mercoledì 26 ottobre 2016

Pier Paolo Pasolini: la selva oscura

"ERETICO & CORSARO"



Pasolini: la selva oscura
DAL LIBRO INEDITO "LA DIVINA MIMESIS"
LA STAMPA
Anno 109 - Numero 258
Venerdì 7 Novembre 1975

   Ma ecco che subito, dopo pochi passi di quel mio solitario e scoraggiato salire, eccola lì, uscita dai ripostigli comuni della mia anima (che accanitamente continuava a pensare, per difendersi, per sopravvivere — per tornare indietro!), eccola li, la bestia agile e senza scrupoli, cangiante come un camaleonte, cosi che i suoi colori che cambiano sono sempre quelli di prima. I colori dell'esterno, prima di tutto: quelli trovati nascendo, e subito oggetto di un affetto tremendo, che non vuol davvero vederli cambiare. E poi quelli dell'interno, a immagine e somiglianza — a causa dell'errore della lealtà infantile e giovanile — di quelli del mondo. Il colore della purezza, soprattutto, dell'altezza morale, dell'onestà intellettuale — maledetti colori dipinti dall'illusione!

Cosi, la «Lonza» (in cui non ebbi, subito, difficoltà a riconoscermi), con tutti quei colori che le maculavano la pelle, non si muoveva da davanti ai miei occhi, come una madre-ragazzo, come una chiesa-ragazzo. Anzi, per una forza terribile — quella della verità, quella della necessità della vita — mi impediva di proseguire per la mia nuova strada — scelta non per mio vole.-e, ma per mancanza di ogni volere — e su cui non c'è alcun bisogno di mistificazione, perché si è soli. E io, mistificatore, anzi, sottilissimo caso di mistificazione, a causa dello spreco di sincerità onestamente voluta — sono stato più volte per arrendermi e tornare indietro nel prepotente, nello stupido, nel volgare mondo appena lasciato. 

Ma ecco farsi avanti, accanto alla «Lonza», il sonno e la ferocia riuniti insieme in una sola forma di «Leone»; che, benché spelacchiato, fetido di stallatico bestiale, pigro, vile, prepotente, stupido, privo di altro interesse che non fosse il poltrire, solo, e il divorare, solo — aveva tuttavia la potenza di chi non sa il male, essendo per sua natura soltanto bene ciò in cui tutto lui stesso consiste. Dal suo essere sonno e ferocia, egoismo e fame rabbiosa, il «Leone» traeva una ispirazione a vivere che 1o distingueva, con violenza addirittura brutale, dal mondo esterno. Che lo ospitava quasi tremando.

L'idea di sé non ha ragione: e quando si esprime distrugge la realtà, perché la divora. 

Il saper divorare dà poi una certezza per cui è difficile impedirsi di farne uso: impedirsi di entrare, per mezzo di tale scienza, nel mondo, e istallatisi, come un re, un prepotente poeta. Sia pure parzialmente, anche in quel «Leone», come in uno sproporzionato segno premonitore, io mi riconobbi.


 * * 

Ma dovevo riconoscermi ancora in qualcosa di ben peggio. Dal silenzio in cui si è — determinazione incontrollabile o fenomeno che a poco a poco si forma, fuori dagli accaniti e ingenui ritratti che il figlio per tutta la vita offre di sé — venne fuori una «Lupa», che si affiancò alle altre due bestie. I suoi connotati erano sfigurati da una mistica magrezza, la bocca assottigliata dai baci e dalle opere impure, lo zigomo e la mascella allontanati tra loro: lo zigomo in alto, contro l'occhio, la mascella in basso, sulla pelle inaridita del collo. E tra loro una cavità oblunga, che rende il mento sporgente, quasi appuntito: ridicolo come ogni maschera di morte. 

E l'occhio secco in uno spasimo; tanto più abietto quanto più simile agli spasimi dei santi: un'aridità allucinata, che dove posa la sua luce pare si attacchi come colla colata dalla pupilla fatta tonda, ora troppo diritta ora sfuggente; e in mezzo il naso, ingrossato nella pelle e nei buchi, sopra il labbro superiore quasi sparito, per consunzione: il naso umano della bestia, che fa di se stessa una cavia delle proprie brame divenute, incancrenendo, sempre più naturali. 

Quella «Lupa» mi faceva paura: non per ciò che di degradante rappresentava, ma per il solo fatto di essere una apparizione, quasi oggettiva: la definizione di sé, un «ecce homo», per così dire, dalla cui realtà la conoscenza non può in alcun modo evadere. La sua presenza era così indiscutibile da togliere ogni speranza di poter giungere mai a quella cima misteriosa che intravedevo davanti a me, nel silenzio. Mi ci ero incamminato così volentieri — inaridito, senza vivere, senza scrivere, e tuttavia, proprio nella mancanza di tutto, se non dell'«abominio della desolazione», preso da una nuova forma di vitalità — che ora, il dover accreditare alla presenza di quella bestia senza pace una forza insuperabile — qualcosa contro cui era semplicemente ridicolo cercar di misurarsi — mi dava un'angoscia da cui ero reso impotente. Ero respinto indistro dalla tentazione di ritornarmene là dove non si richiede, in fondo, che di tacere. 

E mentre rovinavo giù, giustamente ridicolo per la mia antica vittoria su un mondo cui io appartenevo senza nessuna ragione di ritenermene più alto, ormai privo dell'autorità della poesia, e fatto ignorante dalle lunghe frequentazioni oscurantiste, pratiche e mistiche, ecco che mi apparve una figura, in cui dovevo ancora una volta riconoscermi, ingiallita dal silenzio. 


**

Come la percepii — in mezzo a tutta quella solitudine, a quel dimenticatoio, a cui mi ero ridotto, gridai: « Pietà, per favore », come nei sogni, quando ogni dignità va perduta, e chi deve piangere piange, chi deve chiedere pietà chiede pietà. «Guarda lo stato in cui mi trovo, guarda, anche se io non so se sei una sopravvivenza o una nuova realtà! ». 

«Ah — fece, guardandomi, con una sottile ma non naturale ironia nei suoi occhi fatti per essere seri — hai ragione, sono un'ombra, una sopravvivenza... Sto ingiallendo pian piano negli Anni Cinquanta del mondo, o, per meglio dire, d'Italia...». E qui sorrise ancora, ironico, leggermente nevrotico: perché erano solo la serietà, o la passione, la possibile luce dei suoi occhi: occhi tiepidi e castani sotto lo zigomo pronunciato, la guancia magra e infantile, la bocca dal brutto sorriso pieno di dolcezza: tirata dal ghigno dell'impaccio di chi deve farsi perdonare un'antica colpa. Così, con quel sorriso che lo deformava, assomigliava un po' a un povero bandito scalcagnato e sporco. E disse: 


«Sono settentrionale: in Friuli è nata mia madre, in Romagna mio padre; vissi a lungo a Bologna, e in altre città e paesi della pianura padana — come è scritto nel risvolto di quei libri degli Anni Cinquanta, che ingialliscono con me...-». 

E qui ebbe un altro sorriso di sdentato — benché nessun dente gli mancasse. Ma quando il sorriso, bene o male, finì di tirargli la bocca sull'ombra delle estremità infossate della chiostra giallastra dei denti, un'aria di ingenua nobiltà gli invase tutto il volto. 


«Sono nato sotto il fascismo, benché fossi quasi ancora un ragazzo quando cadde. E vissi poi a lungo a Roma, dove del resto il fascismo, con altro nome, continuava: mentre la cultura della borghesia squisita non accennava a tramontare, andando di pari passo (si dice così?) con l'ignoranza delle sconfinate masse della piccola borghesia...». 

Sorrise, sorrise ancora, come un colpevole, quasi volesse attenuare quello che aveva detto, o volesse scusarsi per la genericità a cui era costretto dalle circostanze, o anche dalla sua angoscia. 


«Fui poeta, — aggiunse, rapido, quasi ora volesse dettare la sua lapide — cantai la divisione nella coscienza, di chi è fuggito dalla sua città distrutta, e va verso una città che deve essere ancora costruita. E, nel dolore distruzione misto alla speranza della fondazione, esaurisce oscuramente il suo mandato...». 

Mi guardò un momento, non più come si guarda una vittima da aiutare, ma uno scolaro, o un intervistatore: 


« E' perciò — aggiunse — che sono destinato a ingiallire così precocemente; perché la piaga di un dubbio, il dolore di una lacerazione, divengono presto dei mali privati, di cui gli altri hanno ragione di disinteressarsi. E poi... ognuno ha un momento solo, nella vita... ». 

Ebbe una goccia, ancora, di sorriso malizioso e doloroso nell'occhio incapace di sorridere, quindi, con aria amica, aggiunse: 


« Ma tu, perché vuoi tornare indietro, in mezzo a quella degradazione? Perché non continui a salire su di qua, solo, come sei stato destinato ad essere, e come sei?»

Lo guardai. Tanta gentilezza, tanto desiderio di prestarsi mettersi a disposizione, in quel frangente, mi confortava. Era misero, minuto, il mio soccorritore: non era padre, non era fratello maggiore, non aveva l'imponenza consolatrice di chi rappresenta l'autorità; poteva essere tutt'al più una guida di montagna. Ma santo cielo!, in una circostanza come quella, in cui la mia vita pareva implicare cielo e terra, presentandosi come una gran favola edificante — addirittura un'esperienza dell'al di là, una ascesa su per erte mistiche con una paradisiaca luce di sole — come succede ai santi quando sono già personaggi delle loro canzoni sacre — in una circostanza come quella, poteva capitarmi un incontro un po' migliore, o almeno un po' più romanzesco! Tutto era fatto per questo, mi pareva: per presupporre una grande guida, venuta su lungo le vie del necessario, con lo splendore della poesia, dal fondo della mia storia, della mia cultura. Poteva essere, ad esempio, Gramsci stesso..., lui, venuto fuori dalla piccola tomba del Cimitero degli Inglesi a Testaccio, con la sua schiena di piccolo, eretto Leopardi, la fronte rettangolare della madre sardegnola, la capigliatura un po' romantica degli Anni Venti, e quei poveri occhiali d'intellettuale borghese... Oppure, ecco!, poteva capitarmi Rimbaud, il mio Rimbaud dei diciotto anni, mio coetaneo, e castratore, col suo destino e su., lingua già divini, come quelli di un classico che fosse però bello e coperto di nastri come Alcibiade, e non per fare l'amore con lui, ma per ammirarlo con tutta l'anima infantile... Oppure, infine, poteva essere Charlot...

Non avevo invece davanti a me che lui, un piccolo poeta civile degli Anni Cinquanta, come egli amaramente diceva: incapace di aiutare se stesso, figurarsi un altro. Eppure era chiaro che al mondo — nel mio mondo — non avrei potuto trovare — benché così misera, così, come dire, paesana, così timida — altra guida che questa. 

Pier Paolo Pasolini




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito

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CAPIRE L'URLO FINALE DI PASOLINI - Sequestrare 'Salò,? - Di Mario Soldati

"ERETICO & CORSARO"



CAPIRE L'URLO FINALE DI PASOLINI 
Sequestrare 'Salò,? 
LA STAMPA
Anno 110, Numero 25 
Venerdì 30 Gennaio 1976 

Sere fa, in un cinema di Milano, ho fatto appena in tempo a vedere l'ultimo film di Pasolini. Il giorno dopo, tornavo a quel cinema per controllare il nome di alcuni attori. Spingo i cristalli: resistono. Che succede? Due impiegati, seduti in fondo all'atrio, mi fanno cenno di no. 
No? E perché? grido. 
Non rispondono. Seguitano a dirmi no coi soli gesti, come se temessero da me qualcosa: ma che cosa? che fracassi i vetri? Sono ormai un vecchietto inerme, dall'aspetto ottocentesco e mite. Invano chiedo mi si apra, invano spiego che vorrei soltanto dare un'occhiata alle scritte delle fotografie. Finalmente, con quel tanto in più di voce che basta appena a farsi udire attraverso i cristalli, mi dicono che il film è stato sequestrato. 

Ho l'abitudine di leggere le critiche cinematografiche di mezza dozzina di quotidiani e, istintivamente, faccio una media, ricavo un giudizio complessivo che mi pare abbia ogni probabilità di corrispondere al vero. Quando poi vado a vedere i film, nella grande maggioranza dei casi, la mia opinione è l'esatto contrario. Senonché, stranamente, accade che io non mi fidi mai di questa mia esperienza: ogni volta ricasco, mi fido dei giornali; e così ero convinto che Salò non mi sarebbe piaciuto, ed ero decisissimo a non vederlo, a malgrado o piuttosto per via dell'affetto e dell'ammirazione che mi legava a Pier Paolo. Mi sono poi contraddetto all'ultimo momento, e per una curiosa serie di combinazioni: passavo la sera con uno dei miei figli; lui voleva vedere Salò, io no, e avevo insistito, fino a convincerlo, per un altro film; l'appuntamento era all'aperto, faceva molto freddo; quando mio figlio arrivò, mancava ancora mezz'ora all'inizio dell'altro film, invece Salò, in un cinema li vicino, cominciava subito... insomma, ho ceduto. E dopo pochi minuti di proiezione, ho capito che Salò non soltanto era un film tragico e magico, il capolavoro cinematografico e anche, in qualche modo, letterario di Pasolini: ma un'opera unica, imponente, angosciosa e insieme raffinatissima, che resterà nella storia del cinema mondiale. 

E' noto che Pasolini si è rifatto alle opere di Sade, e particolarmente a quella intitolata Le 120 giornate di Sodoma: meno nota la misura, larga e profonda, con cui vi attinge. Come presago della sua prossima scomparsa, Pasolini stesso aveva rilasciato interviste e aveva scritto decine di cartelle destinate a spiegare il film. Non si stancava mai di insistere su questo punto: 


« Non ho aggiunto una parola a ciò che dicono i personaggi di Sade, né alcun particolare estraneo alle azioni che compiono. Il solo riferimento all'attualità è il loro modo di vestirsi, di comportarsi, la scenografia, ecc. insomma, il mondo materiale del 1944 ». 
« Ho seguito il numero magico di Sade, cioè il 4... ». 

Continuo sunteggiando le dichiarazioni di Pasolini. Quattro sono gli episodi, gli atti in cui come una tragedia è diviso il film: il prologo, o l'Anti-Inferno; il girone delle Manie; il girone della Merda; il girone del Sangue. Quattro i principali personaggi maschili, cioè i Padroni, ai quali sono conferite addirittura le stesse qualifiche sociali che hanno in Sade: 


- il Duca (l'attore Paolo Bonacelli);
- il Vescovo (Giorgio Cataldi);
- Sua Eccellenza il Presidente della Corte d'Appello (Uberto Quintavalle);
- il Presidente (Aldo Valletti). 

Quattro le Storiche: 


- la signora Castelli (Caterina Boratto);
- la signora Maggi (Elsa de' Giorgi);
- la signora Vaccari (Hélène Surgère);
- la virtuosa di pianoforte (Sonia Saviange). 

Quattro le schiere dei giovani subalterni maschili o femminili: 


- le vittime;
- gli armati;
- i collaboratori;
- i servi. 

Quattro i messaggi inerenti all'ideologia del film: 


- analisi del Potere;
- inesistenza della Storia;
- circolarità tra i carnefici e le vittime;
- istituzione, che precede tutto quanto, di una realtà che non può essere se non economica. 

Quattro, infine, gli elementi stilistici: 

- accumulazione dei caratteri della vita altoborghese;
- ricostruzione del cerimoniale nazista, cioè la sua nudità, la sua semplicità militare e insieme decadente, il suo vitalismo ostentato e glaciale, la sua disciplina come armonia tra autorità e obbedienza; accumulazione ossessiva, fino al limite del tollerabile, dei fatti sadici, rituali e organizzati, ma talvolta affidati a un raptus;
- correzione ironica del tutto: - un umorismo che esplode in particolari sinistri e dichiaratamente comici, grazie ai quali di colpo tutto vacilla e si presenta come non vero e non creduto, un delirio, un incubo.
Perché Salò? fu chiesto in una delle interviste:
 e Pasolini rispose:

« Una frase di Sade dice che nulla è più profondamente anarchico del Potere ». 

Anarchico: ossia, niente è meno sociale, meno cristiano. 


« E, a mia conoscenza, non c'è mai stato, in Europa, un Potere così anarchico come quello della Repubblica di Salò: fu la dismisura più meschina fatta Governo ». 
« Ho preso dunque Salò come simbolo del Potere che trasforma gli esseri umani in oggetti il potere fascista e il potere della piccola repubblica. Ma, appunto, si tratta di un simbolo. Questo potere arcaico mi facilitava la rappresentazione ». 

Ripeto: fino dalle prime battute, il film mi parve una grande opera d'arte. Ma devo aggiungere subito che, mentre vedevo il film, ero sorpreso e confortato nella mia ammirazione dal contegno del pubblico. La sala era colma, non si trattava di una proiezione speciale, per giornalisti o intellettuali: era uno spettacolo qualunque per un pubblico qualunque. Ebbene, contrariamente a quanto mi aspettavo, questo pubblico misto e interclassista (oggi vanno alle prime visioni anche i giovani proletari, che non dovrebbero avere la possibilità di pagare il biglietto!) capiva, o, piuttosto, sentiva il film esattamente come va sentito: un film serio, serissimo, tragico fino all'atrocità, e malinconico fino a una disperata pietà. 

Scusate se parlo per un momento con la mia antica esperienza ipersensibile di regista nascosto - in - mezzo - al - pubblico: il modo con cui il pubblico accoglie una pellicola durante la proiezione, lo si avverte, se uno ci sta attento e teso, fino alle più piccole sfumature. Ebbene, quel pubblico, col suo stesso silenzio, coi suoi sommessi mormorii, e direi coi suoi respiri, sottolineava variamente, ma sempre positivamente, tutto: e l'eleganza, la grazia, l'illuministica geometria dei racconti delle Storiche, recitati come melologhi, con l'accompagnamento al pianoforte di dolcissime melodie romantiche; e le nefandezze ossessive dei Padroni, perpetrate e presentate fino al limite del tollerabile, come voleva Pasolini e come accade nella grande cena infernale, ributtante ma anche comica, della coprofagia; e le atrocità finali di tutte le indicibili torture, l'occhio cavato con la punta di un pugnale, i sessi arsi con la fiamma di una candela, i capezzoli bruciati da carboni ardenti; e tutti gli episodi, tutte le inquadrature che, continuamente frapposte a quelle visioni, deliranti, terribili, sataniche, mostrano l'innocenza, il candore, la rassegnazione, ma al momento giusto anche la ribellione eroica e la speranza delle povere vittime, fino alla lacerante invocazione: 


« Dio! Dio, perché ci hai abbandonati?! ». 

Questo urlo è la chiave di tutto il film. 

Nulla sfuggì agli spettatori. E quando il film finì, un lungo silenzio parve trattenerli sui sedili: si alzarono lentamente, ancora in silenzio, quasi evitando di guardarsi l'un l'altro. Non c'è dubbio, un profondo sgomento, quasi un senso di colpa era in ciascuno, come se ciascuno si chiedesse: 


« Ma è possibile? Questo, dunque, è il fondo, questo è il mistero della vita? » 

e si rispondesse, nell'intimo: 


« Eh sì, è possibile, forse è possibile... ». 

Ecco, in quei momenti, mentre il pubblico sfollava adagio verso l'uscita, ho capito what's the matter, che cosa davvero importa, in questo film: qual è il suo vero argomento. Non si tratta di Salò, si tratta del mistero della nostra esistenza, e il pubblico stesso, in quei momenti, ancora lo capiva. Invece le polemiche, le repressioni ufficiali, le denunce, il sequestro, il processo che oggi si celebra a Milano, e purtroppo anche le critiche di molti dei giornalisti si riferiscono a Salò repubblichina e sono forse, nascostamente, alimentate da un turbamento diffuso e inconfessabile, che riguarda il girone della Merda. Turbamento diffuso e inconfessabile perché, grazie al cielo, la percentuale di coloro che provano la tentazione di martoriare e di uccidere (girone del Sangue) è infinitamente meno numerosa di quella di coloro che provano quelle altre tentazioni, magari in forma blandamente masochista, mai sadica. 

Mi pare di leggere nel futuro: verrà giorno in cui il Potere di una classe qualsiasi su tutti gli altri esseri umani, il potere di quella classe che è, sempre, il Potere stesso, comincerà a declinare, oppure, al contrario, saprà mascherarsi così diabolicamente da non essere riconosciuto con facilità come Potere: ma anche se non ci sarà un miglioramento, anche se non ci sarà un progresso, anche se la struttura economica della società sarà sempre straziata dalla stessa ingiustizia, almeno allora si comincerà a capire che la sociologia attuale era come una scienza che studia i sintomi del male senza risalirne alla causa. 

Quel giorno, soltanto gli eruditi saranno ancora informati dell'esistenza lontana ed effimera della meschina repubblica di Salò; e allora i cineamatori capiranno, come voleva Pasolini, che Salò è soltanto un simbolo, e rivedranno questo film come va visto: come l'opera di un poeta che ha ficcato intrepidamente lo sguardo nella tragica oscurità del cuore umano e che ha tentato di risalire dai sintomi alla causa. 

Infatti, il piacere atroce del sadico implica che il sadico si immagina la sofferenza che infligge alle vittime, e non può immaginarsela se in qualche modo e misura non la prova egli stesso: la circolarità cui accennava Pasolini. Piacere e sofferenza, bene e male, che la ragione vuole distinti, sono invece confusi perché così, nel profondo, li vuole la natura: forse due facce della medesima realtà, complementari e necessarie l'una all'altra come la luce e l'ombra. 

A proposito di Salò, Moravia, da lunghi anni amico vero e grande di Pasolini, ha scritto che Pasolini, ideologicamente e poeticamente, si era ispirato soprattutto all'Italia, avendola amata di un amore sviscerato fino dalla fanciullezza. Si badi bene: le espressioni di Moravia, assolutamente, non sono negative né limitative, come forse si potrebbe dedurre da queste mie parole. Polemizzando con Calvino, Moravia conclude: 


« La tragedia di Pasolini non è stata quella dell'uomo corrotto dal denaro, ma quella del patriota tradito dal suo paese ». Tuttavia, con il vigore finale di Salò, Pasolini ha dato la prova di essere qualcosa di più. Ingaggiò, nell'ultimo anno di vita, una battaglia mortale, « e parve di costoro / quelli che vince, non colui che perde ». 

Mario Soldati



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito

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Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice
Daniele Cenci

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