiche: a cui contribuivano tutti, giorno per giorno, ogni serata nasceva una battuta nuova, una spiritosaggine, una parola imprevista; c’era una meravigliosa vitalità linguistica. Il modello messo ora lì dalla classe dominante li ha bloccati linguisticamente: a Roma, per esempio, non si è più capaci di inventare, si è caduti in una specie di nevrosi afasica; o si parla una lingua finta, che non conosce difficoltà e resistenze, come se tutto fosse facilmente parlabile - ci si esprime come nei libri stampati - oppure si arriva addirittura alla vera e propria afasia nel senso clinico della parola; si è incapaci di inventare metafore e movimenti linguistici reali, quasi si mugola, o ci si danno spintoni, o si sghignazza senza saper dire altro.

Questo solo per dare un breve riassunto della mia visione infernale, che purtroppo io vivo esistenzialmente. Perché questa tragedia in almeno due terzi d’Italia? Perché questo genocidio dovuto all’acculturazione imposta subdolamente dalle classi dominanti? Ma perché la classe dominante ha scisso nettamente «progresso» e «sviluppo». Ad essa interessa solo lo sviluppo, perché solo da lì trae i suoi profitti. Bisogna farla una buona volta una distinzione drastica tra i due termini: «progresso» e «sviluppo». Si può concepire uno sviluppo senza progresso, cosa mostruosa che è quella che viviamo in circa due terzi d’Italia; ma in fondo si può concepire anche un progresso senza sviluppo, come accadrebbe se in certe zone contadine si applicassero nuovi modi di vita culturale e civile anche senza, o con un minimo di sviluppo materiale. Quello che occorre - ed è qui a mio parere il ruolo del partito comunista e degli intellettuali progressisti - è prendere coscienza di questa dissociazione atroce e renderne coscienti le masse popolari perché appunto essa scompaia, e sviluppo e progresso coincidano.

Qual è invece lo sviluppo che questo potere vuole? Se volete capirlo meglio, leggete quel discorso di Cefis agli allievi di Modena che citavo prima, e vi troverete una nozione di sviluppo come potere multinazionale - o transnazionale come dicono i sociologhi - fondato fra l’altro su un esercito non più nazionale, tecnologicamente avanzatissimo, ma estraneo alla realtà del proprio paese. Tutto questo dà un colpo di spugna al fascismo tradizionale, che si fondava sul nazionalismo o sul clericalismo, vecchi ideali, naturalmente falsi; ma in realtà si sta assestando una forma di fascismo completamente nuova e ancora più pericolosa. Mi spiego meglio. È in corso nel nostro paese, come ho detto, una sostituzione di valori e di modelli, sulla quale hanno avuto grande peso i mezzi di comunicazione di massa e in primo luogo la televisione. Con questo non sostengo affatto che tali mezzi siano in sé negativi: sono anzi d’accordo che potrebbero costituire un grande strumento di progresso culturale; ma finora sono stati, così come li hanno usati, un mezzo di spaventoso regresso, di sviluppo appunto senza progresso, di genocidio culturale per due terzi almeno degli italiani. Visti in questa luce, anche i risultati del 12 maggio contengono un elemento di ambiguità. Secondo me ai «no»
* ha contribuito potentemente anche la televisione, che, ad esempio, in questi vent’anni ha nettamente svalutato ogni contenuto religioso: oh sì, abbiamo visto spesso il Papa benedire, i cardinali inaugurare, abbiamo visto processioni e funerali, ma erano fatti controproducenti ai fini della coscienza religiosa. Di fatto, avveniva invece, almeno a livello inconscio, un profondo processo di laicizzazione, che consegnava le masse del centro-sud al potere dei mass-media e attraverso questi all’ideologia reale del potere: all’edonismo del potere consumistico.

Per questo mi è accaduto di dire - in maniera troppo violenta ed esagitata, forse - che nel «no» vi è una doppia anima: da una parte un progresso reale e cosciente, in cui i comunisti e la sinistra hanno avuto un grande ruolo; dall’altra un progresso falso, per cui l’italiano accetta il divorzio per le esigenze laicizzanti del potere borghese: perché chi accetta il divorzio è un buon consumatore. Ecco perché, per amore di Verità e per senso dolorosamente critico, io posso giungere anche a una previsione di tipo apocalittico, ed è questa: se dovesse prevalere, nella massa dei «no», la parte che vi ha avuto il potere, sarebbe la fine della nostra società. Non accadrà, perché appunto in Italia c’è un forte Partito comunista, c’è una intelligencija abbastanza avanzata e progressista; ma il pericolo c’è. La distruzione di valori in corso non implica una immediata sostituzione di altri valori, col loro bene e il loro male, col necessario miglioramento del tenore di vita e insieme con un reale progresso culturale. C’è, nel mezzo, un momento di imponderabilità, ed è appunto quello che stiamo vivendo; e qui sta il grande, tragico pericolo. Pensate a cosa può significare in queste condizioni una recessione e non potete certo non rabbrividire se vi si affaccia anche per un istante il parallelo - forse arbitrario, forse romanzesco - con la Germania degli anni trenta. Qualche analogia il nostro processo di industrializzazione degli ultimi dieci anni con quello tedesco di allora ce l’ha: fu in tali condizioni che il consumismo aprì la strada; con la recessione del ‘20, al nazismo.

Ecco l’angoscia di un uomo della mia generazione, che ha visto la guerra, i nazisti, le SS, che ne ha subito un trauma mai totalmente vinto. Quando vedo intorno a me i giovani che stanno perdendo gli antichi valori popolari e assorbono i nuovi modelli imposti dal capitalismo, rischiando così una forma di disumanità, una forma di atroce afasia, una brutale assenza di capacità critiche, una faziosa passività, ricordo che queste erano appunto le forme tipiche delle SS: e vedo così stendersi sulle nostre città l’ombra orrenda della croce uncinata. Una visione apocalittica, certamente, la mia. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare.


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Pier Paolo Pasolini, Israele - «Nuovi Argomenti», n,s., 6, aprile-giugno 1967

"ERETICO & CORSARO"
 

Israele
Giuro sul Corano che io amo gli arabi quasi come mia madre. Sono in trattative per comprare una casa in Marocco e andarmene là. Nessuno dei miei amici comunisti lo farebbe, per un vecchio, ormai tradizionale e mai ammesso odio contro i sottoproletariati e le popolazioni povere. Inoltre forse tutti i letterati italiani possono essere accusati di scarso interesse intellettuale per il Terzo Mondo: non io. Infine, in questi versi, scritti nel ‘63, come è fin troppo facile vedere, sono concentrati tutti i motivi di critica a Israele di cui è ora piena la stampa comunista.

Ho vissuto dunque, nel ‘63, la situazione ebraica e quella giordana di qua e di là del confine. Nel Lago di Tiberiade e sulle rive del Mar Morto ho passato ore simili soltanto a quelle del ‘43, ‘44: ho capito, per mimesi, cos’è il terrore dell’essere massacrati in massa. Così da dover ricacciare le lacrime in fondo al mio cuore troppo tenero, alla vista di tanta gioventù, il cui destino appariva essere appunto solo il genocidio. Ma ho capito anche, dopo qualche giorno ch’ero là, che gli israeliani non si erano affatto arresi a tale destino. (E così, oltre ai miei vecchi versi, chiamo ora a testimone anche Carlo Levi, a cui la notte seguente l’inizio delle ostilità, ho detto che non c’era da temere per Israele, e che gli israeliani entro quindici venti giorni sarebbero stati al Cairo.) È dunque da un misto di pietà e di disapprovazione, di identificazione e di dubbio, che sono nati quei versi del mio diario israeliano.

Ora, in questi giorni, leggendo «l’Unità» ho provato lo stesso dolore che si prova leggendo il più bugiardo giornale borghese. Possibile che i comunisti abbiano potuto fare una scelta così netta? Non era questa finalmente, l’occasione giusta per loro di «scegliere con dubbio» che è la sola umana di tutte le scelte? Il lettore dell’«Unità» non ne sarebbe cresciuto? Non avrebbe finalmente pensato - ed è il minimo che potesse fare - che nulla al mondo si può dividere in due? E che egli stesso è chiamato a decidere sulla propria opinione? E perché invece «l’Unità» ha condotto una vera e propria campagna per «creare» un’opinione? Forse perché Israele è uno Stato nato male? Ma quale Stato, ora libero e sovrano, non è nato male? E chi di noi, inoltre, potrebbe garantire agli Ebrei che in Occidente non ci sarà più alcun Hitler o che in America non ci saranno nuovi campi di concentramento per drogati, omosessuali e... ebrei? O che gli ebrei potranno continuare a vivere in pace nei paesi arabi?

Forse possono garantire questo il direttore dell’«Unità», o Antonello Trombadori o qualsiasi altro intellettuale comunista? E non è logico che, chi non può garantire questo, accetti, almeno in cuor suo, l’esperimento dello Stato d’Israele, riconoscendone la sovranità e la libertà? E che aiuto si dà al mondo arabo fingendo di ignorare la sua volontà di distruggere Israele? Cioè fingendo di ignorare la sua realtà? Non sanno tutti che la realtà del mondo arabo, come la realtà della gran parte dei paesi in via di sviluppo - compresa in parte l’Italia - ha classi dirigenti, polizie, magistrature, indegne? E non sanno tutti che, come bisogna distinguere la nazione israeliana dalla stupidità del sionismo, così bisogna distinguere i popoli arabi dall’irresponsabilità del loro fanatico nazionalismo? L’unico modo per essere veramente amici dei popoli arabi in questo momento, non è forse aiutarli a capire la politica folle di Nasser, che non dico la storia, ma il più elementare senso comune ha già giudicato e condannato? O quella dei comunisti è una sete insaziabile di autolesionismo? Un bisogno invincibile di perdersi, imboccando sempre la strada più ovvia e più disperata?

Così che il vuoto che divide gli intellettuali marxisti dal Partito comunista debba farsi sempre più incolmabile?

P.P.Pasolini
«Nuovi Argomenti», n,s., 6, aprile-giugno 1967


 
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Pasolini, Poesie a Casarsa - Lettera a Francesco Arcangeli e copia volume con dedica.

"ERETICO & CORSARO"

(Antonio Russi, Poesie a Casarsa di Pier Paolo Pasolini,             
«Primato», a. IV, n. 13, 1° luglio 1943, p. 239.
BCABo, collocazione 19/271.
Dopo aver rifiutato la recensione di Gianfranco Contini,
poi pubblicata sul «Corriere del Ticino», la rivista fondata
e diretta da Giuseppe Bottai pubblica una recensione
di Poesie a Casarsa nel luglio del 1943.)
 


Il 21 settembre 1942, P.P.Pasolini a Francesco Arcangeli:
"Insieme a questa lettera vi arriverà anche un libretto,
«Poesie a Casarsa», che è il mio primo libretto di poesia".


Copia autentica del volume di Poesie a Casarsa inviato da Pasolini a Francesco Arcangeli (con dedica)(per ingrandire clicca sull'immagine). Il volume fa parte del fondo Arcangeli, ed è una delle 75 copie fuori commercio che Pasolini fece stampare per distribuirle ad amici e..., ha una dedica di Pier Paolo Pasolini "Ai prof. Francesco e Gaetano Arcangeli". L'Archiginnasio di Bologna conserva anche la lettera di Pasolini, scritta a Casarsa il 21 settembre 1942, che accompagnava l'invio di Poesie a Casarsa a Francesco Arcangeli.





(L'Archiginnasio di Bologna conserva una lettera di Pasolini, scritta a Casarsa il 21 settembre 1942, che accompagnava l'invio di una copia di Poesie a Casarsa a Francesco Arcangeli: "Insieme a questa lettera vi arriverà anche un libretto, «Poesie a Casarsa», che è il mio primo libretto di poesia". La lettera è stata pubblicata in Dario Trento, Francesco Arcangeli e Pier Paolo Pasolini tra arte e letteratura nelle riviste bolognesi degli anni Quaranta, «Arte a Bologna», 2 (1992), p. 170.
BCABo,Fondo speciale Angelo, Gaetano, Bianca e Francesco Arcangeli, Francesco Arcangeli, Corrispondenza ricevuta. Archivio)



Fonte:
http://badigit.comune.bologna.it/mostre/pasolini42/casarsa.htm

 
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