martedì 23 febbraio 2016

Fascisti: padri e figli - da Le belle bandiere di Pier Paolo Pasolini

"ERETICO & CORSARO"



Fascisti: padri e figli
di Pier Paolo Pasolini

Signor Pasolini, perché tante giovani menti vengono attratte dal pericolo dell’idea fascista? Vivendo in una società di giovani, noi ci poniamo questa domanda e non sappiamo rispondere. 

Michele Brucculeri, Daniele Squinzani - Torino



Le racconto un caso personale, un esempio.
Lei forse saprà o immaginerà come la mia vita sia funestata da una serie di doveri inutili. Un rispondere a vuoto a domande fatte a vuoto. Il vivere cioè in parte nel mondo della pseudo-cultura, o come dice più esplicitamente la mia amica EIsa Morante, dell’irrealtà.
Devo questo alla parte pubblica della mia vita: a quel tanto di me che non mi appartiene, e che è divenuto come una maschera da Nuovo Teatro dell’Arte; un mostro che deve essere quello che il pubblico vuole che sia. Io cerco di lottare, donchisciottescamente, contro questa fatalità che mi toglie a me stesso, mi rende automa da rotocalco, e finisce poi per riflettersi su me stesso, come una malattia. Ma pare che non ci sia nulla da fare. Il successo è, per una vita morale e sentimentale, qualcosa di orrendo, e basta.
Molti, troppi giornalisti hanno finito col rappresentare, un po’ alla volta, questo mondo nemico che vuole che i suoi personaggi siano come lui crede che siano. E, un po’ alla volta, ho finito col provare, verso di loro, una specie di rancore, di risentimento oscuro, di patologica irritazione; solo la vista di un’edicola, in certi momenti della giornata, può farmi star male.
Bene, questo è un preambolo. Avrei potuto tenerlo anche per me, è vero. Ma lei mi comprenda.
Munito di questa prevenzione, di questa avversione sorda e dolorosa, non avrei voluto farmi intervistare, alcune settimane fa, per un rotocalco molto diffuso. Ho resistito a lungo. Poi ho ceduto, un po’ per debolezza (non sono capace di ostinarmi a negare un favore), un po’ per ingenuità (mi illudo sempre che le cose possano andar meglio di quanto si prevede per esperienza). Così mi sono fatto intervistare da una giornalista: una signora ancora giovane, un po’ pallida, ma dura di lineamenti: una tipica donna che viene dalla provincia e vive sola, del suo lavoro.
Ne ho avuto un’impressione buona: e non potevo tradire il rispetto che provavo per lei, dandole un’intervista di maniera, calcolata, fredda. Ho chiacchierato come con un’amica. Era anche il mio primo giorno di vacanza, dopo il lungo lavoro del doppiaggio di Mamma Roma: ero abbastanza di buon umore. Sono andato a prenderla a casa sua, in un bianco e bruciante lungotevere, siamo corsi festosamente per la via del Mare, verso Ostia, abbiamo fatto il bagno, in quella pace che è quasi un frastuono dei giorni più puri dell’estate. E abbiamo chiacchierato, un po’ di tutto, di letteratura, di cinema, di noi. Per quanto mi consentiva la mia eterna timidezza, io cercavo di essere del tutto sincero con lei: e lo ero senza fatica, in realtà. Forse perché lei conosceva il suo mestiere, come un buon medico, un buon avvocato: che sanno ascoltare e farti dire, quasi col silenzio, quello che è necessario tu dica. Io me ne rendevo conto, e lo rispettavo, quel suo mestiere: era un titolo di merito, per lei, di fronte a me.
Anche lei, del resto, mi parlava di se stessa, dei suoi problemi: la storia del suo matrimonio, la storia del suo lavoro: e suo figlio.
Ecco, suo figlio, un adolescente di quattordici o quindici anni, nato da un matrimonio felice-infelice, e ora solo con lei: un figlio fascista.
Perché era fascista? Forse per protesta contro di lei: l’eterna polemica dei figli contro i genitori, quando i genitori, in qualche modo, sono oggetto di una elementare ed inconscia condanna morale. O forse perché abbandonato a se stesso per molti mesi, con una governante indifferente, in un quartiere perbene della città, con compagni di scuola ricchi e stupidi e, praticamente, tutti fascisti. Una serie di concomitanze. Per creare questo fatto assurdo, doloroso: da far stringere i pugni di rabbia, da far venire un nodo alla gola per l’esasperazione.
Lei, la madre, era preoccupata: come di un piccolo. dramma familiare e sociale. Mi diceva che stava lottando, col figlio, cercando di non prevaricare, di non ricattarlo in nome dell’autorità di madre o dell’esperienza. Era difficile, insomma. L’aveva portato a vedere All’armi siam fascisti [1], e, sperava, non senza qualche buon risultato. Il duce, almeno, era apparso al ragazzo come una figura un po’ pazzesca e ridicola.
Poi il discorso sul figlio cadde, secondo la souplesse mondana di colloqui del genere, e passammo ad altro.
Così quella ragazza dal volto nudo e duro, scomparve, con la prima giornata di vacanza dell’estate, dalla mia complicata esistenza.
Qualche settimana dopo, uscì il suo pezzo sul rotocalco. Era quanto di più offensivo si potesse scrivere nei miei riguardi: offensivo perché scritto non dal solito imbecille che mi detesta in nome dei suoi padroni reali o immaginari, ma da una persona educata, civile, a un livello giornalistico buono. Mi offendeva il fatto di veder ribaditi, da quella persona che mi era parsa rispettabile, tutti i luoghi comuni che persone indegne di ogni rispetto hanno accumulato su me, per farne quella maschera da Nuovo Teatro dell’Arte che dicevo: le «esperienze violente», la «poesia maudite», l’abilità affaristica, la gratuità dell’uso del dialetto e del gergo. Giudizi da provinciale e da ignorante, che, quasi per inerzia, la mia amica di un giorno ha ripetuto con l’ebbrezza che dà l’ammiccare attraverso il luogo comune con dei sordidi complici. 

Ecco un’operazione fascista: ma fascista nel fondo, nei ripostigli più segreti dell’anima. L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società. 
In fondo, il figlio è meno fascista della madre: o, almeno, nel suo fascismo c’è qualcosa di nobile, di cui egli stesso non può essere certamente conscio: una protesta, una rabbia. Nella sua onestà di adolescente, egli capisce che il mondo in cui vive è, nel fondo, atroce: e vi si scaglia contro, con la forza dello scandalo che dà a un ragazzo la sua idea del fascismo. Il fascismo della madre invece è cedimento morale, complicità con la manipolazione artificiale delle idee con cui il neocapitalismo sta formando il suo nuovo potere.
Confesso che ho provato un momento di rabbia quasi poetica, contro quella madre. E mi è venuto fatto di pensare che quel figlio fascista lei se lo meritava, era giusto: era una fatalità che aveva in sé un equilibrio perfetto tra il dare e l’avere. E anzi, mi è venuto anche l’impeto, subito represso, perché infine cattivo, di scrivere un epigramma; un epigramma con cui augurare ai miei nemici borghesi dei figli fascisti. Che vi vengano figli fascisti - questa la nuova maledizione - figli fascisti, che vi distruggano con le idee nate dalle vostre idee, l’odio nato dal vostro odio.

n. 36 a. XVII, 6 settembre 1962


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
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Le mura di Sana'a, di Pier Paolo Pasolini

"ERETICO & CORSARO"

 (Le immagini utilizzate per questa composizione sono di Roberto Villa).

 
"In nome degli uomini semplici che la povertà ha mantenuto puri".

"In nome della grazia dei secoli oscuri".

"In nome della scandalosa forza rivoluzionaria del passato".
 
  
Un uomo sta su un altare in mezzo al campo e schiocca una frusta, tiene lontani i passeri che vogliono saccheggiare il raccolto. In questa immagine d’apertura delle "Mura di Sana’a", nella figura di questo spaventapasseri vivente a cui il documentario è dedicato, è racchiuso il messaggio del filmato del 1971. Con gli scarti di pellicola che gli sono rimasti Pier Paolo Pasolini fotografa la corruzione della modernità che sta intaccando il Medioevo che si è miracolosamente salvato nella capitale dello Yemen.
 

Le mura di Sana'a.



“Era l'ultima domenica che passavamo a Sana'a, capitale dello Yemen del Nord. Avevo un po' di pellicola avanzata dalle riprese del film. Teoricamente non avrei dovuto possedere l'energia per mettermi a fare anche questo documentario; e neanche la forza fisica, che è il requisito minimo. Invece energia e forza fisica mi son bastate, o perlomeno le ho fatte bastare.

Ci tenevo troppo a girare questo documento.

“Si tratterà forse di una deformazione professionale, ma i problemi di Sana'a li sentivo come problemi miei. La deturpazione che come una lebbra la sta invadendo, mi feriva come un dolore, una rabbia, un senso di impotenza e nel tempo stesso un febbrile desiderio di far qualcosa, da cui sono stato perentoriamente costretto a filmare [...] Ma è chiaro che se volessi veramente ottenere qualcosa, dovrei dedicare a questo scopo la mia intera vita. Son cose che qualche volta si pensano ma poi non si fanno. Frustrazione terribile, ma consolata dal pensiero che ci sono persone che, in realtà, per mestiere dovrebbero occuparsi di questi problemi e che dunque la responsabilità è dovuta a loro [...] “Ma intanto ogni giorno che passa è un pezzo delle mura di Sana'a che crolla o vien nascosto da una catapecchia 'moderna'. [...] È uno dei miei sogni occuparmi di salvare Sana'a ed altre città, i loro centri storici: per questo sogno mi batterò, cercherò che intervenga l'Unesco”.

P.P.Pasolini


Per contribuire alla difesa dello Yemen Pasolini realizzò nel 1971 il cortometraggio Le mura di Sana’a, documentario in forma di appello all’ Unesco.

Il filmato non è mai uscito nei circuiti commerciali; è stato trasmesso dalla Rai il 16 febbraio 1971 e replicato nel 1997". 

Girò inoltre in Yemen alcuni dei suoi momenti cinematografici più alti  come ad esempio Il fiore delle Mille e una notte.


 
L'appello


«Ci rivolgiamo all’Unesco perché aiuti lo Yemen a salvarsi dalla sua distruzione, cominciata con la distruzione delle mura di Sana’a. 

Ci rivolgiamo all’Unesco perché aiuti lo Yemen ad avere coscienza della sua identità e del paese prezioso che esso è. 

Ci rivolgiamo all’Unesco perché contribuisca a fermare una miseranda speculazione in un paese dove nessuno la denuncia. 

 Ci rivolgiamo all’Unesco perché trovi la possibilità di dare a questa nuova nazione la coscienza di essere un bene comune dell’umanità, e di dover proteggersi per restarlo.

 Ci rivolgiamo all’Unesco perché intervenga finché è in tempo a convincere una ancora ingenua classe dirigente che la sola ricchezza dello Yemen è la sua bellezza; che conservare tale bellezza significa oltretutto possedere una risorsa economica che non costa nulla, e che lo Yemen è in tempo a non commettere gli errori commessi dagli altri paesi.

 Ci rivolgiamo all’Unesco in nome della vera se pur ancora inespressa volontà del popolo yemenita, in nome degli uomini semplici che la povertà ha mantenuto puri, in nome della grazia dei secoli oscuri, in nome della scandalosa forza rivoluzionaria del passato».

P.P.Pasolini 

(Solo nel 1986 la capitale dello Yemen è stata dichiarata dall'Unesco Patrimonio dell'umanità).
 
Il Video:
 
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