sabato 8 ottobre 2016

Pasolini - Come sono le persone serie?

"ERETICO & CORSARO"


Come sono le persone serie?
«Il Mondo», 16 ottobre 1975.
Lettere Luterane 
Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani Mondadori.
A cura di Walter Siti

Le persone serie sono prima di tutto immorali. Per esempio, Luigi Firpo («La Stampa», 28 settembre 1975), entrato in polemica con me, ha usato immoralmente degli argomenti da me superati in Scritti corsari, respingendo così indietro – in una inutile e umiliante ripetitività – me, lui stesso e soprattutto il lettore. Gliel'ho fatto notare. Come ha risposto? Compiendo altri due atti immorali. Primo, ha ribadito il suo diritto a discutere di me senza conoscere ciò che scrivo. (Cosa che si può anche fare. Ma a patto di non attaccare l'avversario definendolo «puerile», «nevrotico», «saccente», «sprovveduto» ecc: se si vuole attaccare con tanta moralistica violenza, bisogna aver la coscienza a posto per quanto riguarda la documentazione). In secondo luogo, per difendersi dalla colpa di avermi attaccato senza essersi documentato come doveva, stigmatizza la mia autocitazione degli Scritti corsari, arrivando alla bassezza di dire che egli non può leggere tutti i ventimila libri che escono in Italia in un anno. Ma una «persona non seria», se avesse voluto attaccare Firpo dandogli del reazionario, avrebbe letto almeno il suo ultimo libro, il cui oggetto fosse appunto la materia della polemica in corso. Firpo, questo, l'avrebbe certo preteso. Ma che io lo pretenda è l'ennesimo segno della mia indegnità. 

Le persone serie sono in secondo luogo estremistiche. Infatti Firpo mi supera a sinistra. Come se io dicessi: «Salviamo ciò che è salvabile del Parco del Circeo», ed egli mi rispondesse: «No! Bisogna fare di tutta l'Italia un solo Parco, e salvarlo tutto». Così, è chiaro, il Circeo viene sprezzantemente respinto alla sua settorialità, e, visto che si deve far tutto, non si fa niente. In realtà coloro che pensano sinceramente che tutta l'Italia dovrebbe essere un solo Parco da salvare sono le persone «non serie», i Don Chisciotte, i naturali estremisti: i quali, appunto per questo, lottano anche per ciò che è parziale, particolaristico e magari utopistico. Superandomi a sinistra, Firpo fa dunque dell'estremismo puramente ostruzionistico. Nella fattispecie, egli blocca il mio anticonsumismo (ridotto peraltro alla sua significazione corrente, anzi banale) dicendo che solo una dittatura austera del «Bene» potrebbe ipoteticamente salvare dalla degradazione edonistica. Poiché ciò è inconcepibile, mettiamoci dunque al livello dei poveri santi che ci hanno governato in questi decenni. 

Le persone serie sono in terzo luogo teppistiche. Io parlo di un processo contro i potenti democristiani che ci hanno governato in questi decenni. Ho fatto anche ripetutamente un elenco, sia pure linguisticamente di carattere morale, dei loro reati. Firpo spregia tale elenco. Trova solo che il Processo sarebbe anche giusto, ma tuttavia (grazie tante!) utopistico, e magari puerile. Con ciò, non discute i «reati». Mentre niente al mondo fa prevedere qualche miglioramento da parte di coloro che ci governano. Ripeto: niente al mondo. Firpo fa dunque il loro gioco alla perfezione. La politica clientelare continua. Chi supera a sinistra proteggendo il potere... 

Le persone serie sono in quarto luogo falsamente pratiche. Firpo infatti fa un unico, ininterrotto inno a quell'atroce deviazione della mente umana che è il buon senso. Il buon senso dice che bisogna prima di tutto badare al sodo senza tanti idealismi per la testa. Mi dica Firpo: quanti di coloro che erano contro la cacciata e il processo di Nixon hanno fatto prudentemente appello alla «pratica»? 

Le persone serie sono in quinto luogo falsamente idealistiche. Mi dica Firpo: quante delle persone che avrebbero voluto far passare sotto silenzio lo scandalo Watergate non si sono appellate al bene del Paese, agli ideali di ordine e all'ordine dei problemi più vasti? Silenzio. Silenzio non solo da parte di Firpo, ma di tutti coloro che potrebbero parlare. Giorgio Galli (su «Panorama», 2 ottobre 1975) che, di serio, non si limita ad avere solo il doppiopetto, si fa portavoce di quel silenzio, dicendomi, civilmente, che il- processo sarebbe inutile. Ma il processo a Nixon è stato utile o inutile? D'altra parte, nell'ipotesi, del resto utopistica, che tutti i processi «fermi» (Valpreda, Pinelli, golpe Borghese, delitti e bombe nere) fossero portati a termine da una magistratura indipendente e al di sopra del potere politico, si giungerebbe fatalmente (come ho già avuto occasione di dire) al Processo di cui parlo io. E forse ci si giungerà. Ma ci si giungerà troppo tardi. Quando ormai «altri giochi» saranno fatti. E allora, e soltanto allora, quel Processo sarà inutile. 

Le persone serie sono in sesto luogo ottuse. Firpo non si è reso conto infatti che quando a maggior capo d'imputazione contro i potenti democristiani (e, s'intende, i loro complici di altri partiti) assumo il loro non aver capito qual era il nuovo reale pòtere che essi servivano, non faccio un'accusa puramente culturale: perché chi ha in mano il potere non può fare errori culturali, egli fa solo errori politici E quando tali errori politici avvengono in un contesto criminale (Sifar, Sid, Cia, stragi, clientelismo, corruzione), chi li ha commessi deve pagarli.

Le persone serie sono in settimo luogo adulatrici. C'è nel pezzo di Firpo un passo su Berlinguer da lasciare a bocca aperta, feriti da qualcosa che è insieme comico e ripugnante: «Quando vedo il volto di Berlinguer, così giovanile e pur tanto segnato, così triste nel profondo, d'una tristezza che non è solo quella lunga e chiusa della sua Sardegna, penso che soprattutto questo lo accori...» Ë chiaro: solo la volontà del Pci potrebbe portare i sacrestani al potere e i loro servi al banco degli imputati. Ma la prudenza, in politica estera, di quel Paese nel Paese che è il Pci, non è in nessun modo da confondersi con la prudenza di un intellettuale che invece ha la possibilità (il diritto, il dovere) di parlare liberamente: assolutamente sordo a ogni cautela diplomatica. E non c'è adulazione alla prudenza del «leader» di un partito che possa giustificare la propria. 

Le persone serie sono in ottavo luogo razziste. Benché cerchi di moderarsi, l'antipatia di Firpo contro il sottoproletariato romano è incontenibile: e ha proprio i caratteri convenzionali che, non più di una decina d'anni or sono, faceva scrivere ai proprietari di molti locali torinesi: «Vietato l'ingresso ai terroni». L'immagine che Firpo ha del «povero» romano è perfettamente agiografica (con senso, s'intende, negativo): esso (a Firpo e a «molti») «simpatico non fu mai»; esso ha «ceffo patibolare»; esso da «non edificanti esempi»; esso ha «radici di cinismo, violenza, avidità così profonde, che risalgono al paganesimo latente nel mondo contadino, alla tracotanza romanesco-papalina, pronta di coltello e usa a insultare anche i morti, cioè a uno dei più grevi impasti di materialismo, sensualità e indolenza della nostra storia...» Ce n'è abbastanza per mandarlo in un campo di concentramento, con zingari e omosessuali; la sua vita non è certo degna di essere vissuta. Se, naturalmente, esso fosse ancora così; e Firpo non escludesse con tanta assoluta certezza che – come io sostengo – esso sia cambiato: che esso sia cioè diventato, da possibile vittima di un Lager, possibile carnefice di un Lager. Come tutti gli «sradicati» il sottoproletario romano ha infatti perso la sua «cultura», nei cui schemi egli si realizzava, con difetti e virtù. Ora egli cerca, incrudelito dall'incertezza, «schemi» piccolo-borghesi: come già, appunto, in un altro contesto storico, le SS. Che solo così si spiegano. O vogliamo essere razzisti con i tedeschi? I genocidi di Hitler sono stati preceduti dai genocidi, di cui parla Marx nel Manifesto, perpetrati a livello culturale dal capitalismo. Di un simile genocidio è stata fatta oggetto, con le altre culture particolaristiche italiane, la cultura sottoproletaria romana. 

Le persone serie sono in nono luogo sessuofobe. Alle origini di tutto questo sgradevole scontro di Firpo coi miei interventi sul «Processo» - resi accademici dal silenzio di intellettuali dunque peggiori di lui – c'è infatti un articolo «rivelatore» di alcuni mesi fa (sempre nella «Stampa»), che Firpo ha scritto contro di me e la mia opera, per ragioni puramente moralistiche: in tale articolo veniva fuori tutto il disprezzo privato, tutto il rancore si direbbe fisiologico che Firpo nutre contro la mia persona. 

Le persone serie in decimo luogo (e questo è l'unico punto parzialmente a loro vantaggio) sono prive di spirito. Per prendere in giro le «persone serie», e sottolineare la loro perbenistica vocazione al linciaggio, in un mio articolo avevo scritto: «Si è ironizzato, si è riso, si è accusato. Ciò che dico è indegno di altro: io non sono una persona seria». Ebbene Firpo ha preso questa frase detta scherzosamente per una frase seria in cui io recitassi un «mea culpa»... In conclusione: per iscritto non trascinerò mai più neanche uno dei miei lettori in una così umiliante polemica con un avversario, la cui «metodologia» si fonda, in sostanza e riassumendo, su questi due principi: a) non documentarsi prima di polemizzare, b) attaccare per un (forse inconsapevole, sia pure) apriorismo moralistico. Per iscritto non replicherò dunque mai più: ma oralmente, se Firpo vuole, sono disposto a discutere di tutte queste cose – visto che egli insegna, appunto, «metodologia» della ricerca storica! – di fronte ai suoi poveri giovani allievi.


«Il Mondo», 16 ottobre 1975.

Vedi articolo di Luigi Firpo su La Stampa del 27 settembre 1975 ( Qui )


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
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Risposta a Pasolini - IL "PROCESSO,, AL CONSUMISMO - di Luigi Firpo

"ERETICO & CORSARO"



IL "PROCESSO,, AL CONSUMISMO 
Risposta a Pasolini 
LA STAMPA Anno 109 - Numero 223 
Sabato 27 Settembre 1975 

Ben tre colonne, sul Corriere del 9 settembre, occupano le « risposte » di Pasolini a Leo Valiani, interlocutore invocato, ed a me, contraddittore imprevisto e sgradevole. Non meritavo tanto, per aver semplicemente fatto notare quanto la proposta pasoliniana di sottoporre a processo una dozzina di notabili democristiani fosse paradossale, inconsistente e, se gettata là per scherzo, troppo pubblicitaria, se detta sul serio, puerile. 

Per quanto mi riguarda, la replica è così debole, sconnessa, quasi nevrotica, che non meriterebbe di essere raccolta, se non offrisse il destro per approfondire il discorso su quella che è ormai diventata la bestia nera di Pasolini, l'onta suprema del mondo, e cioè il consumismo. Pel rimanente, egli incomincia con lo spiegare a me, che da anni insegno all'Università Metodologia della ricerca storica, quali sono le nuove discipline ausiliarie dello storico moderno. Il tono è quello del bambino saccente, d'una sprovvedutezza quasi patetica. Segue poi, martellante, l'accusa di non aver letto i suoi Scritti corsari, venendo meno con ciò ai miei doveri, comportandomi « poco onestamente » ed esponendomi all'ingiunzione severa, ripetuta « ossessivamente », di leggerli subito. 

Da tanti anni cerco di leggere in media un libro al giorno, e se mi basterà la vita, se mi reggeranno gli occhi, so che riuscirò a leggerne in tutto un ventimila: quanti se ne pubblicano oggi in Italia in poco più d'un anno, in qualche giorno nel mondo. Perché, fra quei pochi, avrei dovuto leggere obbligatoriamente gli Scritti corsari di Pasolini? Per ricordare a qualcuno che due più due fa quattro, debbo prima chiosare le sue opere complete? Di fronte alla proposta di un processo fanta-politico, mi sono limitato ad osservare che si trattava appunto di fantasie, di una pura divagazione, ma più di altre arrischiata e rischiosa perché camuffata da cosa seria, e perciò fuorviante e mistificatoria, in un momento grave e in un Paese che ha un bisogno tremendo di uscire dal mondo dei sogni e dall'inconcludenza verbosa, per rimettere i piedi sulla terra e riprendere contatto con la dura realtà della storia.

Nel mio tentativo di sdrammatizzare « furbescamente » la furia anti-consumistica di Pasolini io avrei rivelato « tutta la volgarità della classe intellettuale italiana ». Tralascio il rozzo modo di inveire senza aver ben capito di che cosa si parla, né insisto nel sottolineare che la classe intellettuale italiana non è tutta volgare (per chi scriveremmo, se no?), né domando a Pasolini a quale rude ceto di lavoratori del braccio vaneggi di appartenere. Parliamo di consumismi, con calma. 

Condivido appieno la ripugnanza profonda per questo sperpero volgare, per l'oggettivazione triviale d'una presunta e illusoria felicità, per questo dissipare tempo e risorse, lavoro e attenzione in cose inutili e frivole, quando non sono addirittura degradanti o segnate dalla turpitudine ultima e suprema, che è quella dell'idiozia. Ma il consumismo va pure scrutato e notomizzato senza passione, con occhi di scienziato. Pasolini che propone? Tornare alle diligenze a cavallo, al secchio del pozzo, all'olio della lucerna, alla processione del santo patrono? Di lodatori nostalgici del passato non sappiamo che farcene, perché il compito della generazione nostra, di tutte le generazioni, è di guardare avanti, di « progettare » (magari inconsapevolmente) il futuro. 

So bene che Pasolini non è, e che gli è intollerabile essere definito, un reazionario. Ma cosa importa che non lo sia, se nelle conclusioni ultime, nelle finali proposte (o nel l'assenza di proposte attendibili) il suo atteggiamento è arcaizzante, sanfedista, intinto di falso folclore e di rimpianti d'un passato irrecuperabile? Guardare con occhi impietosi, con orrore e disgusto, il mondo che ci sta d'attorno a poco giova se non si hanno validi modelli alternativi da suggerire, e capacità di analisi seria della realtà e delle sue radici storiche profonde. 

Il circolo vizioso del consumismo (e la parola « vizioso » suona qui nel suo duplice senso di ottusa circolarità ripetitiva e di passiva degradazione), oggi, può essere spezzato soltanto in virtù di una rieducazione di massa, radicale e capillare, cioè attraverso una tirannia moralistica che abbia prestigio e forza bastanti ad instaurare un nuovo monachesimo sociale. Per rieducare ai consumi « buoni » (e che non siano solo visite guidate ai musei, campionati di scacchi e cori campestri) bisogna reprimere radicalmente i consumi in genere, rendere coattiva l'uniformità, diffondere una povertà di Stato austera e idealistica, imporre una dittatura del Bene (presunto), in una parola: incatenare la libertà. 
Ma se gli italiani capissero questo, non so quanti sarebbero disposti a pagarne il prezzo fino in fondo. Quel giorno, un'ipotetica elezione darebbe al partito comunista soltanto qualche migliaio di voti (compreso il mio, magari) e tutti gli altri voterebbero per la motoretta, il frigo-bar, i ponti lunghi, le settimane corte, gli aperitivi, i digestivi, i lassativi, i censori permissivi, i porno-western distensivi, i falsi agonismi sportivi, gli stracci decorativi, gli ebetismi televisivi: tutto ciò, in una parola, che nutre l'illusione di esistere delle anime morte. 

Quando vedo il volto di Berlinguer, così giovanile e pur tanto segnato, cosi triste nel profondo, d'una tristezza che non è solo quella lunga e chiusa della sua Sardegna, penso che soprattutto questo io accori: l'idea di dover educare al comunismo un popolo godereccio, individualista e anarcoide anche più di quello della Georgia, che pur tanto fa penare gli uomini di Mosca, e troppo abituato a credere che la disciplina sociale si esaurisca nei cortei e nelle adunate, dopo di che ogniuno ritorna a farsi allegramente gli affari suoi. E tutti gli intellettuali insicuri, che dopo il 15 giugno fan la coda per staccare la tessera, debbono aver aggiunto a quella tristezza una goccia amara di commiserazione.
Ci sarebbe, dirà qualcuno, un'altra via per estirpare il consumismo: quella dell'educazione aperta e mite, degli esempi edificanti, della spontanea redenzione. Ma è un rimedio che può funzionare, ammesso che funzioni, soltanto a tempi lunghissimi. Se non c'è riuscito in duemila anni il cristianesimo, temo che le tante religioni novelle pullulanti, mistiche o magiche, filosofiche o sociologiche, siano destinate a fallimenti clamorosi. Prima di aver raggiunto qualche risultato, le bombolette spray dei fissatori per capelli o degli insetticidi avranno già distrutto la sfera d'ozono che ci protegge e saremo tutti morti. 

Dunque Pasolini straparla: fra le tante accuse gravi che da più parti si muovono a Fanfani, a Moro, ai loro amici, quella di non aver saputo estirpare il consumismo è solo una freddura: ci vuol altro che qualche notabile democristiano per contenere un fenomeno planetario, una ecumenica follia suicida. Basti un esempio del suo modo impressionistico, frivolo, occasionale, di affrontare problemi di tanta portata: a suo dire, uno sconvolgimento radicale avrebbe squassato l'Italia negli ultimi sei o sette anni, al punto che gli sarebbe toccato di vedere « la più simpatica gioventù d'Italia trasformarsi nella più odiosa ». Si tratta, per chi non lo sapesse, della gioventù romana proletaria e sottoproletaria delle « borgate », quella che un tempo, se ho ben capito, aveva la faccia allegra e sfaticata di Ninetto Davoli e adesso si sarebbe trasmutata in un'accolta di criminali « impietriti in una ferocia da SS ». Con l'emotività propria dell'artista che confonde le parvenze mutevoli con la realtà profonda, l'attimo con l'eterno, Pasolini dimentica che quella gioventù « simpatica » (ma a me ed a molti simpatica non fu mai, anche se merita pietà e soccorso) già nel passato aveva fornito ai suoi film e ai suoi clan un discreto drappello di ceffi patibolari, e ai suoi romanzi copia di non edificanti esempi. 

La verità è che la triste e trista gioventù delle baracche cresce, ora come allora, alla scuola della miseria e del vizio precoce, ma le sue radici di cinismo, violenza, avidità sono cosi profonde, che risalgono al paganesimo latente nel mondo contadino, alla tracotanza romanesco-papalina, pronta al coltello e usa ad insultare anche i morti,  cioè ad uno dei più grevi impasti di materialismo, sensualità e indolenza della nostra storia. E sono secoli ch'esso fermenta, non sette anni. E solo una sciagurata retorica patriottarda ha fatto sì che d'una tale argilla si foggiasse il crogiolo e il modello di quello sterminato aggregato composito che è oggi Roma. 

Non voglio continuare. Ma questa è, in ultima istanza, la contraddizione suprema: nel mondo che Pasolini vagheggia non ci sarebbe posto per lui, per il suo modo di vivere, per i suoi film lirici e scatologici, per i suoi ragazzi di vita, per la sua sconfinata libertà di egocentrico complessato che sentenzia a diritta ed a manca, su tutto e su tutti, pasticciando, contraddicendosi, ma anche stimolandoci con la sua tensione poetica, il suo impegno ringhioso, l'indignazione confusa ma sincera. Si goda, fin che può, questo poco di libertà che ci resta e che altri difende, anche per lui.  Non si creda onnisciente e infallibile. Misuri il senso delle parole. E rimedi, di questo suo ultimo articolo, una frase in cui afferma, parlando di se stesso: 


<< Si è ironizzato, si è riso, si è anche accusato. Ciò che dico è indegno di altro: io non sono una persona seria>>. 

Bene, è già qualcosa. Forse, finalmente, gli sta sorgendo il dubbio.

Luigi Firpo

* * * * *

Luigi Firpo nell'articolo del 31 agosto 1975 ( QUI ) risponde in modo polemico a due articoli scritti da Pasolini e pubblicati uno sul settimanale Mondo il 28 agosto del 1975 ( "lettera aperta di Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi DC" ) e l'altro apparso sul Corriere il 24 agosto 1975 ( Il Processo ), nel quale Pasolini dice che è necessario fare un Processo alla DC elencando dei veri e propri capi d'imputazione - a questo proposito rimando ad una sezione interna al blog, che noi di Eretico e Corsaro abbiamo realizzato " Attacco al potere, Processo alla DC ". 


Una cosa che non trova una chiara risposta, è il fatto che sia apparso prima l'articolo numero 2, cioè “ Il processo “ ( il 24 agosto 1975 sul Corriere ) e successivamente ( il 28 agosto 1975 su Il Mondo), l'ipotesi di “processo”avanzata da Pasolini nella sua lettera aperta al direttore Ghirelli - Sembra lecito presupporre che Pasolini abbia inviato prima l'ipotesi di processo alla Dc al direttore Ghierelli per farla pubblicare in anticipo rispetto alla pubblicazione apparsa sul Corriere.

All'articolo di Luigi Firpo del del 31 agosto 1975, Pasolini risponde il 9 settembre del 1975 dalle pagine del Corriere, con un articolo titolato “ Risposte”, e 28 settembre 1975, sempre dalle pagine del Corriere, risponde ad un articolo di fondo apparso sul quotidiano La Stampa il 14 settembre 1975 ( il Processo: e poi? ), affermando che “ I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere” ( Perchè il processo ).

Luigi Firpo riprende a polemizzare con Pasolini il 27 settembre 1975, sempre dalle pagine del quotidiano La Stampa, con questo articolo dal titolo “ Il “processo al consumismo, Risposta a Pasolini” nel quale sferra il suo attacco contro il Poeta-Intellettuale. Pasolini replica il 16 ottobre 1975, dalle pagine di «Il Mondo», con un articolo titolato “Come sono le persone serie?”.


Circa due settimane dopo, Pasolini verrà assassinato All' idroscalo di Ostia in circostanze ancora da accertare e quindi il Processo da lui ipotizzato non ha avuto un seguito.

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
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