venerdì 7 ottobre 2016

Pasolini, Perchè il Processo - 28 settembre 1975.

"ERETICO & CORSARO"



Perché il Processo

Il 28 settembre 1975, Pasolini sempre dalle pagine del Corriere, risponde ad un articolo di fondo apparso sul quotidiano La Stampa il 14 settembre 1975 
 il Processo: e poi? 
 ( Rimando ad una sezione interna al blog, che noi di Eretico e Corsaro abbiamo realizzato " Attacco al potere, Processo alla DC ".) 

* * *

   Cari colleghi della «Stampa», «il Processo» avete scritto in un fondo del 14 settembre «e poi?». Bene, se i prossimi dieci anni della nostra vita contano (sono, cioè storia) poi si sarà saputo qualcosa. Se invece quelli che contano sono i prossimi diecimila anni (cioè la vita del mondo), poi tutto è pleonastico e vano.
     Io, per me, tendo a dare infinitamente maggiore importanza ai prossimi diecimila anni che ai prossimi dieci: e, se mi interesso ai prossimi dieci, è per pura filosofia della virtù. 
     Che cosa è necessario sapere, o meglio, che cosa i cittadini italiani vogliono sapere, affinché i prossimi dieci anni della loro vita non siano loro sottratti (come è stato per gli ultimi dieci )? 
     Ripeterò ancora una volta la litania magari a costo di fare, a dispetto della virtù, del mero esercizio accademico. 

     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di  cosiddetto benessere si è speso in tutto fuorché nei servizi pubblici di prima necessità: ospedali, scuole, asili, ospizi, verde pubblico, beni naturali cioè culturali.
     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta tolleranza si è fatta ancora più profonda la divisione tra Italia Settentrionale e Italia Meridionale, rendendo sempre più, i meridionali, cittadini di seconda qualità.
     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta civiltà tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici, abbandonando, sempre selvaggiamente, a se stessa la campagna.
     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto progresso la «massa», dal punto di vista umano, si sia così depauperata e degradata.
     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto laicismo l’unico discorso laico sia stato quello, laido, della televisione (che si è unita alla scuola in una forse irriducibile opera di diseducazione della gente).
     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta democratizzazione (è quasi comico il dirlo: se mai «cultura» è stata più accentatrice che la «cultura» di questi dieci anni) i decentramenti siano serviti unicamente come cinica copertura alle manovre di un vecchio sottogoverno clerico-fascista divenuto meramente mafioso.
         Ho detto e ripetuto la parola «perché»: gli italiani non vogliono infatti consapevolmente sapere che questi fenomeni oggettivamente esistono, e quali siano gli eventuali rimedi: ma vogliono sapere, appunto, e prima di tutto, perché esistono. 



     Voi dite, cari colleghi della «Stampa», che a far sapere tutte queste cose agli italiani provvede il gioco democratico, ossia le critiche che i partiti si muovono a vicenda - anche violentemente - e, in specie, le critiche che tutti i partiti muovono alla Democrazia cristiana. No. Non è così. E proprio per la ragione che voi stessi (contraddicendovi) sostenete: e cioè per la ragione che, ognuno in diversa misura e in diverso modo, tutti gli uomini politici e tutti i partiti condividono con la Democrazia cristiana cecità e responsabilità. 
     Dunque, prima di tutto, gli altri partiti non possono muovere critiche oggettive e convincenti alla Democrazia cristiana, dal momento che anch’essi non hanno capito certi problemi o, peggio ancora, anch’essi hanno condiviso certe decisioni.
     Inoltre su tutta la vita democratica italiana incombe il sospetto di omertà da una parte e di ignoranza dall’altra, per cui nasce - quasi da se stesso - un naturale patto col potere: una tacita diplomazia del silenzio.
     Un elenco, anche sommario, ma, per quanto é possibile, completo e ragionato, dei fenomeni, cioè delle colpe, non è mai stato fatto. Forse la cosa è considerata insostenibile. 
     Perché, ai capi di imputazione che ho qui sopra elencato, c’è molto altro da aggiungere - sempre a proposito di ciò che gli italiani vogliono consapevolmente sapere. 
    Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar.
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid.
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia.
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso.
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti.
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).
       Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda.
    Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna. 



     Ma gli italiani - e questo è il nodo della questione - vogliono sapere tutte queste cose insieme: einsieme agli altri potenziali reati col cui elenco ho esordito. Fin che non si sapranno tutte queste coseinsieme - e la logica che le connette e le lega in un tutto unico non sarà lasciata alla sola fantasia dei moralisti - la coscienza politica degli italiani non potrà produrre nuova coscienza. Cioè l’Italia non potrà essere governata. 
     Il Processo Penale di cui parlo ha (nella mia fantasia di moralista) la figura, il senso e il valore di una Sintesi. La cacciata e il processo (istruito - dicevo - se non celebrato) di Nixon dovrebbe pur voler dire qualcosa per voi, che credete in questo gioco democratico. Se contro Nixon in America si fosse svolto un gioco democratico, quale sembra esser da voi concepito, Nixon sarebbe ancora lì, e l’America non saprebbe di sé ciò che sa: o almeno non avrebbe avuto la conferma, sia pur formale (ed è importante) della bontà di ciò che essa reputa buono: la propria democrazia. 
     Ma se (come mi pare evidente, con immedicabile mortificazione) l’opinione pubblica italiana - che anche voi rappresentate - non vuole sapere - o si accontenta di sospettare -, il gioco democratico non è formale: è falso.
    Inoltre se la consapevole volontà di sapere dei cittadini italiani non ha la forza di costringere il potere ad autocriticarsi e a smascherarsi - se non altro secondo il modello americano -, ciò significa che il nostro è un ben povero paese: anzi, diciamo pure, un paese miserabile. 

    Ci sono inoltre delle cose (e a questo punto continuo, più che mai, nel puro spirito della Stoà) che i cittadini italiani vogliono sapere, pur senza aver formulato con la sufficiente chiarezza, io credo, la loro volontà di sapere: fatto che si verifica là dove il gioco democratico, appunto, è falso; dove tutti giocano con il potere; e dove la cecità dei politici è ormai ben assodata. 

    Gli italiani vogliono dunque sapere ancora cos’è con precisione la «condizione» umana - politica e sociale - in cui sono stati e sono costretti a vivere quasi come da un cataclisma naturale: prima, dalle illusioni nefaste e degradanti del benessere e poi dalle illusioni frustranti, no, non del ritorno della povertà, ma del rientro del benessere.
    Gli italiani vogliono ancora sapere che cos’è, che limiti ha, che futuro prevede, la «nuova cultura» - in senso antropologico - in cui essi vivono come in sogno: una cultura livellatrice, degradante, volgare (specie nell’ultima generazione).
     Gli italiani vogliono ancora sapere che cos’è, e come si definisce veramente, il «nuovo tipo di potere» da cui tale cultura si è prodotta: visto che il potere clerico-fascista è tramontato, e ormai esso ad altro non costringe che a «lotte ritardate» (la condanna a morte degli antifranchisti, i rapporti tra la vecchia e la nuova generazione mafiosa nel Mezzogiorno ecc.).
     Gli italiani vogliono ancora sapere, soprattutto, che cos’è e come si definisce il «nuovo modo di produzione» (da cui sono nati quel «nuovo potere» e, quindi, quella «nuova cultura»): se per caso tale «nuovo modo di produzione» - introducendo una nuova qualità di merce e perciò una nuova qualità di umanità - non produca, per la prima volta nella storia, «rapporti sociali immodificabili»: ossia sottratti e negati, una volta per sempre, a ogni possibile forma di “alterità”.
    Senza sapere che cosa siano questo «nuovo modo di produzione», questo “nuovo potere” e questa «nuova cultura», non si può governare: non si possono prendere decisioni politiche (se non quelle che servono a tirare avanti fino al giorno dopo, come fa Moro).



     I potenti democristiani che ci hanno governato in questi ultimi dieci anni, non hanno saputo neanche porsi il problema di tale «nuovo modo di produzione», di tale «nuovo potere» e di tale «nuova cultura», se non nei meandri del loro Palazzo di pazzi: e continuando a credere di servire il potere istituito clerico-fascista. Ciò li ha portati ai tragici scompensi che hanno ridotto il nostro paese in quello stato, che più volte ho paragonato alle macerie del 1945. 
     È questo il vero reato politico di cui i potenti democristiani si sono resi colpevoli: e per cui meriterebbero di essere trascinati in un’aula di tribunale e processati. 
     Non dico, con questo, che anche altri uomini politici non si siano posti i problemi che non si son posti i sacrestani al potere, o che, come loro, non abbiano saputo risolverli. Anche i comunisti hanno per esempio confuso il tenore di vita dell’operaio con la sua vita, e lo sviluppo col progresso. Ma i comunisti hanno compiuto - se hanno compiuto - degli errori teorici. Essi non erano al governo, non detenevano il potere. Essi non derubavano gli italiani. Sono coloro che si sono assunti delle responsabilità che devono pagare, cari colleghi della «Stampa», che, sono certo, siete perfettamente d’accordo con me... 
     Un’ultima osservazione che mi sembra, del resto, capitale. 
     L’inchiesta sui golpe (Tamburino, Vitalone...), l’inchiesta sulla morte di Pinelli, il processo Valpreda, il processo Freda e Ventura, i vari processi contro i delitti neofascisti... Perché non va avanti niente? Perché tutto è immobile come in un cimitero? È spaventosamente chiaro. Perché tutte queste inchieste e questi processi, una volta condotti a termine, ad altro non porterebbero che al Processo di cui parlo io. Dunque, al centro e al fondo di tutto, c’é il problema della Magistratura e delle sue scelte politiche. 
     Ma, mentre contro gli uomini politici, tutti noi, cari colleghi della «Stampa», abbiamo coraggio di parlare, perché in fondo gli uomini politici sono cinici, disponibili, pazienti, furbi, grandi incassatori, e conoscono un sia pur provinciale e grossolano fair play, a proposito dei Magistrati tutti stiamo zitti, civicamente e seriamente zitti. Perché? Ecco l’ultima atrocità da dire: perché abbiamo paura. 
Pier Paolo Pasolini, «Corriere della Sera», 28 settembre 1975 

Fonte:
http://evelinasantangelo.it/interne/rif.php?la=1&st=&id=266&SID

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito


Collaboratori:

Alessandro Barbato.
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi


Seguici anche su Facebook, siamo già in tanti
Qui: Eretico e Corsaro

Quel reazionario di Pasolini

"ERETICO & CORSARO"




Quel reazionario di Pasolini

Di Luigi Firpo, pubblicato da “La Stampa”
(anno 109 – Numero 200 – Domenica 31 agosto 1975.)




In una lettera aperta pubblicata sul Mondo del 28 agosto e già pubblicata sul Corriere del 24 agosto 1975, Pier Paolo Pasolini lancia una proposta politica radicale. Una distanza ormai incolmabile separa il potere democristiano (il «Palazzo», come egli lo chiama) dal Paese reale. Una visione settoriale degli innumerevoli problemi che ci affliggono e ci illudiamo di poter risolvere uno per uno, viene artificiosamente suggerita da chi ha tutto l'interesse a dissociare le responsabilità e ad evitare una presa di coscienza dell'insieme. Solo la follìa e l'omertà dei commentatori politici e degli intellettuali impedisce agli italiani di capire a qual punto sia giunta la degenerazione del nostro sistema politico.Non si tratta di affrontare questioni specifiche, come il sottogoverno o la delinquenza minorile, Bensi il male ignobile che ci corrode, la nostra peste globale; Pasolini la identifica con la DC, una << mafia oligarchica provenuta dal fondo della provincia più ignorante>>. La risposta vincente, il toccasana, sarebbe un grande processo penale indetto da PSI e PCI, che chiamasse sul banco de gli accusati «Andreotli, Fanfani, Rumor e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche Presidente della Repubblica)».
L'ipotesi, lo confesso, è suggestiva; la tiratura dei rotocalchi aumenterebbe, se ne verrebbero a sapere delle belle. Ma non avrà seguito e resterà come una ipotesi fantapolitica, un sogno poetico. Uno degli interlocutori che Pasolini chiama in causa, l'unico vero «politico», cioè Leo Valiani (gli altri, Moravia a parte, sono giornalisti oppure — chissà perché? — letterati democristiani), ha già risposto col solito garbo, ma respingendo al mittente: i poeti facciano i poeti e non escano dai boschi di Elicona. Né giova a Pasolini mescolare ai propri interventi la sua sensitiva carica esistenziale, diluire il discorso con richiami alla propria ascetica e provvisoria solitudine campestre, preludio certo di nuovi ciak e di nuovi comizi.
Pure il discorso ha un risvolto serio, che merita di essere analizzalo. Quali dovrebbero essere i capi d'imputazione nel grande processo ai notabili DC? Pasolini getta nel calderone, alla rinfusa, «una quantità sterminata di reati». Si va da voci generiche e mal definibili, come l'«indegnità» o il «disprezzo per i cittadini», al plateale «allo tradimento a favore di una nazione straniera », che sarebbe poi l'adesione italiana alla Nato, cioè un capo d'accusa che presuppone totale assenza di senso della realtà storica e, semmai, chiamerebbe sul banco degli accusati anche Moro (che Pasolini considera invece «rispettabile») e lo stesso De Gasperi.
Fra le accuse più concrete bisognerebbe poi distinguere quelle di inettitudine politica dalle altre, che implicano gravi responsabilità morali e non di rado anche penali. Tra le prime stanno la colpevole incapacità di reprimere il neofascismo, la distruzione paesaggistica e urbanistica dell'Italia, il caos nella scuola, negli ospedali, nei pubblici servizi, l'esodo «selvaggio» dalle campagne, «la stupidità delittuosa della televisione», in una parola l'insufficienza, il provincialismo, il venir meno dell'efficienza che è lecito esigere da chiunque abbia posto la propria candidatura alla gestione del potere democratico. In questo senso, e in quanto portatori di questi valori, Pasolini dice che i comunisti sarebbero i veri democristiani, gli eredi di questa vocazione tradita.
Al secondo gruppo di accuse sono da ascrivere le manipolazioni del denaro pubblico, gli intrallazzi con petrolieri e industriali (a torto Pasolini aggrega anche i banchieri, perché questi sono democristiani di nomina governativa), le connivenze con la mafia, la collaborazione col servizio segreto americano e gli illeciti impieghi di quello italiano, la «distribuzione borbonica delle cariche pubbliche ad adulatori », in sostanza, la -abe del sottogoverno e del privilegio corporativo.
Resta infine una triade di accuse enigmatiche sinché non se ne sia decifralo il significato pasoliniano, esoterico o gergale che sia. Si tratta delle responsabilità democristiane nella «degradazione antropologica degli italiani, nell'esplosione (anche questa selvaggia) della cultura di massa e dei suoi mezzi di comunicazione, infine — nientedimeno — nel «decadimento della Chiesa».
Quando parla di degradazione antropologica, Pasolini allude alla civiltà dei consumi, alla vorticosa produzione del superfluo, che distrugge al tempo stesso la natura e i valori umani. Qui un fenomeno mondiale, collegalo all'incremento del reddito pro capite, all'identificazione incolta del benessere con lo spreco e con i vani simboli di promozione sociale, viene addebitalo alla DC, come se davvero il suo potere giungesse a tanto e senza riflettere sul fatto che un'inversione di tendenza sarà possibile solo mediante una profonda quanto improbabile rivoluzione (o rieducazione) culturale, oppure mediante una drastica repressione dei consumi...

Luigi Firpo 


(Continua a pagina 2 in quarta colonna)




Quel reazionario di Pasolini

(Segue dalla 1" pagina) 


...imposta dalla crisi mondiale o da una dittatura, sia pure moralistica.
Lamentare l'esplosione «selvaggia» della cultura di massa, proprio mentre si denuncia il servilismo della pseudo-cultura televisiva, è non solo contraddittorio, ma, nell'intimo, reazionario. Una cultura non selvaggia è una cultura pianificata, una cultura asservita; anche l'ultimo settimanale languoroso, scandalistico, pornografico, è pure un progresso per chi non leggeva altro che didascalie di santini e cartoline precetto. Meglio una cultura di massa selvaggia ma libera, che una cultura « civilizzata » dai ministeri e dalle censure.
Infine è del tutto grossolano l'equivoco che imputa alla DC il decadimento della Chiesa. Pasolini non ha mai celato le sue nostalgie con l'antico mondo rurale, con le sue masse <<ignoranti>>, le sue tradizioni suggestive, i suoi valori schietti ed elementari. Di quel mondo la Chiesa era il centro, ma è un mondo tramontato per sempre, travolto dall'istruzione elementare, dai trattori, dalla nuova realtà sociale. Credere che la DC abbia danneggiato la Chiesa significa non comprendere che in realtà so è ridotta a rilevarne in modo inconscio ma palese, talvolta impudico, il decadimento: ne ha rappresentato la parte nuda ed esposta, la parte più compromessa col mondo, la fornicazione con gli idoli di Mammona.
Se qualche volta i notabili DC rinfrescano le loro aure in Vaticano e ne traggono suggestioni o divieti, ben più spesso sì vedono le anticamere dei ministeri, degli stessi Parlamenti, formicolale di tonache in cerca di esenzioni, elargizioni, deroghe, privilegi. Se per Chiesa si intende quella che Cristo fondò sulla roccia, non dovrebbero bastare quattro untorelli a scalzarla: Non praevalebunt! Quella che è finita invece, o sta finendo, in Italia, è la Controriforma, il paternalismo di una gerarchia che una fedeltà ottusa e una cultura arretrata hanno dissociato da tempo dalla comunità degli uomini vivi e pensanti. La DC, arrogandosi temerariamente il nome di «cristiana>> così arduo da reggere per chi non sia disposto a portare con esso anche il peso della Croce, non ha fatto che mettere a nudo tale progressione irreversibile.
Questo processo dunque non si farà, e ingenua mi pare anche la fiducia di Pasolini, che da esso spererebbe di veder balzare alla luce, sotto gli occhi del cittadino ignaro, la <<Verità storica inconfutabile>>. Da Socrate a Dreyfus l'esperienza insegna che i verdetti processuali sono, tra le verità storiche, le più confutabili. E poi, quale il tribunale, quali i giudici? Processi del genere possono essere soltanto postumi, cioè legittimazioni a posteriori di un nuovo regime. Se il paragone con il processo a Papadopulos calza, è perché si tratta, per l'appunto, di un processo a un dittatore caduto. Come si può processare chi ancora detiene il potere?
Ebbene, questo mezzo c'è, ed è molto più silenzioso, radicale, implacabile, definitivo, di quello astratto e metaforico che Pasolini vagheggia: è il processo quotidiano, lento, sofferto, che si celebra nel profondo delle coscienze oneste, nel segreto di ciascuno di noi, là dove l'esperienza dell'oltraggio, del mule, della vergogna, matura in indignazione crescente, si assoda nel consapevole rifiuto, assume la durezza irrevocabile della condanna. Finché c'è libera stampa e libera discussione, non occorrono giudici togati: sempre se ne trovano per stilare sentenze di morte contro i dittatori caduti e petizioni servili ai nuovi padroni. Verona insegni. Non occorrono gabbie né manette, carabinieri né giurati: bastano le poche assi di una cabina elettorale, una piccola scheda. Basta la presa di coscienza di tutti gli uomini di buona volontà.

Luigi Firpo 



Luigi Firpo in quest'articolo del 31 agosto 1975 risponde in modo polemico a due articoli scritti da Pasolini e pubblicati uno sul settimanale Mondo il 28 agosto del 1975 ( "lettera aperta di Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi DC" ) e l'altro apparso sul Corriere il 24 agosto 1975 ( Il Processo ), nel quale Pasolini dice che è necessario fare un Processo alla DC elencando dei veri e propri capi d'imputazione - a questo proposito rimando ad una sezione interna al blog, che noi di Eretico e Corsaro abbiamo realizzato " Attacco al potere, Processo alla DC ". 


Una cosa che non trova una chiara risposta, è il fatto che sia apparso prima l'articolo numero 2, cioè “ Il processo “ ( il 24 agosto 1975 sul Corriere ) e successivamente ( il 28 agosto 1975 su Il Mondo), l'ipotesi di “processo” avanzata da Pasolini nella sua lettera aperta al direttore Ghirelli - Sembra lecito presupporre che Pasolini abbia inviato prima l'ipotesi di processo alla Dc al direttore Ghierelli per farla pubblicare in anticipo rispetto alla pubblicazione apparsa sul Corriere.

All'articolo di Luigi Firpo del del 31 agosto 1975, Pasolini risponde il 9 settembre del 1975 dalle pagine del Corriere, con un articolo titolato “ Risposte”, e 28 settembre 1975, sempre dalle pagine del Corriere, risponde ad un articolo di fondo apparso sul quotidiano La Stampa il 14 settembre 1975 ( il Processo: e poi? ), affermando che “ I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere” ( Perchè il processo ).

Luigi Firpo riprende a polemizzare con Pasolini il 27 settembre 1975, sempre dalle pagine del quotidiano La Stampa, con un articolo dal titolo “ Il “processo al consumismo, Risposta a Pasolini” nel quale sferra un attacco deciso e determinato, Pasolini replica il 16 ottobre 1975, dalle pagine di «Il Mondo», con un articolo titolato “Come sono le persone serie?”.


Circa due settimane dopo, Pasolini verrà assassinato All' idroscalo di Ostia in circostanze ancora da accertare e quindi il Processo da lui ipotizzato non ha avuto un seguito.

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito


Collaboratori:

Alessandro Barbato.
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi


Seguici anche su Facebook, siamo già in tanti
Qui: Eretico e Corsaro












La Stampa risponde a Pasolini - Il processo: e poi? - domenica 14 settembre 1975

"ERETICO & CORSARO"



La Stampa risponde a Pasolini
Il processo: e poi? 
Pasolini la Dc, il Pci e gli altri
La Stampa domenica 14 settembre 1975 
Anno 109 - Numero 212

In un articolo di fondo il quotidiano La Stampa risponde al "Processo ai gerarchi DC", immaginato da Pier Paolo Pasolini e provocatoriamente invocato attraverso due articoli pubblicati rispettivamente su Corriere e Il Mondo, il 24 agosto e il 28 agosto 1975.
A quest'articolo Pasolini, sempre dalle pagine del Corriere, risponde il 28 settembre 1975 affermando che “I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere” in un articolo titolato Perchè il processo.
*

( A questo proposito rimando alla sezione creata sul blog dagli editori di Eretico e Corsaro, titolata "Attacco al potere, Processo alla DC ".)
*

Di seguito l'articolo di del quotidiano La Stampa pubblicato domenica 14 settembre 1975: 

Pier Paolo Pasolini, riflettendo deluso, da un suo ritiro, sull'Italia d'oggi che è diversa da quella della sua giovinezza, ma che non solo per questo non gli piace più, ha proposto come panacea per i nostri mali, o come provocatorio schema interpretativo della nostra condizione, un « processo alla DC ». Egli lo vorrebbe celebrato subito e con gran pompa, per innumerevoli colpe. 
Quest'idea non è così originale come è sembrata a molti. Pasolini ha soltanto trasposto sul piano dell'immaginazione drammatica qualcosa che, nella realtà, è già in atto. Che altro sono le cronache politiche italiane correnti se non un incessante processo alla DC? Di che cosa si è discusso e scritto se non di questo, da un paio d'anni a questa parte, nei comizi, nei quotidiani, sulle copertine dei settimanali, nelle vignette degli umoristi o nei saggi degli economisti, nei libri dei politologi e in quelli degli ecologi? Tutti (compresi molti, DC) celebrano instancabilmente il processo al potere in Italia, e quindi alla democrazia cristiana che lo detiene da trent'anni. 
Non stupisce tanto la proposta pasoliniana, quanto lo stupore per il fatto che un uomo d'immaginazione abbia tradotto in canovaccio teatrale qualcosa a cui assistiamo ogni giorno. Anzi, il « processo » che è in corso nella vita pubblica, e che rappresenta una fase capitale nell'evoluzione della Repubblica, identificandosi con lo stesso meccanismo democratico, è assai più educativo e profondo di quello che si potrebbe mai combattere, a colpi di procedura, nelle aule di un tribunale italiano: chissà quanti rinvìi. 
* *
Anche nella realtà, beninteso, i rinvìi non furono pochi: con danno anche dell'accusata. Tenendoci a questa immagine, si potrebbe dire che, avviato il procedimento, la dc ha subito alcune delibere preliminari avverse dei giudici-elettori; non ne ha tenuto conto per arroganza del potere; è stata condannata in modo netto, in un tribunale di prima istanza, il 15 giugno di quest'anno; soltanto allora si è allarmata e in preda a gran confusione ha finito per decidere che doveva cambiare collegio di avvocati e linea di difesa; si è infine immersa in una sofferta opera di autocritica e (forse) di autocorrezione, per presentarsi a future sentenze in condizioni più favorevoli. 
Fin qui l'immagine del processo calza; ma quello straordinario congegno che è il sistema democratico di governo è assai più complesso di qualsiasi procedura giudiziaria. In una democrazia ciascuna delle parti è simultaneamente giudice e imputato; il processo è un prisma a molte facce; il suo fine non è di produrre giudizi ma di provocare comportamenti diversi; le battaglie di parole e l'aritmetica dei voti incidono sulle cose. Inoltre, il procedimento non ha mai fine; in una democrazia, nessuna condanna è senza appello, nessuna vittoria o sconfitta è definitiva. 
* *
Il Processo pasoliniano, per essere riflesso sincero della realtà, dovrebbe celebrarsi simultaneamente su più palcoscenici. Su uno di essi, oggi il principale, gli imputati sono i capi DC; ma sugli altri gli imputati sono diversi, giacché questo autoprocesso, il più severo che la nostra democrazia abbia mai conosciuto (forse è un segno di maturità, forse di decadenza), non risparmia nessuno. Esso investe la psicologia e i comportamenti delle masse, con le loro impazienze; dell'individuo italiano, con la sua povera socialità; delle categorie, con i loro egoismi «corporativi», come oggi si dice; delle forze economiche organizzate, con le loro miopie; degl'intellettuali, con i loro settarismi e la loro volubile superficialità; e naturalmente dei partiti. 
Il riflettore, dunque, non è sempre puntato sulla DC. 
Talvolta illumina vividamente gli sbandamenti opportunistici di alcuni fra i piccoli « partiti-clienti »; talaltra, l'insicurezza e le brusche deviazioni di rotta dei socialisti; più spesso, la sempre riaffiorante ambiguità, o incertezza, o togliattiana doppiezza della dirigenza comunista. Questa non ha ancora avuto la forza di riconoscere fino in fondo la fatale responsabilità storica di avere falsato e compromesso così a lungo ogni potenziale alternativa democratica di sinistra, per aver deviato tanta parte della sinistra italiana sulla cattiva pista del leninismo-stalinismo, scambiato per socialismo. Ancora oggi, se il «Processo» italiano continua a presentare oscuri sbocchi, è in buona parte perché la dirigenza comunista non ha chiarito agli altri, e forse neppure a se stessa, che sia l'Urss; che cosa sia il socialismo; che cosa sia l'ideologia attuale del comunismo italiano.
 Non basta, ai comunisti, replicare in tono irritato: noi siamo quello che siamo. Ma che cosa sono i nostri comunisti, che a Livorno dichiarano la loro appartenenza irrevocabile all'Occidente pluralista ed annunciano che non può esserci socialismo che non sia democratico; mentre a Firenze invitano quale << ospite d'onore >> al Superfestival dell'<<Unità>>  nientemeno che la Repubblica Democratica Tedesca tutta intera, uno Stato che si conserva i cittadini circondando il proprio territorio ( nell'<<era della distensione») con barriere elettroniche, fili spinati e pattuglie di guardie che sparano? Che ha, questa Rdt, di socialista e di democratico, per essere offerta agl'Italiani come società modello? Perché il PCI sbandiera così i suoi Franco, invece di condannarli? E perché, ogni volta che gli si tocca l'Urss, ricade, per tutta reazione, in infantili esaltazioni del « paradiso sovietico », come fossimo nel 1948? 
* * 
La pluralità dei « processi » in corso, e quindi, fuor di metafora, la mancanza di alternative politiche limpide e rassicuranti, riconduce tutta l'attenzione sul processo in corso dentro la DC. 
Il male del partito è stato diagnosticato: presunzione, abuso di potere, occupazione e sfruttamento dello Stato (e che cosa non è Stato nell'Italia d'oggi?), inefficienza e così di seguito. Ma la cura come va? Siamo ancora alle prime scene; le parole sono molte (anche buone: come nell'intervista di Rumor al nostro giornale; o nel discorso di Moro a Bari); ma i fatti sono pochi. E' così difficile produrne? Indichiamo un solo mocratico, neppure tanto difficile: perchè non si è ancora ridato all'Italia una Rai-Tv autonoma, come vorrebbe la legge, non più parcellizzata tra i partiti, e largamente dominata dalla DC? Perché i processi in Italia vanno così per le lunghe? 





Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito


Collaboratori:

Alessandro Barbato.
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi



Seguici anche su Facebook, siamo già in tanti
Qui: Eretico e Corsaro