martedì 26 dicembre 2017

Pier Paolo Pasolini, Il Ferrobedo - Ragazzi di vita



"ERETICO  e  CORSARO"



Pier Paolo Pasolini
Il Ferrobedo
Tratto da Ragazzi di vita
Pubblicato la prima volta nel 1955 da Garzanti


Ragazzi di vita, di Pier Paolo Pasolini
Sommario

  • I.  - Il Ferrobedo - pag. 1 
  • II.  - Il Riccetto - pag. 25 
  • III.  - Nottata a Villa Borghese - pag. 57 
  • IV.  - Ragazzi di vita - pag. 80 
  • V.  - Le notti calde - pag. 107 
  • VI.  - Il bagno sullíAniene - pag. 150 
  • VII.  - Dentro Roma - pag. 177 
  • VIII.  - La comare secca - pag. 220 
  • Glossario - pag. 246 
  • Appendice - pag. 251
Pasolini in visita a una borgata con Ninetto Davoli intorno al 1968.



I PERSONAGGI DE ‘RAGAZZI DI VITA

IL RICCETTO: è il protagonista che funge da filo conduttore.

AGNOLO: amico d'infanzia del Riccetto. 

MARCELLO: amico d'infanzia di Riccetto. 

ALDUCCIO: è cugino del Riccetto.

IL BEGALONE: è amico del Riccetto e di Alduccio.

IL CACIOTTA: è amico del Riccetto.

AMERIGO: vecchio amico del Caciotta.

IL LENZETTA: amico del protagonista, identico nei tratti fisionomici (riccio, piccolo, con una faccetta gonfia da delinquente).

GENESIO-BORGO ANTICO-MARIUCCIO: sono i "tre moschettieri".

PIATOLETTA: è una specie di nanerottolo deforme e rachitico, porta in capo un inseparabile berretto per coprire il cranio spelacchiato.

SOR ANTONIO: personaggio che conduce il Riccetto ed il Lanzetta a rubare i cavolfiori...

SORA ADELE: madre del Riccetto

NADIA: prostituta che viene condotta ad Ostia dal Riccetto...

NADIA: figlia maggiore del sor Antonio

LUCIANA: figlia del sor Antonio

3a FIGLIA DEL SOR ANTONIO: ragazza del Riccetto

SORA ADRIANA: moglie del sor Antonio.

Immagine tratta dal film, "Sotto il sole di Roma" - 1948


Edizione di riferimento: Einaudi, Torino 1972, 
ed. ampliata con l'aggiunta di due scritti di Pier Paolo Pasolini: 
Il metodo di lavoro e 
I parlanti.

Immagine tratta dal film, "Sotto il sole di Roma" - 1948

Il periodo a cui la vicenda si riferisce è l'inizio degli anni '50.L’opera è ad episodi e si sviluppa in un arco narrativo che mostra l'evoluzione di Riccetto (il protagonista), che da ragazzino sensibile e impulsivo che salva una rondine che sta annegando, diventa un uomo integrato e praticamente intrappolato (privo di passioni),  nel ruolo imposto dalla società.
I dialoghi dei personaggi, che si esprimono nel gergo delle borgate romane, rendono la narrazione molto appassionante e realistica. In fondo al romanzo Pasolini inserisce un piccolo glossario del dialetto romanesco.
Di seguito alcuni stralci tratti dal primo episodio, 
Il Ferrobedo 


E sotto er monumento de Mazzini...
Canzone popolare

Immagine tratta dal film, "Sotto il sole di Roma" - 1948
Era una caldissima giornata di luglio. Il Riccetto che doveva farsi la prima comunione e la cresima, s'era alzato già alle cinque; ma mentre scendeva giù per via Donna Olimpia coi calzoni lunghi grigi e la camicetta bianca, piuttosto che un comunicando o un soldato di Gesù pareva un pischello quando se ne va acchittato pei lungoteveri a rimorchiare. Con una compagnia di maschi uguali a lui, tutti vestiti di bianco, scese giù alla chiesa della Divina Provvidenza, dove alle nove Don Pizzuto gli fece la comunione e alle undici il Vescovo lo cresimò. Il Riccetto però aveva una gran prescia di tagliare: da Monteverde giù alla stazione di Trastevere non si sentiva che un solo continuo rumore di macchine. Si sentivano i clacson e i motori che sprangavano su per le salite e le curve, empiendo la periferia già bruciata dal sole della prima mattina con un rombo assordante. Appena finito il sermoncino del Vescovo, Don Pizzuto e due tre chierici giovani portarono i ragazzi nel cortile del ricreatorio per fare le fotografie: il Vescovo camminava fra loro benedicendo i familiari dei ragazzi che s'inginocchiavano al suo passaggio. Il Riccetto si sentiva rodere, lì in mezzo, e si decise a piantare tutti: uscì per la chiesa vuota, ma sulla porta incontrò il compare che gli disse: «Aòh, addò vai?» «A casa vado,» fece il Riccetto, «tengo fame.» «Vie' a casa mia, no, a fijo de na mignotta,» gli gridò dietro il compare, «che ce sta er pranzo.» Ma il Riccetto non lo filò per niente e corse via sull'asfalto che bolliva al sole. Tutta Roma era un solo rombo: solo lì su in alto, c'era silenzio, ma era carico come una mina. Il Riccetto s'andò a cambiare.
Immagine tratta dal film, "Sotto il sole di Roma" - 1948
Da Monteverde Vecchio ai Granatieri la strada è corta: basta passare il Prato, e tagliare tra le palazzine in costruzione intorno al viale dei Quattro Venti: valanghe d'immondezza, case non ancora finite e già in rovina, grandi sterri fangosi, scarpate piene di zozzeria. Via Abate Ugone era a due passi. La folla giù dalle stradine quiete e asfaltate di Monteverde Vecchio, scendeva tutta in direzione dei Grattacieli: già si vedevano anche i camion, colonne senza fine, miste a camionette, motociclette, autoblinde. Il Riccetto s'imbarcò tra la folla che si buttava verso i magazzini.

Il Ferrobedò lì sotto era come un immenso cortile, una prateria recintata, infossata in una valletta, della grandezza di una piazza o d'un mercato di bestiame: lungo il recinto rettangolare s'aprivano delle porte: da una parte erano collocate delle casette regolari di legno, dall'altra i magazzini. Il Riccetto col branco di gente attraversò il Ferrobedò quant'era lungo, in mezzo alla folla urlante, e giunse davanti a una delle casette. Ma lì c'erano quattro Tedeschi che non lasciavano passare. Accosto la porta c'era un tavolino rovesciato: il Riccetto se l'incollò e corse verso l'uscita. Appena fuori incontrò un giovanotto che gli disse: «Che stai a fa?» «Me lo porto a casa, me lo porto,» rispose il Riccetto. «Vie' con me, a fesso, che s'annamo a prenne la robba più mejo.»

«Mo vengo,» disse il Riccetto. Buttò il tavolino e un altro che passava di lì se lo prese.
Immagine tratta dal film, "Sotto il sole di Roma" - 1948
Col giovanotto rientrò nel Ferrobedò e si spinse nei magazzini: lì presero un sacco di canapetti. Poi il giovane disse: «Vie' qqua a incollà li chiodi.» Così tra i canapetti, i chiodi e altre cose, il Riccetto si fece cinque viaggi di andata e ritorno a Donna Olimpia. Il sole spaccava i sassi, nel pieno del dopopranzo, ma il Ferrobedò continuava a esser pieno di gente che faceva a gara coi camion lanciati giù per Trastevere, Porta Portese, il Mattatoio, San Paolo, a rintronare l'aria infuocata. Al ritorno dal quinto viaggio il Riccetto e il giovanotto videro presso al recinto, tra due casette, un cavallo col carro. S'accostarono per vedere se si poteva tentare il colpaccio. Nel frattempo il Riccetto aveva scoperto in una casetta un deposito di armi e s'era messo un mitra a tracolla e due pistole alla cintola. Così armato fino ai denti montò in groppa al cavallo.

Ma venne un Tedesco e li cacciò via.
Immagine tratta dal film, "Sotto il sole di Roma" - 1948
Mentre che il Riccetto viaggiava coi sacchi di canapetti su e giù da Donna Olimpia ai magazzini, Marcello stava cogli altri maschi nel caseggiato al Buon Pastore. La vasca formicolava di ragazzi che si facevano il bagno schiamazzando. Sui prati sporchi tutt'intorno altri giocavano con una palla.

Agnolo chiese: «Addò sta er Riccetto?»

«È ito a fasse 'a comunione, è ito,» gridò Marcello.

«L'animaccia sua!» disse Agnolo.

«Mo starà a pranzo dar compare suo,» aggiunse Marcello.

Lì su alla vasca del Buon Pastore non si sapeva ancora niente. Il sole batteva in silenzio sulla Madonna del Riposo, Casaletto e, dietro, Primavalle. Quando tornarono dal bagno passarono per il Prato, dove c'era un campo tedesco.
Immagine tratta dal film, "Sotto il sole di Roma" - 1948
Essi si misero a osservare, ma passò di lì una motocicletta con la carrozzella, e il Tedesco sulla carrozzella urlò ai maschi: «Rausch, zona infetta.» Lì presso ci stava l'Ospedale Militare. «E a noi che ce frega?» gridò Marcello: la motocicletta intanto aveva rallentato, il Tedesco saltò giù dalla carrozzella e diede a Marcello una pizza che lo fece rivoltare dall'altra parte. Con la bocca tutta gonfia Marcello si voltò come una serpe e sbroccolando con i compagni giù per la scarpata, gli fece una pernacchia: nel fugge che fecero, ridendo e urlando, arrivarono diretti fino davanti al Casermone. Lì incontrarono degli altri compagni. «E che state a ffà?» dissero questi, tutti sporchi e sciammannati.

«Perché?» chiese Agnolo, «che c'è da fà?» «Annate ar Ferrobedò, si volete vede quarcosa.» Quelli c'andarono di fretta e appena arrivati si diressero subito in mezzo alla caciara verso l'officina meccanica. «Smontamo er motore,» gridò Agnolo. Marcello invece uscì dall'officina meccanica e si trovò solo in mezzo alla baraonda, davanti alla buca del catrame. Stava per caderci dentro, e affogarci come un indiano nelle sabbie mobili, quando fu fermato da uno strillo: «A Marcè, bada, a Marcè!» Era quel fijo de na mignotta del Riccetto con degli altri amici. Così andò in giro con loro. Entrarono in un magazzino e fecero man bassa di barattoli di grasso, di cinghie di torni e di ferraccio. Marcello ne portò a casa mezzo quintale e gettò la merce in un cortiletto, dove la madre non la potesse vedere subito. Era dal mattino che non rincasava: la madre lo menò. «Addò sei ito, disgrazziato», gli gridava crocchiandolo. «So' ito a famme er bagno, so' ito,» diceva Marcello ch'era un po' storcinato, e magro come un grillo, cercando di parare i colpi. Poi venne il fratello più grosso e vide nel cortiletto il deposito. «Fregnone,» gli gridò, «sta a rubbà sta mercanzia, sto fijo de na mignotta.» Così Marcello ridiscese al Ferrobedò col fratello, e questa volta portarono via da un vagone copertoni di automobile. Scendeva già la sera e il sole era più caldo che mai: già il Ferrobedò era più affollato d'una fiera, non ci si poteva più muovere. Ogni tanto qualcuno gridava: «Fuggi, fuggi, ce stanno li Tedeschi», per fare scappare gli altri e rubare tutto da solo.
Immagine tratta dal film, "Sotto il sole di Roma" - 1948
Il giorno dopo il Riccetto e Marcello, che c'avevano preso gusto, scesero insieme alla Caciara, i Mercati Generali, che erano chiusi. Tutt'intorno girava una gran massa di gente e dei Tedeschi, che camminavano avanti e indietro sparando in aria. Ma più che i Tedeschi a impedire l'entrata e a rompere il c... erano gli Apai. La folla però cresceva sempre più, premeva contro i cancelli, baccajava, urlava, diceva i morti. Cominciò l'attacco e anche quei fetenti degli Italiani lasciarono perdere. Le strade intorno ai Mercati erano nere di gente, i Mercati vuoti come un cimitero, sotto un sole che li sgretolava: appena aperti i cancelli, si riempirono in un momento.

Ai Mercati Generali non c'era niente, manco un torso di cavolo. La folla si mise a girare pei magazzini, sotto le tettoie, negli spacci, ché non si voleva rassegnare a restare a mani vuote. Finalmente un gruppo di giovanotti scoprì una cantina che pareva piena: dalle inferriate si vedevano dei mucchi di copertoni e di tubolari, tele incerate, teloni, e, nelle scansie, delle forme di formaggio. La voce si sparse subito: cinque o seicento persone si scagliarono dietro il gruppo dei primi. La porta fu sfondata, e tutti si buttarono dentro, schiacciandosi. Il Riccetto e Marcello erano in mezzo. Vennero ingoiati per il risucchio della folla, quasi senza toccar terra coi piedi, attraverso la porta. Si scendeva giù per una scala a chiocciola: la folla di dietro spingeva, e delle donne urlavano mezze soffocate. La scaletta a chiocciola straboccava di gente. Una ringhiera di ferro, sottile, cedette, si spaccò, e una donna cadde giù urlando e sbatté la testa in fondo contro uno scalino. Quelli rimasti fuori continuavano a spingere. «È morta,» gridò un uomo in fondo alla cantina. «È morta,» si misero a strillare spaventate delle donne; non era possibile né entrare né uscire. Marcello continuava a scendere gli scalini. In fondo fece un salto scavalcando il cadavere, si precipitò dentro la cantina e riempì di copertoni la sporta insieme agli altri giovani che prendevano tutto quello che potevano. Il Riccetto era scomparso, forse era riuscito fuori. La folla si era dispersa. Marcello tornò a scavalcare la donna morta e corse verso casa.
Immagine tratta dal film, "Sotto il sole di Roma" - 1948
Al Ponte Bianco c'era la milizia. Lo fermarono e gli presero la roba. Ma lui non si allontanò da lì e si mise in disparte avvilito con la sporta vuota. Dalla Caciara poco dopo salì al Ponte Bianco pure il Riccetto. «Mbè?» gli fece. «M'ero preso li copertoni e mo me l'hanno fregati,» rispose Marcello con la faccia nera. «Ma che stanno a fà sti cojoni, ma perché nun se fanno li c... sua!» gridò il Riccetto.

Dietro il Ponte Bianco non c'erano case ma tutta una immensa area da costruzione, in fondo alla quale, attorno al solco del viale dei Quattro Venti, profondo come un torrente, si stendeva calcinante Monteverde. Il Riccetto e Marcello si sedettero sotto il sole su un prato lì presso, nero e spelato, a guardare gli Apai che fregavano la gente. Dopo un po' però giunse al Ponte il gruppo dei giovanotti coi sacchi pieni di formaggi. Gli Apai fecero per fermarli, ma quelli li presero di petto, cominciarono a litigare di brutto con certe facce che gli Apai pensarono ch'era meglio lasciar perdere: lasciarono ai giovanotti la roba loro, e restituirono pure a Marcello e agli altri che s'erano accostati di brutto quello che gli avevano fregato. Saltando dalla soddisfazione e facendo i calcoli di quello che c'avrebbero guadagnato il Riccetto e Marcello presero la strada di Donna Olimpia, e pure tutti gli altri si dispersero. Al Ponte Bianco, con gli Apai, restò solo l'odore della zozzeria riscaldata dal sole.

[...]

Il Riccetto se ne stava ignudo, lungo sull’erbaccia, con le mani sotto la nuca guardando in aria.
Immagine tratta dal film, "Sotto il sole di Roma" - 1948
      – Ce sei ito mai a Ostia? – domandò a Marcello tutt’a un botto. – Ammazzete, – rispose Marcello, – che, nun ce lo sai che ce so’ nato? – Ma li mortè, – fece il Riccetto con una smorfia squadrandolo, – mica me l’avevi mai detto sa’! – Embè? – fece l’altro. – Ce sei mai stato co ’a nave in mezzo ar mare? – chiese curioso il Riccetto. – Come no, fece Marcello sornione. – Insin’addove? – riprese il Riccetto. – Ammazzete, Riccè, – disse tutto contento Marcello, quante cose voi sapè! E cchi se ricorda, nun c’avevo manco tre anni, nun c’avevo! – Me sa che in nave ce sei ito quanto me, a balordo! – fece sprezzante il Riccetto – Sto c..., – ribatté pronto l’altro, – c’annavo tutti li ciorni su ’r barcone a vela de mi zzio! – Ma vaffan..., va! – fece il Riccetto schioccando con la bocca. – Ih li zeeeeppi, – fece poi, guardando sull’acqua, – li zeeeeppi! – Sul pelo della corrente passavano un po’ di rottami, una cassetta fracica e un orinale. Il Riccetto e Marcello si fecero sull’orlo del fiume nero d’olio. – Quanto me piacerebbe de famme na gita ’n barca! – disse il Riccetto con aria accorata, guardando la cassetta che se ne andava al suo destino dondolando tra l’immondezza. – Che nun ce lo sai che ar Ciriola ’e danno in affitto ’e bbarche? – disse Marcello. – Sí, e chi ce passa ’a grana, – fece cupo il Riccetto. – A locco, se va a tubbature pure noi, che te frega, – disse Marcello tutto infervorato all’idea; – Agnoletto già ha rimediato er cacciagomme – Aòh, – fece il Riccetto, – io ce sto!
Immagine tratta dal film, "Sotto il sole di Roma" - 1948
      Se ne stettero lí fin tardi, distesi con la testa sui calzoncini intostati dalla polvere e dal sudore: tanto chi glielo faceva fare lo sforzo d’andarsene. Tutt’intorno era pieno di cespugli e di canne secche; ma sotto l’acqua ci stava pure del ghiaino e dei serci. Si divertirono a tirare dei serci sull’acqua e anche quando finalmente si decisero ad andarsene, continuarono, mezzi svestiti, a tirarne in alto, verso l’altra sponda o contro le rondini che sfioravano il pelo del fiume.

      Lanciavano pure intere manciate di ghiaia, gridando e divertendosi: i sassolini cadevano dappertutto intorno sulle fratte. Ma d’un tratto sentirono un grido, come se qualcuno li chiamasse. Si voltarono e nell’aria già un po’ scura, poco lontano, videro un negro, in ginocchioni sull’erba. Il Riccetto e Marcello, che avevano subito capito la situazione, tagliarono, ma appena che furono a una certa distanza, presero un’altra manciata di ghiaia e la gettarono verso quei cespugli.

      Allora con le zinne mezze fuori, incazzata nera, si alzò in piedi la mignotta, e si mise a urlare contro di loro.

      – E statte zitta, – gridò sardonico il Riccetto con le mani a imbuto, – che perdi come le papere, a brutta zozzona! – Ma il negro in quel momento s’alzò come una bestia, e reggendosi con una mano i calzoni e con l’altra un coltello, si mise a corrergli dietro. Il Riccetto e Marcello se la squagliarono gridando aiuto, in mezzo alle fratte, verso l’argine, su per l’erta: arrivati in cima, ebbero la forza di guardarsi per un momento indietro e videro in fondo il negro che agitava il coltello in aria e urlava. Il Riccetto e Marcello scesero ancora giú di corsa, e guardandosi in faccia non la finivano piú di ridere; il Riccetto, addirittura si mise a rotolarsi per terra, sulla polvere; sghignazzando guardava Marcello e gridava: – Ahioddio, che t’ha preso na paralisi, a Marcè?

      Con quel fugge, erano sboccati sul lungotevere proprio in direzione della facciata di San Paolo che ancora brillava debolmente al sole.

[...]
Immagine tratta dal film, "Sotto il sole di Roma" - 1948
Dal Cupolone, dietro Ponte Sisto, all’Isola Tiberina dietro Ponte Garibaldi, l’aria era tesa come la pelle d’un tamburo. In quel silenzio, tra i muraglioni che al calore del sole puzzavano come pisciatoi, il Tevere scorreva giallo come se lo spingessero i rifiuti di cui veniva giú pieno. I primi a arrivare, dopo che verso le due se ne furono andati i sei o sette impiegati ch’erano rimasti sempre fermi sullo zatterone, furono i riccioloni di Piazza Giudia. Poi vennero i trasteverini, giú da Ponte Sisto, in lunghe file, mezzi ignudi, urlando e ridendo, sempre in campana per menare qualcuno. Il Ciriola si empí, fuori, sulla spiaggetta sporca e, dentro, negli spogliatoi, nel bare, nello zatterone. Era un verminaio. Due dozzine di ragazzi stavano radunati intorno al trampolino. Cominciarono i primi caposotti, i pennelli, i caprioli. Il trampolino non era alto che un metro e mezzo, poco piú, e ce la facevano a tuffarsi pure i ragazzini di sei anni. Qualcuno, passando per Ponte Sisto, si fermava a guardare. Pure in cima al muraglione del lungotevere, a cavalcioni sulle spallette su cui spiovevano i platani, qualche ragazzetto senza grana per scendere, stava a guardare. I piú stavano ancora distesi sulla rena o su quel po’ d’erba arruzzonita ch’era rimasta sotto il muraglione.

      – Er primo l’urtimo ! – gridò, a quelli che stavano sbragati intorno, un moretto piccolo e peloso, alzandosi in piedi: ma gli diede retta solo il Nicchiola che partí con la sua schiena curva e storcinata, e si lasciò cadere nell’acqua gialla con le gambe e le braccia larghe sbattendo con le chiappe. Gli altri, facendo schioccare la lingua con aria di disprezzo, dissero al moretto: – E lèvate! –, poi, dopo un po’, ciondolando pieni di fiacca, s’alzarono e come un branco di pecore si spostarono, su verso lo spiazzo di sabbia sotto la cannofiena, davanti al galleggiante, a guardarsi il Monnezza, che coi piedi sulla sabbia rovente, e rosso per lo sforzo sotto le due sfere, stava sollevando il peso da cinquanta chili in mezzo a un reggimento di ragazzini. Al trampolino se ne restarono solo il Riccetto, Marcello, Agnolo e pochi altri, con il cane, ch’era il beniamino di tutti. – Be? – fece Agnolo con aria minacciosa agli altri due. – Li mortacci tua, – disse il Riccetto, – che, c’hai prescia? – Ma li mortacci tua, – disse Agnolo, – e che semo venuti a ffà? – Mo se famo er bagno, – disse il Riccetto, e se ne andò in pizzo al trampolino a guardare l’acqua.
Immagine tratta dal film, "Sotto il sole di Roma" - 1948
      Il cagnoletto gli andò dietro. Il Riccetto si voltò: – Venghi pure tu? – gli disse affettuoso e allegro, – venghi pure tu? – Il cane guardandolo in viso scodinzolò.

      – Te voi fà er caposotto, eh? – disse il Riccetto. Lo prese per il pelo e lo spinse sull’orlo: ma il cane si tirava indietro. – Tenghi paura, – disse il Riccetto, – be, nun te lo faccio fà er caposotto, va! – Il cane continuava a guardarlo tutto trepidante. – Ma che voi da me? – continuò il Riccetto con aria di protezione, chinandosi, – brutto sciammannato d’uno spinone! – Lo accarezzava, gli grattava il collo, gli metteva la mano tra i denti, lo tirava. – A brutto, a brutto! – gli gridava affettuosamente. Il cane però sentendosi tirare aveva un po’ di paura e saltava indietro.

      – None, – gli disse allora il Riccetto, – nun te ce butto a fiume! – Te lo fai sto caposotto, a Riccè? – gli gridò ironico Agnolo. – Famme fà prima na pisciata, – rispose il Riccetto e corse a pisciare contro il muraglione: il cane gli venne dietro e stette a guardarlo con gli occhi lucidi e la coda irrequieta.

      Agnolo allora prese la rincorsa e si tuffò. – Li mortacci tua! – gridò Marcello vedendolo cadere tutto di sguincio con la pancia. – Ammazzeme, – gridò Agnolo risortendo col capo in mezzo al fiume, – che panzata! – Mo je faccio vede io come ce se tuffa! – gridò il Riccetto, e si gettò in acqua. – Come l’ho fatto? – gridò riemergendo a Marcello. – Co ’e gambe larghe, – disse Marcello. – Mo ce riprovo, fece il Riccetto e si arrampicò su per la riva.

[...]

Agnolo allora prese la rincorsa e si tuffò. – Li mortacci tua! – gridò Marcello vedendolo cadere tutto di sguincio con la pancia. – Ammazzeme, – gridò Agnolo risortendo col capo in mezzo al fiume, – che panzata! – Mo je faccio vede io come ce se tuffa! – gridò il Riccetto, e si gettò in acqua. – Come l’ho fatto? – gridò riemergendo a Marcello. – Co ’e gambe larghe, – disse Marcello. – Mo ce riprovo, fece il Riccetto e si arrampicò su per la riva.
Immagine tratta dal film, "Sotto il sole di Roma" - 1948
      In quel momento quelli che stavano a far caciara intorno al Monnezza che sollevava i pesi, si spostarono in massa verso il trampolino: venivano giú con un ghigno sicuro e beffardo, sputando, coi piú piccoletti che zompavano intorno o si rotolavano abbraccicati pel marciapiede. Erano piú di una cinquantina, e invasero il piccolo spiazzo d’erba sporca intorno al trampolino: per primo partí il Monnezza, biondo come la paglia e pieno di cigolini rossi, e fece un carpio con le sette bellezze: gli andarono dietro Remo, lo Spudorato, il Pecetto, il Ciccione, Pallante, ma pure i piú piccoletti, che non ci smagravano per niente, e anzi Ercoletto, del vicolo dei Cinque, era forse il meglio di tutti: si tuffava correndo pel trampolino sulla punta dei piedi e le braccia aperte, leggero, come se ballasse. Il Riccetto e gli altri si ritirarono ammusati a sedere sull’erba bruciata, e guardavano in silenzio. Erano come dei pezzetti di pane in mezzo a un formicaio: e ci sformavano a dover stare a sentire in un canto la caciara. Tutti se ne stavano in piedi, con le cianche sporche di fango, gli slip appiccicati sulla carne e le facce sarcastiche, a guardarsi e a gridare i morti: con la sua faccia cattiva, tonda come un uovo, il Ciccione partí, e scivolando sull’orlo dell’asse, mentre cadeva in acqua, urlò con una risata feroce: – Li mortacci sua! –, e Remo sulla riva, scuotendo il capo, allegro borbottò: – Li mortacci, che fforza che sei! – Pure il Bassotto lí accanto, lungo sul marciapiede, ghignava, quando gli arrivò tra i ricci un malloppetto di fanga. – Li mortacci vostra! – urlò voltandosi furente. Ma non sgamò chi era stato, perché tutti guardavano ridendo verso il fiume. Dopo poco gli schizzò sul capo un altro malloppetto. – A li mortacci, – gridò. Andò a prendere di petto Remo. – Ma che vvòi, – gli fece quello con la faccia offesa, – li mortacci tua, e de tu nonno! – Ma dopo un poco tutta l’aria era attraversata da centinaia di pezzetti di fango tirati a tutta forza: qualcuno, nella melma fino al ginocchio, ne lanciava dal basso all’alto contro il cornicione delle intere manciate, facendo schizzare tutt’intorno una pioggia di fanghiglia: altri stavano seduti indifferenti, un po’ in disparte, e tiravano i malloppi a tradimento, facendoli fischiare come frustate. – All’anima de li mortacci vostra! – urlò Remo, in mezzo alla mischia, premendosi infuriato un occhio con la mano, e corse a gettarsi in acqua per togliersi il fango incastrato tra le palpebre: vedendolo che si tuffava, il Monnezza gli andò dietro gridando lui stavolta: – Er primo l’urtimo, – e si buttò in acqua raggomitolandosi e rotolandosi per aria, e cadendo sul pelo della corrente con un gran botto della schiena, delle ginocchia e dei gomiti. – Ma li mortacci sua! – rise corrugando la fronte lo Spudorato. Partí e ne fece uno uguale. – Pallante! – gridò. – E chi me lo fa ffà, – disse Pallante. – A vigliacco, – gridarono dall’acqua lo Spudorato e il Monnezza.

      – Ma li mortacci loro, – borbottava intanto in disparte il Riccetto – Mbè, che stamo a ffà? – disse Agnolo duro. L’unico dei tre che sapeva remare era Marcello: toccava a lui incominciare la manovra. S’andarono a sedere sul mucchio dei vecchi sandolini scassati. – A Marcè, – fece Agnolo, – noi t’aspettamo, daje –. Marcello s’alzò e andò a girellare intorno al Guaione, che se ne stava mezzo ubbriaco in fondo al galleggiante facendo un lavoro col coltellino. – Quanto costa na barca? – gli chiese a bruciapelo. – Na piotta e mezza, – rispose il Guaione senza alzare gl’occhi. – Ce ’a date, che? – disse Marcello. – Mo quanno torna. È fora. – Ce vole tanto, a Guaiò? – chiese dopo un po’ Marcello. – Ma li mortacci tua, – disse il Guaione alzando gli occhi bianchi da ubbriaco, – che c... ne so io! Quanno torna –. Poi diede un’occhiata al fiume verso Ponte Sisto. – Ecchela, – fece. – Se paga subbito o dopo? – Subbito, mejo. – Vado a prenne li sordi, – gridò Marcello. Ma non aveva calcolato Giggetto. Questo era un buon bagnino coi grandi: ma coi piccoletti, se si fossero tutti affogati c’avrebbe fatto la firma. Marcello stette lí un pezzetto cercando di farsi dar retta, ma quello non lo filò per niente. Se ne tornò su sconcertato al mucchio dei sandolini. – Come c... se fa a prenne li sordi, – disse. – Va dar bagnino, no, a stronzo! – Ce so’ ito, – spiegò Marcello, – ma nun me dà retta nun me dà! – Ma quanto sei stronzo, – scattò incollerito Agnolo. – An vedi questo, – gli rispose vibrante Marcello, stendendo verso di lui la mano aperta, come aveva fatto poco prima Giggetto con loro, – perché nun ce vai te? – Mo fate a cazzotti, – filosofò il Riccetto. – Je lo darebbe sí un cazzotto, a quer stronzo llí! – disse Agnolo. – Ma già te ’o detto, ma perché nun ce provi te, a fijo de na paragula! – Agnolo se ne andò a affrontare Giggetto e subito dopo difatti tornò con la piotta e mezza e una azionale accesa tra le labbra. Andarono a aspettare la barca presso la ringhiera, e appena che la barca approdò e furono scesi gli altri ragazzi, i tre si imbarcarono. Era la prima volta che il Riccetto e Agnolo navigavano.
Immagine tratta dal film, "Sotto il sole di Roma" - 1948
      La barca dapprincipio non si muoveva. Piú Marcello remava e piú quella stava ferma. Poi piano piano cominciò a staccarsi dal galleggiante, andando qua e là come se fosse ubbriaca. – A disgrazziato, – gridava Agnoletto con quanta voce aveva in petto, – che sai remà pure tu? – La barca pareva ammattita e andava a caso un po’ su e un po’ giú, un po’ verso Ponte Sisto, un po’ verso Ponte Garibaldi. Ma la corrente la trascinava a sinistra verso Ponte Garibaldi, anche se per caso la prua si voltava dall’altra parte, e il Guaione, comparendo alla ringhiera del galleggiante, cominciò a gridare qualcosa con le corde del collo che gli scoppiavano – Sto stronzo, – continuava a gridare Agnolo a Marcello, – mo ce vengono a ricoje a Fiumicino! – Nun me rompe er c... – diceva Marcello ammazzandosi sui remi che o sbattevano fuori dall’acqua o ci affondavano dentro fino al manico, – provace te, daje! – Io mica so’ de Ostia! urlò Agnolo. Intanto il Ciriola restava distanziato, traballando alla poppa della barchetta: sotto il verde dei platani il muraglione cominciava a comparire in tutta la sua lunghezza da Ponte Sisto a Ponte Garibaldi, e i ragazzi sparsi lungo la riva, chi all’altalena, chi al trampolino, chi sulla zattera, rimpicciolivano sempre piú e non si potevano piú distinguere le loro voci.

      Il Tevere trascinava la barca verso Ponte Garibaldi come una delle cassette di legno o delle carcasse che filavano sul pelo della corrente; e sotto Ponte Garibaldi si vedeva l’acqua spumeggiare e vorticare tra le secche e gli scogli dell’Isola Tiberina. Il Guaione se n’era accorto, e continuava a strillare con la sua vociaccia arrugginita dallo zatterone: la barchetta ormai era giunta all’altezza del gallinaro dove, dentro il recinto di pali...

[...]

 – Chi t’ha imparato a remà? Ma nun lo vedi che fai ride pure li muri?

      – Chi m’ha imparato a remàaa? – ribatté Agnolo. – Sto c... !

      – Te lo metti ar ... ! – fecero pronti quelli. – Vostro! – strillò Agnolo rosso come un peperoncino.

      – A stronzo! – gridarono i ragazzini. – A fiji de na bocch...! – gridò Agnolo. Intanto continuava a sderenarsi a remare senza che la barca andasse avanti di un centimetro. Sull’altro pilone, a sinistra, c’erano degli altri fiji de na bona donna: stavano distesi tra le scanellature della pietra, come lucertoloni a prendersi il sole mezzi appennicati. Le grida dei ragazzini li risvegliarono. S’alzarono in piedi tutti bianchi di polvere, e si radunarono sull’orlo del pilone verso la barca. – A barcaroliii, – uno gridava, – aspettatece! – Mo che vole quello? – fece insospettito il Riccetto. Un secondo s’arrampicò per gli anelli fino a metà pilone, e con un urlo, fece il caposotto: gli altri si tuffarono da dove si trovavano, e tutti cominciarono a attraversare nuotando a mezzobraccetto il fiume. Dopo pochi minuti erano lí coi capelli sugli occhi, le facce paragule, e le mani strette ai bordi della barca. – Che volete? – fece Marcello. – Vení in barca, fecero quelli, – perché, nun ce vorresti? – Erano tutti piú grossi, e gli altri si dovettero tenere la cica. Salirono, e senza perder tempo uno disse a Agnolo: – Da’ – e gli prese i remi. – Annamo de là der ponte, – aggiunse, guardando fisso Agnolo negli occhi come per dirgli: «Te va bbene?» – Annamo de là der ponte, – disse Agnolo. Subito quello si mise a remare a tutta callara: ma sotto il pilone la corrente era forte, e la barca era carica. Per fare quei pochi metri ci volle piú d’un quarto d’ora.

      Borgo antico dai tetti grigi sotto il cielo opaco io t’invoco...

      cantavano i quattro di vicolo del Bologna, sbragati sulla barca, a voce piú alta che potevano per farsi sentire dai passanti di Ponte Sisto e dei lungoteveri. La barca, troppo piena, andava avanti affondando nell’acqua fino all’orlo.

[...]
Immagine tratta dal film, "Sotto il sole di Roma" - 1948
Che d’è, – disse allora rizzandosi in piedi il Riccetto. Tutti guardarono da quella parte, nello specchio d’acqua quasi ferma, sotto l’ultima arcata. – È na rondine, vaffan..., – disse Marcello. Ce n’erano tante di rondinelle, che volavano rasente i muraglioni, sotto gli archi del ponte, sul fiume aperto, sfiorando l’acqua con il petto. La corrente aveva ritrascinato un poco la barca indietro, e si vide infatti ch’era proprio una rondinella che stava affogando. Sbatteva le ali, zompava. Il Riccetto era in ginocchioni sull’orlo della barca, tutto proteso in avanti. – A stronzo, nun vedi che ce fai rovescià? – gli disse Agnolo. – An vedi, – gridava il Riccetto, – affoga! – Quello dei trasteverini che remava restò coi remi alzati sull’acqua e la corrente spingeva piano la barca indietro verso il punto dove la rondine si stava sbattendo. Però dopo un po’ perdette la pazienza e ricominciò a remare. – Aòh, a moro, – gli gridò il Riccetto puntandogli contro la mano, – chi t’ha detto de remà? – L’altro fece schioccare la lingua con disprezzo e il piú grosso disse: – E che te frega –. Il Riccetto guardò verso la rondine, che si agitava ancora, a scatti, facendo frullare di botto le ali. Poi senza dir niente si buttò in acqua e cominciò a nuotare verso di lei. Gli altri si misero a gridargli dietro e a ridere: ma quello dei remi continuava a remare contro corrente, dalla parte opposta. Il Riccetto s’allontanava, trascinato forte dall’acqua: lo videro che rimpiccioliva, che arrivava a bracciate fin vicino alla rondine, sullo specchio d’acqua stagnante, e che tentava d’acchiapparla. – A Riccettooo, – gridava Marcello con quanto fiato aveva in gola, – perché nun la piji? – Il Riccetto dovette sentirlo, perché si udí appena la sua voce che gridava: – Me púncica! – Li mortacci tua, – gridò ridendo Marcello. Il Riccetto cercava di acchiappare la rondine, che gli scappava sbattendo le ali e tutti due ormai erano trascinati verso il pilone dalla corrente che lí sotto si faceva forte e piena di mulinelli. – A Riccetto, – gridarono i compagni dalla barca, – e lassala perde! – Ma in quel momento il Riccetto s’era deciso ad acchiapparla e nuotava con una mano verso la riva. – Tornamo indietro, daje, – disse Marcello a quello che remava. Girarono. Il Riccetto li aspettava seduto sull’erba sporca della riva, con la rondine tra le mani. – E che l’hai sarvata a ffà, – gli disse Marcello, – era cosí bello vedella che se moriva! – Il Riccetto non gli rispose subito. – È tutta fracica, – disse dopo un po’, – aspettamo che s’asciughi! – Ci volle poco perché s’asciugasse: dopo cinque minuti era là che rivolava tra le compagne, sopra il Tevere, e il Riccetto ormai non la distingueva piú dalle altre...



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

lunedì 25 dicembre 2017

Pier Paolo Pasolini - Una sconfinata ammirazione per "Delitto e castigo"

"ERETICO  e  CORSARO"



Una sconfinata ammirazione per "Delitto e castigo"
Ritaglio di "Tempo" 4 gennaio 1974
Biblioteca nazionale centrale - Roma


Un giovane uomo di ventitré anni - un bel ragazzo anche se così pallido e magro – è “traumatizzato” dall’amore della madre (e per ampliazione, della sorella). La situazione è, per noi, classica: si tratta di una passione infantile edipica. Egli è rimasto impietrito da quell’amore con tanta violenza provato e ricambiato, quasi come in una prova di laboratorio. Infatti le conseguenze sono quelle ben note: la sessuofobia, la freddezza sessuale e il sadismo. Egli sembra innamorarsi di una ragazza bruna, infelice, intelligente e malata. Che muore presto di tifo (si direbbe, come egli ha voluto). In questo amore non trova posto la sensualità. Egli prova altre attrazioni – che non divengono però mai sessuali – per due altre ragazze giovanissime: una adolescente ubriaca o drogata che se ne va per la strada (ed egli la protegge da un “pappagallo”, chiedendo l’aiuto – il che è sintomatico – di un poliziotto) e poi, per un attimo, verso un’altra giovinetta mendicante (che perciò fa pena: e la pena è umiliante, può essere umiliante fino al sadismo). A questa situazione sessuale inconscia (il rapporto edipico con la madre, esteso alla sorella) si aggiungono altri elementi “oggettivi” e in gran parte consci. Il nostro ragazzo, infatti, orfano di padre, studia nella capitale: è mantenuto agli studi per mezzo della misera pensione di sua madre, e sua sorella è costretta a impiegarsi come istitutrice. Ciò ha creato degli obblighi al ragazzo verso la famiglia. Terribili obblighi di gratitudine e di amore, che vengono ad aggiungersi, appunto, alla violenza amorosa infantile e alla inconsapevole repressione della madre su di lui. Una madre buona, sì, buona, anzi angelica; borghese, ma dotata di tutte le qualità migliori della borghesia provinciale: di quello speciale idealismo, cioè, che non può fare del proprio figlio che un essere adorato e unico.

Il nostro eroe è guidato dal suo inconscio, e si appresta, come in un incubo kafkiano, a giocare il ruolo che gli è assegnato; ad esso non può sottrarsi, come un automa, ma puoò, su esso, creare tuttavia delle giustificazioni pretestuose, dei (aberranti, come vedremo) fondamenti moralistici e teorici. Un giorno gli “viene un’idea” – proprio come se gli venisse dal di fuori, dall’alto – ed egli come in un incubo, appunto, si chiede come mai gli sia venuta una simile idea “non sua”: non può sapere infatti che gli viene dal basso. E così si appresta a elaborarla, a impossessarsene (attraverso la teorizzazione). 

Perchè l'assassino ha lasciato la porta aperta

Tale idea è di uccidere una vecchia usuraia, a cui ha dato in pegno degli oggetti (di famiglia). Resiste a lungo a tale “invito”, ma alla fine, dopo un lungo cerimoniale, cede. Egli ammazza così la madre. La madre che lo ossessiona con gli obblighi, che gli crea degli impegni, che lo umilia con la sua ansiosa comprensione, che lo mette di fronte alla propria impotenza: e che comunque, ancora prima, aveva suscitato in lui un amore che, per essere orrendamente colpevole, si era – come vuole il meccanismo – trasformato in odio. Ma non avevamo detto che alla figura della madre egli aveva annesso anche la figura della sorella? Sì, e infatti ecco che, appena uccisa la vecchia usuraia, entra in casa la buona e mite sorella di questa. La porta era stata lasciata aperta (quasi apposta, perché lei potesse entrare). Inoltre, il nostro assassino sapeva che egli avrebbe potuto uccidere la usuraia fra le sette e le sette e mezza circa, appunto perché la sorella era fuori. Egli giunge invece sui luogo dell’assassinio in ritardo (per colpa – siamo sempre alla diagnosi da manuale! – di un assopimento protrattosi più a lungo del previsto). Egli insomma è andato in casa dell’usuraia in ritardo apposta per dar tempo alla sorda di ritornare. E così ammazza anche lei. Non solo dunque egli sopprime nelle due vecchie, la propria madre e la propria sorella, ma sopprime in esse quella «realtà doppia» che l’amore per la donna è per lui: da una parte la realtà repressiva, feroce, angosciosa (l’usuraia) e dall’altra la realtà tenera, affettuosa, mite (la sorella dell’usuraia). 

Nella sua teoria – di carattere nietzschiano – il nostro ragazzo considera il delitto un “delitto gratuito”, fatto per dimostrare a se stesso, da una parte, di essere un uomo superiore (che non esita a delinquere pur di raggiungere il proprio scopo: arricchire per studiare, diventare uno scienziato, un filosofo, un benefattore dell’umanità), dall’altra, di essere addirittura un “superuomo”, al di là di ogni valore morale istituito. Insomma egli ondeggia fra il cinismo della Realpolitik e la grandezza dell’azione pura. In tutti i casi è chiaro che siamo ancora nel laboratorio: egli ha infatti bisogno semplicemente di superare il proprio “complesso di inferiorità” derivante da tutte le circostanze che abbiamo visto. 

Sennonché – com’era fatale – dopo la sua spaventosa impresa, egli sarà costretto a parlare di “fallimento”: e si ritroverà di fronte alla propria “inferiorità” (che però a lui si manifesta solo come incapacità a nascondere le tracce del delitto, e soprattutto, come incapacità a resistere agli impulsi della morale comune che richiede il rimorso e la confessione della colpa). 

In realtà il “fallimento” consiste in qualcos’altro. Consiste nel fatto che la liberazione dalla propria madre attraverso l’assassinio dell’usuraia “doppia” (buona e cattiva), è una liberazione simbolica. Nella realtà, eccola, la madre (con la sorella) che arriva in treno dalla profonda provincia. È una vera e propria resurrezione, la riapparizione di un fantasma. Il delitto è stato davvero “inutile”! La madre e la sorella portano innocenti con sé, non solo tutto l’orrendo fardello di amore infantile, ma, per di più, tutte le esigenze e gli obblighi di una vita da vivere, coi suoi problemi pratici e il suo spietato idealismo da non tradire.La sorte del nostro assassino è dunque ancora interamente da decidere e da vivere. Tutto è da ricominciare da capo. Ma, ormai, il nostro eroe non può più farlo. La sua è ormai una vita che scorre per inerzia, ed egli percorre dunque tutte le tappe obbligate che usa percorrere – quasi secondo delle perfette norme fissate una volta per sempre – un colpevole che finirà per costituirsi, confessare ed espiare. Ormai, quelle che contano sono le vite degli altri, che si sviluppano intorno alla sua. 

Una sfida moralistica al mondo

Durante la sua via crucis (non evangelica, perché egli, naturalmente, è ostacolato continuamente e fino in fondo dall’interpretazione “conscia” che egli dà ai fatti: la sua sfida moralistica al mondo e il suo fallito tentativo d’essere un uomo superiore) egli tuttavia su una vita, più che sulle altre, continua a influire, prima di diventare un “morto civile”. Si tratta della vita di una ragazza – un’adolescente come quelle intraviste e “rimosse” per la strada – in tutto e per tutto simile alla sorella dell’usuraia, e quindi alla madre “buona, mite, idealistica”. L’identificazione di questa ragazza con la sorella dell’usuraia e con la madre dell’infanzia è perfetta: anche letteralmente. Il sentimento del nostro eroe verso questa ragazza dovrebbe essere d’amore (e infatti lo è): ma si tratta di un amore privo di un elemento essenziale, cioè il sesso. Il quale si manifesta (ancora e irrimediabilmente!) attraverso il sadismo. Il giovane infatti confessa a lei, per sadismo, la propria colpa: e continua del resto a tormentarla in tutti i modi. Essa oltre tutto è costretta dalla miseria, benché quasi una bambina, a fare la puttana. E ciò scatena ancor più la sessuofobia e il puritanesimo del nostro eroe che ignora perfettamente di avere un sesso. Naturalmente. non appena egli si accorge di provare un sentimento di amore verso di lei, lo sente subito come odio. E per contro, l’amore ingenuo, immenso e incondizionato di lei per lui, ricomincia & oreal-gli quel sentimento quasi cosmico di insopportazione che gli aveva creato l'amore della madre. È inutile dire che egli, seviziando questa ragazzina. sevizie se stesso. Come già. ammazzando le due vecchie donne. aveva infierito su se stesso.

   Anche questo è da manuale. Non per niente poco prima di spaccare con la scure la povera, indifesa, tenera nuca della malvagia vecchia (la madre, invecchiando, diviene infantile), il nostro eroe aveva fatto un orribile sogno: dei giovinastri, nella sua cittadina di provincia, per dove egli camminava tenendo per mano il padre (!) ammazzano, seviziandola in modo atroce, una povera, magra cavallina (che egli alla fine, quando sarà finalmente morta, andrà a baciare disperatamente nel muso): ma il fatto rilevante è che, benché si tratti di una “cavallina”, egli, parlandone col padre e con gli astanti, appunto perché infante, la chiama “cavallino”. Dunque chi è stato torturato, seviziato, massacrato, ucciso: una cavallina o un cavallino?

   Dopo la confessione del suo delitto e la sua condanna ai lavori forzati, il nostro eroe è seguito, come da una cagna fedele, dalla puttana che egli non ammette di amare, oppure manifesta il suo amore verso di lei attraverso la crudeltà. Niente di nuovo è successo nel profondo della sua personalità. Egli è rimasto la stessa creatura cristallizzata, mostruosa, automatica – e, nel tempo stesso, il ragazzo buono e intelligente – che era prima del delitto. Niente si è sciolto in lui. I suoi compagni di pena odiano in lui questa fedeltà inderogabile al proprio essere, questo ascetismo della diversità ignota a se stessa. Finché la madre vera muore; muore di innocente dolore, tra deliri di bontà materna, che pur intuendo la verità non vuol ammetterla, ecc., ecc. Tale morte in principio non significa nulla. È una morte anagrafica. Eppure essa era indispensabile perché finalmente qualcosa si sciogliesse dentro il suo ostinato figlio. Ciò avviene di colpo e senza nessuna ragione. Assomiglia un po’ a quella che i cristiani chiamano “conversione” o i filosofi Zen “illuminazione”: cioè un mutamento radicale che si verifica in un momento qualunque o addirittura banale. Un dopopranzo, in una pausa di lavoro, sopra uno sterro, davanti a una grande pianura illuminata da un pallido e tiepido sole, dove, lontano, sono accampati dei nomadi, il nostro eroe sente di colpo di amare la ragazza che l’ha seguito: di amarla in modo completo, assoluto, così come non aveva potuto amare la madre da bambino.

   Era tanto semplice! Non solo Dostoevskij ha prefigurato Nietzsche e tutta la cultura nietzschiana, non solo ha prefigurato Kafka, cioè almeno metà della letteratura del Novecento (basta infatti togliere la descrizione del delitto iniziale, e lasciare tutto il resto così com’è: e Delitto e castigo diventa un enorme e convulso Processo) ma addirittura ha prefigurato, precorso, preteso Freud. A meno che egli non sapesse già tutto ciò che Freud avrebbe scoperto.
Questa mia non è che un’umile chiacchierata e un’analisi psicanalitica a braccio; ma potrei però dimostrare, in un saggio documentato, come in Delitto e castigo ci sia un numero impressionante di espressioni “esplicitamente” psicanalitiche. Ciò mi riempie di una sconfinata ammirazione, pari almeno a quella che sento per la impareggiabile “sceneggiatura” del romanzo.

Pier Paolo Pasolini
Una sconfinata ammirazione per "Delitto e castigo" 
Ritaglio di "Tempo" 4 gennaio 1974
Biblioteca nazionale centrale - Roma



 Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

sabato 2 dicembre 2017

Pier Paolo Pasolini - Alla mia nazione - Video con voce di Vittorio Gassman

"ERETICO  e  CORSARO"



Alla mia nazione
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.


Pier Paolo Pasolini 
(da La religione del mio tempo
1961, ora in Tutte le poesie)


Così Pasolini ai lettori di "Vie Nuove": 

"I fascisti rimproverano per esempio a una mia poesia (epigramma intitolato Alla mia nazione) di essere offensiva alla patria, fino a sfiorare il reato di vilipendio. Salvo poi a perdonarmi - nei casi migliori - perché sono un poeta, cioè un matto. Come Pound: che é stato fascista, traditore della patria, ma lo si perdona in nome della poesia-pazzia... Ecco cosa succede a fare discriminazione tra ideologia e poesia: leggendo quel mio epigramma solo ideologicamente i fascisti ne desumono il solo significato letterale, logico, che si configura come un insulto alla patria. Ma poi, rileggendolo esteticamente, ne desumono un significato puramente irrazionale, cioè insignificante. In realtà il momento logico e il momento poetico, in quel mio epigramma coesistono, intimamente e indissolubilmente fusi. La lettera dice, sì: la mia patria è indegna di stima e merita di sprofondare nel suo mare: ma il vero significato è che, a essere indegna di stima, a meritare di sprofondare nel mare, è la borghesia reazionaria della mia patria, cioè la mia patria intesa come sede di una classe dominante benpensante, ipocrita e disumana. [...] Per esempio, un epigramma intitolato Alla bandiera rossa. In esso delineo una tragica situazione di regresso nel sud (come si sa, coincidente con il progresso economico, almeno apparente, del nord) e concludo augurandomi che la bandiera rossa ridiventi un povero straccio sventolato dal più povero dei contadini meridionali. Forse per questo Salinari mi chiama, senza mezzi termini, senza appello, 'populista'".



Vittorio Gassman:
«[…] È certo che, almeno per noi, Pier Paolo rappresenta forse l’assenza più pesante nel tessuto della cultura contemporanea. Ci mancano, sì, la sua sterminata vitalità, il suo coraggio irriducibile.
Per quel tanto, non tantissimo, che era possibile credo di averlo conosciuto abbastanza bene. Capii per esempio la sua iniziale riluttanza quando ai tempi del Teatro Popolare Italiano, che dirigevo insieme a Lucignani, gli chiedemmo di tradurre per noi l’Orestiade di Eschilo.  Disse, brutalmente, che il teatro non rientrava nei suoi interessi; disse e scrisse che lo disgustavano sia il teatro della magniloquenza retorica sia quello della futilità, della chiacchiera, diceva.
Bene, dopo poco più di di mesi mi telefonò, e mi disse che aveva già terminato la traduzione – primo suo lavoro per la scena – che noi rappresentammo a Siracusa nel ’60  e che per la sua potenza e modernità entusiasmò il pubblico almeno quanto scandalizzò i professori e i critici pecoroni.
Con la stessa rapidità e lo stesso fervore creativo Pasolini scrisse, non molto tempo dopo, tutto il suo teatro, e devo dire, fra i ricordi più belli della mia carriera, restano le due rappresentazioni che feci a distanza di anni della sua Affabulazione 
Per quel tanto, non tantissimo, che era possibile credo di averlo conosciuto abbastanza bene. Capii per esempio la sua iniziale riluttanza quando ai tempi del Teatro Popolare Italiano, che dirigevo insieme a Lucignani, gli chiedemmo di tradurre per noi l’Orestiade di Eschilo.  Disse, brutalmente, che il teatro non rientrava nei suoi interessi; disse e scrisse che lo disgustavano sia il teatro della magniloquenza retorica sia quello della futilità, della chiacchiera, diceva.Bene, dopo poco più di di mesi mi telefonò, e mi disse che aveva già terminato la traduzione – primo suo lavoro per la scena – che noi rappresentammo a Siracusa nel ’60  e che per la sua potenza e modernità entusiasmò il pubblico almeno quanto scandalizzò i professori e i critici pecoroni.Con la stessa rapidità e lo stesso fervore creativo Pasolini scrisse, non molto tempo dopo, tutto il suo teatro, e devo dire, fra i ricordi più belli della mia carriera, restano le due rappresentazioni che feci a distanza di anni della sua Affabulazione […]»


 Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice