mercoledì 19 luglio 2017

Pasolini da la sua versione - La mia avventura a Panico - Un articolo dimenticato.

"ERETICO & CORSARO"

Biblioteca nazionale centrale - Roma


Pasolini da la sua versione
La mia avventura a Panico
Un articolo dimenticato.

Una lettera di Pier Paolo Pasolini
“La mia avventura a Panico” 
5 luglio 1960
"Popolo di Roma"
Biblioteca nazionale centrale - Roma

*****
A seguire:
La lettera di Pasolini
Un breve cronaca giudiziaria
Un commento di Maria Vittoria Chiarelli

La mia avventura a Panico

Pier Paolo Pasolini ha dato la sua versione dei fatti a sua tempo accaduti in via Panico in una lettera al direttore di «Paese» e «Paese Sera» pubblicata ieri dal nostro confratello del pomeriggio e che riprendiamo per i nostri lettori.

  Caro direttore; inutile ricapitolare. le cose son note. Ma male. Le scrivo questa lettera di precisazione, perchè vorrei che almeno i suoi lettori fossero informati bene. Ecco telegraficamente. come sono andate le cose:
Biblioteca nazionale centrale - Roma
    Percorro Corso Vittorio, diretto verso casa (sono poco meno delle una di notte), quando sento un fischio e una voce; «A Pa'!» Guardo indietro, e vedo il Tedesco, un giovane di Trastevere, vecchio amico mio, che incontro quasi tutte le sere. rincasando, da quelle parti; è con un Suo compagno, il Picchio, che conosco solo di vista. I due vengono quasi di corsa verso la mia macchina, con «la faccia stupita, sorridente e cordiale delle grandi occasioni: la grande occasione è la mia Giulietta TI, nuova, che ho da pochi giorni, e che il Tedesco vede per la prima volta (mi aveva visto prima in bicicletta, poi con una seicento di seconda mano, poi con una millecento): e quindi accorre per congratularsi. Subito, naturalmente, mi chiede anche di provarla. Non più di cinque minuti,  eh! Ché ho sonno!» gli faccio. «Sì. cinque minuti, cinque minuti!» e monta. con Picchio.
   Fatto il giro di Largo Argentina, e comprato il « Paese Sera », quello con i miei 180 endecasillabi secondo l‘orazione di Marcantonio - che il Tedesco già nel pomeriggio aveva visto, naturalmente senza tentare d'affrontarli - imbocchiamo di nuovo Corso Vittorio: piano piano giriamo per la zona. Si tratta soltanto di provare la macchina. quindi non c'è meta: imbocchiamo via delle Campanelle, e poi via Panico.
   Là in fondo, all’altro angolo, verso via dei Coronari, cosa succede?
   Una ventina di persone, che urlano, gemono. invocano: si sarà fatto male qualcuno? Una lite in famiglia? Accendo gli abbaglianti, e compaiono, bianchi come tanti fornai, dei vecchi e delle vecchie, mezzi nudi o in mutande, che corrono qua e là, come agitati dalla briga infernale: mi avvicino. E‘ una colluttazione tra due giovani, in mezzo a questo coro scomposto di vecchi: un maschio e una femmina.  «Saranno un fratello e una sorella - penso - o due fidanzati...».  Essi si stanno colpendo furiosamente, afferrandosi per la gola e urlando. E' un attimo: il Tedesco accanto a me, grida: «Quello è il Barone. lo conosco…. ». «Scendi e portalo via! gli dico subito. E' chiaro che bisogna dividere i due, subito, quelli son capaci di farsi chissà che cosa, conosco i miei polli, e benché nel leggero trauma che mi danno gli urli di tutta quella genie in mutande, non ho il minimo dubbio su questa prima necessità. Il Tedesco è altrettanto rapido, scende, afferra per le braccia il giovane e lo spinge con forza dentro la macchina. La giovane continua a urlare, la sua voce si confonde tra gli urli degli altri: metto in moto e parto.
Biblioteca nazionale centrale - Roma
   Così il giretto in macchina continua, col Barone. E' agitato, ansimante Ha una faccia bruna, fine e abbastanza gentile: è anche pulito. Con voce un po‘ rotta, dice in due parole come è andata, né io insisto, perché, tutto sommato, la cosa, a prima vista mi pare abbastanza banale, roba vecchia... In una casa di via Panico, vicino a casa sua, son venute a stare due di quelle (così egli mi dice), frequentate da degli amici: tra loro e la gioventù di via Panico, la situazione è alquanto tesa (lo credo: andare a stare lì è come mettere un dito in un vespaio), quella sera si sono presi a parole, una parola tira l'altra, dalle parole sono passati ai fatti,  ed è nata la rissa. tra le due donne e i loro accompagnatori e i ragazzi della strada, botte, cazzotti, strilli delle madri e dei padri... Poi il mio arrivo di inaspettato pacere in Giulietta.
   Presto il Barone, ch‘è un ragazzo di vita, si calma, e il sorriso torna sulla sua faccia: continuiamo il giro, chiacchierando del più e del meno, e, infine, il Tedesco e il Picchio, scendono nel punto dove li ho presi. Col Barone prolungo ancora un po’ il giro, pensando che ancora, là sotto casa, a via Panico, le acque non si siano del tutto calmate: ma dopo una decina di minuti. punto decisamente da quella parte. E‘ ora di andare a dormire, si avvicinano le due.
   Arrivati però in fondo a una delle stradette di Borgo Panico, immersa nel suo povero, antico, buio, vediamo che, laggiù, all’angolo della via Panico, si muovono delle figure: sono quelli che i giornali chiamerebbero «giovinastri». che sostano lì, in silenzio, con aria poco rassicurante. Sono preoccupato io, e vedo che è preoccupato anche il Barone, «Vedo che qui non tira aria ancora tanto buono» dico. Ho paura per lui, e anche un po‘ per me. lo confesso: potrebbero essere amici delle ragazze, parenti, che si vogliono vendicare.
   Basta: rigiro la Giulietta e punto verso Trastevere. a un baretto vicino a Ponte Garibaldi, che sia aperto fino a tardi, e dove so che indugiano fin tardi, nelle notti calde, il Tedesco e gli amici. «Ti lascio a quei baretto, e a casa ci andrai da solo fra un po‘..… Io adesso me ne vado a dormire…». E così, davanti al baretto scintillante sui vecchi sampietrini di via dei Re, lo saluto, e salgo a Monteverde.
La Stampa 30-06-1960
   La mattina dopo alle sette, mentre dormo ancora perdutamente, la porta della mia cameretta si apre, irrompe una luce innaturale, che mi sveglia, e vedo la faccia di mia madre: e dietro a lei altre facce, sconosciute. Una faccia sfilata e nera, di giovane uomo, ironica e sfuggente, una faccia di ragazza anemica e crudele, un‘altra faccia maschile anonima e un po’ ammaccata. Una voce mi chiede: «Lei ha assistito a una rissa ieri sera a Panico?». Capisco di che si tratta. e rispondo subito di si, togliendomi la cera dalle orecchie e vestendomi.
   Mia madre è spaventata, mi guarda con una angoscia di bambina negli occhi: in tutto quest’affare niente in fondo mi duole o mi importa. Sono cose che accadono. e quando accadono vanno affrontate con coraggio, e quasi, direi, con allegria.  Ma c‘è mia madre. ch’è rimasta una bambina friulana, e la sua paura, il suo dolore, mi fanno perdere la testa, mi svuotano, mi fanno venir voglia  di morire.
   Mi alzo, mi vesto in un attimo, e seguo coloro che son venuti a prelevarmi, come un ladro: mia madre resta sola a casa, non so dire cos‘erano i suoi occhi e il suo viso in quel momento, quando sono uscito dalla porta.
   Fuori, nell‘atroce solicello del mattino acerbo, dei poliziotti, e due cani: uno è il cane Dox. passa anche - non so se per caso. la «pantera» l‘«Alfa millenove» della polizia, Il guardiano notturno del garage, il padrone del baretto sotto casa, che si sta aprendo, mi guardano spaventati. Salgo coi due borghesi, la donna e i cani nella mia famosa Giulietta, e insieme arriviamo al Commissariato Ponte. che è nello stesso edificio della Questura Centrale.
   Sono introdotto, e mi trovo nello squallido ufficio del commissario, un uomo alto, grosso, con dei leggeri baffi e gli occhi amari, che subito mi investono come colpevole di non so che cosa: seduti su un divanetto di cuoio, lì davanti, sono i tre - che sono venuti a prelevarmi dal letto, e una seconda ragazza, procace. La prima ragazza - che è coi famosi calzoni attillati - e che ora realizzo essere la colluttante della notte - ha cambiato faccia: è gialla, gli occhi le brillano furiosi e isterici. Mi accusa: è lui, è il complice, non ha portato via un ragazzo ma due tre…. li ho visti io coi miei occhi. ha portato via tutti quelli che mi hanno aggredita...
L'Unità 30-06-1960
   Io cerco di restare calmo: ma qui siamo al processo delle streghe. Come arrestare quella eruzione di accuse, totalmente inaspettate, non so. Mi vien quasi da ridere: «Ma signorina, io sono uno scrittore, non ho bisogno di aiutare dei ladri a rubare una catenina...».
   E cerco di raccontare al commissario come sono andate le cose. Ma ho l‘impressione di non essere affatto creduto. Allora dico che con me c'erano, nella macchina due persone, che vengano interrogate: la loro versione combacerà certamente con la mia... Chi sono queste due persone? La dico subito. Sono certo che il Tedesco non me ne vorrà, se trascino anche lui nel pasticcio.
   Così.. tre agenti in borghese e io, partiamo seguiti dalla campagnola, per Trastevere, sotto il solicello ormai cocente.
   Arriviamo a piazza Renzi, io imbocco lo scrostato portoncino dove abita il Tedesco: non sono mai entrato. non so l‘interno dove abita, lo cerco, lo chiamo, c‘è un cortiletto interno, vecchio come il Colosseo, coi muri così usati che paiono di cartilagine, sotto la vampa del sole mattutino. Lì una donna lava i  panni, a una fontanella scrostata.
   E‘ la madre del Tedesco, lo capisco subito. Com'è diversa dalla mia: resta indifferente, calma: un‘antica esperienza le si dipinge negli occhi, passivi, rassegnati, duri. Lascia. che le portino via il figlio. senza smettere di lavare: e il Tedesco, mezzo nudo e assonnato, lascia quel suo stanzone invaso dal sole, quel suo romito cortiletto, quella sua madre che tace. Ma guardandola, i suoi occhi sempre allegri e malandrini, hanno un breve sgomento. un’ombra…
   L‘altro, il Picchio, non è in casa, dove, in questi giorni, vive solo.
La Stampa 03-07-1960

   Torniamo al commissariato: qui il Tedesco e io siamo divisi. Aspetto in uno squallido; stanzone per quasi un‘ora e mezza, con un‘angoscia che non so dire al pensiero di mia madre sola a casa.
   Alla fine sono richiamato nell‘ufficio: lì c'è anche il vice-questore, gentile: l'atmosfera intorno a me è cambiata.
   Non sono più un delinquente comune, da cane Dox. Rìpeto la versione dei fatti, che poi viene verbalizzata. Posso andarmene.  Subito, fuori, nel fuoco del sole ormai a picco, ci sono i fotografi: e comincia, a questo punto, la mia vera disavventura.
   Ripeto: sono disposto ad affrontare, qualsiasi inconveniente dovuto al mio carattere troppo curioso e impulsivo, e qualsiasi incerto del mestiere. Ma quello che mi continua a dolere è, per dirla con eufemismo, la cattiva informazione:  la campagna del discredito, che rivela la profonda immoralità degli individui che vi si prestano, oltre che la profonda immoralità della società in cui viviamo. Per questo, caro direttore, le mando questo telegrafico referto, che impegna pubblicamente la mia firma di scrittore, attendibile almeno davanti ai suoi lettori...
PIER PAOLO PASOLINI

(Trascrizione dal cartaceo curata da B.Esposito)

L'Unità - Domenica 3 luglio 1960

Fatti di via Panico
cronaca del procedimento  giudiziario

29.06.60 Fatti di via Panico. Fermo per interrogatorio al commissariato. 
30.06.60 Fatti di via Panico. Denuncia della polizia diretta al procuratore della repubblica di Roma. 
02.07.60 Fatti di via Panico. Notifica di una convocazione davanti al procuratore della repubblica per il giorno 04.07.60. 
04.07.60 Fatti di via Panico. Interrogatorio davanti al P.M. 
22.03.61 Fatti di via Panico. Notifica del decreto di citazione in giudizio davanti al tribunale di Roma. 
20.04.61 Fatti di via Panico. I udienza. Rinvio a nuovo ruolo. 
06.06.61 Fatti di via Panico. Notifica di un nuovo decreto di citazione. 
01.07.61 Fatti di via Panico. II udienza. Rinvio a nuovo ruolo. 
30.09.61 Fatti di via Panico. Notifica di decreto di citazione. 
15.11.61 Fatti di via Panico. III udienza. 
16.11.61 Fatti di via Panico. Sentenza di I grado e appello dei difensori (Avv. Roscioni e Berlingieri) contro la sentenza. 
05.12.61 Fatti di via Panico. Notifica della dichiarazione di appello del procuratore generale contro la sentenza di I grado. 
18.12.61 Fatti di via Panico. Notifica dell'avviso di deposito della sentenza di I grado. 
13.10.62 Fatti di via Panico. Notifica del decreto di citazione a comparire davanti alla corte d'appello di Roma. 
30.01.63 Fatti di via Panico. Udienza di corte d'appello e rinvio a nuovo giudizio. 
10.04.63 Fatti di via Panico. Notifica del decreto di citazione a comparire davanti alla corte di appello di Roma. 
05.07.63 Fatti di via Panico. Udienza di corte d'appello. 
14.03.64 Fatti di via Panico. Notifica dell'estratto contumaciale della sentenza di II grado.
Stampa Sera 06-07-1960


Maria Vittoria Chiarelli:

No, non è un racconto noir 

"La mia avventura a Panico": 

a dirla tutta, il suo autore, Pier Paolo Pasolini, non avrebbe voluto scriverlo, ma è stato costretto dalle circostanze che, se non avessero comportato delle conseguenze dal sapore amaramente persecutorio, avrebbero potuto essere annoverate in uno spiacevole fatto di cronaca tipico di borgata, magari a tinte forti, dai toni chiassosi, dalle dinamiche esagerate, ma fortunatamente non degenerate in un omicidio. 
Sicuramente anche grazie all'intervento di Pasolini, che proprio quella sera aveva ceduto alla richiesta di un suo giovane amico di Trastevere, denominato il "Tedesco", che incontrava sempre tornando verso casa, di provare la sua nuova auto, una Giulietta TI. 
Aveva molti amici Pasolini nelle borgate e l'attrazione passionale e conoscitiva verso quell'umanità che viveva alla giornata, innocente e malandrina, abituata ad arrangiarsi , in perenne conflitto con la miseria e pronta a tutto pur di rimediare qualche soddisfacimento materiale, gli era cresciuta dentro dal germoglio di un amore poetico verso la realtà che, nato nella terra materna in Friuli, si era alimentato di innesti fecondi nell'ambiente romano, dove ogni esperienza diretta di contatto umano si traduceva in lingua e stile, dando vita a poesie, racconti , romanzi, e non solo...Già in quell'anno 1960, Pasolini lavorava al suo primo film, dal titolo emblematico di "Accattone", sceneggiato e diretto da lui stesso. Ecco che sempre più l'ambiente sottoproletario, grazie a lui, diveniva visibile, solleticando il razzismo latente della mentalità piccolo-borghese italiana, che non gli perdonava quel suo coinvolgimento così viscerale, quel desiderio rovente di rendere poetico l'abietto, di scorgere la luce nelle tenebre di vite miserabili. Si percepiva con fastidio che il suo non era "neorealismo" che condannava uno stato di cose, un'arte solo meramente puntata verso la denuncia, era maledettamente qualcosa di più e, soprattutto, qualcosa di diverso: era presenza viva nel mondo, era visione, era mito primigenio che si affacciava alla storia, questa volta non più raccontata in
maniera simbolica, ma attraverso la realtà che è metafora di se stessa. L'episodio di via Panico, la sua assurda dinamica, fa riflettere sui rapporti che la società italiana , attraverso le sue istituzioni, stabilirà con un intellettuale che ne porrà in evidenza tutto il bieco perbenismo e la conseguente volontà persecutoria, in nome di falsi e razzistici principi morali. 
Quella notte tra il 29 e il 30 giugno del 1960, Pasolini, per aver imboccato via delle Campanelle e poi via Panico, per aver assistito con abbaglianti accesi ad una rissa tra due giovani, per la precisione un maschio e una femmina, che si colpivano furiosamente afferrandosi per la gola, il tutto condito da uno scippo di un anello con granati del valore di lire 24.000, di una catenina e di un orologio d'oro, subito dalla ragazza e da un suo amico ( con una ventina di persone urlanti intorno), e aver sollecitato il Tedesco, il quale aveva riconosciuto nel ragazzo della rissa una sua vecchia conoscenza, cioè il "Barone", ad intervenire subito, strappando quest'ultimo alla lite e trascinandolo nell'auto, verrà etichettato dalla stampa come appartenente al mondo criminale. Si trovava per caso, Pasolini, in via Panico, nessun "sopralluogo" intenzionale lo aveva condotto in quel posto: un cittadino come altri che si è trovato a soccorrere un altro essere umano, senza calcolare preventivamente la sua
classe sociale di appartenenza...era una persona in difficoltà e Pasolini ha agito mosso dall'istinto delle persone generose e, a livello di coscienza, con un alto senso di presenza civile nel territorio: ma guarda caso, quel cittadino, non era uno qualunque, era proprio "quel" Pier Paolo Pasolini, scrittore anomalo, in odore non di santità letteraria, ma di omosessualità, come i precedenti fatti di Anzio avevano evidenziato, che per svolgere il suo lavoro, si immedesimava con l'ambiente osservato, viveva la stessa esistenza dei suoi eroi, o meglio "antieroi", dimostrandolo già con la pubblicazione nel '55 di "Ragazzi di vita", romanzo che era stato sottoposto a giudizio per oscenità. Era ignorato completamente e, volutamente, il confine tra realtà e la sua rappresentazione, la sua riproduzione attraverso l'arte. Già, proprio in Italia, la terra con tanti esempi di realismo in letteratura. Ma il realismo di Pasolini possiede una cifra diversa: è intessuto di "soggettive" poetiche che introiettano la realtà, restituendola "trasumanata", illuminata da quel sole onirico che si tramuta in coscienza, una "luce" reale che ha sempre costituto il problema del suo cinema di poesia, la "lingua scritta della realtà" , come ha teorizzato appunto Pasolini. Ci si sentiva, pertanto, legittimati, non tanto ad indagare, prelevando dalla propria casa e di buon mattino, un cittadino che aveva sottratto un giovane ad una rissa che poteva degenerare in un omicidio, che era cosa normale per appurare la dinamica dei fatti, quanto a sospettare che quello stesso cittadino, proprio perchè rispondeva al nome di Pasolini, poteva in qualche modo essere coinvolto come colui che, volontariamente, aveva voluto sottrarre un criminale alle indagini della polizia.
Ma chi era il "Barone"? Il suo vero nome era Luciano Benevello e la vicenda com'era andata realmente con il suo pregresso, fino all'arrivo di Pasolini in via Panico, in compagnia del Tedesco e di un amico di quest'ultimo, soprannominato il Picchio, è raccontata nel libro "Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte " ( ...'<<in un paese orribilmente sporco>> ), a cura di Laura Betti, edito da Garzanti nel 1977. Ciò che a noi interessa, è l'aura funesta e denigratoria che è stata costruita intorno alla persona di Pasolini, attraverso l'assunto dell'identificazione arbitraria della realtà con la sua rappresentazione che diventa oggetto di scandalo, come scandaloso è chi racconta la verità ruvida e urticante di quella realtà. Fu così che il 15 novembre 1961, quasi un anno e mezzo dopo i fatti, Pasolini viene processato dalla seconda sezione penale del tribunale di Roma , assieme ad altre tredici persone accusate di rissa e furto. È imputato di favoreggiamento: di aver preso a bordo della propria automobile uno dei contendenti , Luciano Benevello, detto il Barone, allontanandolo dalla via Panico, luogo della rissa, e sottraendolo alle indagini della polizia.
A poco servì la testimonianza calma e lucida di Pasolini che, la mattina seguente , spiegava con dovizia di particolari ciò che era avvenuto la notte precedente, al commissariato di Ponte, il cui commissario capo Baldinotti, nella sua denuncia alla procura della repubblica di Roma, così scrive: " Si ha fondato motivo di ritenere che il Pasolini abbia voluto deliberatamente e con piena consapevolezza agevolare , sottraendolo alle indagini della polizia, il Benevello Luciano amico del giovane e non meno losco amico col quale il brillante scrittore si accompagnava nella scorribanda notturna attraverso la via Panico, una delle strade più malfamate della città. La colpevolezza del Pasolini appare piena, netta e inequivocabile ove si consideri che neanche agli appelli della ragazza egli volle dare ascolto, allontanandosi invece rapidamente". Pertanto Pasolini viene rinviato a giudizio. La stampa si sbizzarrisce nel definire ogni aspetto violento e torbido degli strati popolari marginali della società come "pasoliniano", come "pasoliniani" sono i ragazzi dell'irrequieto quartiere dei ladri. La figura pubblica dello scrittore sarà completamente condizionata da questo tipo di giudizio che raggiunge i toni del dileggio e dell'ironia piccolo-borghese a buon mercato nella lettera aperta a Pasolini del settimanale democristiano <<La Discussione>>, dove si legge : " Gentile Signore, ho letto con interesse la sua autodifesa dopo, l'avventura in via Panico o Panico...C'è un fatto che non ho afferrato: perché Ella metta tanto impegno a scagionarsi. Non mi creda uno sciocco. Ma che differenza avrebbe fatto per Lei se il ragazzo o i ragazzi saliti a bordo della Giulietta, cui le dà accesso la sua professione di scrittore, avessero veramente <<scippato>> la collana o la borsetta alla ragazza? Non li avrebbe salvati ugualmente, anche sapendolo, dalle guardie? Non é forse vero che questi rappresentano in carne la società crudele, corrotta e sopraffattrice, e i ragazzi di vita, le sue vittime, crudeli anch'essi magari, ma con nel cuore il germe della resurrezione?

E non avrebbe dunque Ella posto il suo impegno a salvare questi boccioli di speranza dalla furia tetra e stupida dell'Ordine con la O maiuscola di questa società formalistica?... Forse che quella società che lei stuzzica frustandola, Le abbia trasmesso, con la Giulietta TI, anche i germi della rispettabilità? Se ne liberi o cesserà di piacerLe! " . I fatti di via Panico danno il via all'identificazione di Pasolini con la figura del fuorilegge, immagine che sarà a breve rafforzata oltre che da "Accattone", il suo primo film, il cui autore è definito dal Secolo d'Italia, <<un insieme di materia bruta che si regge verticalmente soltanto per uno di quegli scherzi della natura che come crea uccelli marini e pesci volanti così crea 'mostri umani'>>, anche dalla sua partecipazione al film di Lizzani, Il Gobbo, dove interpreta un criminale monco con il mitra spianato. La storia di via Panico è fatto troppo ghiotto per le gole scandalistiche e morboso per non riempire le prime pagine, con tanto di fotografie e titoli su quattro e anche cinque colonne. <<Il Tempo>> scrive: "Per aver così veristicamente e intimamente vissuto le esperienze dei ragazzi di vita e delle vite violente, Pasolini era in un certo senso destinato ad assaporare tra le altre anche l'emozione di un fermo di polizia". Alfredo Todisco su <<La Stampa>>: "Chiaramente, tra la vita personale dello scrittore ed i fantasmi della sua creazione letteraria vi é una compenetrazione singolarissima, al segno che i fatti in cui ora appare coinvolto sembrano un capitolo dei suoi romanzi". Per il settimanale <<Gente>, Pasolini e la figura del "ragazzo di vita" si sovrappongono e così intitola l'articolo sulla rissa: " Il ragazzo di vita l'ha fatta proprio grossa".
Anche i giornali più obiettivi, fra i quali quelli di sinistra che sostengono la buona fede di Pasolini, insinuano elementi del sentire comune, come l'inopportunitá di "essersi messo in mezzo", di girare di notte in zone poco raccomandabili, giustificandoli poi con una tiepida comprensione di dubbia natura, quando si pone l'attenzione sulla "necessitá di lavoro" e ,quindi, di mero guadagno: Pasolini "doveva" frequentare quei luoghi particolarmente degradati, per prendere dal vivo materiale utile per le sue opere. Una giustificazione che lo stesso Pasolini sarà costretto ad ammettere rassegnato, pur di chiudere la questione davanti al presidente del tribunale: "Come mai Lei quella notte si trovava a così tarda ora in strada?" E Pasolini :" Facevo una passeggiata per raccogliere le impressioni sull'ambiente destinato a fare da sfondo a un'opera letteraria che dovevo scrivere". Le pagine di "Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte" mettono in evidenza come le disfunzioni tipiche del sistema giudiziario abbiano favorito la massiccia operazione stampa, che oggi chiameremmo la "macchina del fango". Le lunghe fasi processuali sono così sinteticamente riassunte: "Il processo per la notte di via Panico...viene fissato, rinviato a nuovo ruolo a causa di alcuni errori nel decreto di citazione, ancora fissato, ancora rinviato per uno sciopero di cancellieri, celebrato in prima istanza, fissatodue anni dopo in seconda istanza, ancora rinviato, ancora fissato...Ognuna di queste scadenze giudiziarie alimenta la fame insaziabile della stampa. Il processo di criminalizzazione dello scrittore ad opera dell'Associazione Stampa-Magistratura funziona perfettamente.
Il 16 novembre 1961 il tribunale di Roma assolve Pasolini per insufficienza di prove. I giudici, prigionieri della morale borghese secondo cui l'amico del cattivo non può non essere egli stesso cattivo, trascurano la realtà dei fatti per rifugiarsi nel dubbio <<sulle intenzioni>>. Lo scrittore agì - come dovrebbe essere logico - per separare due litiganti o piuttosto oer sottrarre un ragazzo di borgata alle indagini della polizia? Della gratuità della seconda ipotesi è solida riprova il fatto che Benevello non si era minimamente sottratto alla polizia che lo trovò infatti a dormire nel suo letto, a casa sua. Per questa sola realtà il tribunale avrebbe dovuto assolvere Pasolini <<perché il fatto non sussiste>>. La sentenza
d'appello, il 5 luglio '63 scopre addirittura che la rissa - giuridicamente - non è mai esistita e di conseguenza assolve Pasolini con formula piena". Quasi tutta l'opera di sarà di Pasolini sarà segnata da segnalazioni, da denunce alle Procure, da processi : 33 in tutto. Un bilancio amaro per aver amato la realtá alla quale è sempre stato fedele, misurandosi con le proprie contraddizioni, sempre razionalizzate attraverso il "logos" , in un progressivo lavoro di analisi, coniugando i drammi irrisolti della propria personalità con l'evolversi delle condizioni storiche, sempre avvertendo dentro di sé l'obbligo della conoscenza, come Edipo. A distanza di anni, Pasolini ricorderà le vicende che gli hanno segnato profondamente la vita, tra cui i fatti di via Panico, che non furono i primi e neanche gli ultimi a fargli toccare con mano la mancanza totale di libertá di giudizio sia del mondo della cultura, che delle istituzioni, come anche di larghi strati della popolazione, troppo spesso trascinati nel vortice di un conformismo acritico e superficiale. 
In "Trasumanar ed organizzar" Appendice , nei versi che portano il titolo di "Comunicazione schizoide all'Anac", Pasolini parlerà di "aspetto infernale della realtà", riferendosi anche alla vicenda grottesca di via Panico:


[...] Dovete sapere 
Da parte del soggetto che vive le 
cose, e non le rivive, 
attraverso le informazioni, la 
realtà ha sempre un aspetto 
infernale. 
Fu nell’Inferno che una corte mi 
condannò 
per aver diviso due litiganti 
(adesso ogni volta che vedo 
gente che litiga, taglio la corda. 
Grazie, Patria, 
per avermi insegnato a tagliare la 
corda e commettere 
almeno in caso di rissa – reato 
d’omissione, che nessuno 
m’imputerà. 
È stato nel mio Inferno, 
non ancora in quello della 
Repressione, 
che un Pubblico Ministero 
(commedia dell’arte) 
mi accusò di voler fondare una 
nuova religione 
sostenendo che: 

Stracci ejaculava fuori campo. 

Inoltre fui condannato per 
essermi messo un cappello nero 
in testa, essermi infilato dei 
guanti neri 
nelle mani, aver caricato con una 
pallottola d’oro
 una pistola, e così aver rapinato 
un cristiano di duemila lire. 

In altre parole sono stato 
condannato per un’azione 
accaduta nel sogno di un altro. 

Accennerò solo di sfuggita 
a un’altra condanna subita 
per aver consegnato una 
sceneggiatura 
che essendo apparsa brutta e 
scandalosa 

Il produttore disse di non aver 
potuto fare il suo film 
perché la mia sceneggiatura era 
brutta e scandalosa, 
e pretendeva quindi i danni. Il 
tribunale gli diede ragione!! 

Cari, colleghi, questo è un 
precedente: e siamo nel ’62 o ’63. 

Il Libro Bianco delle Sentenze 
stilato contro di me dalla 
Magistratura Italiana 
sarà il libro più comico 

Per me è stata una tragedia: 
ma non temete. Fingo che le mie 
spalle siano fragili: 
in realtà sono più forti di quelle di 
Simone. 
Ma fatemi fare il bravo cittadino 
per qualche mese 
se no, non potrò fare più il cattivo 
cittadino per tutta la vita. 


(Pier Paolo Pasolini, Trasumanar e organizzar. Appendice)


.
Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

Pasolini, Collezioni letterarie - Il Setaccio, anno III, numero 2, dicembre 1942

"ERETICO & CORSARO"



Collezioni letterarie
Il Setaccio
Anno III
Numero 2
 Dicembre 1942
Pag. 9



   Seguire tutte le pubblicazioni che escono in questa fertile stagione libraria italiana, e parlarne compiutamente, non è cosa delle più agevoli. Oltre che per la varietà delle competenze richieste e necessarie, volevo alludere alla quantità veramente notevole di libri che - si può dire settimanalmente - ci viene offerta dalle case editrici e di cui rari sono gli esemplari non meritevoli di essere recensiti o almeno ricordati. Vallecchi, Einaudi, Bompiani, Mondadori, Tuminelli, Garzanti, Le Monnier, Sansoni, Frassinelli, Guanda etc. etc., fanno a gara a chi mette fuori i libri più tipograficamente eleganti e le collezioni più rare e scelte.

   Per questo, dato che chi voglia iniziare un esame di tale quantità di libri, non può non rimanere sconcertato, inizieremo con questa rubrica una serie di recensioni, non di libri particolari, ché il tempo e lo spazio assolutamente non basterebbero, ma appunto di intere collezioni, che sotto il nome di «Lettere d'oggi» o «Rivoluzione» o «Ventiquattresimo», gremiscono le nostre fornitissime vetrine.

   S'intende .che queste recensioni non vorranno persuadere criticamente, ma avranno puramente un affettuoso valore di promemoria. La citazione non muterà i suoi termini nel commento.

   Inizieremo con la raccolta poetica di «Letteratura», per i tipi di Parenti. In tale raccolta è subito reperibile un attributo che la distingue, voglio dire l'assenza di un'atmosfera poetica formale o almeno di contenuto umano e letterario, che allacci fra loro i libri, costituendo una specie di cenacolo o corrente (come avviene invece per «Rivoluzione» o «Lettere d'oggi»).

   Le edizioni Parenti raccolgono insomma i libri di poesia che si distinguono per una loro netta ed interiore importanza poetica, od anche culturale, cosicché si passa da Penna a Dal Fabbro, da Ghiselli a Giotti, senza per questo venir meno a una fondamentale unità. In base a questa unità, che è buon gusto e intelligenza rigorosa, si può dire che finora nessuno sbaglio - ripeto, almeno culturale - macchia questa collezione. (Bella anche nella sua purissima veste tipografica.)

  Approfondire il primo sentimento che la prima lettura di Penna ci consente, non 
è cosa agevole. Per lo più è facile cadere in una definizione («candido prodigio», «grazia poetica») che non è affatto, se non apparentemente un approfondimento critico. E così pure certe rapide analogie che trasferiscono la critica di Penna ad una sorta di ringraziamento o sensuale adesione: il suo «alessandrinismo», la «sua parentela con la prosa primesautière di Comisso, con l'ultima poesia di Saba e la pittura di De Pisis» (Sergio Solmi), che mi sembrano una schematizzazione un po' meccanica, seppure, a una prima lettura, di certo giovamento.

   Non cercherò io certamente, qui, di andare al di là del ringraziamento o sensuale adesione, e brucerò ogni tappa critica per giungere ad una conclusione già del tutto impegnativa, e cioè che in questo libretto si giunge talvolta ad accenti di vera e buona poesia. Il grado di tale poesia toccherà all'avvinto lettore di stabilire, sia che si tratti di un rassegnato risolvere il proprio dolore corporale con un moto purissimamente melodico (Mi nasconda la notte e il dolce sento), oppure cerchi di definirsi e ricompensarsi m una composizione più nettamente vigilata (Torre, Fantasia per un inizio di primavera). Poesia tutta disciolta nel suo candore, che in definitiva è purezza poetica, la cui amoralità non depone affatto in suo sfavore, se è tutta densa e pregna di precedenti sofferenze umane, che solo la poesia momentaneamente conclude. Penna, insomma, «non è uno di quelli, troppi, e veramente stucchevoli, che fanno dell'art après l'art» (L. Anceschi). La sua purezza è da cercarsi altrove.

   Non esiteremo invece ad indicare la purezza di Giotti (Colori) ad una più semplice e quieta adeguazione del suo cuore al suo linguaggio: una freschezza che è pura in quanto tale e, con conseguente estrema naturalezza si ritrova nel dialetto. (Un dialetto era quello di Saffo.) Mentre nell'altro puro, Penna, la definizione critica di tale purezza, avrà bisogno di numerosi studi con successivi approfondimenti, in Giotti è facile risalire alla sua origine.

Dal portiere non c'era nessuno. 
C'era la luce sui poveri letti 
disfatti. E sopra un tavolaccio 
dormiva un ragazzaccio bellissimo.


   Dove il riferimento a certe acerbe e dolci prosaicità crepuscolari non ci possono accontentare per la verginità di Penna. Ma a versi come questi:

Ga piovù; e avanti sera 
ga dà un colpo de vento. 
Ormizado a la riva,
un picio bastimento 
con un spontier longo, salta 
su la mareta blu. 
Se vedi in fondo i monti. 
E l'istà no' xe più.


cosa aggiungere?


   Tale nuda e candida purezza reperibile sia in Penna che in Giotti, e differentemente risolta nelle due poesie, è completamente scomparsa, direi bruciata, sebbene ancora in maniera diversa, in altri due poeti della stessa collezione: Ghiselli e Dal Fabbro.

   In maniera diversa, ho detto, e volevo significare che nel primo il cuore urge troppo nella poesia a intorbidire il linguaggio, e nel secondo ogni freschezza o purezza viene abolita da una eccessiva malizia di riferimenti letterari.


   «Il primo passo sempre stentato di Ghiselli e insieme il suo salire unanime in ogni verso è quanto di più struggente, di più ingenuo e contraddetto la giovane poesia ci abbia lasciato in questi anni...» (A. Gatto). Stando così le cose, Ghiselli sopravviverebbe attraverso un documento puramente umano di una sofferenza non solamente umana. La sua immagine, cioè, si conterrebbe nei limiti di un'evasione, o confessione, in perpetua ricerca del suo linguaggio, del mestiere: «E m'incantavo, qualche volta ero triste, perché mi sentivo disarmato e inverosimilmente povero, difronte all'esperienza (dei Con· temporanei), alle loro scuole o gruppi», e poi « ... ma esaminando la mia vita già tanto povera di significati, tornavo a credere, a illudermi, a sperare». Un perpetuo ricorso dunque alle sorgenti umane della poesia: sicché sarà facile trovare sempre, «al di là delle gracili trasparenze letterarie di cui a volte i versi sono come infiacchiti e anelanti una fondamentale libertà d'animo, una continua sostanza ... », insomma «il qualcosa che sarebbe venuto a prendere il posto del tanto invocato mestiere». E allora, in questi momenti, si ottengono dei risultati sinceramente poetici, ed anzi dei frammenti veramente potenti, appunto per questo urgere e gravare dell'umanità fisica e sofferente, che nel linguaggio non si disperde, né, in un certo senso, si purifica. Per Ghiselli mi torna il nome di Michelangelo poeta. Infatti, si confrontino con alcuni versi irrisolti e poderosi di Michelangelo, alcuni versi del Nostro.

dovrei disfare il tetto e poi le mura,
discendere a trovar le fondamenta 
e poi ricostruire- un'altra torre.


e ancora:


Fammi le mani colme: fammi noto 
il destino perché possa 
come il martello sopra la campana,
fulminare il silenzio in me sopito.

Torna ad esser sorgente, dura pietra,
mazza, scalpello, forma che diviene.
Riporta l'apra Tua dentro le vene 
nostre, sino a quando s'avverta il rombo 
del Tuo silenzio accompagnare il sangue.

   Insomma, Ghiselli perviene ad espressione di vera poesia, allorché «i suoi versi anelano con la propria forza impacciata e gentile, all'estrema fatica con cui la coscienza, l'esperienza e l'idea della vita diventano semplicemente la vita, e la poesia uno specchio di cose create, un oggetto» (A. Gatto).


   Per Beniamino Dal Fabbro, stimato da me come uno dei più onesti e appassionati letterati italiani, mi spiace non poter accogliere lietamente il suo Villapluvia. È un libro che scoraggia, in cui l'amore approfonditissimo di Dal Fabbro per la recente poesia francese e italiana, viene scontato dolorosamente. Il linguaggio mi pare una ricostruzione - qua e là felice - di tesi e di gusto, in cui la freschezza è  na dolorosa malizia. Ho detto quella ch'io credo la verità, brutalmente: sono questi soprattutto i casi, dove i mezzi termini sono disonesti.

   Di Glauco Natoli, vorrei parlare più diffusamente di quel che lo spazio rimastomi mi acconsenta. Forse per una limpida simpatia umana che dal suo libro spira. È un poeta che, rischiando continuamente i pericoli di Dal Fabbro, si salva in merito della propria seria ed affettuosa giovinezza, che, dalle prime un po' rudi reminiscenze montaliane: («Aspra è la terra e spacca l l'esile radica attorta; l vita: una cosa già morta l che dondola sulla risacca»), lo riporta ad una dolcezza distesa e molle di rievocazione («Ma pure vivo: memore dei segni l per cui l'alba si sbianca l nel declino degli astri, l al grido mattutino degli uccelli»), che lo riallaccia a certe più recenti esperienze poetiche (Gatto, Sereni etc.).


Pio
(In questo art. Pasolini si firma Pio)


Biblioteca Universitaria di Bologna, collocazione 2118/PER. 10220.

Progetto a cura di Maurizio Avanzolini (Biblioteca dell'Archiginnasio).

I documenti digitalizzati appartengono alle raccolte di:
Biblioteca dell'Archiginnasio
Biblioteca Universitaria di Bologna
Centro studi-archivio Pier Paolo Pasolini - Bologna
Archivio storico dell'Università di Bologna

Biblioteca Cantonale di Lugano  



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice