martedì 10 ottobre 2017

Pasolini col Vangelo alla mano muove gli attori senza volto - 1964, Il Giorno.

"ERETICO  e  CORSARO"

Biblioteca nazionale centrale - Roma

Pasolini col Vangelo alla mano muove gli attori senza volto
di Luigi Locatelli
26-04-1964
Ritaglio di "Il Giorno"
Biblioteca nazionale centrale - Roma

Roma, aprile

 
Biblioteca nazionale centrale - Roma
 
Il "vento proviene" da una enorme ruota a pale, i bagliori di fuoco sono di alcune torce alle spalle delle persone. La luce, si suppone che sarà fredda, drammatica. L’obiettivo è stato schermato con un vetro scuro per l’effetto notturno. I trucchi sono tutti lì, evidenti. Otello Sestili sa di essere un camionista: il suo nome è perfino scritto a penna su un foglietto appuntato al colletto della maglia con uno spillone di sicurezza. Quel giallo e azzurro che si intravedono tra gli ulivi, sono la gonna e la camicetta della moglie. Sestili la vede mentre porta a sgambettare la bambina. Settimio Di Porto conosce benissimo la sua identità: è alto, massiccio, semplice e rude come la gente del popolo, senza complessi, senza momenti di cedimento. Commercia in ferramenta, il suo furgone è parcheggiato dieci metri più in là, sulla Tiburtina Valeria, dopo la curva del ventottesimo chilometro. Alcuni minuti fa, stava raccontando con spavaldo compiacimento che gli basta serrare le mascella e fissare in faccia la moglie per farla scoppiare in lacrime.

   L’atmosfera è quella, un po’ goliardica, che si ritrova tra tutte le troupes cinematografiche. Allegria e serietà, scapigliatura e lavoro sodo. Quando il. regista, lo scrittore Pier Paolo Pasolini dà i tradizionali ordini per girare la scena, « motore », « azione », qualche cosa di diverso succede. Il bravo Tonino Delli Colli, l'operatore di « Accattone ». comincia a muovere la piccola Arriflex.

   Il silenzio si fa più impegnato. L'attenzione di tutti è più avvertita del solito. Tocca girare al protagonista, « vai Enrique, vai », ordina con calma Pasolini. Enrique Irazoqui è seduto su un tronco di ulivo. La faccia pallida, magra, avvolta in un grezzo mantello di lana marrone, il corpo fasciato da una semplice tunica avena. Legge le parole che deve pronunciare davanti alla macchina da presa su una lavagnetta sorretta dall’aiuto regista.
« Voi sentirete parlare di guerre e rumori di guerre; badate di non turbarvi; bisogna che questo avvenga ma non sarà la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno pestilenze e carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto Questo non sarà che il principio dei dolori »… 
   La drammatica predizione che Gerusalemme sarà distrutta: la fine del mondo. Le parole del Vangelo di San Matteo, che Pasolini sta traducendo in film.


Biblioteca nazionale centrale - Roma
   La lavorazione è cominciata da qualche giorno, senza il consueto can-can pubblicitario che accompagna il primo giro di manovella… Anzi, produttore e regista preferiscono portare avanti il loro lavoro in silenzio, con tutta tranquillità. Si tratta di un lavoro quanto mai impegnativo, difficile, inconsueto perché il film non sarà una riedizione della vita di Gesù Cristo, né un racconto interpolato delle vicende bibliche. Non c'è soggetto, non c'è sceneggiatura, non c'è dialogo costruito a tavolino sia pure sulla falsariga dei Vanigeli, ma la traduzione in immagini del testo genuino scritto da Matteo, il pubblicano di Cafarnao  diventato apostolo. La strada più difficile, dunque, è stata scelta da Pasolini per questo film.

   Un'idea che lascia perplessi, quella di trasportare sullo schermo il primo dei quattro Vangeli, soprattutto conoscendo la diffusa preferenza per argomenti commerciali di molti nostri cinematografari- Ma Pasolini non è di questo parere…
« La storia di uno che nasce povero » dice, che ha una vita ricca e complessa come è raccontato nel Vangelo, e consegna agli uomini il messaggio del cristianesimo, « ha tanti elementi favolosi anche per il grosso pubblico ».
   Il progetto di realizzare il «Vangelo secondo Matteo» Pasolini l’ha studiato e maturato per un paio d'anni. Nell'ottobre… '62 si trovava ad Assisi. Era stato invitato dalla « Pro Civitate Christiana » ad‘un dibattito sul suo « Accattone ». Finito il convegno, lo scrittore-regista voleva tornarsene a casa, ma le strade erano ingorgate di traffico. Code di automobili lunghe chilometri e, per le vie di Assisi, migliaia di persone arrivate per la visita di Giovanni XXIII. Non c’era altro da fare che aspettare che fosse partito il treno del Papa, prima di prendere la via del ritorno.
« In camera mia, sul tavolo c’era un Vangelo. L'avevamo messo lì per farlo leggere agli ospiti, e ci sono riusciti perché io lo presi e cominciai a sfogliarlo ». 
   Un libro stimolante dice Pasolini: leggeva e si convinceva che quel racconto era un ottimo soggetto cinematografico. Per un po', ha tenuto l'idea perse,  poi una volta ne ha parlato ad Alfredo Bini, che era stato il produttore dei suoi film.
« Eravamo in Africa, con Bini, per i sopralluoghi di "Padre selvaggio", e Bini è stato subito entusiasta ».
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   In questi due anni, Pasolini non ha scritto nessuna sceneggiatura, ma si è preoccupato di studiare, immaginare le scene, i movimenti della macchina da presa, il volto degli attori perchè non ha aggiunto ne tolto nulla al racconto di San Matteo,  limitandosi a filtrarlo con la sua fantasia  poetica. Ha discusso, però, a lungo l'idea con gli amici della "Pro Civitate Christiana" che l'hanno incoraggiato concedendogli fiducia e libertà.
« Non ho nessuna intenzione dl proporre interpretazioni teologiche. Sarà un'vangelo assolutamente canonico » 
dice. Con padre Favero particolarmente ha avuto lunghe discussioni, numerosi  scambi di lettere per evitare qualsiasi imprecisione, anche di dettagli storici e di costume, nelle ambientazioni, nell’impostazione delle scene, dei personaggi. Anche adesso che sta girando, le lettere tra lui e il religioso continuano. Un viaggio compiuto successivamente in Terra Santa con padre Andrea Carrano, « un veneto simpaticissimo », ha convinto il regista che non era il caso di andare a girare nei luoghi originari. Il paesaggio descritto dai Vangeli non esiste più, perciò il film verrà girato in Italia. Le prime scene, che si svolgono sul monte degli ulivi e nell’orto” di Getsemani sono state girate in un uliveto ai piedi di Tivoli, su Monte Cavo il discorso della montagna. Altre scene in Calabria, a Crotone, Matera, tra Barletta e Taranto, dove la campagna del meridione è più somigliante alla Palestina.

   Tutti gli attori sono nuovi al cinematografo. La loro ricerca è stata particolarmente difficile perché Pasolini non voleva nessun viso che il pubblico potesse ricordare o identificare con altri
personaggi. Irazoqui è entrato nel film casualmente.
« In un primo tempo pensavo a qualche poeta, per il personaggio di Cristo. Ne avevo interpellati diversi,. avevo anche fatto dei tentativi con alcuni scrittori, uno russo, uno americano, uno spagnolo. Alia fine mi ero quasi deciso per un attore tedesco che andava benissimo ». 
   Enrique Irazoqui un giorno gli ha telefonato a casa. Voleva conoscerlo, aveva letto l’unico suo libro tradotto in Spagna « Ragazzi di vita » e gli altri nell'edizione originale. Voleva discutere con lui di problemi culturali… Appena lo vide, con quel viso che ricorda i Cristi dipinti dal Greco, Pasolini gli ha proposto di lavorare nel film. Per la ricerca degli altri personaggi, lo scritture-regista è stato aiutato dalla scrittrice Elsa Morante. Un giovane nipote della scrittrice apparirà nel film come San Giovanni. Il critico musicale e fotografo Ferruccio Nuzzo è san Matteo, lo scrittore Enzo Siciliano, Alfonso Gatto, lo studente Giorgio Agamben sono altri Apostoli: è il gruppo intellettuale del cast, che passa le lunghe attese tra una scena e l’altra leggendo libri sui vampiri e sullo zen.

   Con il camionista del portico d’Ottavia e il commerciante in ferramenta, ci sono nelle vesti di Apostoli e discepoli, contadini e pastori calabresi e lucani, facce dure, rozze, quasi primitive, come dovevano esserlo probabilmente i pescatori del mare di Galilea, gli artigiani e i contadini di Nazareth e della Palestina che per primi seguirono Gesù. Cristo.

La difficoltà tremenda, da angoscia - dice Pasolini - è nel creare la figura del Cristo ». Una difficoltà che si avverte, concretamente, quando è il momento di girare, e sul set produce una atmosfera diversa da quella delle altre realizzazioni cinematografiche, sia pure impegnative: trasforma il vento della grande ruota a pale e le fiamme delle torce in segni premonitori dell’apocalisse, muta il camionista nel traditore Giuda, il commerciante di ferramenta nell’Apostolo Pietro, lo studente catalano di scienze economiche e commerciali nella figura del Cristo. prossimo ai suoi momenti più dolorosi.

Luigi Locatelli


(Trascrizione curata da B. Esposito)
Biblioteca nazionale centrale - Roma



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro



Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

lunedì 9 ottobre 2017

Profezia, di Pier Paolo Pasolini - Video

"ERETICO  e  CORSARO"



Profezia
di Pier Paolo Pasolini


Libro delle croci si chiamava l’ultima sezione di Poesia in forma di rosa. Erano calligrammi, cioè testi che riproducevano, attraverso la lunghezza variata dei versi, la forma della croce: una forma prediletta, se è vero che col segno della croce si chiude Accattone, sulla croce muore Stracci, protagonista della Ricotta, con le braccia legate a croce muore Ettore in Mamma Roma. La croce è il luogo del sacrificio, ma il punto che si trova all’incrocio dei due bracci è un punto messianico: da lì il tempo ricomincia, la Storia riprende il suo corso. Lo aveva detto Walter Benjamin, sovrapponendo marxismo e Talmud. Ora Pasolini pensa che l’umanità si trovi a un nuovo inizio, immagina che (tra il ’63 e il ’64) sia finita un’epoca e se ne annunci un’altra, che lui chiama Nuova Preistoria o anche Dopostoria. E la prima poesia delle croci si intitola La nuova storia. Pasolini si raffigura come un’anima che vola al Nord, fino a Milano, e scorge un panorama di grattacieli, gente nuova che guarda al futuro e che afferma la propria posizione di borghesi, padroni del mondo. L’anima a questo punto si riduce a un pezzo di giornale sbattuto dal vento tra i piedi dei nuovi padroni, gli angeli che attraversano le strade di questa nuova Città. Profezia è il proseguimento e il rovesciamento della Nuova storia. Anche qui c’è un movimento improvviso che dal Sud sale verso il Nord, ma è un movimento di masse, di corpi giovani. All’inizio vediamo un giovane solo, un “figlio” che si trova in Calabria, e vede un mondo arcaico ormai abbandonato. Questo figlio non sa nulla di coltivazioni, di aratura, di case di fango. Ormai lui pensa ai suoi fratelli del Nord, ai ragazzi operai che combattono per altre cose, per i loro diritti lavorativi e salariali: la Storia si è spostata dal Sud al Nord. Ma improvvisamente – e qui inizia la “profezia” – il movimento si inverte: altri giovani arrivano dal Sud del Mediterraneo, si imbarcano ad Algeri guidati da Alì, un arabo con gli occhi azzurri. E questi milioni di giovani sono come i Greci che una volta sbarcarono in Calabria: arrivano a Crotone, a Palmi, e portano con sé il “germe della Storia antica”. Questa massa di umili, di deboli, di sudditi, scende in un mondo dove sta per iniziare la Nuova Storia, sono angeli che portano distruzione. Non assomigliano all’Angelo malinconico di Benjamin che guarda alle macerie del passato e vorrebbe riscattarle, cioè salvarle dall’oblio. Sono giovani distruttori, e vengono a rapinare, a uccidere, a espropriare, cioè vengono per portare ai nuovi borghesi l’ultima speranza di libertà: «distruggeranno Roma / e sulle sue rovine / deporranno il germe / della Storia Antica». Il Papa dal sorriso buono (Giovanni XXIII) li accoglierà e si unirà a loro («nel suo dolce, misterioso sorriso di tartaruga, capirà di dover essere la Guida dei Miserabili»), accompagnandoli verso il Nord e l’Ovest dell’Europa.

Pasolini ha appena letto il libro di Fanon sui Dannati della terra, che esce con la prefazione di Sartre. E Sartre viene esplicitamente citato come colui che ha insegnato all’autore la storia di Alì, il giovane arabo che convive qui con un Papa buono, astuto al punto da sventolare con lui le bandiere rosse di Trotzky. Per l’ultima volta questo colore si depone sui versi di Pasolini. Gli anni cinquanta sono finiti, finito non solo un decennio ma un’intera epoca. E allora si può sognare una rivoluzione, facendola passare nello spazio stretto che separa la storia finita da quella che deve iniziare: sotto la forma violenta dell’invasione, della discesa dalle navi di nuovi barbari coperti di stracci e di pidocchi. Un incubo per l’Europa borghese, Sartre compreso. Una paura anche per i marxisti italiani, che pensano ormai alle sorti della classe operaia e non più ai contadini del Sud. Una paura che si ripete a scadenze regolari, e impedisce di guardare con lucidità ai rivolgimenti della storia. Ma Pasolini sa che la sua profezia ormai non funziona, che bisogna interromperla. Lo scrive in alcuni versi non pubblicati, dove ammette di non poter andare avanti con la profezia, perché ormai la poesia è diventata un ingombro, e lui si rende conto di non conoscere il passato né di possedere realmente il presente. L’unica possibilità che gli è concessa è di denunciare la sua condizione di profeta diseredato, di Cassandra sfiatata. La vitalità dei giovani pirati arabi si capovolge nella disperazione del marxista deluso.
Marco A. Bazzocchi



Profezia
di Pier Paolo Pasolini

A Jean Paul Sartre, che mi ha raccontato
la storia di Alì dagli Occhi Azzurri.



Era nel mondo un figlio
e un giorno andò in Calabria
era estate, ed erano
vuote le casupole,
nuove, a pandizucchero,
da fiabe di fate color
delle feci. Vuote.
Come porcili senza porci, nel centro di orti senza insalata, di campi senza terra, di greti senza acqua. Coltivate dalla luna, le campagne. Le spighe cresciute per bocche di scheletri. Il vento dallo Jonio

scuoteva paglia nera
come nei sogni profetici:
e la luna color delle feci
coltivava terreni
che mai l'estate amò.
Ed era nei tempi del figlio
che questo amore poteva
cominciare, e non cominciò.
Il figlio aveva degli occhi
di paglia bruciata, occhi
senza paura, e vide tutto
ciò che era male: nulla
sapeva dell'agricoltura,
delle riforme, della lotta
sindacale, degli Enti Benefattori,
lui. Ma aveva quegli occhi.

La tragica luna del pieno
sole, era là, a coltivare
quei cinquemila, quei ventimila
ettari sparsi di case di fate
del tempo della televisione,
porcili a pandizucchero, per
dignità imitata dal mondo padrone.
Ma non si può vivere là! Ah, per quanto ancora, l'operaio di Milano lotterà; con tanta grandezza per il suo salario? Gli occhi bruciati del figlio, nella luna, tra gli ettari tragici, vedono ciò che non sa il lontano fratello

settentrionale. Era il tempo
quando una nuova cristianità
riduceva a penombra il mondo
del capitale: una storia finiva
in un crepuscolo in cui accadevano
i fatti, nel finire e nel nascere,
noti ed ignoti. Ma il figlio
tremava d'ira nel giorno
della sua storia: nel tempo
quando il contadino calabrese
sapeva tutto, dei concimi chimici,
della lotta sindacale, degli scherzi
degli Enti Benefattori, della
Demagogia dello Stato
e del Partito Comunista...

...e così aveva abbandonato
le sue casupole nuove
come porcili senza porci,
su radure color delle feci,
sotto montagnole rotonde
in vista dello Jonio profetico.
Tre millenni svanirono
non tre secoli, non tre anni, e si sentiva di nuovo nell'aria malarica 1'attesa dei coloni greci. Ah, per quanto ancora, operaio di Milano, lotterai solo per il salario? Non lo vedi come questi qui ti venerano?

Quasi come un padrone.
Ti porterebbero su
dalla loro antica regione,
frutti e animali, i loro
feticci oscuri, a deporli
con l'orgoglio del rito
nelle tue stanzette novecento,
tra frigorifero e televisione,
attratti dalla tua divinità,
Tu, delle Commissioni Interne,
tu della CGIL, Divinità alleata,
nel meraviglioso sole del Nord.

Nella loro Terra di razze
diverse, la luna coltiva
una campagna che tu
gli hai procurata inutilmente.
Nella loro Terra di Bestie
Famigliari, la luna
è maestra d'anime che tu
hai modernizzato inutilmente. Ah, ma il figlio sa: la grazia del sapere è un vento che cambia corso, nel cielo. Soffia ora forse dall'Africa e tu ascolta ciò che per grazia il figlio sa. (Se egli non sorride

è perche la speranza
per lui non fu luce ma razionalità.
E la luce del sentimento
dell'Africa, che d'improvviso
spazza le Calabrie, sia un segno
senza significato, valevole
per i tempi futuri!) Ecco:
tu smetterai di lottare
per il salario e armerai
la mano dei Calabresi.

Alì dagli Occhi Azzurri
uno dei tanti figli di figli,
scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi. Saranno
con lui migliaia di uomini 
coi corpicini e gli occhi 
di poveri cani dei padri
sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sé i bambini,
e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.
Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci,
asiatici, e di camice americane.
Subito i Calabresi diranno,
come malandrini a malandrini:
"Ecco i vecchi fratelli,
coi figli e il pane e formaggio!"
Da Crotone o Palmi saliranno
a Napoli, e da lì a Barcellona,
a Salonicco e a Marsiglia,
nelle Città della Malavita.
Anime e angeli, topi e pidocchi,
col germe della Storia Antica,
voleranno davanti alle willaye.

Essi sempre umili 
Essi sempre deboli 
essi sempre timidi 
essi sempre infimi 
essi sempre colpevoli 
essi sempre sudditi 
essi sempre piccoli, 
essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implo- rare, 
essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come ban- diti 
in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo, 
essi che si costruirono 
leggi fuori dalla legge, 
essi che si adattarono 
a un mondo sotto il mondo 
essi che credettero 
in un Dio servo di Dio, 
essi che cantavano 
ai massacri dei re, 
essi che ballavano 
alle guerre borghesi, 
essi che pregavano 
alle lotte operaie... 

... deponendo l'onestà 
delle religioni contadine, 
dimenticando l'onore 
della malavita, 
tradendo il candore 
dei popoli barbari, 
dietro ai loro Alì 
dagli occhi azzurri - usciranno da sotto la terra per uccidere —
usciranno dal fondo del mare per aggredire — scenderanno 
dall'alto del cielo per derubare — e prima di giungere a Parigi 
per insegnare la gioia di vivere, 
prima di giungere a Londra 
per insegnare ad essere liberi, 
prima di giungere a New York, 
per insegnare come si è fratelli 
— distruggeranno Roma 
e sulle sue rovine 
deporranno il germe 
della Storia Antica. 
Poi col Papa e ogni sacramento 
andranno su come zingari 
verso nord-ovest 
con le bandiere rosse 
di Trotzky al vento...

(da Il libro delle croci, 1964)



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro


Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

Il nudo e la rabbia - il 9 gennaio 1975, Pasolini a Luisella Re

"ERETICO  e  CORSARO"

Foto La Stampa


Il nudo e la rabbia 
di Luisella Re
La  Stampa
(Stampa sera)
9 gennaio 1975

Il nudo e la rabbia Cinema, aborto, anticonformismo in un dialogo con lo scrittore Progetti per il futuro? "Il libro-summa delle mie esperienze" 


Pier Paolo Pasolini è stato a Torino per poche ore. Il tempo di incontrare i dirigenti della casa editrice Einaudi che stamperà in futuro i suoi libri, di presenziare alla proiezione del film « Accattone »; presentato al San Paolo in occasione della rassegna «Cinema italiano degli Anni 60 », e di rispondere, tra un impegno e l'altro, a qualche domanda. 

— Un'intervista agli spettatori della prima torinese del suo ultimo film, ispirato a « Le mille e una notte » ha dato risultati inaspettati. Hanno stupito, soprattutto, le reazioni degli uomini. Non erano né sbalorditi, né annoiati, né ironici. Erano, semplicemente, pieni di rabbia... 
« Mi meraviglia, è una cosa che non mi sarei mai aspettato. Considero questo mio film il più tranquillo, quello meglio accettato. Non ho avuto noie, insomma. Può darsi però che, sentendo gli spettatori uno per uno, ci si sia potuto accorrere che le cose erano diverse. In ogni caso, la spiegazione è semplice. Oggi si vedono al cinema cose tremende, di una volgarità spaventosa.
«Ma la nudità assoluta si è vista, per la prima volta, solo nel mio film. Lì, il tabù del sesso era localizzato nel suo punto preciso. Senza ombre, senza ipocrite e grossolane approssimazioni. Senza paura. E così la rabbia degli spettatori diventa spiegabilissima. E' stata, se c'è stata, un'azione di rimozione. Sappiamo tutti che niente più che la rabbia aiuta a dar sicurezza, a far tacere la paura »... 
Lei ha il destino "di scandalizzare. Sempre. Persino quando sembra adeguarsi alle posizioni più tradizionali, più tipicamente borghesi. L'aborto, per esempio. Lei ha detto che è contrario. Come la Chiesa, come la maggioranza dell'opinione pubblica ufficiale. Eppure questa sua presa di posizione ha suscitato un'infinità di polemiche. Quasi fosse una specie di « boutade » irriverente... 
La  Stampa
(Stampa sera)
9 gennaio 1975
«Credo che questo mio punto di vista non sia stato ancora chiarito in maniera sufficiente. Su questo argomento, ho in progetto di scrivere presto una serie di articoli. Spero così di chiarire in maniera definitiva che il mio non è affatto il punto di vista che hanno in proposito la Chiesa o i conservatori. Mi ha affascinato ultimamente il libro di un pronipote di Nievo, che parla delle ricerche da lui effettuate per il ritrovamento del corpo del suo avo sprofondato nel mare di Napoli. A mio parere, si tratta di una splendida metafora, quella del regresso, ovviamente in chiave psicanalìtica, nel grembo materno.
« Per me è lo stesso. Sogno spesso di nuotare in fondo al mare: una sensazione di libertà, di volo, di disponibilità naturale che mi rende ogni volta felice. Soprattutto perché so che questo non è un sogno fuori della mia vita, ma dentro: io, nel grembo di mia madre, ero vivo, e non lo dimentico. Si tratta di un'esperienza fondamentale, non posso rinnegarla. Se mia madre avesse deciso di rinunciare alla vita che si portava dentro avrebbe ucciso me: io lo so. Per questo, ritengo che il problema demografico vada affrontato in tutt'altra maniera. Per questo, considero l'aborto come una prova di falso, colpevole realismo ». 
— Chi è, per Pasolini, un anticonformista? 
« E' uno che si comporta in una maniera differente dagli altri senza volerlo, senza esserci preparato. Uno che va controcorrente senza presupporlo, pagandolo di persona sulla sua pelle.. Tutti lo accusano: lui ogni volta si sorprende e si smarrisce. Perché non lo sa, un vero anticonformista, di essere così com'è. E quasi gli dispiace, a volte. Ma è troppo tardi! Soprattutto per imparare a fingere ». 
— La colpisce, normalmente, la cattiveria della gente? 
«Ci sono malvagità che mi toccano poco. Anche se devo confessare che, ogni volta che ad esempio mi capita di leggere su un giornale qualcosa di gratuito contro di me, ne soffro. Ma son ferite che passano subito. Ben diverse da quelle che restano, quelle che lasciano la cicatrice. Le mie ferite più gravi dipendono da particolari circostanze di tempo, di luogo, di persona. Non mi importa invece del genere di accusa o di cattiveria - che mi si rivolge. Forse perché, da tanto tempo, ho capito che; mi si rimprovereranno sempre le stesse cose ». 
— Ha qualche previsione per il futuro? 
« Per me, un progetto. Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di "summa" di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie. Per me e per tutti gli altri, invece, ho una paura. Prevedo la spoliticizzazione completa dell'Italia: diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. Lo so: i comitati di quartiere, la partecipazione dei genitori nelle scuole, la politica dal basso... Ma sono tutte iniziative pratiche, utilitaristiche, in definitiva non politiche. La strada maestra, fatta di qualunquismo e di alienante egoismo, è già tracciata. Resterà forse, come sempre è accaduto in passato, qualche sentiero: non so però chi lo percorrerà, e come».

Luisella Re

La  Stampa
(Stampa sera)
9 gennaio 1975


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro


Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice