martedì 24 gennaio 2017

Pasolini, LA RICOTTA 1963 - di Angela Molteni

"ERETICO & CORSARO"



LA RICOTTA  1963
di Angela Molteni 


(quarto episodio del film RoGoPaG. Gli altri episodi sono: Illibatezza di Rossellini,
 Il nuovo mondo di Godard, Il pollo ruspante di Gre­goretti)

Scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini

Fotografia Tonino Delli Colli; ar­chitetto Flavio Mogherini. 
Costumi Danilo Donati. 
Commento e coordinamento musicale Carlo Rustichelli. 
Montaggio Nino Baragli. 
Aiuto alla regia Sergio Citti, Carlo di Carlo.

Interpreti e personaggi: 
Orson Welles (il Regista, doppiato da Giorgio Bassani). 
Mario Cipriani (Stracci). 
Laura Betti (la “diva”). 
Edmonda Aldini (un’altra “diva”). 
Vittorio La Paglia (il giornalista). 
Maria Berardini (la stripteaseuse). 
Rossana Di Rocco (la figlia di Stracci).

E inoltre: 
Tomas Milian, Ettore Ga­rofolo, Lamberto Maggiorani, Alan Midgette, Gio­vanni Orgitano, Franca Pasut. Hanno partecipato anche: Giuseppe Berlingeri, Andrea Barbato, Giuliana Calandra, Adele Cambria, Romano Costa, Elsa de’ Giorgi, Carlotta Del Pezzo, Gaio Fratini, John Francis Lane, Robertino Ortensi, Letizia Paolozzi, Enzo Siciliano.

Produzione Arco Film (Roma) / Cineriz (Roma) / Lyre Film (Parigi). 
produttore Alfredo Bini. 
pellicola Ferrania P 30, Kodak Eastman Color. 
Formato: 35 mm, b/n e colore; macchine da ripresa Arri­flex. 
sviluppo e stampa Istituto Nazionale Luce. 
Doppiaggio CID-­CDC. 
Sincronizzazione Titanus. 
Distribuzione Cineriz; durata 35 minuti.

Riprese ot­tobre-novembre 1962; 
Teatri di posa Cinecittà; 
Esterni periferia di Roma; 

Premi - Grolla d’oro per la regia, Saint Vincent, 4 luglio 1964.



 TRAMA

“Non è difficile predire a questo mio racconto una critica dettata dalla pura malafede. Co­loro che si sentiranno colpiti infatti cercheranno di far credere che l’oggetto della mia polemica sono la storia e quei testi di cui essi ipocritamente si ritengono i difensori. Niente affatto: a scanso di equivoci di ogni genere, voglio dichiarare che la sto­ria della Passione è la più grande che io conosca, e che i testi che la raccontano sono i più sublimi che siano mai stati scritti”, 

è una premessa che Pasolini stesso fa al suo film La ricotta.­

Un altro film fuori dagli schemi di una rappresentazione tradizionale e di una iconografia asservita. Un altro lavoro, dopo Accattone e Mamma Roma, nel quale il fine primo dell’autore è quello di trasmettere messaggi politico-sociali; nel quale non sono da sottovalutare tuttavia alcuni elementi che cercherò qui di seguito di mettere in luce.

Vi sono alcuni segni “forti” della grande ricchezza culturale di Pier Paolo Pasolini:
– le citazioni figurative (l’accostamento alla pala d’altare del Pontormo);

– i richiami che ha inserito nel film (alcune sequenze accelerate sia nelle immagini sia nella musica ricordano il film muto e in particolare il primo Chaplin, amatissimo da Pasolini);

– l’utilizzo sempre sapiente della musica: un Dies Irae arcaico, un “Sempre libera degg’io” dalla Traviata di Verdi – titolo oltremodo significativo se solo si consideri l’effettivo grado di libertà dei figuranti e di Stracci, il protagonista che recita la parte del Ladrone buono (e ancor più significativo se si fa attenzione alla trasformazione subita da quest’ultimo brano: una grottesca, quasi parossistica accelerazione che trascina la musica in un irrefrenabile  “zumpa-pa-zumpa-pa” che si avvita su se stesso...).
È il terzo film di Pasolini e in esso, ancora una volta, il registra privilegia una storia che fa capo agli strati più umili ed emarginati della società – tutte le comparse, i generici, i figuranti del “film nel film” la cui storia viene narrata (e che rappresenta la Passione di Cristo) sono dei sottoproletari, dei “morti di fame” in senso letterale, come ci dirà lo stesso Pasolini attraverso l’“enorme mangiata” di ricotta rappresentata quasi a conclusione del film e della vita stessa di Stracci. Ma, per la prima volta nel cinema pasoliniano, compare anche la borghesia, nei panni rozzi e volgari del produttore e del suo entourage. E viene anche “messa in scena” l’“integrazione sociale” cui sembra essere pervenuto il regista “marxista” (interpretato da Orson Welles).
La pellicola fu sequestrata con l’imputazione di “vilipendio alla religione di Stato” (1963): nelle numerose pagine in cui il presente commento è inserito se ne parla molto ampiamente. Quindi non mi soffermo più di tanto sul processo che ne seguì e nel quale, tra l’altro, il Procuratore della Repubblica Di Gennaro presentò ai “cattolici benpensanti” il film come 
“il cavallo di Troia della rivoluzione proletaria nella città di Dio”.
Sull’onda delle vicissitudini giudiziarie, al film saranno apportati alcuni tagli: 
le tre ripetizioni de “la corona!”, lo spogliarello della ge­nerica Maddalena, la risata del generico Cristo;

si sostituisce l’ordine “via i crocefissi!” con “fare l’altra scena!”,

l’espres­sione “cornuti” con “che peccato”,

la frase finale “povero Stracci, crepare è stato il suo solo modo di fare la rivolu­zione” con “povero Stracci! crepare, non aveva altro mo­do di ricordarci che anche lui era vivo”!
Soltanto nel maggio 1964 la Corte d’appello di Roma, accogliendo il ricorso di Pasolini, assolverà il regista perché “il fatto non costituisce reato”.
Le critiche e le motivazioni della persecuzione giudiziaria, come Pasolini stesso aveva previsto, erano dettate dalla malafede.
Pasolini aveva diretto, in effetti, attraverso questo film, un attacco frontale nei confronti della borghesia e questo era il motivo vero che scatenò ancora una volta la canea nei suoi confronti.
Il senso di questo attacco è contenuto essenzialmente nelle parole qui sotto riportate, pronunciate dal regista-Orson Welles e dirette al giornalista che gli chiede una intervista:

“Che cosa vuole esprimere con questa sua nuova opera?”
“Il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo.”
“Che cosa ne pensa della società italiana?”
“Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa.”
“Che cosa ne pensa della morte?”
“Come marxista è un fatto che non prendo in considerazione”
“Qual è la sua opinione sul nostro grande regista Federico Fellini?”
“Egli danza... egli danza...”

Il regista-Orson Welles, dopo aver letto una poesia (“Io sono una forza del passato...), tenendo tra le mani il libro Mamma Roma, dice infine al giornalista (mentre quest’ultimo idiotamente ride):


“Lei non ha capito niente perché lei è un uomo medio: un uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista. Lei non esiste... Il capitale non considera esistente la manodopera se non quando serve la produzione... e il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale... Addio.”

In un breve scitto del 1961, infine, Pasolini così si espresse:


“Nulla muore mai in una vita. Tutto sopravvive. Noi, insieme, viviamo e sopravviviamo. Così anche ogni cultura è sem­pre intessuta di sopravvivenze. Nel caso che stiamo ora esaminando [La ricotta] ciò che sopravvive sono quei famosi duemila anni di “imitatio Christi”, quell’irrazionalismo religioso. Non hanno più senso, appartengono a un altro mondo, negato, rifiutato, superato: eppure sopravvivono. Sono elementi storicamente morti ma umanamente vivi che ci compongono. Mi sembra che sia ingenuo, superficiale, fazioso negarne o ignorarne l’esistenza. Io, per me, sono anticlericale (non ho mica paura a dirlo!), ma so che in me ci sono duemila anni di cristianesimo: io coi miei avi ho costruito le chiese roma­niche, e poi le chiese gotiche, e poi le chiese barocche: esse sono il mio  patrimonio, nel contenuto e nello stile. Sarei folle se negassi tale forza potente che è in me: se lasciassi ai preti il monopolio del Bene”.

NULLA MUORE MAI IN UNA VITA: è una frase che può essere convintamente e affettuosamente rivolta proprio a Pier Paolo Pasolini.


Angela Molteni - aprile 1997

* Le citazioni sono tratte da Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, Garzanti, Milano

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