martedì 25 ottobre 2016

La voce di Pasolini- Di Carlo Bo

"ERETICO & CORSARO"




La voce di Pasolini 
di Carlo Bo

Quando il 2 novembre 1975  venne a sapere della sua tragica fine, Carlo Bo scrisse un contributo emozionato apparso sulla "Nuova Antologia" dello stesso mese dal titolo "La voce di Pasolini":


"Alla luce livida di questo mattino del due novembre in cui hanno ritrovato il suo corpo straziato, la sua figura e la sua opera ritrovano un significato maggiore, meglio il modo della morte ci serve per capire nel senso buono il Pasolini "corsaro" [...]: l'impazienza, la furia delle sue ultime polemiche tracciavano il volto del nemico contro cui si batteva."






Fonte:


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:


Alessandro Barbato.
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice
Daniele Cenci

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Pasolini, sei ore e trentacinque minuti prima della morte.

"ERETICO & CORSARO"



Pasolini, sei ore e trentacinque minuti prima della morte.
***
Oggi sono in molti a credere che c'è bisogno di uccidere
STAMPA SERA 
Anno 107 - Numero 245 
Lunedì 3 Novembre 1975


Roma, 2 novembre. 

   Sono le quattro e un quarto di sabato pomeriggio. Sopra il citofono della palazzina di via Eufrate, all'Eur, c'è scritto «Dr. P. Pasolini». E' una strana casa, uno strano luogo per vivere, perché ha due facce. Guardo davanti e vedo, sopra quella targhetta, la palazzina confortevole, senza stile e senza gusto che è il condominio dell'Eur, il quartiere residenziale più ambito di Roma. Volto le spalle alla palazzina, e oltre la strada vedo quel vuoto strano e angoscioso che circonda Roma. Un vuoto che non è né città né campagna. Il verde sono cespugli, non alberi, passano strade che non si vedono. La campagna di Fiumicino è proprio là davanti, senza una faccia, come la periferia di Roma e i suoi desolati misteri. 

   Nella strada deserta incrociano due motociclisti giovani, uno in tuta azzurra e splendore di cerniere lampo, entrambi col casco e la visiera scura davanti alla faccia. I due motociclisti vanno e vengono come se facessero a gara a chi sta più in equilibrio evitando di accelerare. Con la macchina accosto due volte. Per due volte le facce nascoste dal casco non rispondono alla domanda sulla strada e sul numero. Accelerano lievemente, due ragazzi che guidano bene. Quando esco, due ore più tardi, vedo ancora la tuta blu, la moto, le gambe ferme e divaricate, lontano, in mezzo alla strada. Ma ormai è buio, è un frammento d'immagine inquadrata dai fari, mentre faccio marcia indietro, con la paura eccessiva di sbagliare, di cadere indietro nel vuoto, nel punto dove Roma finisce. 


Fra i libri 

   Dentro, al primo piano, al fondo di una scala buia, di un pianerottolo buio (nei condomini rispettabili si risparmia la luce) c'è Pasolini. Mi aspetta, seduto di fianco, ben coperto nello stanzone gelido, un ambiente sproporzionato che nei condomini si chiama «salone di rappresentanza». Pasolini è su una poltrona, e la poltrona su una moquette che non è grande abbastanza per coprire tutto quel marmo. Accanto c'è un enorme camino spento. L'unica difesa sembrano i libri, tanti libri sul tavolo basso e per terra, come una trincea provvisoria. Davanti c'è un volumetto spagnolo («Conversaciones con P. P. Pasolini»). Lui ha in mano Sciascia, «La scomparsa di Majorana». 

   Nel libro spagnolo, aperto, mi pare con un gesto brusco, che ha forzato la legatura, faccio in tempo a leggere la fine di una domanda: «Tenerezza, nostalgia, violenza, avventura, solitudine, avversione, odio, a momenti, eppure anche dolcezza... Sono questi i sentimenti che le vengono dal ricordo del padre? ». 

   E l'inizio di una risposta: «Sì, un po' di tutto. Devo ammettere che c'è in me una grande contraddizione, la nostalgia ma anche il malessere... ». Incominciamo a parlare. — E' bello, è bello il Majorana di Sciascia. E' bello perché ha visto il mistero ma non ce lo dice, hai capito? C'è una ragione per quella scomparsa. Ma lui sa che in questi casi un'indagine non rivela mai niente. E' un libro bello proprio perché non è una indagine ma la contemplazione di una cosa che non si potrà mai chiarire. 

   Pasolini abita nel suo maglione, nei suoi stivaletti, nelle ossa dure della sua faccia, nelle mani che apre e chiude inavvertitamente come per un esercizio, abita nel suo corpo ben difeso e in guardia. E' lì che bisogna cercarlo e stanarlo, e in quegli occhi sempre in guardia, nonostante l'amicizia, la dolcezza o il sorriso. Non nella casa, non negli oggetti, che si sono accumulati qui intorno, o nell'altra che sta finendo, al mare, o in quella di campagna, che dicono sembri un castello. E' circondato di oggetti che potrebbero sparire di colpo, senza toccarlo. 


Unica gioia 

   Stando con lui si capisce che i suoi articoli, i suoi «Scritti corsari», anche nei momenti più acuti del paradosso sono assolutamente sinceri. Toccava le cose come un prestigiatore, facendo apparire quel che voleva, persuaso che non esistono. Qualcuno doveva sapere che solo colpendolo al corpo, con tutta la violenza possibile, si poteva finirlo. Il cervello ottuso che ha risposto all'impulso di un folle mandato (maturato dentro o fuori di lui? Non ce lo diranno mai) doveva avere percepito la forza di quella sfida. 

   — Ho la vita di un gatto — diceva Pasolini. E allora rideva offrendosi al rischio di vivere con una specie di gioia che forse era la sua unica gioia. Temeva la protezione degli oggetti, temeva la protezione della ideologia, persino la protezione dei pensieri saggi, del buon senso. Rompeva ogni volta l'involucro per sentire in faccia solitudine e rischio, due cose che lo riguardavano profondamente. Tutto, detto o non detto, sembrava esprimere in lui questa idea fissa: tanto non c'è niente da fare, non la scampi. E allora perché proteggersi, perché adattarsi ai camminamenti delle cose mezze fatte, mezze dette, mezze accettate? Giocava col privilegio (del cinema, del successo) come il mago Houdini con catene sempre più dure, bauli sempre più fondi e rischi sempre più «inevitabili». In questo gioco terribile diventava profeta. Uno strano profeta, agile, in guardia, proprio perché disarmato e separato da ogni forma di protezione e alleanze. 

   — Hai fatto il film sulla Repubblica di Salò proprio prima del delitto del Circeo.

   — Sì, e adesso mi fa impressione guardarlo, il mio film prima ci pensi come a una intuizione, che per quanto terribile ha la pace e l'armonia delle cose pensate. Poi ci lavori, e il cinema è tecnica, scena dopo scena, un'inquadratura dopo l'altra, e questo lavoro è come una enorme routine, dilata i tempi, ti macina nei dettagli, sei alla catena di montaggio del tuo stesso prodotto. Poi guardi, vedi quello che è successo. Quello che è successo è "anche" quello che hai fatto o voluto. Ma c'è qualcosa che vedi per la prima volta. Io ho sentito disagio e paura. 

   — Hai fatto il film pensando a "quella" Salò, alla tetra storia di allora, o i tuoi incubi su questa violenza sono in avanti, qualcosa che viene dopo? 

   — Ma non vedi che gli assassini del Circeo cercavano disperatamente una divisa, un travestimento? Che avrebbero dato chissà che cosa per avere in mano un ordine, una ragione, un'idea che desse un senso al loro massacro? Non lo sapevano, ma erano già travestiti. Travestiti da nuovi assassini.


Ultima sera 

   Pasolini parlava, verso le cinque, mentre veniva sera, tirandosi sempre più dentro di sé, con gli occhi sempre più lucidi, con quella specie di disperata felicità di chi sa di più perché viene fra la parte in luce del mondo — la razionalità, l'immaginare, il creare, il dibattere, le polemiche, i confronti dell'intelligenza — e la zona tetra in cui si vede da vicino, senza le maschere, una faccia vera e tremenda. Pasolini si era dedicato, come a una ossessione, alla descrizione di quella faccia. La vedeva venire vicina. Era, in modo misterioso ma vero, l'identikit del suo o dei suoi assassini. 

   Pasolini parlava, rispondendo attento, puntiglioso, alle domande di una lunga intervista, per Tuttolibri. E intanto sembrava constatare in sé nel suo essere vivo, testimone disperato di cose che sapeva da solo, l'unica garanzia, l'unico segno. 

   — Io dico che le vostre obiezioni sono sbagliate perché non vi siete accorti che dai codici della malavita, come da quelli che chiamate « politica » è ormai esclusa l'umanità. Oggi «si deve uccidere», voi non avete idea in quanti siano a crederlo. La morte è un comportamento di massa. 

   Però non era triste. Non lo angosciava quel panorama vuoto della città che finisce davanti alle sue finestre, nei cespugli di Fiumicino. Pasolini si alza, mette da parte con cura le pagine che abbiamo scritto. E va a farsi uccidere. 


Mancavano sei ore e trentacinque minuti al massacro. 

Furio Colombo

*****

Segue l'intervista fatta da Furio Colombo, il 31 ottobre del 1975 a Pasolini, sei ore e trentacinque minuti prima della morte e pubblicata l'8 novembre del 1975, da Tuttolibri:  




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
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Pasolini invita il pubblico a non vedere Teorema - Conferenza alla mostra di Venezia 1968

"ERETICO & CORSARO"



Pasolini invita il pubblico a non vedere Teorema
Anno 102 - Numero 202 
LA STAMPA 
Venerdì 6 Settembre 1968
Venezia, 5 settembre. 


(Dal nostro inviato speciale)

Sta per accendersi lo schermo per la proiezione del film Teorema quando il suo autore, Pier Paolo Pasolini, sale sul palcoscenico: il film, egli annuncia, si proietta contro la sua volontà, perciò coloro che vogliono solidarizzare con lui contro questa decisione della Mostra, sono invitati ad uscire. Ciò è avvenuto nella sala grande del Palazzo del Cinema, stamane, all'inizio della proiezione riservata ai critici. All'appello di Pasolini, dieci o venti tra il pubblico abbandonano la sala al seguito di P.P.P.; ma i più rimangono. Teorema si proietta senza incidenti. Ma due ore dopo, conferenza stampa esplicativa. Sotto le piante, nel parco d'un grande albergo del Lido, 

P.P.P., in piedi sopra un tavolo risponde al tiro incrociato di critici e cineasti delle più varie estrazioni: contestatori, antì-contestatori, rivoluzionari, ecc. 

« Come mai », 

   domanda il critico Paolo dì Valmarana, del giornale de II Popolo: 

« come mai nel film c'è un personaggio che prima muore e poi lo si vede vivo di nuovo, anzi, intento al proprio seppellimento? ». 

   P.P.P.: « Non potrei rispondere, per non usare uno sgarbo a coloro che per solidarietà con me non hanno visto il film. Ma Valmarana è un amico, quel personaggio rivive perché la morte è un'altra forma di vita ». 

   Regista Massobrio, contestatore: « Buffone, e noi che abbiamo disertato la sala? ». 

   P.P.P.: « Io non sono un maleducato ». 

   Giornalista: « Al suo invito, Pasolini, ha risposto solo una piccola parte dei critici. Lei pensa che coloro che hanno visto il film l'abbiano visto in omaggio a lei o per farle dispetto? ». 

   P.P.P.: « Quelli che sono rimasti in sala lo hanno fatto per ragioni professionali. Non li posso condannare, ma sarebbe stato meglio se fossero usciti. Ringrazio coloro che sono usciti, chiedo scusa a coloro che han visto il film! ». « Dapprincipio, — continua P.P.P., — avevo deciso di spedire il film alla Mostra perché Chiarini m'aveva promesso che sarebbe stato un Festival senza premi, senza polizia, e che si sarebbe tenuta la costituente del cinema, tutte cose che non sono avvenute. E' per questo che poi ho ritirato Teorema ». 

   Franco Rossellini, produttore del film, intervenendo: « Siamo stati tutt'e due d'accordo, Pasolini ed io, a decidere di mandare il film a Venezia. Poi, Pier Paolo lo ha ritirato per ragioni associative. Siamo in posizioni differenti, anche se continuiamo ad essere amici. Siamo tutt'e due persone bene educate. I film, d'altro canto, si fanno per essere proiettati ». 


   Cineasta francese, contestatore: «Mi spieghi, Pasolini, se è contento che il suo film viene proiettato sotto la protezione della polizia, che lei ha esaltato in una poesia dì alcuni mesi fa... ». 

   P.P.P.: « Lei non ha letto o ha letto male quella poesia! ». 

   Gidion Backman, critico: « Ci può spiegare, in concreto, quali sarebbero le sue proposte per il nuovo statuto del Festival? ». 

   P.P.P.: « Di regolamenti non me ne intendo, ma penso che se lo Stato finanzia una mostra, questa mostra deve essere una manifestazione culturale. Se i produttori si vogliono fare un festival con film commerciali, se lo paghino, come si pagano i "caroselli " in televisione! ». 

   Franco Rossellini, produttore: « Non sono d'accordo! Io sono un produttore e... ». 

   P.P.P.: «Naturalmente, quando parlo di produttori mi riferisco alla categoria nel suo insieme, non alla persona del produttore qui presente ». 

   Cineasta francese, corrente rivoluzionaria: « Perché, se Pasolini voleva veramente che il suo film non si proiettasse, stamane non s'è attaccato al sipario, non ha strappato lo schermo, come hanno fatto i registi francesi al Festival di Cannes, per interromperlo? ». 

   Regista Maselli, contestatore: « La nostra associazione ha scelto il metodo della occupazione pacifica, che esclude la tattica del disturbo, che giudichiamo goliardica e poco seria. Per noi la battaglia consisteva nel costringere la mostra a svelare le sue contraddizioni. C'è stata la mobilitazione di millecinquecento poliziotti intorno al Palazzo del Cinema. Ora s'è chiarito che la Mostra non è degli autori, ma dei produttori. Questo è un risultato positivo. Comunque, la nostra battaglia è appena incominciata. La continueremo In altra sede ». 

   Altro cineasta francese: «Lei doveva scegliere, Pasolini, una posizione più radicale ». 

   P.P.P.: « Lei è uno di quegli uomini che pretende dagli altri la santità, per mettere a posto la sua coscienza! ». 

   Il cineasta francese di cui sopra: « No, non ho alcuna cattiva coscienza. Io, il suo film, Pasolini, non l'ho visto! ». 

   « Perché avevi dell'altro da fare! », gli grida un collega francese

   Un cineasta francese: « Stamane ha pregato i critici di allontanarsi dalla sala in segno di protesta. Farà altrettanto anche stasera con il pubblico normale? ». 

   P.P.P.: « Sì, stasera intendo invitare il pubblico a non entrare in sala! ». 

Così è finita la dimostrazione del più difficile teorema pasoliniano: questo suo pendolare va e vieni tra la Mostra e l'antimostra, culminato nell'autoboicottaggìo (simbolico) finale. 

   Sì corre da Chiarini. « Pier Paolo Pasolini, se voleva davvero ritirare il suo film, doveva dirmelo in tempo, e non aspettare che io lo avessi già messo in catalogo. Io dirigo una mostra cinematografica, e non un circo equestre. Apprezzo Pasolini per il suo talento, ma non posso seguirlo nelle sue capriole ». 

   Soggiunge Chiarini: « Adesso Pasolini dice che questa è la "Mostra dei poliziotti"; vuol dire che è la sua mostra, dato che ha esaltato i poliziotti in una sua poesia, chiamandoli "figli del popolo" ».

Comunque la serata al Lido, che si preannunciava stamane così tempestosa, è trascorsa del tutto tranquilla. Pasolini, partito nel primo pomeriggio per Roma con promessa di rientro per l'ora dello spettacolo, non s'è invece fatto vedere. I contestatori, che avevano preannunciato una dimostrazione con cartelli davanti al Palazzo, sono pure scomparsi. Il XXIX Festival s'avvia alla conclusione tra i sussulti. Anche la censura ci s'è m'essa. Il film di Bernardo Bertolucci, Partner, in programma per domani, è stato bloccato per via di audaci scene d'omosessualità; tuttavia, il Festival veneziano (per tradizione, ma non per legge) gode d'una specie di franchigia in campo di pubblica decenza, per cui il film potrebb'essere forse ugualmente proiettato, riservandosi al pubblico normale gli opportuni colpi dì forbice. Anche il Galileo di Liliana Cavani, a quel che sembra, non ha ottenuto il placet a motivo del rogo, ritenuto troppo raccapricciante, di Giordano Bruno; sarà vietato ai minori di 14 anni.
g.gh.


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:


Alessandro Barbato.
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi

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