martedì 17 gennaio 2017

Pier Paolo Pasolini - La vita - Le borgate romane. Esperienze letterarie. Il cinema. Quel tragico 2 novembre 1975

"ERETICO & CORSARO"



Pier Paolo Pasolini
La vita
.
Le borgate romane. Esperienze letterarie. Il cinema.
Quel tragico 2 novembre 1975
di Massimiliano Valente .


I primi anni romani sono difficilissimi per Pasolini, proiettato in una realtà del tutto nuova e inedita quale quella delle borgate romane. Sono tempi d'insicurezza, di povertà, di solitudine. Una situazione drammatica che meglio si evince dalle stesse parole di Pasolini: 
"Era un periodo tremendo della mia vita. Giunto a Roma dalla lontana campagna friulana: disoccupato per molti anni; ignorato da tutti; divorato dal terrore interno di non essere come la vita voleva; occupato a lavorare accanitamente a studi pesanti e complicati; incapace di scrivere se non ripetendomi in un mondo ch'era cambiato. Non vorrei mai rinascere per non rivivere quei due o tre anni". (12) 
"Nei primi mesi del '50 ero a Roma, con mia madre: mio padre sarebbe venuto anche lui, quasi due anni dopo, e da Piazza Costaguti saremmo andati a abitare a Ponte Mammolo; già nel '50 avevo cominciato a scrivere le prime pagine di Ragazzi di vita. Ero disoccupato, ridotto in condizioni di vera disperazione: avrei potuto anche morirne. Poi con l'aiuto del poeta in dialetto abruzzese Vittori Clemente trovai un posto di insegnante in una scuola privata di Ciampino, a venticinuque mila lire al mese". (13) 
Scrive Pasolini in quegli anni a Silvana Ottieri: 
"Una cosa che non capisco, e che non rientra nei calcoli, nel conto tra me e chi mi punisce, è il destino di mia madre. Non te ne scriverò a lungo, perché ho già le lacrime agli occhi. Ha trovato lavoro presso una famigliola (marito e moglie con un bambinello di due anni): e con un eroismo e una semplicità che non ti so dire, ha accettato la sua nuova vita. 
Vado a trovarla ogni giorno e le porto a spasso il bambino, per aiutarla un po': lei fa di tutto per mostrarsi contenta e leggera: ieri era il giorno del mio compleanno, e tu sapessi come si è comportata...". (14) 

Il padre è malato, e dopo i fatti di Casarsa si sono accentuati i contrasti con il figlio: 
"Due anni di lavoro accanito, di pura lotta: e mio padre sempre là, in attesa, solo nella povera cucinetta, coi gomiti sul tavolo e la faccia contro i pugni, immobile, cattivo, dolorante; riempiva lo spazio del piccolo vano con la grandezza che hanno i corpi morenti". (15)
Pasolini piuttosto che chiedere aiuto ai letterati che conosce, per pudore, cerca da solo di trovarsi un lavoro. Tenta la strada del cinema, ottenendo la parte di generico a Cinecittà; fa il correttore di bozze e vende i suoi libri nelle bancarelle rionali. 
Finalmente, grazie al poeta in lingua abruzzese Vittori Clemente trova lavoro come insegnante in una scuola di Ciampino. 
Sono gli anni in cui Pasolini trasferisce la mitizzazione delle campagne friulane nella cornice disordinata della borgate romane, viste come centro della storia, da cui prende spunto un doloroso processo di crescita: nasce il mito del sottoproletariato romano. 
"Sono due o tre anni che vivo in un mondo dal sapore "diverso": corpo estraneo  e quindi definito di questo mondo, mi ci adatto con prese di coscienza molto lente. Tra ibsnesiano e pascoliniano (per intenderci...) sono qui in una vita tutta muscoli, rovesciata come un guanto, che si spiega sempre come una di queste canzoni che una volta detestavo, assolutamente nuda di sentimentalismi, in organismi umani così sensuali da essere quasi meccanici; dove non si conosce nessuno degli attegiamenti cristiani, il perdono, la mansuetudine ecc... e l'egoismo prende forme lecite, virili [...] Nel mondo settentrionale dove io sono vissuto, c'era sempre, o almeno mi pareva, nel rapporto tra individuo e individuo, l'ombra di una pieta' che prendeva forme di timidezza, di rispetto, di angoscia, di trasporto affettuoso ecc.: per vincolarsi in un rapporto di amore bastava un gesto, una parola. Prevalendo l'interesse verso l'intimo, verso la bontà o la cattiveria che è dentro di noi, non era un equilibrio che si cercava tra persona e persona, ma uno slancio reciproco. Qui tra questa gente ben più succube dell'irrazionale, della passione, il rapporto è sempre invece ben definito, si basa su fatti più concreti: dalla forza muscolare alla posizione sociale". (16)
Pasolini prepara le antologie sulla poesia dialettale; collabora a "Paragone", una rivista di Anna Banti e Roberto Longhi. Proprio su "Paragone" pubblica la prima versione del primo capitolo di Ragazzi di vita.
Angioletti lo chiama a far parte della sezione letteraria del giornale radio, accanto a Carlo Emilio Gadda, Leone Piccioni e Giulio Cartaneo. Sono definitivamente alle spalle i difficili primi anni romani. 
Nel 1954 Pasolini abbandona l'insegnamento e si stabilisce a Monteverde Vecchio (un quartiere piccolo-borghese di Roma). Pubblica il suo primo importante volume di poesie dialettali: La meglio gioventù.
Nel 1955 viene pubblicato da Garzanti il romanzo Ragazzi di vita, che ha un vasto successo, sia di critica che di lettori. Il giudizio della cultura ufficiale del Pci è in gran parte negativo. Il libro viene definito intriso di "gusto morboso, dello sporco, dell'abietto, dello scomposto, del torbido".
La Presidenza del Consiglio (nella persona dell'allora ministro degli Interni, Tambroni) promuove un'azione giudiziaria contro Pasolini e Livio Garzanti. Il processo dà luogo all'assoluzione perché "il fatto non costituisce reato". Il libro, per un anno tolto dalle librerie, viene dissequestrato. 
Pasolini diventa uno dei bersagli preferiti dai giornali di cronaca nera: viene accusato di reati al limite del grottesco: favoreggiamento per rissa e furto; rapina a mano armata ai danni di un bar limitrofo a un distributore di benzina a San Felice Circeo. 
Nel 1957 Pasolini, insieme a Sergio Citti, collabora al film di Fellini, Le notti di Cabiria, stendendone i dialoghi nella parlata romanesca. Firma le sceneggiature insieme a Bolognini, Rosi, Vancini e Lizzani, col quale esordisce come attore nel film Il gobbo del 1960. 
In quegli anni Pasolini collabora alla rivista "Officina" accanto a Leonetti, Roversi, Fortini, Romanò, Scalia. Nel 1957 pubblica le raccolte di poesie Le ceneri di Gramsci da Garzanti e l'anno successivo, il 1958, da Longanesi, L'usignolo della Chiesa cattolica. Nel 1960 Garzanti pubblica la raccolta di saggi Passione e ideologia", e nel 1961 un altro volume di versi La religione del mio tempo
Nel 1961 Pasolini realizza il suo primo film da regista e soggettista, Accattone. Il film viene vietato ai minori di diciotto anni e suscita non poche polemiche alla XXII Mostra del cinema di Venezia. Del 1962 è  Mamma Roma. Nel 1963 l'episodio La ricotta diretto da Pasolini e inserito nel film RoGoPaG, viene sequestrato e Pasolini è imputato per reato di vilipendio alla religione dello Stato. Nel '64 dirige Il Vangelo secondo Matteo; nel '65 Uccellacci e Uccellini; nel '67 Edipo re; nel '68 Teorema; nel '69 Porcile; nel '70 Medea; tra il '70 e il '74 la triologia della vita, ovvero Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle mille e una notte; il suo ultimo film è Salò o le 120 giornate di Sodoma del 1975. 
Il cinema lo porta a intraprendere numerosi viaggi all'estero: nel 1961 è, con Elsa Morante e Moravia, in India; nel 1962 in Sudan e Kenia; nel 1963 in Ghana, Nigeria, Guinea, Israele e Giordania (dove girerà un importante documentario dal titolo Sopralluoghi in Palestina). 
Nel 1966, in occasione della presentazione di Accattone e Mamma Roma al festival di New York, compie il suo primo viaggio negli Stati Uniti; rimane molto colpito da quel paese e soprattutto da New York. Confesserà a Oriana Fallaci: 
"Non mi era mai successo di innamorarmi così di un paese. Fuorché in Africa, forse. Ma in Africa vorrei andare e restare, per non ammazzarmi. Sì, l'Africa è come una droga che prendi per non ammazzarti. New York invece è una guerra che affronti per ammazzarti". (17)
Nel 1968 Pasolini è di nuovo in India per girare un documentario. Nel 1970 torna in Africa: in Uganda e Tanzania  realizzerà il documentario Appunti per un'Orestiade africana.
Nel 1972, presso Garzanti, pubblica i suoi interventi critici, soprattutto di critica cinematografica, nel volume Empirismo eretico
Negli anni della contestazione studentesca Pasolini assume una posizione originale rispetto al resto della cultura di sinistra. Seppure accetta e appoggia le motivazioni ideologiche degli studenti, ritiene che questi siano antropologicamente dei borghesi, e in quanto tali destinati a fallire nel loro tentativo rivoluzionario. 
Nel 1968 Pasolini ritira dalla competizione del Premio Strega il suo romanzo  Teorema e accetta di partecipare alla XXIX Mostra del cinema di Venezia solo dopo che, come gli è stato garantito, non ci saranno votazioni e premiazioni. Pasolini è tra i maggiori sostenitori dell'Associazione Autori Cinematografici che si batte per ottenere l'autogestione della mostra. Il 4 settembre il film Teorema viene proiettato per la critica in un clima arroventato. Pasolini interviene alla proiezione del film per ribadire che il film è presente alla Mostra solo per volontà del produttore, ma in quanto autore prega i critici di abbandonare la sala. Ciò non avviene. Il regista si rifiuta allora di partecipare alla tradizionale conferenza stampa, e invita i giornalisti nel giardino di un albergo per parlare non del film, ma della situazione della Biennale. 
Nel 1972 Pasolini decide di collaborare con i giovani di Lotta Continua, ed insieme ad alcuni di loro, tra cui Bonfanti e Fofi, firma il documentario 12 dicembre, sulla strage di piazza Fontana a Milano. 
Nel 1973 comincia la sua collaborazione al "Corriere della Sera", con interventi critici sui problemi del paese.
Nel 1970 Pasolini acquista quel che resta di un castello medievale nei pressi di Viterbo. Lo ristruttura e qui comincia la stesura della sua opera che resterà incompiuta, Petrolio.
Nel 1975, presso Garzanti, pubblica la raccolta di interventi critici Scritti corsari, e ripropone le poesia friulana con il titolo di La nuova gioventù.
La mattina del 2 novembre 1975, sul litorale romano di Ostia, in un campo incolto in via dell'idroscalo, una donna, Maria Teresa Lollobrigida, scopre il cadavere di un uomo. E' Ninetto Davoli a riconoscere il corpo di Pier Paolo Pasolini.
"Quando il suo corpo venne ritrovato, Pasolini giaceva disteso bocconi, un braccio sanguinante scostato e l'altro nascosto dal corpo.
. .
I capelli impastati di sangue gli ricadevano sulla fronte, escoriata e lacerata. La faccia deformata dal gonfiore era nera di lividi, di ferite. Nerolivide e rosse di sangue anche le braccia, le mani. Le dita della mano sinistra fratturate e tagliate. La mascella sinistra fratturata. Il naso appiattito deviato verso destra. Le orecchie tagliate a metà, e quella sinistra divelta, strappata via. Ferite sulle spalle, sul torace, sui lombi, con il segni dei pneumatici della sua macchina sotto cui era stato schiacciato. Un'orribile lacerazione tra il collo e la nuca. Dieci costole fratturate, fratturato lo sterno. Il fegato lacerato in due punti. Il cuore scoppiato". (18) 

Nella notte i carabinieri fermano un giovane, Giuseppe Pelosi, detto "Pino la rana" alla guida di una Giulietta 2000 che risulterà di proprietà di Pasolini. Il ragazzo, interrogato dai carabinieri, e di fronte all'evidenza dei fatti, confessa l'omicidio. Racconta di aver incontrato Pasolini presso la Stazione Termini, e dopo una cena in un ristorante, di aver raggiunto il luogo del ritrovamento del cadavere; lì, secondo la versione di Pelosi, Pasolini avrebbe tentato un approccio sessuale e vistosi respinto avrebbe reagito violentemente;  questo avrebbe scatenato la reazione del ragazzo.Il processo che segue porta alla luce retroscena inquietanti. Si ipotizza da diverse parti il concorso di altri nell'omicidio. Non vi sarà mai chiarezza su questo punto. Pino Pelosi viene condannato, unico colpevole, per la morte di Pasolini.
Pasolini è sepolto a Casarsa, nel suo mai dimenticato Friuli.
"E' dunque assolutamente necessario morire, perché finché siamo vivi manchiamo di senso, e il linguaggio della nostra vita (con cui ci esprimiamo, e a cui dunque attribuiamo la massima importanza) è intraducibile: un caos di possibilità, una ricerca di relazioni e di significati senza soluzione di continuità. La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili momenti contrari o incoerenti), e li mette in successione, facendo del nostro presente, infinito, instabile e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile (nell'ambito appunto di una Semiologia generale). Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci". (19)

Note:

(12) Pier Paolo Pasolini, Il treno di Casarsa, in "FMR", n. 28, novembre 1984, Franco Maria Ricci, Milano.
(13) "Profilo autobiografico" in Ritratti su misura di scrittori italiani, a cura di E.F. Accrocca, Venezia 1960.
(14) "Lettera a Silvana Ottieri" in AA. VV., Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, Garzanti, Milano 1977.
(15) "Profilo autobiografico" in Ritratti su misura di scrittori italiani, cit. 
(16) "Lettera a Silvana Ottieri", cit.
(17) Oriana Fallaci, Lettera a Pier Paolo Pasolini, in "Europeo", 14 novembre 1975. 
(18) Dalla "Perizia compiuta sul cadavere di Pasolini", "Corriere della Sera" del 2 novembre 1977.
(19) Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico, Garzanti, Milano.



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Pier Paolo Pasolini - La vita - La seconda guerra mondiale. La morte del fratello Guido. Pasolini dal 1945 al 1949

"ERETICO & CORSARO"



Pier Paolo Pasolini
La vita
.

La seconda guerra mondiale.
La morte del fratello Guido.
Pasolini dal 1945 al 1949
di Massimiliano Valente

La seconda guerra mondiale rappresenta per Pasolini un periodo estremamente difficile. Il suo stato d'animo si intuisce anche dal tenore delle sue lettere:
"Quanto a salute non c'è male, anzi bene. Quanto a morale, anche, quando tutto è calmo, cioè raramente. Del resto, molta paura. Paura di lasciarci la pelle, capisci, Rico? E non soltanto la mia, ma quella degli altri. Siamo tutti così esposti al destino; poveri uomini nudi". (7)
"Non so se ci rivedremo, tutto puzza di morte, di fine, di fucilazione.... Tutto puzza di spari, tutto fa nausea, se si pensa che su questa terra cacano quei tali. Vorrei sputare sopra la terra, questa cretina, che continua a mettere fuori erbucce verdi e fiori gialli e celesti, e gemme sugli alberi..." (8)
Pasolini viene arruolato a Livorno nel 1943. All'indomani dell'8 settembre disobbedisce all'ordine di consegnare le armi ai tedeschi e fugge. Dopo vari spostamenti in Italia torna a Casarsa.  La famiglia Pasolini decide di recarsi a Versutta, piccolissima frazione di Casarsa, luogo meno esposto ai bombardamenti alleati e agli assedi tedeschi. Qui insegna ai ragazzi dei primi anni del ginnasio.
Ma l'avvenimento che segnerà quegli anni è la morte del fratello Guido. Guido non accetta di rimanere nascosto a Versutta, e decide di intraprendere la lotta partigiana. Pier Paolo accompagna Guido alla stazione, dopo aver preso un biglietto per Bologna, in modo da sviare i sospetti. Guido da Spilimbergo raggiunge Pielungo aggregandosi alla divisione partigiana Osoppo. Assume il nome di battaglia di Ermes, il nome di Parini, uno degli amici di Pier Paolo disperso nella campagna di Russia. 
Tra i vari gruppi della resistenza antifascista friulana nascono conflitti intestini. I comunisti delle brigate garibaldine premono per un'annessione del Friuli alla Jugoslavia titoista, mentre la brigata Osoppo si fa paladina della italianità del Friuli. Guido scrive in proposito a Pier Paolo, perché si impegni, con suoi articoli, a difendere le posizioni della Osoppo. 

Nel febbraio del 1945 Guido viene massacrato, insieme al comando della divisione Osoppo. I fatti avvengono nelle malghe di Porzus: un centinaio di garibaldini si avvicinano fingendosi sbandati, catturano quelli della Osoppo e li passano per le armi. Guido, seppure ferito, riesce a fuggire e viene ospitato da una contadina. Viene trovato dai garibaldini, trascinato fuori e massacrato. La famiglia Pasolini saprà della morte e delle circostanze solo a conflitto terminato. Scrive Pasolini:
"Spesso penso al tratto di strada tra Musi e Porzus, percorso da mio fratello in quel giorno tremendo, e la mia immaginazione è fatta radiosa da non so che candore ardente di nevi, da che purezza di cielo. E la persona di Guido è così viva".
Così Pasolini racconterà su "Vie nuove", periodico comunista, del 15 settembre 1971, rispondendo a un lettore che chiedeva chiarimenti sulla morte di Guido:
"La cosa si racconta in due parole: mia madre, mio fratello ed io eravamo sfollati da Bologna in Friuli, a Casarsa. Mio fratello continuava i suoi studi a Pordenone: faceva il liceo scientifico, aveva diciannove anni. Egli è subito entrato nella Resistenza. Io, poco più grande di lui, l'avevo convinto all'antifascismo più acceso, con la passione dei catecumeni, perché anch'io, ragazzo, ero soltanto da due anni venuto alla conoscenza che il mondo in cui ero cresciuto senza nessuna prospettiva era un mondo ridicolo e assurdo. Degli amici comunisti di Pordenone (io allora non avevo ancora letto Marx, ed ero liberale, con tendenza al partito d'azione) hanno portato con sé Guido ad una lotta attiva. Dopo pochi mesi egli è partito per la montagna, dove si combatteva. Un editto di Graziani, che lo chiamava alle armi, era stata la causa occasionale della sua partenza, la scusa davanti a mia madre. L'ho accompagnato al treno, con la sua valigietta, dov'era nascosta la rivoltella dentro un libro di poesie. Ci siamo abbracciati: era l'ultima volta che lo vedevo.
Sulle montagne, tra il Friuli e la Yugoslavia, Guido combatté a lungo, valorosamente, per alcuni mesi: egli si era arruolato nella divisione Osoppo, che operava nella zona della Venezia Giulia insieme alla divisione Garibaldi. Furono giorni terribili: mia madre sentiva che Guido non sarebbe tornato più. Cento volte egli avrebbe potuto cadere combattendo contro i fascisti e i tedeschi: perché era un ragazzo di una generosità che non ammetteva nessuna debolezza, nessun compromesso. Invece era destinato a morire in un modo più tragico ancora.
Lei sa che la Venezia Giulia è al confine tra l'Italia e la Yugoslavia: cosi', in quel periodo, la Yugoslavia tendeva ad annettersi l'intero territorio e non soltanto quello che, in realtà, le spettava. Mio fratello, pur iscritto al partito d'azione, pur intimamente socialista (è certo che oggi sarebbe stato al mio fianco), non poteva accettare che un territorio italiano, com'è il Friuli, potesse essere mira del nazionalismo yugoslavo. Si oppose, e lottò. Negli ultimi mesi, nei monti della Venezia Giulia la situazione era disperata, perché ognuno tra due fuochi. Come lei sa, la Resistenza yugoslava, ancor più che quella italiana, era comunista: sicché Guido venne a trovarsi come nemici gli uomini di Tito, tra i quali c'erano anche degli italiani, naturalmente le cui idee politiche egli in quel momento sostanzialmente condivideva, ma di cui non poteva condividere la politica immediata, nazionalistica.
Egli morì in un modo che non mi regge il cuore di raccontare: avrebbe potuto anche salvarsi, quel giorno: è morto per correre in aiuto del suo comandante e dei suoi compagni. Credo che non ci sia nessun comunista che possa disapprovare l'operato del partigiano Guido Pasolini. Io sono orgoglioso di lui, ed è il ricordo di lui, della sua generosità, della sua passione, che mi obbliga a seguire la strada che seguo. Che la sua morte sia avvenuta così, in una situazione complessa e apparentemente difficile da giudicare, non mi dà nessuna esitazione. Mi conferma soltanto nella convinzione che nulla è semplice, nulla avviene senza complicazioni e sofferenze: e che quello che conta soprattutto è la lucidità critica che distrugge le parole e le convenzioni, e va a fondo nella cose, dentro la loro segreta e inalienabile verita'". (9) 

Pasolini metterà in versi nel Corus in morte di Guido, che appariranno nello Stroligut dell'agosto 1945:
La livertat, l'Itaia
e quissa diu cual distin disperat
a ti volevin
dopu tant vivut e patit
ta quistu silensiu
Cuant qe i traditours ta li Baitis
a bagnavin di sanc zenerous la neif,
"Sçampa - a ti an dita - no sta torna' lassu'"
I ti podevis salvati, 
ma tu
i no ti às lassat bessòi
i tu cumpains a muri'.
"Sçampa, torna indavour"
I te podevis salvati
ma tu
i ti soso tornat lassu',
çaminant.
To mari, to pari, to fradi
lontans
cun dut il to passat e la to vita infinida,
in qel di' a no savevin
qe alc di pi' grant di lour
al ti clamava
cu'l to cour innosent
La morte di Guido avrà effetti devastanti per la famiglia Pasolini, soprattutto per la madre, distrutta dal dolore. Il rapporto tra Pier Paolo e la madre diviene ancora più stretto, anche a causa del ritorno del padre dalla prigionia in Kenia:
"Egli finì così a Casarsa, in una specie di nuova prigionia: e cominciò la sua agonia lunga una dozzina di anni". (10) 
Nel 1945 Pasolini si laurea discutendo una tesi intitolata "Antologia della lirica pascoliniana (introduzione e commenti)" e si stabilisce poi definitivamente in Friuli. Qui trova lavoro come insegnante in una scuola media di Valvassone, in provincia di Udine.
In questi anni comincia la sua militanza politica. Nel 1947 dà la propria adesione al Pci, iniziando una collaborazione al settimanale del partito "Lotta e lavoro". Pasolini da giovane nella casa di Casarsa - pasolini_11.JPG - b/n da 13KbLe circostanze della morte del fratello Guido rappresentano sicuramente una difficoltà da superare per l'adesione al Pci. Pasolini comunque ha sempre evitato strumentalizzazioni di quella faccenda, gli sembrava di infangare la memoria di Guido. Pier Paolo dovrà giustificare quell'adesione anche verso la madre e il padre, il quale incolpava la moglie di aver permesso che Guido frequentasse degli sbandati. 
L'adesione al Pci rappresenta per il giovane poeta un atto di profondo coraggio: intendeva con ciò sacrificare il profondo dolore inferto a sé e alla propria famiglia a un ideale sociale da condividere in pieno con quello stesso Pc friulano che aveva ispirato politicamente gli assassini del fratello. 
Pasolini diventa segretario della sezione di San Giovanni di Casarsa, ma non viene visto di buon occhio nel partito, e soprattutto dagli intellettuali comunisti friulani. Questi ultimi scrivono soggetti politici servendosi della lingua del Novecento, mentre Pasolini scrive con la lingua del popolo senza cimentarsi per forza in soggetti politici. Agli occhi di molti tutto ciò risulta inammisibile: in Pasolini molti comunisti vedono un sospetto di disinteresse per il realismo socialista, un certo cosmopolitismo, e un'eccessiva attenzione per la cultura borghese.
In questi anni Pasolini conosce il pittore Zigaina, cui rimarrà legato per tutto il resto della sua vita da una profonda amicizia. 
Questo periodo, il periodo della militanza comunista, è l'unico in cui Pasolini si sia impegnato attivamente nella lotta politica. Di questi anni i manifesti murali disegnati e scritti da Pier Paolo Pasolini; scritti di denuncia contro il costituito potere democristiano.
Il 15 ottobre del 1949 Pasolini viene segnalato ai Carabinieri di Cordovado per corruzione di minorenne: è l'inizio di una delicata e umiliante trafila giudiziaria che cambierà per sempre la vita di Pasolini. 
Anni dopo, in una lettera inviata a Silvana Ottieri da Roma dove aveva stabilito la propria residenza Pasolini dirà, tra l'altro: "Su di me c'è il segno di Rimbaud, o di Campana o anche di Wilde, ch'io lo voglia o no, che gli altri lo accettino o no". 
Pasolini viene accusato di essersi appartato il 30 settembre 1949 nella frazione di Ramuscello con due o tre ragazzi. I genitori dei ragazzi non sporgono denuncia ma i Carabinieri di Cordovado venuti a sapere delle voci che girano in paese indagano sul fatto. E' un periodo di contrapposizioni molto aspre tra la sinistra e la Dc, siamo in piena guerra fredda e Pasolini, per la sua posizione di intellettuale comunista e anticlericale rappresenta un bersaglio molto vulnerabile. La denuncia per i fatti di Ramuscello viene ripresa sia dalla destra che dalla sinistra: prima ancora che si svolga il processo, il 26 ottobre 1949, Pasolini viene espulso dal Pci. Ecco quanto riportato da "l'Unità" del 29 ottobre:
"ESPULSO DAL PCI IL POETA PASOLINI
La federazione del Pci di Pordenone ha deliberato in data 26 ottobre l'espulsione dal partito del Dott. Pier Paolo Pasolini di Casarsa per indegnità morale. Prendiamo spunto dai fatti che hanno determinato un grave provvedimento disciplinare a carico del poeta Pasolini per denunciare ancora una volta le deleterie influenze di certe correnti ideologiche e filosofiche dei vari Gide, Sartre e di altrettanto decantati poeti e letterati, che si vogliono atteggiare a progressisti, ma che in realtà raccolgono i più deleteri aspetti della degenerazione borghese". 

Autoritratto di Pasolini del 1947 - pasolini_12 - b/n  da 10kbPasolini si trova proiettato nel giro di qualche giorno in un baratro apparentemente senza uscita. La risonanza a Casarsa dei fatti di Ramuscello avrà una vasta eco. Davanti ai carabinieri cerca di giustificare quei fatti, intrinsecamente confermando le accuse, come una esperienza eccezionale, una sorta di sbandamento intellettuale: questo non fa che peggiorare la sua posizione: è espulso dal Pci, perde il posto di insegnante, si incrina momentaneamente il rapporto con la madre, è la disfatta. Pasolini decide di fuggire da Casarsa, dal suo Friuli spesso mitizzato; insieme alla madre si trasferisce a Roma, è l'inizio di una nuova vita per Pier Paolo. Scriverà in seguito:
"Fuggii con mia madre e una valigia e un po' di gioie che risultarono false, / su un treno lento come un merci, / per la pianura friulana coperta da un leggero e duro strato di neve. / Andavamo verso Roma. / Andavamo dunque, abbandonato mio padre / accanto a una stufetta di poveri, / col suo vecchio pastrano militare / e le sue orrende furie di malato di cirrosi e sindromi paranoidee. / Ho vissuto quella / pagina di romanzo, l'unica della mia vita: / per il resto, / son vissuto dentro una lirica, come ogni ossesso". (11)
 

Note:

(7) Lettera al pittore De Rocco, autunno '44
(8) P.P.P. Lettere agli amici, a cura di Luciano Serra, Milano 1976, lett. IX passim. 
(9) Pier Paolo Pasolini, Le belle bandiere, Dialoghi 1960-1965, a cura di Giancarlo Ferretti, Editori Riuniti, Roma 1996.
(10) Il profilo autobiografico in Ritratti su misura di scrittori italiani, a cura di E.F. Accrocca, Venezia, 1960.
(11) Pier Paolo Pasolini, il poeta delle ceneri, a cura di Enzo Siciliano, in "Nuovi Argomenti" n. 67-68, Roma, luglio dicembre 1980.




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Pier Paolo Pasolini - La vita - Pasolini in Friuli

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Pier Paolo Pasolini
La vita
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Pasolini in Friuli
.di Massimiliano Valente




Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo 1922, primogenito di Carlo Alberto Pasolini, tenente di fanteria, e di Susanna Colussi, maestra elementare. Il padre, di vecchia famiglia ravennate di cui ha dissipato il patrimonio sposa Susanna nel dicembre del 1921 a Casarsa. I due sposi si trasferiscono in seguito a Bologna.
"Sono nato in una famiglia tipicamente rappresentativa della società italiana: un vero prodotto dell'incrocio... Un prodotto dell'unità d'Italia. Mio padre discendeva da un'antica famiglia nobile della Romagna, mia madre, al contrario, viene da una famiglia di contadini friulani che si sono a poco a poco innalzati, col tempo, alla condizione piccolo-borghese. Dalla parte di mio
nonno materno erano del ramo della distilleria. La madre di mia madre era piemontese, ciò non le impedì affatto di avere egualmente legami con la Sicilia e la regione di Roma". (1) 
A Bologna la famiglia Pasolini resta poco: si trasferiscono a Parma, Conegliano, Belluno, Sacile, Idria, Cremona, ancora Bologna ed altre città del nord. 
"Hanno fatto di me un nomade. Passavo da un accampamento all'altro, non avevo un focolare stabile". 
Nel 1925, a Belluno, nasce il secondogenito, Guido. 
Visti i numerosi spostamenti, l'unico punto di riferimento della famiglia Pasolini rimane Casarsa. 
Pier Paolo vive con la madre un rapporto di simbiosi, mentre si accentuano i contrasti col padre. 
"Tutte le sere aspettavo con terrore l'ora della cena sapendo che sarebbero venute le scenate [...] In me c'era una iniziale rimozione della madre che mi ha procurato una nevrosi infantile. Questa nevrosi mi aveva fatto diventare inquieto, di un'inquietudine che metteva in discussione in ogni momento il mio essere al mondo. [...] Quando mia madre stava per partorire ho cominciato a soffrire di bruciori agli occhi. Mio padre mi immobilizzava sul tavolo della cucina, mi apriva l'occhio con le dita e mi versava dentro il collirio. E' da quel momento simbolico che ho cominciato a non amare più mio padre." (2) 
Riferendosi alla madre: 
"Mi raccontava storie, favole, me le leggeva. Mia madre era come Socrate per me. Aveva e ha una visione del mondo certamente idealistica e idealizzata. Lei crede veramente nell'eroismo, nella carità, nella pietà, nella generosità. Io ho assorbito tutto questo in maniera quasi patologica". (3) 
Con il fratello Guido vive un rapporto di amicizia. Il fratello minore vive in una sorta di venerazione per il maggiore: bravo nello studio e nei giochi con gli altri ragazzi. Questa ammirazione accompagnerà Guido fino al giorno della sua morte. 
I primi anni di scuola sono compiuti tra innumerevoli trasferimenti che, comunque, non intaccano il rendimento scolastico di Pier Paolo. Frequenta la scuola elementare con un anno d'anticipo. Nel 1928 è l'esordio poetico: Pier Paolo annota su un quadernetto una serie di poesie accompagnate da disegni. Il quadernetto, a cui ne seguirono altri, andrà perduto nel periodo bellico. 
Ottiene il passaggio dalle elementari al ginnasio che frequenta a Conegliano. 
Di quegli anni il passo noto come Teta veleta, che Pasolini più tardi spiegherà in questo modo: 
"Fu a Belluno, avevo poco più di tre anni. Dei ragazzi che giocavano nei giardini pubblici di fronte a casa mia, più di ogni altra cosa mi colpirono le gambe soprattutto nella parte convessa interna al ginocchio, dove piegandosi correndo si tendono i nervi con un gesto elegante e violento. Vedevo in quei nervi scattanti un simbolo della vita che dovevo ancora raggiungere: mi rappresentavano l'essere grande in quel gesto di giovanetto corrente. Ora so che era un sentimento acutamente sensuale. 
Se lo riprovo sento con esattezza dentro le viscere l'intenerimento, l'accoratezza e la violenza del desiderio. Era il senso dell'irraggiungibile, del carnale - un senso per cui non è stato ancora inventato un nome. Io lo inventai allora e fu "teta veleta". Già nel vedere quelle gambe piegate nella furia del gioco mi dissi che provavo "teta veleta", qualcosa come un solletico, una seduzione, un'umiliazione". (4) 
Lo stesso Pasolini preciserà: 
"La mia infanzia finisce a 13 anni. Come tutti: tredici anni è la vecchiaia dell'infanzia, momento perciò di grande saggezza. Era un momento felice della mia vita. Ero stato il più bravo a scuola. Cominciava l'estate del '34. Finiva un periodo della mia vita, concludevo un'esperienza ed ero pronto a cominciarne un'altra. Questi giorni che hanno preceduto l'estate del '34 sono stati tra i giorni più belli e gloriosi della mia vita". (5)
Pier Paolo conclude gli studi liceali e a 17 anni si iscrive all'Università di Bologna, facoltà di lettere. Negli anni del liceo crea, insieme a Luciano Serra, Franco Farolfi, Ermes Parini (di cui Guido Pasolini prenderà a prestito il nome per la sua militanza partigiana nella Osoppo), Fabio Mauri, ad un gruppo letterario per la discussione di poesie. Collabora a "Il Setaccio", il periodico della Gil bolognese. In questo periodo Pasolini scrive poesie in friulano e in italiano, che saranno raccolte in un primo volume, Poesie a Casarsa. Partecipa poi alla redazione di  una rivista, "Stroligut", con altri amici letterati friulani, con cui ha creato la Academiuta di lenga furlana. Il dialetto rappresenta una sorta di opposizione al potere fascista: 
"Il fascismo non tollerava i dialetti, segni / dell'irrazionale unita' di questo paese dove sono nato / inammisibili e spudorate realta' nel cuore dei nazionalisti /" (6) 
L'uso del dialetto rappresenta anche un tentativo di privare la Chiesa dell'egemonia culturale sulle masse sottosviluppate. 
Mentre la sinistra predilige infatti, l'uso della lingua italiana, e se si eccettuano alcuni sporadici casi del giacobinismo, l'uso dialettale è stata una prerogativa clericale, Pasolini tenta appunto di portare anche a sinistra un approfondimento in senso dialettale della cultura. 
Il ritorno a Casarsa rappresenta, negli anni dell'università, il ritorno ad un luogo felice per Pasolini. Scrive a Silvana Ottieri in una lettera dell'aprile 1947: 
"Che si fosse di sabato Santo era un particolare che mi lasciava freddo. Tu avessi visto i colori dell'orizzonte e della campagna! Quando il treno si fermò a Sacile, in un silenzio fittissimo, da ultima Tule, ho sentito di nuovo le campane. Là, dietro alla stazione di Sacile si spiegava verso la campagna una strada che non so se ho percorso durante l'infanzia o se ho sognato..."

Note:

(1) P.P. Pasolini, Il sogno del centauro, a cura di Jean Duflot, Editori Riuniti, Roma 1983. 
(2) Intervista a Dacia Maraini in "Vogue", maggio 1971. 
(3) Ibidem
(4) Pier Paolo Pasolini, in Nico Naldini, Cronistoria.
(5) Pier Paolo Pasolini, in AA.VV., Pasolini, una vita futura, Ass. Fondo Pasolini, Garzanti, Milano 1985. 
(6) Pier Paolo Pasolini, Il poeta delle ceneri, a cura di Enzo Siciliano, in "Nuovi Argomenti" nn. 67-68, Roma, luglio-dicembre 1980.
 




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21 gennaio 2017 - 40 anni senza Sandro Penna

"ERETICO & CORSARO"



21 gennaio 2017 - 40 anni senza Sandro Penna


L'editore FaLvision in occasione del quarantennale della scomparsa del poeta Sandro Penna, morto a Roma il 21 gennaio 1977, organizza la presentazione della sua pubblicazione



di Carlo Picca.


Durante la serata, che sarà ospitata, a partire dalle ore 19, dalla Libreria Odusia in Rutigliano-Bari, saranno lette poesie di Sandro Penna attraverso un reading aperto a tutti coloro che vorranno parteciparvi e che possono prenotare il loro intervento scrivendo a questa pagina.

La serata sara' condotta da Massimo Bruni. Intervento critico sul poeta a cura della docente e Poetessa Lucia Diomede, e letture scelte a cura dell'attrice Antonella Cautero.

Forse la giovinezza è solo questo
perenne amare i sensi e non pentirsi 

Sabato dalle ore 19:00 alle ore 21:00

Via Turi, 5, 70018 Rutigliano



Carlo Picca, pugliese, si è laureato in Lettere Moderne all’Università degli Studi di Bari. Dopo esperienze in campo scolastico come insegnante, ed editoriale come consulente letterario, attività che ancora svolge per alcuni autori ed editori, nel 2011 ha deciso di aprire una libreria a Rutigliano (Ba), che conduce con passione organizzando eventi letterari ed artistici rivolti al pubblico di ogni età, fra cui laboratori didattici, letture animate, incontri con Autori. Dal 2011 è iscritto come pubblicista all’Ordine dei Giornalisti di Puglia ed ha collaborato per quattro anni, come caporedattore, con il network pugliese La Voce del Paese. Attualmente
scrive articoli per alcuni magazine nazionali che si occupano di cultura e ha da poco pubblicato, per FaLvision Editore, un saggio critico sperimentale sul Poeta italiano 
Sandro Penna.

Ha deciso di intraprendere l’esperienza di blogger su Libreriamo intendendo proporre spunti di riflessioni sul mondo dei libri e dell’editoria, nonché recensioni e consigli per la lettura.



Il libro "106/110. Sandro Penna" di Carlo Picca, puoi acquistarlo QUI

L'evento organizzato per il 21 gennaio, lo trovi QUI, su facebook.

Per leggere il saggio di Pier Paolo Pasolini - Come leggere Sandro Penna - QUI.


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Pier Paolo Pasolini - Come leggere Penna

"ERETICO & CORSARO"



Come leggere Penna
Pier Paolo Pasolini
Tratto da Passione e Ideologia
Garzanti -1960.


   Un esame critico della poesia di Penna, abbastanza esteso, sulla rivista «Paragone» l’abbiamo scritto a proposito della plaquette Una strana gioia di vivere (Scheiwiller , 1956) ora inclusa nelle recenti poesie (Garzanti, 1957, e uno dei premi Viareggio dell’anno): a proposito di queste poesie, dunque, che sono gran parte della produzione di Penna, non ci resterebbe qui che riassumerci: perciò preferiamo fare alcune osservazioni marginali ma nuove. 
   
   A dire la verità, tra i suoi lettori, Penna conta un assai maggior numero di amici che di nemici: crediamo che siano pochi coloro che non stimino la poesia di Penna. Pubblicamente, a dirne male, sono stati i fascisti. Ma è famoso il caso dell’elezione del federale di una città emiliana, scelto tra coloro che si facevano più onore in un bordello. Questa mitizzazione della virilità canonica è uno dei dati psicologici più tipici del fascismo: i piccoli, i colpevoli, gli impotenti, hanno creato il mito di uno… stato grande, conformato e potente. Dell’eros della poesia di Penna la gente di quest’orbita ghigna, e ne approfitta per fondarvi una nuova patente di apodissi etica di spesso e grasso empirismo, bisognoso sempre di disperate conferme. 
   
   Gli altri – quelli che arricciano il naso, pur senza ghignare, o, freddamente, con secca denegazione tratta dai gloriosi effati atti a esprimere l’ineffabile, lo respingono – sono il minimo che si potesse preventivare per un libro come questo di Penna. Del resto, chi non comprende la sensualità altrui, significa che non ha capito o risolto o appagato la propria. 
   
   Resta l’aliquota maggiore: coloro che amano Penna, e, indulgenti, sorridono all’oggetto della sua poesia, prescindendone, magari con illuminata saggezza di laici o spirito di veri cristiani. Non è detto però che il loro modo di leggere Penna sia, in tali termini, attendibile. Intanto: questo libro è stato generalmente letto tutto d’un fiato (anche magari non per intero) oppure lasciato sul comodino, perché può essere – e lo è assai spesso – un livre de chevet. In tal caso viene delibato a raterelle serali. Due modi equivoci di leggere Penna, perché in qualche modo troppo affettuosi. Bisogna invece cominciare col non prescindere troppo, e col non essere troppo caritatevoli. È vero che si può dare un eccesso di reazione: e piuttosto che gettare la prima pietra, si preferisca far finta di niente: ma è questa una vera comprensione? Diciamo che non bisogna prescindere troppo, e non essere troppo caritatevoli, non a proposito dell’oggetto dell’eros penniano, no certo: ma a proposito dei fenomeni di questo eros: che sono da una parte ossessivi, e quindi, per definizione, monotoni (sicché, chi legge tutto d’un fiato rischia di trovare, ingiustamente, questa poesia priva di una storia psicologica), e, dall’altra, sono eccessivamente eletti, tendono a precipitare in singoli momenti linguisticamente felici e leggeri, che parrebbero esaurirsi poesia per poesia (altro rischio di vedere in Penna un poeta senza storia interiore). 

   Gli uni e gli altri di questi lettori (che possono coesistere in una medesima persona) finiscono col saper dire soltanto del libro di Penna che è delizioso: quasi che per lui fosse lecito sospendere ogni giudizio critico, con quanto di psicologico, ideologico e morale esso comporta dietro l’analisi stilistica, e arrestarsi a una sorta di irrelata coscienza del suo valore. Della sua grazia. Questo è stato il limite della critica ermetica alla poesia di Penna, e pare sussistere anche oggi. 

   In realtà a noi sembra che la poesia di Penna sia infinitamente più drammatica e complessa di quanto non sembri: intanto, tanta felicità d’ispirazione, tanta euforia, è dovuta, originariamente, alla scoperta di un eros che – per spontanea rigenerazione dello stupore – rende continuamente meravigliosa l’esistenza: mentre, al contrario, avrebbe dovuto renderla, secondo i canoni sociali e religiosi vigenti e correnti, inaccettabile, orrenda. Ma la gioia – o diciamo piuttosto la joi, secondo l’idealeggiante formula provenzale – o meglio, secondo il termine mistico tout court, l’enthousiasmos – che inonda la vita di Penna e rende estatici e ridenti i suoi versi, spesso come certe inanalizzabili quartine popolari (di cui condivide insieme la normalità linguistica stilizzante, e l’assoluta, gratuita inventività) è una forma della religiosità, o della morale religiosa, che in Penna è rimasta schiacciata o mistificata dalla nevrosi. 

   L’angoscia che, insieme alla gioia, serpeggia in tutto il libro, il disperato bisogno d’elezione – si guardi, nella fattispecie, l’assoluta elezione linguistica: la carenza di barocchismi (se non limpidissimamente ironici), di dialettismi ecc. – confermano che Penna non è per nulla, nel fondo, come usa dire in tali casi, greco: e che anche il suo male è un male del nostro secolo, un caso di dolore, non di grazia. 

   Si può dire che tutta la poesia di Penna, derivando da una mancata religiosità (di tipo mistico, s’intende, piuttosto che etico), sia uno sfogo, un transfert di quella mancata religiosità, fattasi, nell’intima confusione, religione dei sensi. Infatti ogni fenomeno dell’eros, ogni sguardo, ogni atto, ogni desiderio, ogni situazione, anche la più imbarazzante ed eccitante, sono – senza mai però stingere nell’astratto – depurati da ogni determinazione temporale, da ogni idiomaticità. Divengono prove: quasi fulgurazioni di tratto in tratto deliziosamente ritornanti nella vita, a dire di un fatto sempre uguale e sempre presente: l’amore dei sensi, con tutti i suoi profondi echi nello spirito sia pur cieco e smarrito. 

   Da ciò deriva, nella poesia di Penna, un’assoluta mancanza di sensualità – o addirittura, come direbbe un critico novecentesco, di sensuosità. Esse sono in nuce delle parabole, attestanti una verità, folle, ma stupenda. 
1958

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