sabato 10 settembre 2016

La religione in Pasolini: le origini di una mancanza piena - Di Maria Vittoria Chiarelli

"ERETICO & CORSARO"



La religione in Pasolini: le origini di una mancanza piena.


Nelle ultime sequenze de "Che cosa le nuvole", l'apparizione di un cielo terso su cui lentamente sco...rrono delle lievi nuvole accompagnano le ultime parole di Totò-Jago e di Ninetto - Otello:
(https://youtu.be/rjcKDfcmzZs).



Il cielo è uno specchio dove si riflette la "straziante, meravigliosa bellezza del creato", da cui scaturisce, anzi "soffia" il "folle amore" del Poeta. La religiosità di Pasolini è compresa in tutto quell'amore cieco, assoluto, senza soluzione di continuità, che ha segnato la sua vita sempre intrisa di nostalgia del perduto, inarrivabile verità, essenza mai percepita fino in fondo, tediata dal suo contrario, apparenza e menzogna, che si dileguano solo con la morte, finalmente liberatrice e rivelatrice del vero.
Pasolini rivolge lo sguardo al mondo primordiale, prima di ogni credo religioso, codificato in senso storico, si pone al di qua della Storia, ma anche oltre, tra cielo e terra.
L' origine del mondo è nel "sacro" , non naturale, come dirà il Centauro in "Medea", separato, altro, essenza pura, al di qua del "recinto", "sakros", "sacer", secondo l'etimologia della parola. È un atto di creazione interna al mondo stesso, ma non trascendente, perché il Poeta si ferma davanti al problema della trascendenza, non si spinge al di là di un inconoscibile mistero, che rimane tale alle possibilità della ragione, ma che si può vedere soltanto attraverso il sogno: una trascendenza in cui regna un Padre da cui si sentirà escluso, un "vuoto del cosmo" che sognerà in "Affabulazione" , la storia drammatica di un padre che, dopo aver sognato il "Padre nostro che sei nei cieli" arriverà ad uccidere il proprio figlio.
Sicuramente il sacro coincide con il divino che, a contatto con la materia, con le cose sensibili del mondo, esige visibilità e, quindi, diviene rito, rappresentazione, mito.
Attingere alle origini della vita significa percorrere i sentieri del sacro, giungere alla purezza e all'innocenza degli istinti, anche quelli più feroci, ma autentici nella loro espressione. Le civiltà contadine, dall'inizio della storia umana, hanno conservato, fino alla conclusione della fase paleoindustriale, tutte le manifestazioni vitali che le hanno accomunate, nei tanti luoghi del moto perpetuo dell'uomo, dove i cicli della natura, scanditi dalle nascite e dalle morti, si ripetevano con puntuale senso rotatorio, dove si formavano culture solide, di lingue parlate che non si servivano di scrittura per essere tramandate, ma custodivano ben salde le radici di stili di vita autentica che nasceva da bisogni umani.
In gioventù, Casarsa della Delizia, paese materno, diventa il luogo d'elezione dove inventare poesia, partendo proprio dall'idioma locale, dove le parole ricevono vita dai luoghi, dai gesti, dai focolari, dalle rogge, dagli alberi, dai mattini, tramonti e sere, quando si ode per l'aria il canto di "uomini ingenui" per i quali ogni atto ripetuto si riveste della stessa novità, nell'incanto originario, ma sempre nuovo agli occhi innocenti.
Ogni parola si ammanta metafisicamente di mistero e diviene eco poetica, una poesia che riproduce i suoni di quei luoghi attraverso «una lingua più vicina al mondo», «anteriore e infinitamente più pura»: il casarsese, della riva destra del Tagliamento , riporta Pasolini all' universo materno, ma anche ad un dolore per una non ben definita lontananza, qualcosa di inafferrabile , che si trasforma in nostalgia di un vuoto che rimarrà incolmabile.


“Prima che io esistessi che ne era di me, se ora sono così infinito?(...) Ma c'è in noi qualcosa di «solido» che mi sfugge. Mistero, si dice, eterno, ombra, vuoto.. .”. 

(da "Penso ai mondi metafisici" in Libertà, 17 marzo 1946 ).

Attraverso una lingua nuova, Pasolini rilancia il volano per una civiltà popolare, una sua possibile riedificazione, in contrapposizione al mondo borghese, da cui pur proviene, avvertendone il progressivo distacco. 


"Jo i nas
ta l'odòur che la ploja
a suspira tai pras
di erba viva ... I nas
tal spieli da la roja.
In chel spieli Ciasarsa
- come i pras di rosada -
di timp antic a trima”.


Nasco / nell'odore / che la pioggia / sospira dai prati / di erba viva... Nasco / nello specchio della roggia. / In quello specchio Casarsa / - come i prati di rugiada - / trema di tempo antico".

( da "La meglio gioventù" ). 


Un singolo suono, una parola pronunciata da un ragazzo che si libra nell'aria, riporta ad un atto di creazione: "rosada"...rugiada...e tutto può avere origine. La parola poetica è nata e può diventare stile, non mero dialetto naturalistico, ma degno di essere assorbito ed elevato ad espressione dalla migliore tradizione letteraria nazionale e d'oltralpe.
Il cristianesimo è perfettamente innestato nel mondo contadino che "trema di tempo antico": Cristo è assorbito nel tempo eterno ciclico, diviene una naturale prosecuzione dei riti pagani, cielo che diventa terra; i riti cristiani segnano l'alternarsi delle stagioni, nel mistero della vita e della morte. La vicenda terrena popolare è dipinta in pale d'altare, è visibile, tangibile, è vita, colore, forma. Ogni anelito trascendente è riportato all'immanenza degli atti sacri, ai simboli, dietro i quali pur si celano verità cariche d'ombra.
Pasolini non è più credente dall'età di quattordici anni, ma, se ha escluso dal suo cielo il "Dio immoto", non può che riflettere sul mistero dell'Incarnazione di un Cristo la cui vita in mezzo agli uomini si incarna, appunto, perfettamente nell'umiltà popolare, ne ravviva le radici : il poeta ne avvertirà progressivamente tutta la carica rivoluzionaria, specialmente dopo la "scoperta di Marx".
Pasolini chiarirà in "Vie Nuove" di non aver mai voluto far coincidere Cristo con Marx:


"Non ho mai inteso inglobare Gesù in Marx! [...] Ho sostenuto [...] che nulla di ciò che è stato sperimentato storicamente dall’uomo, può andare perduto: e che quindi non possono andare perdute neanche le parole di Cristo. Esse sono in noi, nostra storia. E io sono ancora (e ancora ingenuamente) convinto che per un borghese una buona lettura del Vangelo è sempre un fertilizzante per una buona prassi marxista".


Pasolini aveva già scoperto il Vangelo, durante la guerra, alimentando il suo "sentimento irrazionale" doloroso per lui, perché coincidente con la coscienza della diversità contro cui quel sentimento religioso cozzava tremendamente, ma nei confronti del quale non poteva che opporre vani rifiuti.
Cristo senza il Padre, temuto e lontano, è il figlio obbediente/ribelle che si incarna nella realtà dei semplici. L'ambiente contadino di Casarsa, in cui si nutriva il suo amore esclusivo materno, diventa l'humus ideale per il "dolceardente usignolo" che diviene amore sconfinato per la poesia, per la gente che parlava un idioma antico che proveniva dalla lontana Provenza, per il lavoro e le feste che scandivano il passare del tempo.
È la religione della "Domenica uliva", dove madre e figlio sono indissolubilmente legati:


" Figlio, la tua voce non basta a farti uguale ai padri: io sono tua madre e, morta, io vivo nel tuo seno.."
Madre e figlio: Io sono come tu mi hai fatto, Cristo /canto e pianto sono una cosa sola in te.
Sulla tua croce inchiodami, Cristo; io sono senza rimedio tuo.
Figlio: Piove un fuoco scuro nel mio petto: non è sole e non è luce.
Giorni senza chiaro passano sempre, io sono di carne, carne di fanciullo. Se piove un fuoco scuro nel mio petto, tu chiami, Cristo, e senza luce".

( da "Poesie a Casarsa" ).



Il Cristo che chiama, ma senza luce, è il nodo della nostalgia profonda di Pasolini che, conscio di non poter partecipare leopardianamente alla festa della vita, ne vorrà almeno diventare il cantore, prendendo ad esempio il Figlio sofferente sulla croce: i versi dell'Usignolo della Chiesa Cattolica costituiranno la prima delle sue crocifissioni che hanno connotato, sul percorso delle arti figurative, da Giotto a Piero della Francesca a Mantegna, a Borgianni, ai manieristi Pontormo e Rosso Fiorentino, fino a Caravaggio, la sua "via crucis", verso la conoscenza di "passione ed ideologia" della realtà, per testimoniare lo scandalo, con tutto il sentimento dell'esclusione.

"Bisogna esporsi (questo insegna / il povero Cristo inchiodato?), / [...] noi staremo offerti sulla croce, / alla gogna, tra le pupille / limpide di gioia feroce, [...] miti, ridicoli, tremando / d'intelletto e passione nel gioco / del cuore arso dal suo fuoco, / per testimoniare lo scandalo” 

(“La crocifissione” ,1948-'49 - ne L'usignolo della Chiesa cattolica).

Prima della cacciata dall'Eden a causa del suo scandalo personale, Cristo è la divinità mitica, il motore del ciclo vitale dell'eterno ritorno, quasi paganizzato, lontano dal cristianesimo delle città, più maturo teologicamente, cultura imprescindibile delle élites intellettuali, monopolio della Chiesa cattolica, di cui Pasolini contesterà sempre il potere, senza Carità, senza pietà. Quanto è diversa e lontana la Chiesa istituzionale, dalla comunità piccola casarsese che nel cuore della chiesetta di Santa Croce, intona con Pauli Colus una struggente preghiera, per invocare la salvezza del paese dall'invasione turca del 1499 che tanto assomiglia a quella nazifascista:


"Crist pietàt dal nustri pais.
No par fani pì siors di chel ch'i sin
No par dani ploja
No par dani soreli.
Patì çalt e freit e dutis li tempiestis dal seil al è il nustri distìn. Lu savìn.
Quantis mai voltis ta chista nustra Glisiuta di Santa Cròus i vin ciantàt li litanis, parsè che Tu ti vedis pietàt da la nustra çera!
Vuei i si 'necuarzìn di vèj preàt par nuja:
vuei i si 'necuarzìn qe tu ti sos massa pì in alt da la nustra ploja e dal nustri soreli e dai nustris afàns.
Vuei a è la muart c’a ni speta cà intor.
( "Cristo, pietà del nostro paese.
Non per farci più ricchi di quello che siamo.
Non per darci pioggia.
Non per darci sole.
Patire caldo e freddo e tutte le tempeste del cielo, è il nostro destino, Lo sappiamo.
Quante volte in questa nostra Chiesetta di Santa Croce abbiamo cantato le litanìe, perché Tu avessi pietà della nostra terra!
Oggi ci accorgiamo di aver pregato per niente;
oggi ci accorgiamo che Tu sei troppo più in alto della nostra pioggia e del nostro sole e dei nostri affanni.
Oggi è la morte che ci aspetta qua attorno).

( da "I Turcs tal Friul" ).


Meni Colus morirà per la sua terra, proprio come Guido, suo fratello.
Pasolini va all'origine dell'inespresso per renderlo esprimibile: la lingua parlata originaria di un luogo "preistorico" può essere riportata all'atto creativo, all'espressione eletta creatrice del poeta. Il compito della poesia è esprimere la realtà, rendere visibili, udibili, olfattive, in una parola, oggettive, le cose del reale.La stessa funzione del mito. La poesia di Pasolini non sarà mai naturalistica, mai mera riproduzione della realtà, ma il mondo sarà filtrato attraverso il suo sguardo, per cui la soggettività costituirà la cifra espressionistica del suo introiettare le manifestazioni dell'umano.
"All'origine era la lingua"...all'origine era il Verbo, per il Poeta la cui religione "era un profumo".
Un inconscio richiamo cristiano fa' sí che il mito che si incarna nell'umano, divenga inseparabile dalla sua poetica, dalla visione immanente della sua religiosità.
È un "io che brucia" e chi ne avverte l'incendio come da un'altra vita, non può provare simpatia o pietà, ma "orrore per l’uomo perduto nel regresso che gli costa la sua vecchia, puerile passione!". E ancora:


"Chi fui? Che senso ebbe la mia presenza
in un tempo che questo film rievoca
ormai così tristemente fuori tempo?
Non posso farlo ora, ma devo
prima o poi sviscerarlo fino in fondo,
fino a un definitivo sollievo...
Lo so: ero appena partorito a un mondo
dove la dedizione d’un adolescente
– buono come sua madre, improvvido
e animoso, mostruosamente
timido, e ignaro d’ogni altra omertà
che non fosse ideale – era avvilente
segno di scandalo, santità
ridicola. Ed era destinata
a farsi vizio: ché marcisce l’età
la mitezza, e fa, dell’accorato
dono di sé, ossessione. E se ho trovato
di nuovo un’accorata purezza
nell’amare il mondo, il mio
non è che amore, nudo amore, senza
futuro. Troppo perduto nel brusio
del mondo, troppo cosparso dell’amaro
di un pur triste, chapliniano riso...
È resa. Umile ebbrezza del contemplare,
partecipe, sviscerato – e inattivo.
Umile riscoperta d’un allegro restare
degli altri uomini al male: il reale,
vissuto da loro in un empireo di luoghi
miseri, ridenti, sulle rive
di gai torrenti, sui gioghi
di monti luminosi, sulle terre oppresse
dall’antica fame...
È senso della grandezza, questo senso
che mi strugge sui minimi atti
di ogni nostro giorno: riconoscenza
per questo loro riapparire intatti
a me sopravvissuto, e pieno ancora
di stantio pianto... "

( da "La religione del mio tempo" )




Dopo una religiosità vissuta nel "paese dei temporali e delle primule", Pasolini "sopravvissuto" e pieno ancora di "stantio pianto" , supererà la fase del recupero della parlata contadina, sarà nuova azione la sua ricerca linguistica che seguirà una nuova realtà, quella romana delle borgate, dove apprenderà nuove forme e nuovi stili che apriranno la strada al linguaggio del cinema, che è "la lingua scritta della realtà": la realtà si esprimerà attraverso se stessa, le facce, i corpi agenti racconteranno molto di più che le parole, diverranno essi stessi "parola", incarnazione dell'umano e, quindi, verità, anche quando questa verrà privata di ogni senso di pietà.
Pasolini sarà sempre aperto al "brusio del mondo", cogliendone tutti i cambiamenti, attraverso un "accorato dono di sé", anche quando avvertirà che la sua "disperata vitalità", sarà soltanto "nudo amore", scandaloso, ossessiva passione, "ridicola santità".


Maria Vittoria Chiarelli



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito

Il valore della sconfitta - Un falso pasoliniano

"ERETICO & CORSARO"



Il valore della sconfitta
Un falso pasoliniano

Il falso pasoliniano prende spunto da una citazione di Pasolini. Questa citazione, estrapolata da un suo intervento del  28 ottobre del 1961 su Vie Nuove, rivista per la quale ha collaborato da giugno  1960 a settembre 1965 su invito di   Maria Antonietta Macciocchi:

Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…”

Per effetto di non si sa quale alchimia virtuale, si è trasformata in questo:

“Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.
Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…” 

L'intero scritto appena citato, viene condiviso in rete attribuito interamente a Pier Paolo Pasolini ( pare che le considerazioni aggiunte alle parole realmente scritte da Pasolini, siano di una maestra - Rosaria Gasparro ). 
Riporto sotto l'articolo completo apparso su Vie Nuove e oggi raccolto in Saggi sulla politica e sulla società di Pier Paolo Pasolini, Editore Mondadori, collana I Meridiani, da dove è tratta la vera citazione di Pasolini: 




POESIA, CINEMA, POLITICA


Caro signor Pasolini, ho capito quanto lei dice su D'Annunzio e, in linea di massima, condivido le sue opinioni. Tutta quella caterva di parole sia pure infilate con un certo virtuosismo, mi è stata ostica sempre e pesante. Magnifico è quanto lei dice: «fascismo e poesia non possono mai coincidere>>. Perché la poesia è amore fra gli umani. Nel fascismo invece, tale nobile sentimento è sconosciuto. Mi dica: le piace il Pascoli? A me, sì. Un po' troppo rassegnato ma dignitoso, umano. Sul ((Paese», poi, ho letto la recensione delle sue ultime poesie. Le hanno fatto l'appunto di ((decadente». Io non ho letto le sue poesie (coi quattro soldi della pensione riesce sempre più difficile comperarsi qualche libro), ma dai brani riportati su «Vie Nuove», l'accusa non mi pare giusta. Ho visto La giornata balorda e l'ho apprezzato. Il problema però è un altro: le cose che quel film dice le sanno anche coloro che fingono di ignorarle. Passo all'ultimo argomento. Lei una volta, mi ba dato un dispiacere, criticando Stalin. Io non mi sono mai creata dei feticcio so che Sta/in era soltanto un uomo e, come tale, poté sbagliare. Anzi, avrà certamente sbagliato ma ciò che di positivo ha fatto quell'uomo ha avuto un peso rilevante nella storia contemporanea. Credo che mi presterà fede se le dico che sono disinteressata e sincera e che le ho parlato a cuore aperto per la stima che ho di lei.
A. Stecchini- Viareggio

Cara amica, la sua lettera è una vera e propria conversazione, piena di argomenti accennati, accavallati. Vorrei risponderle con altrettanta foga, perché lei è molto simpatica. Ma la sede in cui le rispondo mi costringe a un certo ordine, a un certo dominio «semplificante» delle cose da dire. Le rispondo perciò per argomenti: D'Annunzio. Ormai, su D'Annunzio, o scrivo un saggio di cento pagine, o non apro più bocca. Lei è d'accordo con me: e quindi mi esime dal tornarci sopra. Pascoli. Su Pascoli mi sono laureato. Su Pascoli ho scritto forse il mio migliore (o almeno più utile agli altri) saggio critico. È stampato sul primo numero della rivista «Officina», una rivista bolognese che ormai ha cessato le pubblicazioni, ed è, credo, difficilmente reperibile.
Però, quel saggio, se le importa, lo può trovare ripubblicato sul mio volume di critica Passione e ideologia (Garzanti). Non lo amo molto, Pascoli: ma è l'unico della famosa triade, che stimo veramente poeta, se non altro poeta dell'invenzione linguistica. Egli era un uomo arido, inibito, infecondo, ma a questo sopperiva con una vasta ispirazione, appunto, linguistica. Tutte le esperienze innovative del nostro secolo, buone e cattive, hanno avuto in qualche modo origine in lui: da Montale, agli orfici, ai dialettali. Perciò egli è importante culturalmente.
E, noti bene, tutte le tendenze stilistiche, che si sono sviluppate dai suoi esperimenti - spesso rozzi e provinciali, sia pure - sono state tipiche dell'antifascismo culturale del Novecento. Un antifascismo puramente passivo, è vero, borghese: ma è già molto, non le pare? La giornata balorda. Spesso i comunisti rimproverano ai loro compagni o amici che fanno del cinema di non essere abbastanza comunisti. Anche i critici, competenti in ogni senso, che sanno benissimo come stanno le cose.
Lei, pur col suo carattere gentile e schietto, commette un po' lo stesso errore. Lo sa che La giornata balorda è stata sequestrata- coi soliti argomenti pretestuali, ma in realtà, come è stato confidato al produttore, in camera charitatis, perché considerato «il film più comunista di questi anni»? Si figuri un po' ... Se soltanto avessimo accennato nel film a quello che si dovrebbe fare per risolvere la disoccupazione noi, poveri autori, saremmo stati a dir poco linciati.
È disumano, dunque, e disonesto, chiedere agli scrittori e ai registi impegnati>> di fare quello che non possono fare. Grazie tante, saprei io che sceneggiatura o che film fare, se fossi libero. D'altra parte sarebbe forse meno disumano o meno disonesto se voi ci chiedeste di non fare film, di non esprimerci, di tacere, visto che non · possiamo farlo con la più completa libertà?
Io penso che anche film come La giornata balorda possano avere il loro peso, la loro carica polemica, pur se ideologicamente deboli e mutilati. E già molto che coloro che «sanno queste cose, ma fingono di non saperle


» siano costretti a prenderle in considerazione, se non altro ricorrendo ai loro sbirri per impedire l'uscita delle opere che denunciano l'esistenza di «quelle cose>>.



L'integralismo ideologico ha tutte le mie simpatie. lo sono per l'integralismo ideologico, per l'assoluta coerenza, per una moralità di pensiero intatta e incapace di compromessi. Ma l'integralismo ideologico non è mica un catechismo! Una cosa è non scendere a compromessi e una cosa è non storicizzare e umanizzare il giudizio!

Lei su La giornata balorda non deve portare, implacabile, il suo giudizio di comunista incorrotta; ma deve prendere La giornata balorda per quello che è: un film prodotto in Italia, sotto gli occhi dei censori romani e milanesi, e che, pur essendo tale, è, secondo quei censori, il massimo che si può fare in fatto di denuncia contro la borghesia del benessere: e poi, è il film di un regista, Bolognini, che non è affatto comunista, ma semplicemente un borghese, di fondo cattolico, ora laico e libero.

È assurdo, antistorico, e schematicamente ideologico, chiedere a La giornata balorda altro da quello che ha dato. Stalin. Probabilmente non sono tanto più giovane di lei da non aver vissuto le sue stesse esperienze fondamentali. Anch'io, durante la guerra, e subito dopo, ho amato con tutto il cuore quell'uomo, misterioso e simbolico. Con centinaia di migliaia di cittadini, vedevo in lui il liberatore vero, ingenuamente. Ero molto giovane e quasi infante in politica. Ora, quel mito, per quel che mi riguarda, è totalmente esausto: resta, di mitico la grandezza militare di Stalin, e il suo «pugno di ferro» indubbiamente necessario in un lungo e terribile periodo di emergenza.

Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con metodi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù ... 

Stalin non amava, è certo, gli eroi di Dostoewskij. Non posso perdonare a Stalin le repressioni, le ingiustizie, i campi di concentramento. Il comunismo è perfettamente inutile se non considera sacro il rispetto per la persona umana. Il capitalismo, e non solo nelle sue punte estreme - fascismo e nazismo - è odioso appunto perché non prova questo fondamentale rispetto: e, in nome dei suoi supremi interessi - che si ammantano sempre di    pseudo-ragioni idealistiche - umilia la persona umana.

Il popolo russo che con la Rivoluzione d'Ottobre si è affacciato alla storia - a parte le aristocrazie operaie che l'hanno guidato - era un popolo di contadini, con immense masse sottoproletarie. Era fatale dunque, che la rivoluzione, applicandosi su questo corpo immenso, potente, vitale ma storicamente acerbo, subisse delle attrazioni dal passato: un passato di pura vitalità, di immatura violenza. Stalin è stato il simbolo vivente, dipinto, di questa forza per certi aspetti regressiva imposta al ciclo storico della rivoluzione. Almeno così mi sembra. La mia non è l'opinione di un politico competente, ma di un uomo sensibile ai problemi politici. Ora quel tanto di cieco, di irrazionale, di fanatico, di arcaico, di infantile che le enormi masse russe hanno apportato 'alla forza rivoluzionaria, proprio per il fatale avanzare della rivoluzione, è andato esaurendosi: e Stalin appare veramente come un uomo di altri tempi, completamente esaurito.
Forse egli è stato necessario. Ora non lo è certamente più. Ed è inutile rimpiangerlo, o farne nostalgiche palinodie.


Dialoghi con Pasolini, settimanale Vie Nuove, n. 42, 28 ottobre 1961.

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito



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