venerdì 28 luglio 2017

P.P. Pasolini, Il sostrato mentale - "Il sogno del Centauro. Incontro con Jean Duflot" (1969-1975)

"ERETICO  e  CORSARO"

Pier Paolo Pasolini a Firenze con il padre


Il sostrato mentale
di Pier Paolo Pasolini
da "Il sogno del Centauro. Incontro con Jean Duflot" (1969-1975)
in Pasolini. Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani Mondadori, Milano 1999

  • «In realtà, con il passare del tempo, dopo l’infanzia, l’immagine si è moltiplicata, e insieme con essa il rifiuto si è diversificato: si è mutato in odio trans-storico o metastorico, per cui sono stato indotto a identificare con l’immagine paterna tutti i simboli dell’autorità e dell’ordine, il fascismo, la borghesia… nutro un odio viscerale, profondo, irriducibile, contro la borghesia, la sua sufficienza, la sua volgarità: un odio mitico, o se si preferisce, religioso» (Jean Duflot, "Il sogno del centauro).
  • Sopravviviamo: ed è la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione. (Pier Paolo Pasolini, Poesia in forma di rosa)

   Non credo che sarà per il lettore o per lo spettatore un'inno­vazione o una sorpresa se sottolineerò l'importanza assun­ta, nella sua opera, dalla relazione parentale. Ben prima di Edipo re, Lei aveva già espresso nelle sue poesie i senti­menti contraddittori che hanno diviso la sua infanzia?
Pier Paolo Pasolini
con la madre Susanna Colussi
Sono nato in una famiglia tipicamente rappresentati­va della società italiana: un vero prodotto d'incrocio... un prodotto dell'unità italiana. Mio padre discendeva da un'antica famiglia nobile della Romagna, mia madre, al contrario, viene da una fa­miglia di contadini friulani che si sono a poco a poco in­nalzati, col tempo, alla condizione piccolo-borghese. Dalla parte di mio nonno materno erano nel ramo della distilleria. La madre di mia madre era piemontese, ciò che non le impedì affatto di avere ugualmente legami con la Sicilia e con la regione di Roma... Aspetti, non è finita: sin dalla mia più tenera età, hanno fatto di me un nomade. Passavo da un accampamento all'altro, non avevo un focolare stabile. Il tempo di nascere a Bolo­gna... ed ecco che mio padre ci trasferisce a Parma. Poi andammo a Conegliano, a Belluno, a Sacile, Idria, Cre­mona, e in altre città del Nord Italia... La mia infanzia è stata una lunga serie di trasferimenti... Mi riesce estre­mamente difficile parlare di mio padre, delle mie rela­zioni con lui, e persino di quelle che ho potuto avere con mia madre, così come mi pare pressoché impossibile esaurire il tema della mia infanzia in questo nostro dialogo. Lei mi faceva amichevolmente presente, sin dalle prime parole di questa conversazione, che non ve­niva da me in veste di giudice o di psicoanalista. Mi di­spiace quasi che non sia uno psicoanalista, perché, dal canto mio, provo una grande curiosità per questo meto­do d'indagine, e ho letto abbastanza per dubitare di po­ter parlare delle mie relazioni parentali in termini poe­tici, in modo semplice, o anche solo aneddotico. Temo di imitare il linguaggio psicoanalitico senza averne l'effi­cacia...
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irò semplicemente che ho provato un grande amore per mia madre. La sua «presenza» fisica, il suo modo di essere, di parlare, la sua discrezione e la sua dolcezza soggiogarono tutta la mia infanzia. Sono rimasto convin­to per molto tempo che tutta la mia vita emozionale ed erotica era stata determinata esclusivamente da questa passione eccessiva, che ritenevo addirittura una forma mostruosa dell'amore. Ora ho appena scoperto, molto recentemente, che anche le mie relazioni di amore con mio padre hanno avuto la loro importanza, tutt'altro che irrilevante. Non si tratta quindi solo di rivalità e di odio.

   Fra tutte le immagini del padre che Lei propone, e la cui gerarchia simbolica non è sempre evidente, qual è quella che si avvicina maggiormente alla sua esperienza personale? Quella di Edipo re(immagine del padre ca­stratore)? quella di Teorema (in cui il padre fallito abdica ai suoi diritti)? quella del padre complice di Uccellacci e uccellini, che passa i suoi poteri al figlio insieme alle sue ricette di vita piccolo-borghese? oppure l'ultima, l'imma­gine del padre-figlio che ravvisa in sé il meccanismo di fi­gliazione dell'odio?

Tutte, probabilmente. Ho sempre dedicato a mio pa­dre un amalgama di sentimenti contraddittori. Tutti questi anni, per esempio, mi immaginavo di detestare mio padre, mentre invece probabilmente non era così. In effetti, quello che c'era tra noi due era una sorta di conflitto permanente, in cui non è escluso che abbia po­tuto scambiare l'ostilità con l'odio... Insomma, mentre per mia madre ho avuto un vero amore, che comprende­va tutta la sua persona, per mio padre ho avuto un amo­re parziale, che riguardava unicamente il sesso.

   All'infuori della tensione conflittuale «normale», ine­rente al complesso edipico e che è un dato universale delle relazioni tra genitori e figli, in quali particolari situazioni si esercitava la sua ostilità verso il padre?

[Come dicendo cose sapute a memoria e ripetute mille volte] Bisognerebbe parlare dei motivi di risentimento che formulavo contro di lui, contro ciò che da bambino - con una chiaroveggenza addirittura crudele - rifiutavo in lui di egoistico, di egocentrico, di tirannico, di autori­tario... Rifiuto ingenuo, senza concessioni... ma Lei vede come già questo rifiuto non è privo di ambiguità.
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uello che rifiutavo in lui, profondamente, è proba­bile che poi lo abbia rivestito di ragioni ideologiche; mio padre era ufficiale di carriera, e la sua mentalità naziona­listica, il suo stile di uomo di destra gli avevano reso pos­sibile l'accettazione del fascismo, senza troppi problemi di coscienza. Sono queste però spiegazioni a posteriori. In realtà, le relazioni tra i miei genitori erano difficili, forse a causa di una profonda disparità... Ho capito solo di recente che potesse esserci stata all'origine del suo at­teggiamento una difficoltà di stare con mia madre, e ora che lo ricordo meglio, una difficoltà di rapporto, di co­municazione, con chiunque. Ho capito ultimamente che mio padre amava molto mia madre, e che quest'amore eccessivo e imperfettamente espresso, che assumeva del­le forme così possessive e dominatrici, mancava sempli­cemente di reciprocità. Testimone più o meno cosciente di questa cattiva intesa, ho preso probabilmente partito per mia madre come fanno naturalmente tutti i bambini.
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e dirò qualche cosa che ignoravo più o meno fino a questi ultimi tempi. Qualche cosa di nuovo, che rimette in discussione l'idea che mi ero fatto dell'odio per mio padre. Ultimamente, mentre scrivevo Affabulazione, una pièce che tratta, come Teorema o Edipo re, dei rapporti tra genitori e figli (nella fattispecie, di un rapporto «par­ticolare» tra un padre e suo figlio), mi sono reso conto che tutta questa vita emozionale ed erotica che facevo dipendere dal mio odio avrebbe potuto benissimo spie­garsi, anzitutto, con l'amore per mio padre: un amore che deve probabilmente risalire ai miei due o tre primi anni, senza che possa dare ulteriori precisazioni su que­sto periodo. Poi, mio padre è morto nel 1959. Era torna­to dal Kenya nel '46, da un campo di prigionia.

   Nonostante tutto, Lei gli ha dedicato una raccolta di poesie scritte in dialetto friulano, negli anni '41-42, all'inizio della guerra (Poesie a Casarsa)?

[Fingendo naturalezza nel parlare di cose e tempi di cui è nauseato] Potrebbe benissimo essere interpretato co­me un gesto di sfida, quantomeno un gesto abbastanza complesso e contraddittorio da parte mia, dato che non ignoravo che mio padre non aveva grande stima per il friulano. Anzi. Se vuole, la sua ostilità al friulano di mia madre era un modo di tormentarla, sentendosi spalleg­giato dall'opinione pubblica «universale», nonché dalla conformità con il disprezzo per il dialetto apertamente sfoggiato dai fascisti a quell'epoca. Tutto ciò che veniva dai margini dello Stato fascista, tutto ciò che sfuggiva al suo controllo e rispecchiava una vita particolare, delle li­bertà particolari, era sospetto. Il dialetto era un parlare «inferiore», per riprendere la terminologia sprezzante dei «pensatori» del nazional-socialismo.

   Quest'odio per il padre che Lei proietta attraverso il mito nella sua opera cinematografica, e culmina in Edipo re, lo si ritrova in Affabulazione, questa pièce che ho ap­pena finito di leggere, ma molto più torbido, più ambiguo. L'odio è divenuto lucido, ha acquistato ora la trasparenza di un concetto. Il figlio e il padre conoscono il loro odio, e se ne avvalgono per progredire o per sopravvivere.

Carlo Alberto Pasolini, militare di carriere
e padre di Pier Paolo e di Guido Alberto
Direi che la consapevolezza dell'odio non gli impedi­sce di essere complesso, composito... In realtà, col pas­sare del tempo, dopo l'infanzia, l'immagine si è moltipli­cata, e insieme con essa il rifiuto si è diversificato: si è mutato in odio trans-storico o meta-storico, per cui sono stato indotto a identificare con l'immagine paterna tutti i simboli dell'autorità e dell'ordine, il fascismo, la bor­ghesia... Nutro un odio viscerale, profondo, irriducibile contro la borghesia, la sua sufficienza, la sua volgarità; un odio mitico, o, se preferisce, religioso. [L'ha detta: e ne arrossisce aggressivamente]

   Così che la sublimazione ha assunto naturalmente in Lei la forma della vocazione poetica
.
Difficilmente potrei dirle di no, visto che scrivo poe­sie da quando ho cominciato a scrivere. Prima, fino all'età di quattro o cinque anni, disegnavo molto. A sette anni (in seconda elementare), scrivevo delle piccole poe­sie sulla natura, gli alberi, i fiori, gli uccelli; esprimevo ingenuamente il mio affetto per mia madre. Del resto, fu proprio mia madre, scrivendo una poesia che dedicò a me, a rivelarmi la possibilità di scrivere delle poesie. Mi ricordo un piccolo quaderno di poesie che ho poi smar­rito durante la guerra... e soprattutto le illustrazioni di queste poesie, dato che la mia ambizione era anche di dipingere. Tranne i temi generali che ho detto, non so più che cosa ci fosse in queste poesie. Due parole... cre­do che me ne siano rimaste in mente due parole, rosi­gnolo (deformazione francesizzante e «classicista» di usi­gnolo) e verzura (termine prezioso, inusitato nella lingua parlata), che doveva rappresentare il verde della natura, la vegetazione. Quindi, contrariamente a ciò che sarei stato da uomo, da bambino ero selettivo ed aristocratico linguisticamente: petrarchesco.

   L'ascendenza friulana, dalla parte materna, costituisce un apporto fondamentale alla sua poesia scritta? Quale uso riserva a questo dialetto, quale funzione gli ha attri­buito, esattamente, in tante sue poesie?

Il friulano non è la mia «lingua» materna, e quando di­co che fu il dialetto di mia madre, è per modo di dire, per semplificare la realtà. In effetti, si parlano tre «lingue» in Friuli: il vecchio friulano, che è una lingua completa, au­tonoma, come può essere il catalano o il bretone; il vene­ziano, parlato dalla piccola borghesia; e l'italiano. Io mi sono imbevuto del dialetto friulano in mezzo ai contadi­ni, senza mai però parlarlo veramente a mia volta. L'ho studiato da vicino solo dopo aver iniziato a fare tentativi poetici in questa lingua. Qualcosa come una passione mi­stica, una sorta di felibrismo, mi spingevano ad impadro­nirmi di questa vecchia lingua contadina, alla stregua dei poeti provenzali che scrivevano in dialetto, in un paese dove l'unità della lingua ufficiale si era stabilita da tempi immemorabili. Il gusto di una ricerca arcaica... Avevo di­ciassette anni. Scrivevo queste prime poesie friulane quando era in piena voga l'ermetismo, il cui maestro era Ungaretti. In margine a un certo simbolismo provinciale, Montale si impegnava a continuare poeti come Eliot e Pound; in poche parole, tutti i poeti ermetici vivevano nell'idea che il linguaggio poetico fosse un linguaggio as­soluto. Di qui a chiudersi in un linguaggio riservato alla poesia, precluso a qualsiasi intrusione della prosa, c'è so­lo un passo. Presi molto ingenuamente il partito di essere incomprensibile, e scelsi a questo fine il dialetto friulano. Era per me il massimo dell'ermetismo, dell'oscurità, del rifiuto di comunicare. Invece è successo ciò che non mi aspettavo. La frequentazione di questo dialetto mi diede il gusto della vita e del realismo. Per mezzo del friulano, venivo a scoprire che la gente semplice, attraverso il pro­prio linguaggio, finisce per esistere obiettivamente, con tutto il mistero del carattere contadino. All'inizio ne ebbi però una visione troppo estetica, fondavo una specie di  piccola accademia di poeti friulani. Col passare del tem­po avrei imparato man mano a usare il dialetto quale stru­mento di ricerca obiettiva, realistica.
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d è questa ricerca che conduce ai romanzi del 1955 e del 1959, Ragazzi di vita e Una vita violenta; ai film Ac­cattone, Mamma Roma e Uccellacci e uccellini. Il dialet­to romano ha sostituito il friulano, ma la funzione del dia­letto, a livello della scrittura, è sensibilmente cambiata d'allora in poi.

   Nei romanzi che Lei cita, questa funzione si situa all'opposto di quella assunta dal friulano, nella Meglio gioventù (1954) per esempio... L'ermetismo e l'esteti­smo non sono più obiettivi letterari... Il dialetto diventa lo strumento per attuare il discorso libero indiretto, at­traverso cui vivere realisticamente la vita di personaggi appartenenti a un'altra classe sociale.
L'uso permanente del dialetto avrebbe potuto fare di Lei uno scrittore populista, oppure il cantore di uno di quei miracoli custoditi all'interno delle minoranze lingui­stiche. Invece, Lei è passato dal dialetto friulano ad altri dialetti come il «romano», dal linguaggio poetico al lin­guaggio romanzesco, dalla poesia scritta alla poesia «cine­matografica», senza troppo preoccuparsi dell'eclettismo che Le si sarebbe potuto imputare, e nemmeno del perico­lo reale che rappresentava tale mutazione.

Pier Paolo Pasolini con sua madre (1955)
Ho più volte ribadito che il passaggio dalla letteratura al cinema, per esempio, non è altro che un cambiamento di tecnica. Man mano, però, mi son messo a differenziare le tecniche letterarie e cinematografiche. Il linguaggio letterario usato dallo scrittore per scrivere una poesia o un romanzo, o un saggio, costituisce un sistema simboli­co convenzionale: per di più, ogni linguaggio scritto o parlato è definito da una serie di limiti storici, geopolitici o, se preferisce, nazionali (regionali)... Il cinema, invece, è un sistema di segni non simbolici, di segni viventi, di se­gni-oggetti... Il linguaggio cinematografico non esprime quindi la realtà attraverso una serie di simboli linguistici, ma per mezzo della realtà stessa. Non è un linguaggio na­zionale o regionale, bensì trans-nazionale... Torneremo, se vuole, sull'aspetto tecnico del linguaggio cinematogra­fico. Lei mi chiede, in fondo, di spiegare o di giustificare una scelta... Credo che ci siano diverse ragioni serie per questa traslazione. Prima però vorrei precisare che non abbandono né la poesia scritta né l'espressione letteraria.


Vediamo adesso le ragioni di questa modificazione di linguaggio o piuttosto di espressione. Credo di poter di­re ora che scrivere delle poesie o dei romanzi fu per me il mezzo per esprimere il mio rifiuto di una certa realtà italiana, o personale, in un determinato momento della mia esistenza. Ma queste mediazioni poetiche o roman­zesche frapponevano tra la vita e me una sorta di parete simbolica, uno schermo di parole... Ed è li forse la vera tragedia di ogni poeta, di non raggiungere il mondo se non metaforicamente, secondo le regole di una magia in definitiva limitata nel suo modo di impossessarsi del mondo. Già il dialetto era per me il mezzo di un approc­cio più fisico ai contadini, alla terra, e nei romanzi «ro­mani» il dialetto popolare mi offriva lo stesso approccio concreto, e per così dire materiale. Ora, ho scoperto molto presto che l'espressione cinematografica mi offri­va, grazie alla sua analogia sul piano semiologico (ho sempre sognato un'idea cara a vari linguisti, vale a dire una semiologia totale della realtà) con la realtà stessa, la possibilità di raggiungere la vita in modo più completo. Di impossessarmene, di viverla mentre la ricreavo. Il ci­nema mi consente di mantenere il contatto con la realtà, un contatto fisico, carnale, direi addirittura sensuale.

Fonte:

"Pagine corsare", blog dedicato a Pier Paolo Pasolini
Autori e curatori: Angela Molteni, Bruno EspositoManolo Trinci
Nel sito, negli archivi e nei sommari potrai trovare gli ipertesti, gli interventi,
le notizie contenuti in oltre dodicimila documenti dedicati a Pier Paolo Pasolini



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

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