sabato 8 ottobre 2016

Pasolini - Come sono le persone serie?

"ERETICO & CORSARO"



Porcile o no, tiriamo le somme su Pasolini
di PIERO SANAVÌO

(SEGUE INTERVISTA  "INEDITA")


La prima cosa che lessi mai di Pier Paolo Pasolini fu "Le ceneri di Gramsci". Gli echi del successo critico m’erano giunti anche negli Stati Uniti, dove ormai abitavo da anni: su riviste e giornali nazionali. Il libro arrivò più tardi, per posta normale, impigliandosi tra i colli più eterogenei che una nave può trasportare tra due continenti, non per via aerea come i quotidiani o magari via radio come le notizie. Me lo depositò il postino al numero 10 di Linnaean Street, e tornando da un seminario mattutino su Sceve e i petrovchisti me lo portai in biblioteca. Quando non insegnavo, vi passavo i pomeriggi a leggere i Puritani. Quelli veri, non l’opera: quelli che impiccarono le streghe a Salem, pacifica cittadina costiera dove un secolo dopo, due anzi, Hawthorne doveva mangiarsi il cuore, salvando (loro: gli assassini) la legittimità dello Stato e preparando l’indipendenza delle Colonie. Gente tutta d’un pezzo, lungimiranti. Con quei tragici nasi romani che neppure l’accademismo degli incisori riusci a raddolcire sui risguardi dei libri. Riapparivano in carne e ossa tra le strade di Boston, quelle che strisciano giù dalla collina, camuffati da vecchi rentiers o banchieri o più semplicemente pensionati (ex capitani di marina, ex mercanti, ex qualsiasi cosa: in attesa del sole, a Louisville Square, che sul loro volto pareva coincidere con l’approssimarsi della morte), e in realtà non erano ne banchieri ne rentiers ne pensionati: solo un’altra generazione, vecchi yankees stolidi, bellissimi e un po sospettosi, sopravvissuti all’ondata di irlandesi abbattutasi sulla Nuova Inghilterra l’anno della carestia delle patate e alle invasioni successive. Guardavano nel vuoto e i loro occhi, tra le rughe del viso, esprimevano un misto d’orgoglio, indifferenza e stanchezza. Ombre d’un altro clima.

Non aspettavano la morte : aspettavano qualcosa. Qualsiasi cosa? una causa, nella quale giustificarsi. J.F.K. passo loro sul capo come un fenomeno della corruzione dei tempi : un irlandese nuovo-ricco, cattolico per di più, e d’una famiglia che loro non avevano mai frequentato. Si mossero poco prima della sua morte, alle esplosioni dei negri. La madre del governatore del Massachusetts, una Peabody (come dire, in Inghilterra, una cugina della regina), fini in galera nel Sud, a ottant’anni, nel corso d’una marcia con Luther King, in favore della integrazione.
Una volta al mese, da Cambridge di gusto falso-inglese, scendevo a Washington per visitare un vecchio, rinchiuso in manicomio. Ezra Pound, dal quale ho imparato quel poco che so,  tolta la politica (ma questa e un’altra storia), almeno nel senso d’un certo gusto e interessi specifici, dalla letteratura all’economia e viceversa, sparava i suoi tic verbali da sotto la visiera di celluloide, verde come d’un telegrafista del vecchio West: caustico e buffonesco e con la capacita di toccar giusto pur partendo da presupposti che talvolta erano tanto sbagliati da parere impossibili. In ogni caso, offrendo l’esempio umano più assoluto del rifiuto d’ogni compromissione, anche nell’errore.
Pagato fino in fondo, questo, e nel modo più spietato : e di cui, dietro il paravento in fondo al corridoio, dove riceveva, o sdraiato su una chaise longue in giardino, più tardi, tra le urla dei pazzi, non raccontava mai. Parlava dell’Italia, di Londra, di Parigi. Di tanto in tanto mi dava dei consigli su ciò che dovevo leggere. In una lettera, per esempio, mi esortava a lasciar perdere la ≪ STEW-pi-DI-taaaaaa dei puritani ≫ e concentrarmi invece su un certo Matt Quay, ≪ che leggeva i classici greci nell’originale e nascondeva il fatto ai suoi elettori, per paura di perderne i voti ≫.
Doveva essere un novembre. Il cielo era grigio, dietro i vetri della Widener Library, e l’umidità che veniva dal Charles, dal Mystic, dalla baia o chissadove, s’estendeva più definitiva d’una macchia d’olio in un bicchier d’acqua. Dalla finestra contro cui Increase Mather, John Cotton, Governor Winthrop, John Hooker, Cotton Mather, che credeva nelle streghe, e il fedelissimo Cartesio (cioè : i loro libri), spalla a spalla, appoggiavano il peso dei propri dubbi, rigidi del pari che i minutemen di Lexington quel giorno famoso (che permise a Emerson di inventare una frase e a John Reed di migliorarla), vedevo i soliti camini di Cambridge, e il Main Street di Cambridge, Mass Ave, e l’intrico di fili elettrici che marcava l’inizio di Harvard Square. Sudavo, nel mio cubicolo in biblioteca, per l’umido: e imprecavo contro gli obblighi universitari, ma a pensarci adesso dall’ignobile piazza di Spagna, quegli anni sembrano straordinari. Mitologici, addirittura. Perché erano la libertà.
Ognuno, da dovunque venisse, era non chi conosceva o ciò che era stato : piuttosto, quanto poteva dare. Molto spesso il ≪ dare ≫ si riduceva a una specifica curiosità : un fatto abbastanza piacevole che implicava molta onesta, anzitutto l’ammissione della propria ignoranza. Forse era per questo che quegli anni avevo persino l’impressione che servisse qualcosa parlare. 
Fu pensando al vecchio nella casa dei pazzi, dal quale avevo appena ricevuto una lettera irritata e irritante, ma che pareva una poesia, che cominciai a leggere Pasolini. Avevo allora, bisogna dirlo, delle idee abbastanza precise sul come scrivere certe cose : anche sulla politica. Quanto a Gramsci, m’ero già accorto che ciò che si pubblicava in Italia su di lui nasceva da presupposti idealistici, per non dire ottocenteschi, uscissero le glosse al classico dalla penna di irreprensibili membri del Partito che, magari, in Spagna, s’erano imboscati dalla parte di Franco. Sicché, nell’edizione Einaudi, me l’ero riletto tutto con pazienza. Per quanto importante possa essere stato per me, non me n’ero fatto un dio: ne un padre o una madre o un fratello maggiore cui chiedere la risposta a problemi che non riuscissi a risolvere da solo. Il dogma, o l’attaccamento sentimentale a un’ideologia, m’hanno sempre fatto paura. 
Non che a questo non creda anche adesso, incluso ciò che si riferisce al modo di scrivere certe cose : tutte. So pero, adesso, che parlarne serve poco. E che scrivere rimane un atto privato, come lo e ogni tipo di scoperta artistica e, per noi occidentali perlomeno (da Vladivostok ad Anchorage, passando per l’Europa), ogni forma di ≪ cultura ≫ : privato, ovviamente, nel senso che la ricerca e strettamente personale e non implica, ne richiede, nessun ≪riconoscimento≫ : hegeliano o meno, questo. E un'attività sotterranea, simile allo scavar gallerie due centimetri più giù del livello dell’asfalto o dell’erba. Un bel giorno si avrà scavato tanto, ognuno per conto suo, che i due centimetri di spessore cederanno e molte cose che ancora esistono in superficie andranno in fumo. L’arte e il solo nemico naturale dello Stato. 
Dunque leggevo Pasolini. Lessi un bel pezzo prima di alzare gli occhi e guardar fuori, le luci nel buio, adesso : e prima di confessarmi il mio stupore e una certa ilarità. Non provavo nient’altro. Pareva assurdo, tutto qui. Qualcuno dal nome attraente, siglabile all’americana, nascondeva la propria ignoranza di periferico maestro di scuola in una scrittura pseudoautomatica, da poveracci, mediata attraverso uno squallido sentimentalismo piccolo borghese. Con qualche bel verso : e molto gesticolare e cattivo gusto e autoamore. Non capivo davvero cosa avessero inteso, o vi avessero visto, i critici. Vi pensai per un po’. Non con la dovuta attenzione. L’avessi fatto, forse mi sarei accorto che la pubblicazione e il successo di quel libro segnavano una data importante nella cultura italiana del dopoguerra: l’inizio di certa politica culturale, mediata attraverso una compromissione dell’intelligentia con l'industria del libro (e non solo del libro). Che il paese, insomma, entrava in un conformismo di tipo New Deal: con qualche ritardo sugli Stati Uniti. 
Mi illudo. Anche se v’avessi pensato per mesi, v’erano cose che non avrei capito, della penisola. Ero assente da troppo tempo. E non potevo sospettare che dopo avere esitato tra America e Russia, e aver subito la dittatura di quell’idealista staliniano che, fino all’entrata in Bucarest dei carri armati khruscioviani, fu Lukacs - un Croce dei paesi d’oltrecortina - il paese scopriva la tecnologia, e nell’euforia del boom dei frigoriferi gli uomini di cultura mescolavano tutto, Hegel e Heidegger, Lukacs e Merleau-Ponty, Goldmann e Sartre, l’800 romantico e Gramsci, vivendo per citazioni e riducendo il discorso  critico al solipsismo d’un pendolare moderatamente bibliofago, in moto perpetuo tra Roma, Milano, Palermo e Forte dei Marmi. Ne potevo immaginare, e qui pero la colpa era  mia, la storia d’Italia la conoscevo, che sotto la patina di populismo, neorealismo, libertarismo e mammistico ingaggio politico (tutte tendenze che dovevano presto sfociare nel recupero del gusto liberty, in loro logica morte e trasfigurazione: in attesa d’una prossima riproposta del gusto dannunziano, per il ritorno emblematico delle immagini del poeta-eroe come nostra realtà quotidiana: magari sulla pubblicità d’un detersivo), la scrittura in Italia fosse rimasta ≪ufficiale≫. Avrei dovuto saperlo. Dante che sogna l’incoronazione con fronde d’alloro e Petrarca che l’ottiene, non sono degli esempi isolati d’epoche di barbarie. Hanno come corrispettivi tutti quegli artisti che tra le due guerre accettarono il ≪ regime ≫ per un posto all’Accademia, e questi altri, più recenti, vivi adesso, che alla spada e alla feluca (peraltro abolite) han preferito più remunerate compromissioni. Sicché diventava ridicolo, non aveva neppure la venatura d’un calcolo prestabilito, parlare (come molti inseriti già facevano, negli anni Cinquanta) di tradimento della Resistenza e simili cose. Era perdita di fiato. Tutto non poteva non essere come era sempre stato. Non si può trasformare una cultura senza far piazza pulita di molte situazioni. Non basta far ritoccare la fotografia dell’avo, sottufficiale piemontese, nascondendo collo duro, bottoni e medaglie sotto un fazzoletto d’ispirazione garibaldina: fidandosi, per mascherare il falso, che sia soldati regi che truppe irregolari amavano le lunghe barbe.
Credo che il nostro sia il solo paese dove anche i discorsi programmatici dell’avanguardia posseggono ormai il tono pedante di tesi di laurea e l’ambiguità filologica delle dichiarazioni di un politico in cerca di voti. Per contrasto, uno tende a pensar con affetto, direi con tenerezza, all’umorismo, alle ingenuità, alla freschezza e alla fondamentale serietà dei primi futuristi.
Stiano comunque quieti i turisti stranieri in viaggio di nozze a Posillipo o a Venezia: nella terra del sole, dove tutto si muove solo nell’ombra, nessuno si sognerà mai d’uccidere il chiaro di luna. 
Ma ritorniamo a Pasolini : anche se ho l’impressione di non aver parlato che di lui. Dopo Le ceneri lessi gli altri libri, vidi anche i film: in Europa, questi. A poco a poco cominciai a nutrire verso di lui una sincera ammirazione. Per il suo genio del luogo comune, l’impudicizia di elevare presunzione e provincialismo a canoni estetici nazionali, la capacita di sfoderare la più piatta banalità al momento giusto (chi altri avrebbe pensato di rispolverare negli anni Sessanta la vieta immagine d’un Cristo populista?), come un figlio unico viziato, che in una prima elementare frequentata solo da bambine voglia imporre la propria virilità alzando il tono di voce. Son qualità abbastanza tipiche di quell’artista fatto in casa che egli e, in definitiva : pronto a vendere sentimentalismo per indignazione sociale e imprecisione stilistica per intenti rivoluzionari; una specie d’acqua piovana mescolata a polvere Idriz, offerta in bottigliette di gazzosa (con la pallina al posto del tappo) agli ignari indigeni. Per far tutto questo, ce ne vuole di immaginazione. 
Anche mi divertiva. Con quella scrittura cachettica e per il suo narcisismo entusiasta, da chierico dèfroquè, sempre esitante tra la bestemmia e l’autopunizione e che pero richiedeva la medaglia di finecorso ad attestato ufficiale che in ogni caso s’era comportato bene. Pensavo ai miei Puritani, per i quali l’entusiasmo, anche in materia di religione, era condannabile con il confino a vita o l’impiccagione, o al vecchio nella casa dei pazzi, adesso in esilio a casa nostra, e al suo rigore, la sua assoluta dignità d’artista. Pasolini non ha tutto questo, e naturale. Ma d’altra parte, siamo in another country, un altro paese : and besides the wench is dead. Marlowe non ci pensava ma possiamo farlo noi : interpretare arbitrariamente wench (ragazza) come sinonimo di ≪ coerenza ≫. La coerenza e morta. E pero, nel paese degli artisti ≪ ufficiali ≫, serviva proprio? Mi si dirà che con questo atteggiamento ero forse la persona meno indicata per intervistare Pasolini, ed e possibile. Seppure, quando lo feci, lo feci con molta discrezione, tentando di dimenticare ciò che pensavo di lui. Fu abbastanza facile perché ero in Italia da un mese e mi sentivo un po’ sconvolto dalla realtà della penisola, un po’ depresso. Mi chiedevo se non fossi io ad aver sbagliato tutto. In definitiva, forse chi aveva ragione era proprio Pasolini. 
Fu all’EUR, casa sua, un bel giorno ventoso di fine marzo. Nel soggiorno campeggiava un elmo rinascimentale, un elemento decorativo mi figuro. Lui stava seduto, rispondendo a domande che qualcun altro, un giovane tedesco che parlava italiano, incideva su un registratore identico al mio. Era tutto molto comico : l’uno dopo l’altro, il tedesco e io, a confessare una terza persona e portarne via la voce. Come se la testa non ci servisse più. Dopo un poco fu il mio turno. Pasolini stava in profilo, come Antonito el Camborio quando mori. Parlava in tono molto serio, decisamente professorale, mi istruiva. Aveva ragione, ce n’era bisogno : ad ascoltarmi adesso, nel registratore, non sembro tanto brillante. Non lo sono mai stato.


PIERO SANAVÌO

SEGUE INTERVISTA  "INEDITA"


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato.
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi

Risposta a Pasolini - IL "PROCESSO,, AL CONSUMISMO - di Luigi Firpo

"ERETICO & CORSARO"



IL "PROCESSO,, AL CONSUMISMO 
Risposta a Pasolini 
LA STAMPA Anno 109 - Numero 223 
Sabato 27 Settembre 1975 

Ben tre colonne, sul Corriere del 9 settembre, occupano le « risposte » di Pasolini a Leo Valiani, interlocutore invocato, ed a me, contraddittore imprevisto e sgradevole. Non meritavo tanto, per aver semplicemente fatto notare quanto la proposta pasoliniana di sottoporre a processo una dozzina di notabili democristiani fosse paradossale, inconsistente e, se gettata là per scherzo, troppo pubblicitaria, se detta sul serio, puerile. 

Per quanto mi riguarda, la replica è così debole, sconnessa, quasi nevrotica, che non meriterebbe di essere raccolta, se non offrisse il destro per approfondire il discorso su quella che è ormai diventata la bestia nera di Pasolini, l'onta suprema del mondo, e cioè il consumismo. Pel rimanente, egli incomincia con lo spiegare a me, che da anni insegno all'Università Metodologia della ricerca storica, quali sono le nuove discipline ausiliarie dello storico moderno. Il tono è quello del bambino saccente, d'una sprovvedutezza quasi patetica. Segue poi, martellante, l'accusa di non aver letto i suoi Scritti corsari, venendo meno con ciò ai miei doveri, comportandomi « poco onestamente » ed esponendomi all'ingiunzione severa, ripetuta « ossessivamente », di leggerli subito. 

Da tanti anni cerco di leggere in media un libro al giorno, e se mi basterà la vita, se mi reggeranno gli occhi, so che riuscirò a leggerne in tutto un ventimila: quanti se ne pubblicano oggi in Italia in poco più d'un anno, in qualche giorno nel mondo. Perché, fra quei pochi, avrei dovuto leggere obbligatoriamente gli Scritti corsari di Pasolini? Per ricordare a qualcuno che due più due fa quattro, debbo prima chiosare le sue opere complete? Di fronte alla proposta di un processo fanta-politico, mi sono limitato ad osservare che si trattava appunto di fantasie, di una pura divagazione, ma più di altre arrischiata e rischiosa perché camuffata da cosa seria, e perciò fuorviante e mistificatoria, in un momento grave e in un Paese che ha un bisogno tremendo di uscire dal mondo dei sogni e dall'inconcludenza verbosa, per rimettere i piedi sulla terra e riprendere contatto con la dura realtà della storia.

Nel mio tentativo di sdrammatizzare « furbescamente » la furia anti-consumistica di Pasolini io avrei rivelato « tutta la volgarità della classe intellettuale italiana ». Tralascio il rozzo modo di inveire senza aver ben capito di che cosa si parla, né insisto nel sottolineare che la classe intellettuale italiana non è tutta volgare (per chi scriveremmo, se no?), né domando a Pasolini a quale rude ceto di lavoratori del braccio vaneggi di appartenere. Parliamo di consumismi, con calma. 

Condivido appieno la ripugnanza profonda per questo sperpero volgare, per l'oggettivazione triviale d'una presunta e illusoria felicità, per questo dissipare tempo e risorse, lavoro e attenzione in cose inutili e frivole, quando non sono addirittura degradanti o segnate dalla turpitudine ultima e suprema, che è quella dell'idiozia. Ma il consumismo va pure scrutato e notomizzato senza passione, con occhi di scienziato. Pasolini che propone? Tornare alle diligenze a cavallo, al secchio del pozzo, all'olio della lucerna, alla processione del santo patrono? Di lodatori nostalgici del passato non sappiamo che farcene, perché il compito della generazione nostra, di tutte le generazioni, è di guardare avanti, di « progettare » (magari inconsapevolmente) il futuro. 

So bene che Pasolini non è, e che gli è intollerabile essere definito, un reazionario. Ma cosa importa che non lo sia, se nelle conclusioni ultime, nelle finali proposte (o nel l'assenza di proposte attendibili) il suo atteggiamento è arcaizzante, sanfedista, intinto di falso folclore e di rimpianti d'un passato irrecuperabile? Guardare con occhi impietosi, con orrore e disgusto, il mondo che ci sta d'attorno a poco giova se non si hanno validi modelli alternativi da suggerire, e capacità di analisi seria della realtà e delle sue radici storiche profonde. 

Il circolo vizioso del consumismo (e la parola « vizioso » suona qui nel suo duplice senso di ottusa circolarità ripetitiva e di passiva degradazione), oggi, può essere spezzato soltanto in virtù di una rieducazione di massa, radicale e capillare, cioè attraverso una tirannia moralistica che abbia prestigio e forza bastanti ad instaurare un nuovo monachesimo sociale. Per rieducare ai consumi « buoni » (e che non siano solo visite guidate ai musei, campionati di scacchi e cori campestri) bisogna reprimere radicalmente i consumi in genere, rendere coattiva l'uniformità, diffondere una povertà di Stato austera e idealistica, imporre una dittatura del Bene (presunto), in una parola: incatenare la libertà. 
Ma se gli italiani capissero questo, non so quanti sarebbero disposti a pagarne il prezzo fino in fondo. Quel giorno, un'ipotetica elezione darebbe al partito comunista soltanto qualche migliaio di voti (compreso il mio, magari) e tutti gli altri voterebbero per la motoretta, il frigo-bar, i ponti lunghi, le settimane corte, gli aperitivi, i digestivi, i lassativi, i censori permissivi, i porno-western distensivi, i falsi agonismi sportivi, gli stracci decorativi, gli ebetismi televisivi: tutto ciò, in una parola, che nutre l'illusione di esistere delle anime morte. 

Quando vedo il volto di Berlinguer, così giovanile e pur tanto segnato, cosi triste nel profondo, d'una tristezza che non è solo quella lunga e chiusa della sua Sardegna, penso che soprattutto questo io accori: l'idea di dover educare al comunismo un popolo godereccio, individualista e anarcoide anche più di quello della Georgia, che pur tanto fa penare gli uomini di Mosca, e troppo abituato a credere che la disciplina sociale si esaurisca nei cortei e nelle adunate, dopo di che ogniuno ritorna a farsi allegramente gli affari suoi. E tutti gli intellettuali insicuri, che dopo il 15 giugno fan la coda per staccare la tessera, debbono aver aggiunto a quella tristezza una goccia amara di commiserazione.
Ci sarebbe, dirà qualcuno, un'altra via per estirpare il consumismo: quella dell'educazione aperta e mite, degli esempi edificanti, della spontanea redenzione. Ma è un rimedio che può funzionare, ammesso che funzioni, soltanto a tempi lunghissimi. Se non c'è riuscito in duemila anni il cristianesimo, temo che le tante religioni novelle pullulanti, mistiche o magiche, filosofiche o sociologiche, siano destinate a fallimenti clamorosi. Prima di aver raggiunto qualche risultato, le bombolette spray dei fissatori per capelli o degli insetticidi avranno già distrutto la sfera d'ozono che ci protegge e saremo tutti morti. 

Dunque Pasolini straparla: fra le tante accuse gravi che da più parti si muovono a Fanfani, a Moro, ai loro amici, quella di non aver saputo estirpare il consumismo è solo una freddura: ci vuol altro che qualche notabile democristiano per contenere un fenomeno planetario, una ecumenica follia suicida. Basti un esempio del suo modo impressionistico, frivolo, occasionale, di affrontare problemi di tanta portata: a suo dire, uno sconvolgimento radicale avrebbe squassato l'Italia negli ultimi sei o sette anni, al punto che gli sarebbe toccato di vedere « la più simpatica gioventù d'Italia trasformarsi nella più odiosa ». Si tratta, per chi non lo sapesse, della gioventù romana proletaria e sottoproletaria delle « borgate », quella che un tempo, se ho ben capito, aveva la faccia allegra e sfaticata di Ninetto Davoli e adesso si sarebbe trasmutata in un'accolta di criminali « impietriti in una ferocia da SS ». Con l'emotività propria dell'artista che confonde le parvenze mutevoli con la realtà profonda, l'attimo con l'eterno, Pasolini dimentica che quella gioventù « simpatica » (ma a me ed a molti simpatica non fu mai, anche se merita pietà e soccorso) già nel passato aveva fornito ai suoi film e ai suoi clan un discreto drappello di ceffi patibolari, e ai suoi romanzi copia di non edificanti esempi. 

La verità è che la triste e trista gioventù delle baracche cresce, ora come allora, alla scuola della miseria e del vizio precoce, ma le sue radici di cinismo, violenza, avidità sono cosi profonde, che risalgono al paganesimo latente nel mondo contadino, alla tracotanza romanesco-papalina, pronta al coltello e usa ad insultare anche i morti,  cioè ad uno dei più grevi impasti di materialismo, sensualità e indolenza della nostra storia. E sono secoli ch'esso fermenta, non sette anni. E solo una sciagurata retorica patriottarda ha fatto sì che d'una tale argilla si foggiasse il crogiolo e il modello di quello sterminato aggregato composito che è oggi Roma. 

Non voglio continuare. Ma questa è, in ultima istanza, la contraddizione suprema: nel mondo che Pasolini vagheggia non ci sarebbe posto per lui, per il suo modo di vivere, per i suoi film lirici e scatologici, per i suoi ragazzi di vita, per la sua sconfinata libertà di egocentrico complessato che sentenzia a diritta ed a manca, su tutto e su tutti, pasticciando, contraddicendosi, ma anche stimolandoci con la sua tensione poetica, il suo impegno ringhioso, l'indignazione confusa ma sincera. Si goda, fin che può, questo poco di libertà che ci resta e che altri difende, anche per lui.  Non si creda onnisciente e infallibile. Misuri il senso delle parole. E rimedi, di questo suo ultimo articolo, una frase in cui afferma, parlando di se stesso: 


<< Si è ironizzato, si è riso, si è anche accusato. Ciò che dico è indegno di altro: io non sono una persona seria>>. 

Bene, è già qualcosa. Forse, finalmente, gli sta sorgendo il dubbio.

Luigi Firpo

* * * * *

Luigi Firpo nell'articolo del 31 agosto 1975 ( QUI ) risponde in modo polemico a due articoli scritti da Pasolini e pubblicati uno sul settimanale Mondo il 28 agosto del 1975 ( "lettera aperta di Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi DC" ) e l'altro apparso sul Corriere il 24 agosto 1975 ( Il Processo ), nel quale Pasolini dice che è necessario fare un Processo alla DC elencando dei veri e propri capi d'imputazione - a questo proposito rimando ad una sezione interna al blog, che noi di Eretico e Corsaro abbiamo realizzato " Attacco al potere, Processo alla DC ". 


Una cosa che non trova una chiara risposta, è il fatto che sia apparso prima l'articolo numero 2, cioè “ Il processo “ ( il 24 agosto 1975 sul Corriere ) e successivamente ( il 28 agosto 1975 su Il Mondo), l'ipotesi di “processo”avanzata da Pasolini nella sua lettera aperta al direttore Ghirelli - Sembra lecito presupporre che Pasolini abbia inviato prima l'ipotesi di processo alla Dc al direttore Ghierelli per farla pubblicare in anticipo rispetto alla pubblicazione apparsa sul Corriere.

All'articolo di Luigi Firpo del del 31 agosto 1975, Pasolini risponde il 9 settembre del 1975 dalle pagine del Corriere, con un articolo titolato “ Risposte”, e 28 settembre 1975, sempre dalle pagine del Corriere, risponde ad un articolo di fondo apparso sul quotidiano La Stampa il 14 settembre 1975 ( il Processo: e poi? ), affermando che “ I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere” ( Perchè il processo ).

Luigi Firpo riprende a polemizzare con Pasolini il 27 settembre 1975, sempre dalle pagine del quotidiano La Stampa, con questo articolo dal titolo “ Il “processo al consumismo, Risposta a Pasolini” nel quale sferra il suo attacco contro il Poeta-Intellettuale. Pasolini replica il 16 ottobre 1975, dalle pagine di «Il Mondo», con un articolo titolato “Come sono le persone serie?”.


Circa due settimane dopo, Pasolini verrà assassinato All' idroscalo di Ostia in circostanze ancora da accertare e quindi il Processo da lui ipotizzato non ha avuto un seguito.

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito


Collaboratori:

Alessandro Barbato.
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi


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