mercoledì 19 luglio 2017

Pasolini, Collezioni letterarie - Il Setaccio, anno III, numero 2, dicembre 1942

"ERETICO & CORSARO"



Collezioni letterarie
Il Setaccio
Anno III
Numero 2
 Dicembre 1942
Pag. 9



   Seguire tutte le pubblicazioni che escono in questa fertile stagione libraria italiana, e parlarne compiutamente, non è cosa delle più agevoli. Oltre che per la varietà delle competenze richieste e necessarie, volevo alludere alla quantità veramente notevole di libri che - si può dire settimanalmente - ci viene offerta dalle case editrici e di cui rari sono gli esemplari non meritevoli di essere recensiti o almeno ricordati. Vallecchi, Einaudi, Bompiani, Mondadori, Tuminelli, Garzanti, Le Monnier, Sansoni, Frassinelli, Guanda etc. etc., fanno a gara a chi mette fuori i libri più tipograficamente eleganti e le collezioni più rare e scelte.

   Per questo, dato che chi voglia iniziare un esame di tale quantità di libri, non può non rimanere sconcertato, inizieremo con questa rubrica una serie di recensioni, non di libri particolari, ché il tempo e lo spazio assolutamente non basterebbero, ma appunto di intere collezioni, che sotto il nome di «Lettere d'oggi» o «Rivoluzione» o «Ventiquattresimo», gremiscono le nostre fornitissime vetrine.

   S'intende .che queste recensioni non vorranno persuadere criticamente, ma avranno puramente un affettuoso valore di promemoria. La citazione non muterà i suoi termini nel commento.

   Inizieremo con la raccolta poetica di «Letteratura», per i tipi di Parenti. In tale raccolta è subito reperibile un attributo che la distingue, voglio dire l'assenza di un'atmosfera poetica formale o almeno di contenuto umano e letterario, che allacci fra loro i libri, costituendo una specie di cenacolo o corrente (come avviene invece per «Rivoluzione» o «Lettere d'oggi»).

   Le edizioni Parenti raccolgono insomma i libri di poesia che si distinguono per una loro netta ed interiore importanza poetica, od anche culturale, cosicché si passa da Penna a Dal Fabbro, da Ghiselli a Giotti, senza per questo venir meno a una fondamentale unità. In base a questa unità, che è buon gusto e intelligenza rigorosa, si può dire che finora nessuno sbaglio - ripeto, almeno culturale - macchia questa collezione. (Bella anche nella sua purissima veste tipografica.)

  Approfondire il primo sentimento che la prima lettura di Penna ci consente, non 
è cosa agevole. Per lo più è facile cadere in una definizione («candido prodigio», «grazia poetica») che non è affatto, se non apparentemente un approfondimento critico. E così pure certe rapide analogie che trasferiscono la critica di Penna ad una sorta di ringraziamento o sensuale adesione: il suo «alessandrinismo», la «sua parentela con la prosa primesautière di Comisso, con l'ultima poesia di Saba e la pittura di De Pisis» (Sergio Solmi), che mi sembrano una schematizzazione un po' meccanica, seppure, a una prima lettura, di certo giovamento.

   Non cercherò io certamente, qui, di andare al di là del ringraziamento o sensuale adesione, e brucerò ogni tappa critica per giungere ad una conclusione già del tutto impegnativa, e cioè che in questo libretto si giunge talvolta ad accenti di vera e buona poesia. Il grado di tale poesia toccherà all'avvinto lettore di stabilire, sia che si tratti di un rassegnato risolvere il proprio dolore corporale con un moto purissimamente melodico (Mi nasconda la notte e il dolce sento), oppure cerchi di definirsi e ricompensarsi m una composizione più nettamente vigilata (Torre, Fantasia per un inizio di primavera). Poesia tutta disciolta nel suo candore, che in definitiva è purezza poetica, la cui amoralità non depone affatto in suo sfavore, se è tutta densa e pregna di precedenti sofferenze umane, che solo la poesia momentaneamente conclude. Penna, insomma, «non è uno di quelli, troppi, e veramente stucchevoli, che fanno dell'art après l'art» (L. Anceschi). La sua purezza è da cercarsi altrove.

   Non esiteremo invece ad indicare la purezza di Giotti (Colori) ad una più semplice e quieta adeguazione del suo cuore al suo linguaggio: una freschezza che è pura in quanto tale e, con conseguente estrema naturalezza si ritrova nel dialetto. (Un dialetto era quello di Saffo.) Mentre nell'altro puro, Penna, la definizione critica di tale purezza, avrà bisogno di numerosi studi con successivi approfondimenti, in Giotti è facile risalire alla sua origine.

Dal portiere non c'era nessuno. 
C'era la luce sui poveri letti 
disfatti. E sopra un tavolaccio 
dormiva un ragazzaccio bellissimo.


   Dove il riferimento a certe acerbe e dolci prosaicità crepuscolari non ci possono accontentare per la verginità di Penna. Ma a versi come questi:

Ga piovù; e avanti sera 
ga dà un colpo de vento. 
Ormizado a la riva,
un picio bastimento 
con un spontier longo, salta 
su la mareta blu. 
Se vedi in fondo i monti. 
E l'istà no' xe più.


cosa aggiungere?


   Tale nuda e candida purezza reperibile sia in Penna che in Giotti, e differentemente risolta nelle due poesie, è completamente scomparsa, direi bruciata, sebbene ancora in maniera diversa, in altri due poeti della stessa collezione: Ghiselli e Dal Fabbro.

   In maniera diversa, ho detto, e volevo significare che nel primo il cuore urge troppo nella poesia a intorbidire il linguaggio, e nel secondo ogni freschezza o purezza viene abolita da una eccessiva malizia di riferimenti letterari.


   «Il primo passo sempre stentato di Ghiselli e insieme il suo salire unanime in ogni verso è quanto di più struggente, di più ingenuo e contraddetto la giovane poesia ci abbia lasciato in questi anni...» (A. Gatto). Stando così le cose, Ghiselli sopravviverebbe attraverso un documento puramente umano di una sofferenza non solamente umana. La sua immagine, cioè, si conterrebbe nei limiti di un'evasione, o confessione, in perpetua ricerca del suo linguaggio, del mestiere: «E m'incantavo, qualche volta ero triste, perché mi sentivo disarmato e inverosimilmente povero, difronte all'esperienza (dei Con· temporanei), alle loro scuole o gruppi», e poi « ... ma esaminando la mia vita già tanto povera di significati, tornavo a credere, a illudermi, a sperare». Un perpetuo ricorso dunque alle sorgenti umane della poesia: sicché sarà facile trovare sempre, «al di là delle gracili trasparenze letterarie di cui a volte i versi sono come infiacchiti e anelanti una fondamentale libertà d'animo, una continua sostanza ... », insomma «il qualcosa che sarebbe venuto a prendere il posto del tanto invocato mestiere». E allora, in questi momenti, si ottengono dei risultati sinceramente poetici, ed anzi dei frammenti veramente potenti, appunto per questo urgere e gravare dell'umanità fisica e sofferente, che nel linguaggio non si disperde, né, in un certo senso, si purifica. Per Ghiselli mi torna il nome di Michelangelo poeta. Infatti, si confrontino con alcuni versi irrisolti e poderosi di Michelangelo, alcuni versi del Nostro.

dovrei disfare il tetto e poi le mura,
discendere a trovar le fondamenta 
e poi ricostruire- un'altra torre.


e ancora:


Fammi le mani colme: fammi noto 
il destino perché possa 
come il martello sopra la campana,
fulminare il silenzio in me sopito.

Torna ad esser sorgente, dura pietra,
mazza, scalpello, forma che diviene.
Riporta l'apra Tua dentro le vene 
nostre, sino a quando s'avverta il rombo 
del Tuo silenzio accompagnare il sangue.

   Insomma, Ghiselli perviene ad espressione di vera poesia, allorché «i suoi versi anelano con la propria forza impacciata e gentile, all'estrema fatica con cui la coscienza, l'esperienza e l'idea della vita diventano semplicemente la vita, e la poesia uno specchio di cose create, un oggetto» (A. Gatto).


   Per Beniamino Dal Fabbro, stimato da me come uno dei più onesti e appassionati letterati italiani, mi spiace non poter accogliere lietamente il suo Villapluvia. È un libro che scoraggia, in cui l'amore approfonditissimo di Dal Fabbro per la recente poesia francese e italiana, viene scontato dolorosamente. Il linguaggio mi pare una ricostruzione - qua e là felice - di tesi e di gusto, in cui la freschezza è  na dolorosa malizia. Ho detto quella ch'io credo la verità, brutalmente: sono questi soprattutto i casi, dove i mezzi termini sono disonesti.

   Di Glauco Natoli, vorrei parlare più diffusamente di quel che lo spazio rimastomi mi acconsenta. Forse per una limpida simpatia umana che dal suo libro spira. È un poeta che, rischiando continuamente i pericoli di Dal Fabbro, si salva in merito della propria seria ed affettuosa giovinezza, che, dalle prime un po' rudi reminiscenze montaliane: («Aspra è la terra e spacca l l'esile radica attorta; l vita: una cosa già morta l che dondola sulla risacca»), lo riporta ad una dolcezza distesa e molle di rievocazione («Ma pure vivo: memore dei segni l per cui l'alba si sbianca l nel declino degli astri, l al grido mattutino degli uccelli»), che lo riallaccia a certe più recenti esperienze poetiche (Gatto, Sereni etc.).


Pio
(In questo art. Pasolini si firma Pio)


Biblioteca Universitaria di Bologna, collocazione 2118/PER. 10220.

Progetto a cura di Maurizio Avanzolini (Biblioteca dell'Archiginnasio).

I documenti digitalizzati appartengono alle raccolte di:
Biblioteca dell'Archiginnasio
Biblioteca Universitaria di Bologna
Centro studi-archivio Pier Paolo Pasolini - Bologna
Archivio storico dell'Università di Bologna

Biblioteca Cantonale di Lugano  



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

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