venerdì 15 aprile 2016

Pasolini, attacco al Potere - Introduzione

"ERETICO & CORSARO"




Pasolini, attacco al potere

Ovvero, processo alla DC.

I post che formeranno quella che è un' analisi di quanto è accaduto tra il 1974 e la notte tra il l'1 e il 2 novembre del 1975, sono un lavoro collettivo fatto dagli editori della pagina facebook





Indice del lavoro > Qui



( Man mano che i post si aggiungeranno a formare l'insieme di questo lavoro, verranno aggiunti qui - probabilmente alla fine del lavoro sarà necessario creare una pagina indice.)



Introduzione

 
Rileggere Lettere Luterane oggi complica mortalmente ogni rapporto con la parola speranza. E da qui le parole di Pasolini in una sua poesia:


Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.



(Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo, 1961)
Pasolini ha sempre attuato nel suo lavoro intellettuale, soprattutto di analisi critica, un percorso di strategia comunicativa e di espressione che muoveva da una forte motivazione che gli era suscitata dalla realtà. Il nucleo di ogni problematica esaminata veniva subito focalizzato e posto in relazione con una rete di argomenti che ruotavano secondo cerchi concentrici, ma che alla fine riconducevano con stretto rigore logico alla tesi introduttiva.
Tutti i suoi interventi pubblici e gli articoli sul "Corriere della sera" e sul "Mondo" sono in realtà dei teoremi, in cui è praticamente impossibile non ravvisare l'ipotesi alla base dell'impianto razionale, seguita ad un'osservazione diretta della realtà, svolta sul campo, i cui dati sono raccolti con meticolosità senza risparmio di constatazioni personali, che venivano sorrette da puntuale documentazione. Le conclusioni dei suoi articoli risultano lo specchio fedele delle tesi annunciate ed esposte ampiamente nelle parti iniziali. Ma Pasolini è uno scrittore e poeta, oltre che regista cinematografico, pertanto non può circoscrivere le sue analisi nel solo ambito giornalistico: non è un caso infatti che, quando affrontiamo una tematica, i rimandi a tutta l'arte di Pasolini si fanno più fitti e densi di significati, veicolati dalla molteplicità di segni che devono essere decodificati per essere ricondotti ad una visione d'insieme, che non è mai esaustiva, ma apre a nuovi orizzonti di conoscenza e comprensione. Per tali motivi, Pasolini può essere ritenuto uno sperimentatore di metodo, le cui fasi, soprattutto sono disposte ad ogni possibile cambiamento e rimodulazione a seconda delle esigenze e comunicative dell'Autore, sempre in costante rapporto diretto con la materia spesso magmatica della realtà analizzata. Pasolini non si chiude mai un recinto, è disposto a cambiare, ad "abiurare", a riconsiderare, non fossilizzandosi mai in preconcetti stabiliti una volta per tutte. Vede il mondo in un divenire inesorabile verso la fine della sua Storia con la fase neo-capitalistica, che oggi sperimentiamo con il potere neo-liberista e finanziario, con tutte le sue implicazioni concernenti i rapporti di classe, che sicuramente il Poeta avrebbe seguito con il consueto studio analitico e con continui rimandi alla pluralità dei linguaggi dei quali è intessuta l'intera sua opera.

Una dichiarazione di metodo fa da "nota introduttiva" agli "Scritti Corsari" ed è lo stesso Pasolini che fornisce le chiavi di lettura del suo lavoro che è, a mio avviso, un vero e proprio ordito in cui si intrecciano tutti i contributi del suo pensiero creativo e visionario, estremamente attuale.


" La ricostruzione di questo libro è affidata al lettore. È lui che deve rimettere insieme i frammenti di un'opera dispersa e incompleta. È lui che deve ricongiungere passi lontani che però si integrano. È lui che deve organizzare i momenti contraddittori ricercandone la sostanziale unitarietà. È lui che deve eliminare le eventuali incoerenze ( ossia ricerche o ipotesi abbandonate ). È lui che deve sostituire le ripetizioni con le eventuali varianti ( o altrimenti accepire le ripetizioni come delle appassionate anafore ).
Ci sono davanti a lui due serie di scritti, le cui date, incolonnate, più o meno corrispondono: una serie di scritti primi, e una più umile serie di scritti integrativi, corroboranti, documentari. L'occhio deve evidentemente correre dall'una all'altra serie.


Mai mi è capitato nei miei libri, più che in questo di scritti giornalistici, di pretendere dal lettore un così necessario fervore filologico. Il fervore meno diffuso del momento. Naturalmente, il lettore è rimandato anche altrove che alle serie di scritti contenuti nel libro. Per esempio, ai testi degli interlocutori con cui polemizzo o a cui con tanta ostinazione replico o rispondo. Inoltre, all'opera che il lettore deve ricostruire, mancano del tutto dei materiali, che sono peraltro fondamentali. Mi riferisco soprattutto a un gruppo di poesie italo-friulane. Circa nel periodo che comprende, nella prima serie, l'articolo sul discorso dei blue-jeans Jesus (17-5-1973) e quello sul mutamento antropologico degli italiani ( 10 -6-1974), e, nella serie parallela, la recensione a 'Un po' di febbre ' di Sandro Penna ( 10-6-1973 ), e quella a 'Io faccio il poeta' di Ignazio Buttitta ( 11-1-1974) - è uscito sul  Paese Sera ( 5-1-1974 ) - seguendo una nuova mia tradizione appunto italo-friulana, inaugurata sulla Stampa ( 16- 12- 1973) - un certo gruppo di testi poetici che costituiscono un nesso essenziale non solo tra le due serie ma anche all'interno della stessa serie prima, cioè del discorso più attualistico di questo libro. Non potevo raccogliere qui quei versi, che non sono corsari ( o lo sono molto di più ). Dunque il lettore è rimandato ad essi, sia nelle sedi già citate, sia nella nuova sede in cui hanno trovato collocazione definitiva, ossia 'La nuova gioventù' )Einaudi Editore, 1975)".
( Nota introduttiva a Scritti Corsari)
(Maria Vittoria Chiarelli)






Spunti di riflessione

[...]perché le passioni sono senza soluzioni e senza alternative...





«Dov'è questa rivoluzione antropologica di cui tanto scrivo per gente tanto consumata nell'arte di ignorare?» E mi rispondo: «Eccola». Infatti la folla intorno a me, anziché essere la folla plebea e dialettale di dieci anni fa, assolutamente popolare, è una folla infimo-borghese, che sa di esserlo, che vuole esserlo. Dieci anni fa amavo questa folla; oggi essa mi disgusta. E mi disgustano soprattutto i giovani (con un dolore e una partecipazione che finiscono poi col vanificare il disgusto): questi giovani imbecilli e presuntuosi, convinti di essere sazi di tutto ciò che la nuova società offre loro: anzi, di essere, di ciò, esempi quasi venerabili. E io sono qui, solo, inerme, gettato in mezzo a questa folla, irreparabilmente mescolato ad essa, alla sua vita che mostra tutta la sua «qualità» come in un laboratorio. Niente mi ripara, niente mi difende. Io stesso ho scelto questa situazione esistenziale tanti anni fa, nell'epoca precedente a questa, ed ora mi ci trovo per inerzia: perché le passioni sono senza soluzioni e senza alternative. 

Fuori dal palazzo
Lettere luterane «Corriere della Sera»,

24 luglio 1975.



È un Pasolini polemico e affranto quello che descrive lo sconvolgimento avvenuto nel Paese nell’arco di dieci anni, ...siamo nel 1975.
Un Pasolini che puntando il dito contro il Potere:



[...]dentro il Palazzo» per poterlo fare si muovono come atroci, ridicoli, pupazzeschi idoli mortuari. In quanto potenti essi sono già morti, perché ciò che «faceva» la loro potenza ossia un certo modo di essere del popolo italiano - non c'è più: il loro vivere è dunque un sussultare burattinesco.[...]
... E naturalmente, di quanto accade «dentro il Palazzo», ciò che veramente importa è la vita dei più potenti, di coloro che stanno ai vertici. Essere «seri» significa, pare, occuparsi di loro. Dei loro intrighi, delle loro alleanze, delle loro congiure, delle loro fortune; e, infine, anche, del loro modo di interpretare la realtà che sta «fuori dal Palazzo»: questa seccante realtà da cui infine tutto dipende, anche se è così poco elegante e, appunto, cosi poco «serio» occuparsene.
Fuori dal palazzo
Lettere luterane «Corriere della Sera»,
24 luglio 1975.


avverte la diacronia esistente tra il popolo che appartiene alla "cronaca" e chi abita il Palazzo che ha cinicamente proiettato il Paese verso lo sviluppo, un falso progressismo che sta producendo gli effetti più devastanti sulla massa di giovani.


[...]con un'ironia imbecille negli occhi, un'aria stupidamente sazia, un teppismo offensivo e afasico quando non un dolore e un' apprensività quasi da educande, con cui vivono la reale intolleranza di questi anni di tolleranza...
Fuori dal palazzo

Lettere luterane «Corriere della Sera»,

24 luglio 1975.



Infiniti sono gli spunti di riflessione che emergono da questa lucida visione della realtà, un appello accorato per uscire dallo stagno della sua interpretazione mistificata, in nome della Cultura e dell’agire, come quel padre che, avendo a cuore il bene del figlio, si qualifica non "nel capire" ma nell’"agire" dicendo la verità sul loro conto.