domenica 30 luglio 2017

Pier Paolo Pasolini - Il caso di un intellettuale - Il rifiuto di Braibanti

"ERETICO  e  CORSARO"

Biblioteca nazionale centrale - Roma

Pier Paolo Pasolini - Il caso di un intellettuale - Il rifiuto di Braibanti
13 agosto 1968
Il Caos 
Su "Tempo"
Biblioteca nazionale centrale - Roma


Il caso di un intellettuale


Biblioteca nazionale centrale - Roma
   Ho concluso il primo capitolo di questa mia rubrica, come un romanzo giallo, con una domanda: " Dov'è l'intellettuale, perché e come esiste?".
   Infatti, dicevo, l'intellettuale è cacciato dai centri della borghesia (e relegato nel ghetto dove stanno i poeti, magari autorevoli), e, per il mondo operaio, non è che un testimone esterno (secondo la definizione, che citavo, di Rossana Rossanda nel suo saggio "L'anno degli studenti").
   Una domanda come questa è possibile e stranamente attuale solo oggi.
   Una decina e meno di anni fa, la risposta sarebbe stata semplice e immediata:                  "L'intellettuale è una guida spirituale dell'aristocrazia operaia e anche della borghesia colta". Egli era, insomma un'autorità: una autorità dell'opposizione. Era infatti il Pci - quello florido e ancora inattaccabile del dopoguerra, appena uscito dalla Resistenza - che determinava e decretava il successo letterario di un autore.     ...L'Italia era allora un Paese povero (paleo-capitalistico): e il letterato vi poteva facilmente assumere, come ancor oggi nei Paesi poveri e incolti, la funzione "nazionale" della guida, del vate, sia pur modernissimo, e magari cittadino onorario di Parigi. Ora, l'egemonia culturale, che per circa un ventennio è stata detenuta dal Pci, è passata nelle mani dell'industria.
...Così che la risposta a quella mia domanda potrebbe essere, oggi, la seguente: "L'intellettuale è dove l'industria culturale lo colloca: perché e come il mercato lo vuole".

Il rifiuto di Braibanti


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...In altre parole, l'intellettuale non è più guida spirituale di popolo o borghesia in lotta (o appena reduci da una lotta), ma per dirla tutta, è il buffone di un popolo e di una borghesia in pace con la propria coscienza e quindi in cerca di evasioni piacevoli. In realtà tutte e due le risposte riguardano un intellettuale "medio", e quindi astratto: e, inoltre, evadono alla reale destinazione della domanda. A cui io stesso, del resto, non saprei rispondere, se non ricorrendo a termini esistenziali che so pericolosi e inetti.
...So questo, tuttavia: che l'autorità dell'autore come guida spirituale, compagno di lotta ecc. è scaduta, declinando col periodo storico in cui è nata (un autore di quel tipo potrebbe esistere oggi nell'Egitto di Nasser, oppure in India), mentre l'autorità dell'autore come cantastorie per la borghesia è un fatto ignobile, del resto destinato rapidamente a passare, non appena l'Italia sarà veramente un Paese avanzato e ricco, e, perciò, l'industria culturale produrrà la sua merce al di fuori della letteratura: così che i due diversi prodotti avranno due diversi canali di distribuzione.
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...Braibanti è un caso di intellettuale che ha rifiutato precocemente l'autorità che gli sarebbe provenuta dall'essere uno scrittore dell'egemonia culturale comunista, o di sinistra; e ha poi rifiutato, naturalmente, l'autorità di uno scrittore creato dall'industria culturale.
...Questa seconda osservazione sembrerebbe ovvia: invece non lo è. Infatti lo scrittore caro all'industria culturale, non è solo lo scrittore che produce falsi bei romanzi, in cui magari si parla del Vietnam: ma è (o lo è stato fino a ieri) anche lo scrittore d'avanguardia. Anzi, i primi scrittori a essere scrittori di "potere", completamente inventati e lanciati dall'industria culturale, sono stati appunto gli scrittori d'avanguardia (il Gruppo '63, testé defunto). Ora Braibanti è appunto uno scrittore d'avanguardia: eppure non ha fatto parte dei gruppi strepitanti, sciocchi e terroristici che cercavano non si sa che potere (che poi hanno infatti ottenuto, attraverso la completa integrazione o nell'industria o nel Pci). Tanto è vero che uno di questi scrittori d'avanguardia, ha risposto, l'idiota, a chi gli chiedeva di far qualcosa per Braibanti: "Io non penso a Braibanti, penso al Vietnam". Dove risulta chiaro come ci siano, quotidianamente - e terroristicamente - delle fughe nel Vietnam.

Il delitto di essere solo


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  Braibanti non ha compiuto il minimo atto di terrorismo, mai. La sua presenza nella letteratura è sempre stata intelligente, discreta, priva di vanità, incapace di invadenze. A me, personalmente, i suoi testi poetici non piacciono molto, perché non amo la letteratura d'avanguardia, qualunque essa sia, oggi: ma questo è un mio giudizio personale, probabilmente anche sbagliato. Ma ciò che produce Braibanti, io sono pronto a prenderlo in considerazione, e a stimarlo: esso infatti si "propone", come ogni vera ricerca, non si impone. Non sa cosa vuol dire imporsi.
   Se c'è un uomo "mite" nel senso più puro del termine, questo è Braibanti: egli non si è appoggiato infatti mai a niente e a nessuno; non ha chiesto o preteso mai nulla.
   Qual è dunque il delitto che egli ha commesso per essere condannato attraverso l'accusa, pretestuale, di plagio?
   Il suo delitto è stata la sua debolezza. Ma questa debolezza egli se l'è scelta e voluta, rifiutando qualsiasi forma di autorità: autorità, che, come autore, in qualche modo, gli sarebbe provenuta naturalmente, solo che egli avesse accettato anche in misura minima una qualsiasi idea comune di intellettuale: o quella comunista o quella borghese o quella cattolica, o quella, semplicemente, letteraria... Invece egli si è rifiutato d'identificarsi con qualsiasi di queste figure - infine buffonesche - di intellettuale.
   Da questa solitudine gli è derivata la sua debolezza; e dalla sua debolezza la sua autorità: autorità dunque più pericolosa di tutte. Ora, degli italiani piccolo-borghesi si sentono tranquilli davanti a ogni forma di scandalo se questo scandalo ha dietro una qualsiasi forma di opinione pubblica o di potere; perché essi riconoscono subito, in tale scandalo, una possibilità di istituzionalizzazione, e, con questa possibilità, essi fraternizzano.

La paura dello scandalo


Biblioteca nazionale centrale - Roma
   Di fronte invece allo scandalo di un uomo debole e solo, essi provano, dello scandalo, tutto il terrore. Si scatenano in essi liberamente vecchie, ancestrali aggressività, ignote certamente a loro stessi (non mi consta che nelle Facoltà di Legge ci sia qualche corso che riguardi la psicanalisi, o comunque qualsiasi materia delle scienze umane: a Legge si è culturalmente dei vecchi umanisti), e quindi condannano: a cuor leggero, perché lo scandalo è scandalo. Così come erano scandalo vivente, per le SS, ebrei, polacchi, comunisti, pederasti e zingari. In Italia esistono tuttora, insomma, quelle che Himmler ha definito una volta per tutte, vite indegne di essere vissute.
   Taccio, perchè sono io stesso terrorizzato.
Ma per far capire al lettore come sia profondo e angoscioso questo fenomeno. dirotterò in mia indignazione: e me la prenderò con il competente in  cose di giustizia del "Giorno”, avvocato Alberto Dell’Ora, il quale, intervenendo sul caso Braibanti, a difesa, diceva che bisognava perdonare Braìbanti, perchè Braibanti era un malato, e che bisognava semmai sottoporlo alle stesse cure di uno dei plagìati: elettrochocs, chocs insulinici, e proibizione di letture di libri pubblicati negli ultimi cento anni!


La riforma del codici


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   Enzo Forcella è intervenuto contro una simile "gaffe" del Dell’Ora: il quale ha cercato di rimediarvi, ma, secondo me, peggiorando ancora di più la sua situazione: che si rivela quella di un piccolo-borghese spaurito dallo scandalo, che, in questo caso, è l’omosessualità, e che, anche a lui, inconsapevolmente, appare come elemento che "rende la vita indegna di essere vissuta". Infiniti egli rimedia la propria ”gaffe” dicendo che l‘omosessuale è un "malato recuperabile": mantenendo con ciò la separazione, e concedendo agli omosessuali di uscire dal ghetto, solo in vista del fatto che possono essere in qualche modo utilizzati dalla società: è l’utilitarismo che maschera quindi la remissione del peccato: si tratta cioè di una provvisoria pace con la propria coscienza, che difende in sè, ferocemente, la norma contra tutto ciò che la mette in discussione.
   Perchè ho scritto questo articolo, quando so, che tutti, dopo averlo letto, e magari dopo averne condiviso molte idee, lo rimuoveranno dalla propria memoria, lo svuoteranno di continuità? Quando so che, di Braibanti, nessuno, in realtà, vuole sapere niente?
   Bene. resta però il fatto che il caso Braibanti coinvolge il problema della riforma del Codice italiano. Ecco: che almeno la coscienza di tale problema resti nella memoria del lettone: come un problema che lo riguarda, visto che, a proposito della tremenda sorte di Braibandì, lo Spirito di conservazione è così infinitamente più forte di ogni carità.

PIER. PAOLO PASOLINI
13 agosto 1968
Il Caos 
Su "Tempo"
Biblioteca nazionale centrale - Roma


(Trascrizione dal cartaceo curata da B.Esposito)


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

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