lunedì 28 agosto 2017

Alessandro Barbato - Nota per un’antropologia poetica della realtà: P. P. Pasolini tra letteratura, cinema e antropologia.

"ERETICO  e  CORSARO"


Alfonso Maria Di Nola e Pasolini


Nota per un’antropologia poetica della realtà: P. P. Pasolini tra letteratura, cinema e antropologia.



“Passavo ore di fronte a una foglia o a una mano
per capirle cioè per valicare il limite o la sutura dove io 
terminavo e cominciava l’altro, la foglia il tronco. 
Non pensavo direttamente a Dio, ma all’Altro, 
cosa molto più importante per me”.

P. P. Pasolini, 
Lettere (1940 – 1954)
Einaudi, Torino 1986.

È ormai un fatto assodato, e il continuo proliferare di studi specialistici in materia ne è la conferma più evidente, che Pier Paolo Pasolini sia stato il più antropologo degli scrittori italiani, tanto che in tempi non sospetti fu lui stesso a invitare i suoi colleghi a dotarsi di quegli strumenti, come appunto l’antropologia e la storia delle religioni, considerati indispensabili per la comprensione di un mondo sempre più complesso e in continua trasformazione:
“Nei miei urti polemici e nelle mie discussioni con gli stessi miei colleghi letterati, viene sempre fuori che essi sono sistematicamente privi di nozioni etnologiche e antropologiche, che io possiedo, né da professionista, né da dilettante, ma da semplice letterato che ha scelto «pour cause» tali letture.”(1)

Alfonso Maria Di Nola e Pasolini
E a ben vedere antropologo Pasolini lo è stato sin dagli esordi. Lo era il suo modo di osservare luoghi e persone, individui e culture, sebbene l’impulso primigenio sia stato sempre, prima di tutto, quello poetico. Il suo, infatti, non era certo, e in origine non poteva esserlo in nessun modo, il rigido piglio dello scienziato o dello specialista in materia, ma forse proprio per questo, egli ha potuto cogliere in maniera assolutamente libera e originale le enormi potenzialità della disciplina; riconducendola, in un certo senso, nel seno di quella dimensione anche letteraria che l’ormai raggiunto pieno riconoscimento accademico le aveva sottratto, respingendo, più o meno apertamente, tali nervature del sapere antropologico in un angolo poco frequentato da chi dell’antropologia aveva fatto il suo mestiere.

Nei racconti giovanili l’inconsapevole inclinazione antropologica, se così possiamo definirla, dello scrittore si può già “odorare” nelle complesse – e raffinatissime - descrizioni della vita contadina, nei suoi tramonti tratteggiati sulle vite campestri, nelle pagine in cui il giovane autore indugia nel racconto dell’andirivieni dei migranti friulani dalle miniere del Belgio scolpendone visi e pose nel dettaglio; nelle atmosfere e nei lampi poetici che ci giungono “da quel lontano Friuli” di cui, oltre a una “topografia sentimentale”, ci ha donato anche una “poetica antropologia” in cui, leirisianamente, si mescolano letteratura ed etnografia.(2) Intense le suggestioni “protoantropologiche” anche nelle pagine dell’incompiuto progetto di romanzo sul mare: in maniera evidentissima nel Coleo di Samo, più sotterranee nell’Operetta marina; estremi di un disegno narrativo complesso e affascinante che, a mio avviso, brilla come una vera e propria gemma nella produzione giovanile dell’autore.(3)
Poi venne Roma e la scoperta di un mondo sottoproletario che irruppe prepotentemente nella sua scrittura: nei saggi linguistici, nelle prose e nei versi in cui quella predisposizione all’indagine sull’Altro divenne sempre più scoperta, più manifesta, più strutturata e, pian piano, accompagnata da letture e da “conquiste intellettuali” che la sostennero e la nutrirono incessantemente. Nei romanzi romani e nei tanti “non finiti” pasoliniani di quegli anni, infatti, la lente di osservazione, prima ancora della scrittura in sé, intreccia squarci lirici intensissimi ad analisi da “antropologia del vicino” che, per quanto “spontanee”, come direbbero i puristi della disciplina, si offrono al lettore quasi come fossero un documento di prima mano di un mondo sommerso eppure vivido nella sua rappresentazione. Il mondo delle borgate romane, oltre a essere indagato nel suo vitalismo duro e fangoso, si propone inizialmente come potente e irrinunciabile forma dell’alterità: quasi fosse l’unico ariete in grado di scardinare il muro e i muri che le convezioni borghesi erigevano tra individuo e individuo, tra il singolo e la società, tra culture particolaristiche e ceto dominante; il quale, intanto, andava modellando un “universo orrendo”, fatto a propria immagine e somiglianza, in cui ogni distinzione era annullata:
La cosa più odiosa e intollerabile, anche nel più innocente dei borghesi, è quella di non saper riconoscere altre esperienze vitali che la propria: e di ricondurre tutte le altre esperienze vitali ad una sostanziale analogia con la propria. È una vera offesa che egli compie verso gli altri uomini in condizioni sociali e storiche diverse.”(4)

Alfonso Maria Di Nola e Pasolini
Ben presto, però, le speranze riposte nel sottoproletariato si rivelarono effimere, fonte di una angoscia irrimediabile ed espressa con tinte sempre più fosche. Così “il sogno di una cosa” pasoliniano assume sembianze indiane, africane e mediorientali. Sono gli anni dell’“Africa unica alternativa”: grido pronunciato all’inizio degli anni sessanta e già disperato, lucidamente consapevole di risuonare come un rimbaudiano canto del cigno di fronte al sempre più disinvolto processo di omologazione delle menti e dei corpi di cui Pasolini nelle sue opere seppe dare lungimirante testimonianza. Dall’inizio degli anni Sessanta, inoltre, Pasolini aveva cominciato a viaggiare verso i paesi del cosiddetto Terzo Mondo che per un discreto periodo alimentarono una delle sue stagioni creative più fertili, coinvolgendo tutti i campi in cui si dispiegava la traboccante creatività pasoliniana: scritti e inquadrature in cui l’alterità extraoccidentale è colta e rappresentata nelle sue affinità così come nelle irriducibili differenze che tale forza incarna rispetto all’universo culturale domestico; in piena consonanza, peraltro, con quelli che erano gli insegnamenti e i problemi indagati da quegli intellettuali, come Ernesto De Martino e Raffaele Pettazzoni che, per usare una efficace formula coniata più tardi da Pasolini stesso in una entusiastica recensione dell’opera di Alfonso M. Di Nola, Antropologia religiosa, rappresentavano la via italiana all’antropologia e alla storia delle religioni:
[…] si tratta di un vero «Manifesto» che potrebbe aprire, nel nome di De Martino e magari Pettazzoni, la via italiana alla storia delle religioni. Secondo l’autore tale via si configurerebbe in una specie di fusione tra le due scienze distinte costituite appunto dalla storia delle religioni e dell’antropologia: in modo però che l’antropologia abbia una funzione integrante […]”.(5)

Alfonso Maria Di Nola e Pasolini
In tempi non sospetti, dunque, e in misura via via crescente, Pasolini assegnò all’antropologia e alla storia delle religioni quella centralità la cui mancanza proprio oggi, e in modo sempre più accorato, gli antropologi lamentano. E così, in quegli anni per lui così densi di opere e di progetti, tali discipline guadagnano sempre più spazio nei lavori del poeta e dello scrittore, così come del regista e del polemista. Si pensi al ruolo che tale approccio epistemologico riveste nei saggi di linguistica dell’autore, ai versi scritti in occasione della lavorazione di pellicole come “Medea”, che è probabilmente il prodotto più maturo in chiave di dialogo tra grande arte e grande antropologia, densa com’è di ricercate citazioni tratte dalla grande letteratura di settore; a film come “Porcile” e “Teorema”; ai grandiosi progetti incompiuti come “Gli Appunti per un poema del Terzo Mondo”, alla più tarda e ormai celebre riflessione sulla “mutazione antropologica” del “Pasolini corsaro”.
Proprio per questo, sebbene oggi non si fatichi, nemmeno tra gli specialisti del mondo accademico, ad accettare il coté antropologico del cinema pasoliniano che è oggetto di ricerche sempre più approfondite e stimolanti, sarebbe errato e riduttivo ridurre alla sola produzione cinematografica l’utilizzo di un modus operandi che attraversa, come si è accennato sin dalle prime battute, l’intera produzione dell’autore, come peraltro lucidamente rilevato da Teresa Biondi in un suo denso contributo, Lo sguardo antropologico di P. P. Pasolini, pubblicato nel 2006 in «La rivista del documentario», a. I, n. 4 luglio.(6)
Nella voluminosissima e multiforme produzione pasoliniana, talvolta si sarebbe tentati di assegnare all’autore una etichetta che possa in qualche modo fungere da rassicurante griglia interpretativa in grado di sistemare organicamente scritti eterogenei e,in qualche caso, anche distanti esteticamente e concettualmente gli uni dagli altri. Per tale ragione definire Pasolini antropologo, dopo averlo detto poeta, regista, scrittore o polemista, potrebbe essere un comodo escamotage, un modo per tentare di dare un ordine alle cose e alle carte. Ma Pasolini non fu, è chiaro, un antropologo; semmai fu anche antropologo, oltre che poeta, regista, narratore. Detto in una parola, fu un intellettuale nel senso sartriano del termine, quindi non un tuttologo né uno specialista, ma un libero pensatore che nel suo percorso conoscitivo si avventura anche in territori incogniti; rischiando di prendere cantonate, forse, ma riuscendo talvolta a cogliere problemi e questioni che sfuggono agli specialisti, proprio in virtù di tale indipendenza e libertà.(7)
Ed ecco che allora, scorrendo ancora un po’ la già citata recensione pasoliniana all’opera di Alfonso M. Di Nola, si comprende meglio anche il ruolo che gli studi antropologici possono offrire alla ricerca intellettuale ed espressiva di Pasolini e più in generale alla comprensione della realtà, con quest’ultimo che, parafrasando quanto enunciato dallo studioso in apertura alla sua opera, afferma:
 “L’insegnamento antropologico ha aiutato a vincere e a vanificare la grave tara eurocentrica e, nella fattispecie, la «violenza immorale» (in Italia) del neo – idealismo e del crocianesimo, che portano alla negazione della comprensione di ogni uomo (non occidentale) come portatore di diversità e di alienità.”(8)

Alfonso Maria Di Nola e Pasolini
Quell’alterità che nell’ottica di Pasolini era invece l’ultimo baluardo eretto contro l’omologazione e la mercificazione delle vite e della vita. Un’alterità che è anche quella della Poesia e di ogni grande poeta in una società che della poesia non sa più che farsene, che non ne sente il bisogno né la mancanza. Poesia nell’accezione più alta e nobile del termine e che, probabilmente, così concepita rappresenta il solo, per quanto fragile, collante in grado di rendere se non omogeneo certamente coerente l’intero percorso umano e intellettuale di Pier Paolo Pasolini che, dunque, se in qualche modo ha contribuito al progresso e alla diffusione degli insegnamenti antropologici, non poteva che farlo en poète, per utilizzare una formula cara all’autore. Accettare che Pasolini sia stato anche antropologo e che lo sia stato coniugando il dato antropologico al processo poietico, significa allora aprire la strada all’idea che sia possibile una antropologia poetica della realtà; ipotesi che certamente farà rabbrividire la quasi totalità degli studiosi impegnati nella ricerca antropologica e storico religiosa, ma che al di là della ormai sempre più sterile difesa dei confini epistemologici della disciplina e degli steccati accademici, rappresenta forse uno dei molteplici orizzonti d’azione intellettuale di cui Pier Paolo Pasolini fu tra i precursori.
Ed ecco perché, nella sua incessante, quasi eroica volontà di comprendere il mutamento e proprio mentre lamenta la crisi che affliggeva il mondo intellettuale - preludio dell’odierna eclissi degli intellettuali dal dibattito politico e culturale, a meno che non si vogliano considerare tali, figure che hanno più a che fare con l’avanspettacolo da salotto televisivo o con il chiacchiericcio da uso compulsivo dei social network- , Pasolini bacchettava i suoi colleghi per delle lacune evidentemente inaccettabili per chi come lui aveva deciso di gettare concretamente il suo “corpo nella lotta”, nello sforzo impari di offrire una concreta alternativa al decadente spettacolo di un mondo cieco nei confronti di ogni altra possibilità, che non sia quella borghese, di essere uomini in società.
 
Alessandro Barbato

Note:


1) Si tratta di un estratto dalla recensione all’opera dello storico delle religioni Mircea Eliade Mito e Realtà, pubblicata nell’agosto del 1974 su «Tempo», poi in Id., Descrizioni di descrizioni, oggi in P. P. Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull’arte, a cura di W. Siti e S. De Laude con un saggio di C. Segre, Mondadori, Milano 1999, tomo II, p. 2116. 

2) Il riferimento è alle deliziose prose giovanili racchiuse nel volume, curato da Nico Naldini, P. P. Pasolini, Un paese di temporali e di primule, Guanda, Milano 1993. 

3) Coleo di Samo e Operetta Marina sono stati pubblicati, uno dietro l’altro e riuniti con il titolo Frammenti per un romanzo del Mare, a cura di Walter Siti in P. P. Pasolini, Romanzi e Racconti, tomo I (1946-1961), Mondadori, Milano 1998, pp. 337-420.

4) P. P. Pasolini, Intervento sul discorso libero indiretto, in «Paragone», a. XV, n. 184, giugno 1965, poi in Id., Empirismo eretico, ora in Id., Saggi sulla letteratura e sull’arte, op. cit., tomo I, p. 1360. 

5) P. P. Pasolini, Quando il grande Iddio si mette a ridere (Alfonso M. Di Nola, Antropologia religiosa – Paul Arnold, Viaggio fra i mistici del Giappone, in «Tempo», 27 settembre 1974, poi in Id., Descrizioni di descrizioni, ora in Id., Saggi sulla letteratura e sull’arte, op. cit., tomo II, p. 2135. 

6) l contributo in questione, grazie al prezioso ed erudito lavoro dell’infaticabile Bruno Esposito, è pubblicato anche qui, sul Blog, alla data del 6 settembre 2014. 

7) Cfr.: J. P. Sartre, Apologia degli intellettuali, 1972. 

8) P. P. Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull’arte, op. cit., tomo II, p. 2135.



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro


Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice