sabato 27 gennaio 2018

Amelia Rosselli a Pasolini: due lettere e una poesia

"ERETICO e CORSARO"




Amelia Rosselli a Pasolini:
due lettere e una poesia




31/10/1968
lungotevere Sanzio 5
00153 – Roma

Caro Pier Paolo,



                            Ti scrivo riguardo agli scritti di Sandro Penna, che ho conosciuto bene ultimamente, e che come tu saprai, non sta affatto bene credo da parecchio. Anzi ora non può uscire di casa, e addirittura non esce di letto – lo curano per disintossicarlo: e infatti credo che abbia molto abusato di pillole varie e sonniferi, da anni.
  Mi ha espresso la sua preoccupazione per il libro “Poesie”, che non viene ristampato da Garzanti. Mi ha anche detto che nel passato Citati voleva occuparsi a fondo dei suoi scritti, ma che lui stesso per la sua pigrizia (o angoscia) non l’aiutò minimamente. Vorrebbe una ristampa di “Poesie”, senza però dover aggiungere altre poesie, o toglierne alcuna (questo invece era quel che suggeriva Bertolucci). So che il suo contratto è del 1957: Penna crede di ricordare che non vi fosse clausola che si riferisse ad una precisa priorità alle ristampe da parte di Garzanti: comunque non sono riuscita a vedere il contratto, e non so, nel caso che invece esista questa priorità, per quanti anni valga (20 anni?) (o dieci?)
  Ho suggerito a Mondadori il fare una “opera omnia” delle prose e poesie di Penna. A Penna ciò interesserebbe, ma per ora non vuole, e soprattutto non può, occuparsene. Si tratterebbe di circa 2 volumi.
.    Ma certo andrebbe chiarito se Garzanti intende o no ristampare “Poesie”. Vorrei proprio pregarti (anche a nome di Penna) di informarti 1) della clausola – se esiste o no sul contratto 2) se Garzanti sì o no vuole ristampare il testo. È, del resto, obbligato a prendere una decisione. Nel caso non volesse ristampare il testo tale e quale, ho l’impressione che a Mondadori interesserebbe assai. Anzi penso proprio che miri a questo libro, ma non voglia scrivere a Garzanti chiedendo della situazione contrattuale, proprio perché teme che Garzanti allora si precipiti a infatti ristampare.
  Penso che sei tu la persona che meglio può informarsi presso Garzanti (come tu sai io non sono più in buoni rapporti con la sua casa editrice). Quel che conta, trovo, è far sì che almeno “Poesie” venga ristampato: fu mal distribuito, ed è ora esaurito – è impossibile trovarne una copia da parecchio tempo.
 Quanto ad una eventuale “opera omnia” (l’idea mi sembra molto buona, ma è chiaro che solo Penna può decidere cosa includervi) è da proporsi per più tardi: Penna mi dice ripetutamente che per ora non sta abbastanza bene. Trovo che in ogni caso il ristampare “Poesie” senza chiedere cangiamenti non graditi a Penna, sia necessarissimo – e doveroso.
.    Vorrei eventualmente interessarmi all’opera omnia, quando Penna si rimetterà. Questo nel senso di aiutarlo nelle cose pratiche, nel prendere contatti ecc. Per me è indifferente con quale editore Penna voglia eventualmente pubblicarla (non lavoro per alcun editore come consulente): suppongo che a Garzanti non interessi. Nel caso però che anche a Garzanti più tardi una impresa simile possa attrarre io però dovrei “dilequarmi” (per i sopramenzionati “cattivi rapporti…).
  Spero proprio d’aver qualche notizia, oppure che tu possa telefonare a Penna dandogli chiarimenti o buone notizie per “Poesie”.
[…]
                                                             ti ringrazio –
                                                             con molti auguri
                                                                       Amelia Rosselli







19/1/69
lungotevere Sanzio 5
00153 – Roma


Carissimo Pier Paolo,


                      non riesco a trovare Attilio Bertolucci, per chiedergli del libro “Poesie” di Penna. Ho telefonato a casa tua, e parlato un momento con tua madre, che mi ha dato il tuo indirizzo.
.    Speravo proprio che tu potessi vedere Sandro Penna, quando venisti a Roma: gli dissi della tua lettera, e ne era più che felice. Ancora non sta bene, è stata la mia impressione parlandogli al telefono: è molto depresso, e che anche sfiduciato.
.    Credo purtroppo che sia vero quello che egli mi dice riguardo a Garzanti, o chi opera per Garzanti. Cioè che il suo libro non viene ristampato apposta, o che si suggerisca di ristamparlo soltanto con aggiunte o modifiche che egli non vorrebbe apportare. Penso che egli (Penna) sia troppo stufo per occuparsene personalmente.
 Dunque tu che dici che puoi influenzare Garzanti, perché non aiutarlo a ristampare il libro “Poesie” (il più completo così com’è, della sua “produzione”) senza chiedergli sforzi eccessivi, dato che egli non sta bene? Non è giovane, e dice che ha attacchi d’angoscia. E lo sento stanco, per telefono.
.    Non riesco a trovare il suo libro da molti anni: tutte le librerie di Roma che ho visitato lo dicono esaurito (se è vero). Dice che Cusatelli [Giorgio] (che non credo o ricordo di conoscere) ha stampato un saggio critico del tutto negativo su “Palatina”, non so se d’accordo con Attilio Bertolucci.
  Dice che Bertolucci è geloso della sua poesia. Può darsi che sia vero: può darsi però che vi sia un malinteso (diritti scaduti; contratto che Penna non vuol far vedere). Comunque trovo che sia bene ristampare, se è legalmente possibile, quel libro che io ho potuto vedere soltanto alcune rare volte.
  Ti sarei grata se tu volessi intervenire il più gentilmente possibile.
  Io non ho dissidi personali che io sappia con Cusatelli (se risultasse per caso che lo conosco senza ricordarmene) né con Attilio Bertolucci, né con te (con te posso avere a volte un atteggiamento un po’ critico dell’iperattività, di cui poi non posso dare un giudizio). Penso soltanto che sia giusto una semplice ristampa se è possibile, senza interferenze.
  Il lavoro di Penna come tu sai è d’altissima qualità. Suggerire uno stampare, eventuale, d’una opera omnia mi sembra giusto ma allo stesso tempo un poco crudele. Poi se Penna non se la sente al momento di occuparsene: è libero di non sentirsela.
.    Ecco un italiano veramente sgangherato. – che m’importa?
  Né di me m’importa più, malgrado i gridi d’allarme, o di richiamo, è tutto veramente molto difficile benché abbastanza (credo) chiaro.
  Questa lettera è privatissima spero, e da intendersi spero nel migliore dei modi possibili, se non nei migliori dei mondi!
  auguri
.                                                                                                                   Amelia
.                                                                                                                 (Rosselli)

.

[da: Amelia Rosselli, Lettere a Pasolini 1962-1969,
a cura di Stefano Giovannuzzi, Genova, San Marco dei Giustiniani,
2008; pp. 57-59 e 67-70]






Fonte: https://poetarumsilva.com/2016/05/07/amelia-rosselli-pasolini-due-lettere/



“A Pier Paolo Pasolini”
di Amelia Rosselli


E posso trasfigurarti,
passarti ad un altro
sino a quell’altare
della Patria che tu chiamasti
puro…
E v’è danza e gioia e vino
stasera: – per chi non pranza
nelle stanze abbuiate
del Vaticano.
Faticavo: ancora impegnata
ad imparare a vivere, senonché
tu tutto tremolante t’avvicinavi
ad indicarmi altra via.
Le tende sono tirate, il viola
dell’occhio è tondo, non è
triste, ma siccome pregavi
io chiusi la porta.
Non è entrata la cameriera;
è svenuta: rinvenendoti morto
s’assopì pallida.
S’assopì pazza, e sconvolta
nelle membra, raduna a sé
gli estremi.
Preferii dirlo ad un’altra infanzia
che non questo dondolarsi
su arsenali di parole!
Ma il resto tace: non odo suono
alcuno che non sia pace
mentre sul foglio trema la matita.
E arrossisco anch’io, di tanta esposizione
d’un nudo cadavere tramortito.

*****
Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

venerdì 26 gennaio 2018

Io So, perchè sono un intellettuale... Cos'è questo golpe.

"ERETICO  e  CORSARO"



Cos'è questo golpe? Io so
di Pier Paolo Pasolini 
Corriere della Sera, 14 novembre 1974



Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.

Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.

È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.

Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere. Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto. L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento. Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.

Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabi
lmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato. 









Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

Valle Giulia 1° marzo 1968, guerra civile.

"ERETICO  e  CORSARO"



Valle Giulia 1° marzo 1968, guerra civile.



Manifestar significar per verba non si poria
ma per urli sì
e anche per striscioni; o canzoni;

Sono venuti a rifare il mondo
e, manifestando, se ne dichiarano all’altezza
La forza è nella virilità, come una volta
Ma la gentilezza è perduta

Qualunque cosa si manifesti
altro non viene manifestato che la forza
sia pure la forza dei destinati alla sconfitta (1)

Tutto ciò che non si può significar per parole
non è che pura e semplice forza –
Ma quanta innocenza nel non sapere questo!
Quanto bisogna essere giovani per crederlo!

Poiché la libertà è incompatibile con l’uomo
e l’uomo in realtà non la vuole, intuendo che non è per lui,
quanti obblighi io mi sono inventato invecchiando
per non essere libero!
Va bene, ma i più ingenui, i più inesperti, i più semplici,
i più giovani, di tali obblighi se ne inventano ancor di più,
anzi, venendo al mondo, la prima cosa che fanno è adattarsi a questo;
trionfalmente;
facendo credere a se stessi e agli altri
che si tratta di obblighi necessari a una nuova libertà.
La realtà è che un ragazzo sceso qui dal nulla, e del tutto nuovo, lui,
fa subito in modo di difendersi contro la vera libertà (2)
E soprattutto un ragazzo che conosce e accetta i doveri;
ed egli manifesta la forza della sua accettazione,
meravigliosa adulazione del mondo.

Rinasce sempre, attraverso l’obbedienza, la grazia
e può darsi, può darsi…
Obbedire ai doveri della rivoluzione! Manifestando!

Per quanto fitta sia la trama dei doveri di un anziano
qualcosa in essa si è lacerato
e io infatti intravedo l’intollerabile faccia della libertà;
non avendo più grazia e forza
ho cercato allora di difendermi sorridendo, come appunto
i vecchi, che la sanno lunga –
Ma la libertà è più forte: sia pure per poco
essa vuole essere vissuta –

È un valore che distrugge ogni altro valore
perché ogni valore non è che una difesa
eretta contro di lei;

e i valori, appunto, sono sentiti specialmente dai semplici;
dai giovani
(solo in essi, appunto, l’obbedienza è grazia);

è sulle loro schiere che contano i Capi per andare avanti,
sulle loro pulite, innocenti schiere –
Semplicità e gioventù, forme della natura,
è in voi che la libertà è rinnegata

attraverso una serie infinita di doveri,
puliti, innocenti doveri, a cui, manifestando
si grida con aria minacciosa obbedienza,
ché i semplici e i giovani son forti (3)
e non sanno ancora di non poter tollerare la libertà.
-----
(1) Di qui, lo speciale, commovente trionfalismo.
(2) Che, forse, al nulla lo ricondurrebbe?
(3) Anche se non sono che minoranze, sia pur numerose.


Pier Paolo Pasolini,
19 aprile 1970
(Aprile dolce dormire)




Il 29 febbraio 1968 gli studenti occupano la facoltà di architettura. Il rettore, Pietro Agostino D'Avack, chiede l'intervento della polizia che sgombera la facoltà e decide di presidiarla. In risposta gli studenti decidono di fare una manifestazione attraverso un’ autoconvocazione e si danno appuntamento per il giorno dopo a piazza di Spagna.

1° marzo 1968

Ore 9: circa 5.000 studenti universitari, assistenti, docenti, studenti dei licei e degli istituti tecnici con i libri sotto il braccio,radunati in piazza di Spagna, gridano:
 << La scuola è nostra: a noi e ai professori servono le bliblioteche, gli istituti, le aule che ora sono invase dai poliziotti. Il rettore che ha chiamato la polizia, deve andarsene. Andiamo noi all'università, tutti insieme...>>

Ore 10: il corteo si muove per il centro di Roma: via Babbuino, piazza del Popolo, via Flaminia, diritti fino a Valle Giulia che è deserta . Il Ninfeo di Valle Giulia, Villa Borghese, Piazza Bolivar e le gradinate che salgono alla facoltà di Architettura - improvvisamente si riempiono di studenti e professori e di fronte, proprio all'ingresso della facoltà, gli schieramenti di polizia e carabinieri. La testa del corteo spinge per entrare: << Lasciateci entrare nella nostra università>>.


Ore 11: si alza il primo manganello e colpisce con rabbia; per un attimo tutti fermi, poi la prima carica contro gli studenti. Di solito, a questo punto, gli studenti scappano e in breve tutto è terminato, ma questa volta qualcosa non va secondo il solito copione. Gli studenti si organizzano e mentre la testa resiste alla carica, le retroguardie iniziano a portare fuori dalla mischia gli studenti feriti ed iniziano i primi trasporti all'ospedale. Tutto intorno il traffico è praticamente bloccato: lunghe file di autobus, tram, auto, formano una cortina metallica nella quale si apre un solo corridoio per permettere ai mezzi di soccorso di portare i feriti in ospedale. Il suono dei clacson viene in breve coperto dalle sirene dei mezzi della polizia che arrivano in rinforzo agli agenti già impegnati negli scontri.

Gli scontri dureranno ore con centinaia di feriti tra tutti e due gli schieramenti e oltre 200 studenti portati in questura.

Chi c'era in piazza?

Oltre a polizia e carabinieri, c'erano studenti con nessun orientamento politico, studenti con orientamento politico di estrema sinistra, ma la parte più "militare" dei manifestanti era composta da giovani di orientamento di estrema destra, come quelli di Avanguardia Nazionale ed altri gruppi. Questa fotografia della piazza mostra un movimento composito che condivide punti rivendicativi dettati da convenienze comuni e non, certamente, convinzioni ideologiche dettate da coscienza di classe di appartenenza: quindi, un fritto misto.



Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale: 

“La mattina del 1 marzo 1968, di fronte alla facoltà di Architettura di Valle Giulia a Roma, c'era un impressionante schieramento di polizia agli ordini del commissario della squadra politica Umberto Improta. Da piazza di Spagna stava per arrivare un corteo di studenti fermamente intenzionati a rioccupare la facoltà. Improta era lì per impedirlo ad ogni costo.
Nel corso di quella mattinata, anche la federazione del PCI, tramite il dirigente romano Renzo Tricelli aveva tentato di convincere gli studenti a terminare la loro manifestazione in piazza di Spagna.
Noi, invece, in sintonia con i filo-cinesi, eravamo riusciti a far proseguire il corteo fino a Valle Giulia.
Gli studenti avevano già occupato la facoltà il 2 febbraio, insieme a quella di Lettere. Personalmente ero contrario a qualsiasi tentativo di occupare nuovamente, perché sarebbe stato come mettersi in trappola. Quello che volevo era arrivare al confronto con la polizia.
In previsione degli scontri, già la sera prima, avevamo allertato non soltanto gli studenti di Caravella, controllata da noi di Avanguardia, ma anche tutti i militanti dell'area. Ai nostri camerati della facoltà di Medicina era stato chiesto di costruire punti di appoggio per assistere eventuali feriti: avremmo cosi evitato ricoveri che avrebbero potuto portare al fermo o all'arresto.
Sulla scalinata che porta alla facoltà c'era Massimiliano Fuksas insieme con alcuni suoi colleghi. In precedenza in Avanguardia, ora Fuksas militava a sinistra.
Lo chiamai da parte e gli dissi che dovevano allontanarsi dalla scalinata: non era il posto migliore per affrontare la polizia. Massimiliano e i suoi compagni si spostarono. In quel momento però arrivò il corteo, molto più numeroso di quanto mi aspettassi.
 Subito scoppiò un primo tafferuglio con alcuni iscritti della CGIL fatti arrivare da Trivelli per riportare indietro i manifestanti che avevano lasciato piazza di Spagna. Il tentativo ebbe l'effetto contrario: radicalizzò la decisione degli studenti di restare. Fu in quel momento che le forze dell'ordine caricarono. Ed ebbe inizio quella che sarebbe passata alla storia come la "Battaglia di Valle Giulia".
In principio fummo noi camerati a reggere da soli l'urto con le decine di uomini che Improta ci aveva scagliato addosso. Ma subito dopo si unirono a noi tutti gli altri studenti, indipendentemente dal colore politico.
E furono scontri ravvicinanti, sassaiole, camionette incendiate, avanzate e ritirate "a elastico" che misero in difficoltà poliziotti e carabinieri.
I nostri militanti di Avanguardia erano stati addestrati allo scontro di piazza. Usavamo uno schieramento il cui vertice a cuneo anticipava il resto del gruppo che, approfittando dell'attenzione concentrata sul primo urto, si apriva come scoppio di granata in piccoli gruppi che attiravano gli avversari su più lati. Con rapidi movimenti si sottraevano a contatti prolungati e con improvvisi spostamenti obbligavano il fronte avversario a disunirsi e difendersi su più versanti.
Sul campo, ogni scelta tattica veniva affidata ai responsabili dei differenti nuclei. Questa pratica era scaturita dalla necessità di affrontare fisicamente forze superiori alle nostre. Applicammo a Valle Giulia queste misure con risultati decisamente positivi. Avevamo attivisti capaci e riuscimmo a tenere il campo per molte ore.
Noi di Avanguardia, ripiegammo per ultimi, coprendo la ritirata della massa degli studenti. Subimmo qualche ferito ma nessun morto. L'operazione aveva avuto l'esito desiderato: il Movimento era con noi a Valle Giulia e non con i riformisti di Trivelli in piazza di Spagna.
Durante quelle ore memorabili non c'era stata alcuna distinzione tra fascisti e antifascisti, ma un'unità tra le differenti componenti politiche che si stringevano intorno a un nuovo sogno rivoluzionario.
Le conseguenze politiche furono dirompenti. Valle Giulia aveva dato al movimento l'immagine di una protesta-lotta contro il sistema e sconfisse, almeno temporaneamente, le manovre del PCI, che voleva sindacalizzare la lotta degli studenti.
Non a caso la FGCI subiva una continua emorragia di iscritti, mentre da molte città provenivano attestati di stima e solidarietà a Caravella.


(Fonte L'Aquila ed Il Condor). 



Oreste Scalzone in una intervista: 

[...]
Cosa pensa di Delle Chiaie?

«Sono solito parlare in modo critico di sistemi e non di singoli, ma quando si tratta di uomini pubblici con responsabilità come le sue, un giudizio è doveroso. Credo – anche sulla base di un riscontro pratico, dettaglio sintomatico – sia un pessimo personaggio».

Quali riscontri?

«Lui e Mario Merlino hanno fatto circolare falsità come quella che, prima di Valle Giulia, loro avessero preso contatto col Comitato d’agitazione d’ateneo alla Sapienza, e che, quindi, quella fosse stata un’impresa comune. Un episodio che mostra inequivocabilmente l’indole manipolatrice di questo personaggio che ama rimestare nel torbido».

I fascisti con Valle Giulia non c’entrano?

«Basta aver letto, che so… Malaparte, per sapere che in una piazza in tumulto può esserci di tutto. Certo è che, se c’erano i fascisti, il movimento non se ne accorse».

 Che differenza c’era tra ribelli di sinistra e di destra?


«Molti giovani, anche per opporsi a un antifascismo trasformatosi in regime, diventarono fascisti pensando di ribellarsi all’ordine costituito. La ritengo una forma, certo malintesa – un tragico equivoco – di ribellione vera. Delle Chiaie con loro non c’entra, la cosa peggiore è che abbia lavorato per i servizi segreti del Paraguay di Stroessner».
[...]


(Camillo Giuliani, Calabria ora, 28 settembre 2012). 


Come si può vedere in modo estremamente chiaro, il movimento era formato da gente di diversa appartenenza sociale, di classe, e di estrazione mista. Gli scontri terminano con una sostanziale vittoria degli studenti, che per la prima volta riescono a fronteggiare le cariche dei poliziotti, mostrando una grande capacità di gestire le dinamiche di guerriglia urbana, ed anzi, in alcuni casi, suonandole di ragione ai giovani arruolati nell'arma...
Valle Giulia, il 1° marzo del 1968, cronaca di una battaglia urbana, consacra nell'immaginario dell'opinione pubblica, grazie anche all'intervento successivo di numerosi intellettuali in favore dei dimostranti, la vittoria e quindi le ragioni rivendicative del movimento studentesco. Potere agli studenti, come classe e soggetto interlocutore.


Bruno Esposito



<<...L’unica coincidenza oggettiva della rivolta dei giovani è infatti quella del delinearsi, secondo un disegno ormai chiaro e ineluttabile, dello « sviluppo » capitalistico, secondo le norme scaturite dalla sua grande rivoluzione interna: l ’Applicazione della Scienza, in uno sconfinato proliferare delle fonti di produzione e quindi dell’ansia di consumo. Ora, questo nuovo mondo che verso la fine degli Anni Sessanta si andava delineando come l’intero futuro umano, non aveva più alcun rapporto possibile col marxismo. Tra capitalismo tecnologico e umanesimo marxista si andava delineando una vera e propria diacronia storica: una effettiva incommensurabilità. Il mondo
tecnologico, attraverso una mutazione psicologica degli operai, tendeva ad inglobare sostanzialmente anche la lotta di classe. A far discutere del salario il padrone e l’operaio come da borghese a borghese. (i figli degli operai sono oggi mille volte più « borghesi » dei loro padri). L’urlo di dolore del ’68 è probabilmente dovuto alla coscienza, non ancora venuta alla luce, di questo. Dell'asservimento del marxismo a uno « sviluppo » storico in realtà voluto interamente dalla società borghese: oppure dell’impossibilità di un dialogo rivoluzionario dell’umanista marxista col qualunquista tecnocrate, trionfalmente proiettato verso l’avvenire. L’equivoco di una Rivoluzione imminente, pressoché
millenaristica, del periodo sessantottesco, ha creato per l'intellettuale e l ’uomo di cultura il dovere dell’intervento politico immediato. Dell’accettazione della teoria della preminenza dell’azione dei giovani, del loro moralismo rivoluzionario, del loro assoluto utilitarismo per cui tutto doveva essere in funzione di quella « Rivoluzione dell’indomani » in cui, con tanta ingenuità e presunzione, essi credevano. Molti intellettuali sono stati al gioco, un po’ in buona fede, un po’ per viltà, ma soprattutto a causa di un vero e proprio errore politico. Era chiaro come il sole che di Rivoluzioni, di lì a un giorno, non ce ne sarebbero state. Il PCI lo sapeva benissimo...>>


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

martedì 23 gennaio 2018

Valle Giulia, di Paolo Pietrangeli - Video

"ERETICO  e  CORSARO"



Valle Giulia, di Paolo Pietrangeli

Fu incisa da Paolo Pietrangeli e Giovanna Marini, prima in 45 giri e poi nell'LP Mio caro padrone domani ti sparo, sempre per I Dischi del Sole.

Piazza di Spagna, splendida giornata, traffico fermo, la città ingorgata e quanta gente, quanta che n'era! Cartelli in alto e tutti si gridava: «No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!». E mi guardavi tu con occhi stanchi, mentre eravamo ancora lì davanti, ma se i sorrisi tuoi sembravan spenti c'erano cose certo più importanti. «No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!». Undici e un quarto avanti a architettura, non c'era ancor ragion d'aver paura ed eravamo veramente in tanti, e i poliziotti in faccia agli studenti. «No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!». Hanno impugnato i manganelli ed han picchiato come fanno sempre loro; ma all'improvviso è poi successo un fatto nuovo, un fatto nuovo, un fatto nuovo: non siam scappati più, non siam scappati più! Il primo marzo, sì, me lo rammento, saremo stati millecinquecento e caricava giù la polizia ma gli studenti la cacciavan via. «No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!». E mi guardavi tu con occhi stanchi, ma c'eran cose molto più importanti; ma qui che fai, ma vattene un po' via! Non vedi, arriva giù la polizia! «No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!». Le camionette, i celerini ci hanno dispersi, presi in molti e poi picchiati; ma sia ben chiaro che si sapeva; che non è vero, no, non è finita là. Non siam scappati più, non siam scappati più. Il primo marzo, sì, me lo rammento... ...No alla classe dei padroni, non mettiamo condizioni, no!





Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

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Pasolini, I cappelli goliardici - Un anno dopo Il PCI ai Giovani

"ERETICO  e  CORSARO"



 I cappelli goliardici 
 Un anno dopo Il PCI ai Giovani

Ieri sera, rincasando, nei pressi di via Veneto, alcuni poliziotti mi hanno fatto dirottare, costringendomi a un lungo e noioso giro. Ho chiesto a un guardia-macchine che cosa succedeva e lui, col suo povero accento burino, felice di sapere, mi ha risposto: "É la festa della matricola". Infatti poco più in là, eroicamente intraprendenti con due povere e confuse passeggiatrici (all'aspetto straniere) ecco un gruppetto di goliardi, non solo coi loro cappelli goliardici in testa, ma per di più coperti di non so che pagliaccesche mantelline di seta. Dunque, siamo ancora ai cappelli goliardici. E i poliziotti fanno loro largo, come quando passa il Papa. Proprio un anno fa ho scritto una poesia sugli studenti, che la massa degli studenti, innocentemente, ha "ricevuto" come si riceve un prodotto di massa: cioè alienandolo dalla sua natura, attraverso la più elementare semplificazione. Infatti quei miei versi, che avevo scritto per una rivista "per pochi", "Nuovi Argomenti", erano stati proditoriamente pubblicati da un rotocalco, "L'Espresso" (11) (io avevo dato il mio consenso solo per qualche estratto): il titolo dato dal rotocalco non era il mio, ma era uno slogan inventato dal rotocalco stesso, slogan ("Vi odio, cari studenti") che si è impresso nella testa vuota della massa consumatrice come se fosse cosa mia. Potrei analizzare a uno a uno quei versi, nella loro oggettiva trasformazione da ciò che erano (per "Nuovi Argomenti") a ciò che sono divenuti attraverso un medium di massa ("L'Espresso"). Mi limiterò a una nota per quel che riguarda il passo sui poliziotti. Nella mia poesia dicevo, in due versi, di simpatizzare per i poliziotti, figli di poveri, piuttosto che per i signorini della facoltà di architettura di Roma (negli scontri ormai così lontani di Valle Giulia): nessuno dei consumatori si è accorto che questa non era che una boutade, una piccola furberia oratoria paradossale, per richiamare l'attenzione del lettore, e dirigerla su ciò che veniva dopo, in una dozzina di versi, dove i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia, in quanto il potere oltre che additare all'odio razziale i poveri - gli spossessati del mondo - ha la possibilità anche di fare di questi poveri degli strumenti, creando verso di loro un'altra specie di odio razziale: le caserme dei poliziotti vi erano dunque viste come "ghetti" particolari, in cui la "qualità di vita" è ingiusta, più gravemente ingiusta ancora che nelle università. Nessuno dei consumatori di quella mia poesia si è soffermato su questo: e tutti si sono soffermati al primo paradosso introduttivo appartenente ai formulari della più ovvia ars retorica. Non sto a raccontare al lettore di quali ricatti sono stato fatto segno in seguito alla cattiva lettura (lettura di cultura di massa) di questa mia poesia: perfino lettori che se l'avessero letta su "Nuovi Argomenti" l'avrebbero capita, leggendola 
sull'"Espresso" sono stati vittime del processo fatale che ho descritto. Ricorderò Occhetto (su "Rinascita") che oltre a limitare la sua critica a quei primi due versi, e non alla dozzina che seguiva (se ne sta occupando forse adesso, che il problema della polizia è esploso, e "l'Unità" pubblica lettere di poliziotti che confermano quello che io dicevo!), aveva trasformato la mia espressione "simpatizzavo" con l'espressione, da lui inventata, "tenevo per". E ricorderò l'infame intervento di un certo Rino Meneghello (12) su "Mondo Nuovo", che mi dava del vigliacco e citava la morte di mio fratello partigiano, che secondo la sua versione di moralista mal informato, era stato ucciso dai fascisti, mentre era stato ucciso dai "fascisti rossi" come lui. Ora, questi cappelli goliardici, una massa enorme che, come poi mi ha detto Elsa Morante, che li ha visti dalla sua terrazza, la mattina avevano riempito come un'orribile marea piazza del Popolo (sempre protetti ufficialmente dai poliziotti bonaccioni). Mi sarebbe facile dire, verso la fine dell'anno accademico 1969, in cui non è più successo niente: "Ecco, fatte le giuste eccezioni, le poche migliaia di studenti di "Trento e Torino, di Pisa e Firenze", di cui parlavo nella mia poesia, la nuova generazione di studenti e la nuova generazione di borghesi con cui dovrò vedermela, e contro cui dovrò continuare a lottare, come coi loro padri". Lo dico, ma non per "cantare vittoria"; lo dico con una atroce amarezza in cuore, con uno scoraggiamento che mi fa venir davvero voglia di non lottare più, di ritirarmi dalla mischia, di non aver più niente da fare con questa briga, di starmene solo. 

Tempo n. 20 a. XXXI, 17 maggio 1969


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
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Giovanna Caterina Salice

Pasolini il PCI ai giovani - Il commento di Angela Molteni.

"ERETICO  e  CORSARO"



Pasolini il PCI ai giovani
Il commento di Angela Molteni.

Quello seguente è il mio intervento sulla rivista Namir: 

Il primo libro di Pier Paolo Pasolini che ebbi tra le mani, anni fa, è stato Teorema. Fu il regalo di un amico per una ricorrenza. E fu una lettura sconvolgente e indimenticabile, tale da farmi amare in modo irreversibile il suo autore, che conoscevo poco e soprattutto attraverso la visione di un suo film, Decameron (di quest’ultimo avevo apprezzato il marcato senso di ironia, la caratterizzazione tutta napoletana dei personaggi e tuttavia la restituzione, originalmente “fedele”, dello spirito del Boccaccio). 
Teorema fu per me la scoperta di Pier Paolo Pasolini, del suo senso critico nei confronti della società com’era sul finire degli anni Sessanta, e di quanto ci stessimo lentamente e inesorabilmente trasformando tutti quanti in individui piccolo-borghesi ai quali non sarebbe rimasto intorno altro che un arido deserto nel quale, magari, urlare scompostamente. 
Il consumismo, il conformismo a certi modelli dettati soprattutto dal potere dei media (in primo luogo dalla televisione con la sua essenza omologante talché una delle convinzioni profonde di Pasolini era che occorresse abolirla), la mutazione antropologica di un intero popolo, il nostro, erano i temi ricorrenti, e condivisi per quanto mi riguarda, in modo quasi maniacale in tutti gli scritti pasoliniani. Una tematica che, rivisitata a 25 anni dalla tragica scomparsa di Pasolini, è tutta puntualmente valida e confermata solo che si osservino, oggi, gli avvenimenti nonché i comportamenti delle persone con cui veniamo in contatto. 
Paradossalmente, Pasolini, uomo mite e generoso, aveva elaborato previsioni ottimistiche rispetto alla realtà qual è oggi: la mutazione, ormai, è avvenuta ed è andata oltre, in questa società ferocemente neocapitalistica nella quale l’uomo medio pare proprio essere quello della definizione pasoliniana: “… un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista…” 
Dopo la lettura di Teorema, cercai e lessi tutta la narrativa e i volumi di saggistica di Pasolini, molte sue poesie e anche le opere teatrali. Tra tutta la sua produzione letteraria, chiedermi che cosa preferisco mi crea non poche difficoltà: affettivamente, forse (e “costretta” a una scelta), Teorema. Ma gli argomenti trattati negli altri suoi libri e soprattutto nei suoi saggi rivelano, del loro autore, una tale preparazione culturale, accuratezza, profondità di analisi e visione realistica della società del suo tempo con i suoi problemi e le sue drammatiche contraddizioni, da non poterli assolutamente porre in secondo piano. 
Chi legga oggi i suoi saggi sul cinema o sulla linguistica, ma anche quelli nati da fatti di cronaca, politici o di costume o le stesse “risposte ai lettori” riprese da Le belle bandiere o da Il caos, non può che restare sbalordito per l’attualità delle analisi di Pasolini, talché gran parte delle sue pagine sembrano scritte ai giorni nostri, e riconoscere che Pasolini non ha mai tentato compromessi con la realtà. 
La critica al Potere (al Palazzo, come lui stesso lo definì coniando un termine che oggi tutti noi utilizziamo correntemente) è costantemente presente nei suoi saggi che culminano nella raccolta Scritti corsari, riguardante i suoi famosi interventi sul “Corriere della Sera”. Né è possibile ignorare la poesia pasoliniana, mai onirica ma legata anch’essa indissolubilmente alla realtà. Pasolini è essenzialmente un poeta, anche nell’opera narrativa e nel cinema: sempre e comunque poetà della realtà. 



Sul Sessantotto Pasolini scelse appunto di scrivere in poesia. Ne nacque la famosa Il Pci ai giovani (Appunti in versi per una poesia in prosa seguiti da una “Apologia”). Il brano, negli anni, è stato sottoposto a innumerevoli interpretazioni e vale la pena soffermarvisi. Molti fecero di questa polemica in versi un motivo di dissenso nei confronti di Pasolini (anche quando pareva di poter cogliere quanto vi fosse anche di ironico nel testo pasoliniano, com'è il mio caso poiché non ho avuto mai dubbi che Pasolini parteggiasse comunque per le lotte studentesche), più che altro per motivi di opportunità politica poiché egli, uomo di sinistra come più volte aveva ribadito, aveva scelto di pubblicare i suoi versi su un periodico di ampia tiratura proprio in un momento molto “caldo” della contestazione studentesca (e anche operaia), permettendo oltretutto in tal modo una plateale, delirante e sgangherata strumentalizzazione delle sue parole da parte della destra. 
A Roma, a Milano e in diverse città europee alcuni studenti furono uccisi per mano di polizia e carabinieri; a Città del Messico vi fu una vera e propria strage, sempre di studenti. Come si poteva dunque, da sinistra (dai partiti politici alle organizzazioni sindacali e ai loro militanti), anche se si comprendeva fino in fondo che si trattava di provocazione, non criticare, e anche duramente, le parole di Pasolini, espresse in un momento tanto delicato e drammatico? 
Era vero: chi aveva la possibilità di affrontare studi universitari in gran parte proveniva da famiglia borghese, così come chi si arruolava in polizia proveniva da classi meno abbienti, dal proletariato e dal sottoproletariato. Ma nel testo pasoliniano sembra quasi che il poeta non tenga conto delle funzioni. Nessuno ha mai contestato il singolo poliziotto-sottoproletario. Quello che era aspramente contestato, se mai, erano le funzioni e il ruolo delle forze dell’ordine in quanto istituzione. Gli studenti sostanzialmente si opponevano, e a ragione, all’utilizzo delle forze di polizia e dei carabinieri da parte del potere che ne faceva strumento violento di repressione, questo è il punto. Aldilà di degenerazioni che pure ci furono, gli studenti nel '68 pretendevano di ottenere, con le loro lotte, profondi cambiamenti morali e politici nel Paese; esigevano tra l'altro uno “svecchiamento” degli studi superiori e dell’università, invocavano condizioni che favorissero l’accesso agli studi anche ai meno abbienti ed eliminassero la selezione; volevano fortemente la fine delle “baronie” e dei privilegi. L’istituzione forniva invece, utilizzando i “figli del popolo” un addestramento mirato a stroncare una qualsiasi contestazione, evidentemente con ogni mezzo, anche il più antidemocratico, se è vero oltretutto che vi furono anche dei morti. 
Anche in Cile, qualche anno più tardi, i carabineros, o meglio, molti di essi (provenienti da classi sociali ancor più disagiate di quelle sottoproletarie italiane), furono il braccio armato del colpo di Stato di Pinochet, pilotato dalla Cia, come ormai storicamente accertato. Non agivano individualmente o in quanto sottoproletari ma in quanto gruppo addestrato ad assolvere determinati compiti. E i primi a pagare con la vita o con la sparizione a causa di quell’orrendo delitto contro un Governo costituzionalmente eletto, quello di Salvador Allende, oltre allo stesso Presidente furono studenti (certamente in gran parte figli di borghesi) e lavoratori. 
Ma Pasolini non si schierò affatto dalla parte dei celerini. Proprio le strumentalizzazioni, sedimentate, della poesia pasoliniana non permisero, e non permettono ancora ai nostri giorni, di analizzare con la dovuta attenzione l'"Apologia”, il testo che Pasolini fece seguire agli appunti in versi: occorrerebbe leggerla integralmente per comprendere i reali intenti del poeta, altrimenti risultano evidenziati soltanto gli stereotipi, "studenti figli di papà" "poliziotti figli del popolo", e su questi si innestano equivoci senza fine e si tentano ancora oggi strumentalizzazioni anche volgari. 
Mi auguro siano sufficienti alcune brevi citazioni dall'"Apologia": "[…] Sia dunque chiaro che questi brutti versi io li ho scritti su più registri contemporaneamente: e quindi sono tutti 'sdoppiati' cioè ironici e autoironici. Tutto è detto tra virgolette. Il pezzo sui poliziotti è un pezzo di ars retorica, che un notaio bolognese impazzito potrebbe definire, nella fattispecie, una 'captatio malevolentiae': le virgolette sono perciò quelle della provocazione. […]". 
Ecco il punto: la provocazione. Provocando gli studenti ("in che altro modo mettermi in rapporto con loro, se non così?") Pasolini intendeva stimolarli ad analizzare, "al di fuori così della sociologia come dei classici del marxismo", la loro condizione di piccolo-borghesi; a togliersi di dosso tale loro condizione utilizzando la loro intelligenza in senso critico ("abbandonando la propria autodefinizione ontologica e tautologica di 'studenti' e accettando di essere semplicemente degli 'intellettuali'") e "operando l’ultima scelta ancora possibile […] in favore di ciò che non è borghese". 



Sì, Pasolini amava dire la verità. Ciò gli è costato molto caro: una sequela di vere e proprie persecuzioni giudiziarie; forse la sua stessa uccisione (è sufficiente leggere gli atti del processo a quello che fu alla fine indicato come il suo solo assassino per rilevare quanto di tale delitto rimase "sospeso", inesplorato, non chiarito fino in fondo). Non vi fu suo libro o suo film che uscisse indenne da tale persecuzione. Pasolini fu sottoposto a un "processo infinito" che avrebbe dovuto farlo desistere, o quanto meno stancare, dal continuare a puntare indici accusatori sul potere politico, sulle storture, sulle orrende trasformazioni della società in cui viveva. 
Non fu sufficiente a farlo tacere neppure il pregiudizio con il quale lo si marchiava. Scrisse Alberto Moravia nelle pagine introduttive del bellissimo libro Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte (Garzanti, Milano 1977): " Ora però avviene che qualcuno pur essendo comunista, si permette di non essere sano e normale (s'intende dal punto di vista della borghesia) e all'omosessualità aggiunge altre anormalità come la cultura, la poesia, la polemica politica, l'arte ecc. ecc. Che cosa succederà ad un simile personaggio? [...] sarà odiato non già perché è comunista e perché è omosessuale, ma perché vuole essere tutte e due le cose insieme, nonché poeta, uomo di cultura, polemista politico, artista di tutte le arti." 
Né furono comunque sufficienti né efficaci le persecuzioni subite a impedirgli di affermare "Io so chi sono gli autori delle stragi…". 
Qual è la sua "verità più vera"? Ciò che già si andava attuando in quegli anni '70 e che oggi è ormai definitivamente compiuto: la vera e propria "mutazione antropologica" di un intero popolo, il nostro, sulla quale Pasolini scrisse tra l'altro (1974): 
"L'ansia del consumo è un'ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l'ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell'essere felice, nell'essere libero: perché questo è l'ordine che egli inconsciamente ha ricevuto, e a cui deve obbedire, a patto di sentirsi 'diverso'. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L'uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una falsa uguaglianza ricevuta in regalo."
Un intero popolo imborghesito, grazie a questa mutazione, a questa selvaggia omologazione, non è un bello spettacolo. Di questa "nuova preistoria" Pasolini aveva dato precisi e sgomenti segnali fin dai primi anni Sessanta: da Mamma Roma che vuol costruire una vita dignitosa anche se "falsa" per suo figlio, fino alla fatuità e alla rivoltante crudeltà dei "quattro signori" - e di tutti gli altri - di Salò. 
I valori, gli ideali, sono oggi incarnati dal denaro e da ciò che esso può dare. Vi è una caduta verticale del senso di solidarietà, un degradante senso del possesso, non importa se di cose o di persone. Tutto è all'insegna del profitto: si sfrutta, oggi più che mai, il lavoro minorile; si causano, per indifferenza o indegna tutela di interessi particolari, drammatiche morti sul lavoro; si producono schifezze che poi ci vengono propinate come "cibo"; si stravolge la natura quando non la si distrugge; si tuona farisaicamente contro l'immoralità o la violenza, salvo distribuirne a piene mani nei "prodotti" televisivi e cartacei; si attacca ferocemente una magistratura che ha avuto il coraggioso torto di colpire gli interessi e le malefatte di alcuni potenti… La politica non è più neppure spettacolo, è semplicemente pubblicità e nessuno pare più nemmeno ricordare che il comune, la provincia, la regione, lo stato, sono servizi per i cittadini e non personali riserve di caccia né tantomeno palcoscenici pubblicitari per il "faccione" di turno; il governo della cosa pubblica è ridotto a fatto personale… E poi: tutti col telefonino; tutti in vacanza nello stesso periodo; tutti a scambiarci gadget per san Valentino; tutti a giocare al superenalotto; tutti allo stadio a berciare contro le fazioni avversarie… un vero e proprio pensiero unico, una vera e propria clonazione delle coscienze. Chi non è allineato al pensiero unico viene osservato con stupore e con sospetto, quasi fosse un marziano: nel migliore dei casi, dai più viene ritenuto "un alienato" o perlomeno uno "un po' picchiatello"… 
Come risulta chiaro dalle lucide, quasi profetiche analisi pasoliniane, il più grande impulso a tale raccapricciante mutazione è venuto dalla scuola a sua volta omologata, dalla televisione e più in generale dai mezzi di comunicazione di massa, dalla pubblicità e dai "grandi comunicatori": i giornali "parlano" tutti allo stesso modo, i telegiornali paiono fatti con lo stampino… Un intero popolo è caduto in una trappola, subdola ancorché - almeno per ora - incruenta. 
Ieri sentivo un bambino di sei anni, che andrà a scuola per la prima volta tra qualche giorno, piantare una "grana" spaventosa poiché pretendeva di avere uno zainetto "firmato". Ecco, in questo piccolissimo episodio vi è il senso di ciò che intendo quando rifletto sull'enorme e attualissima validità delle verità che Pasolini esprimeva. 



Sul raduno di Roma per il "Giubileo dei giovani" non ho molto da dire: anche il Papa è certamente un "grande comunicatore" e sa perfettamente come esercitare il potere che detiene saldamente, allo stesso modo di parecchi degli uomini passati alla storia del secolo Ventesimo. E anche i giovani fanno parte di questa società orrendamente borghese e omologata contro la quale Pasolini, sia pure inascoltato e ancor più perseguitato, ha levato tanto frequentemente la sua voce… 
Da qualsiasi parte arrivino e in qualsiasi contesto si esprimano, non amo né i dogmatismi né i fanatismi né i settarismi né gli integralismi: sono pericolosi e forieri di sventure; li ritengo contro l'uomo e contro le potenzialità che ciascun essere umano sarebbe in grado di esprimere se non fosse condizionato anche dalle sovrastrutture ecclesiastico-cattolico-romane a un conformismo servile, a una inammissibile mitizzazione; non aprono alcun dialogo, alzano piuttosto steccati non facilmente abbattibili. 
E, se ripenso al Vangelo secondo Matteo (il film di Pasolini che preferisco) e alla profonda e introspettiva lezione che del Cristo ha dato quel grande poeta, con la sua sensibilità e altissima spiritualità, e con una religiosità che, per esempio, nulla ha a che fare con le ipocrisie e gli anatemi del cattolicesimo e delle sue gerarchie, mi pare che ciò che hanno espresso i giovani del raduno di Roma (tutti spaventosamente uguali, con le loro magliette, i loro cappellini, le loro dichiarazioni "in carta carbone" all'intervistatore di turno) sia qualcosa di profondamente estraneo allo spirito evangelico e ai suoi insegnamenti. La chiesa come istituzione, con le sue correnti interne di potere, le sue speculazioni affaristico-economiche che ne hanno fatto una "industria delle anime", le sue congiure e i suoi misteri irrisolti, a mio parere, vive d'altronde già da lungo tempo una tale estraneità. 
Che non sia più possibile agli esseri umani sviluppare non dico le qualità acutamente analitiche di Pier Paolo Pasolini, ma almeno un briciolo di autonomo senso critico? 

Angela Molteni 
3 settembre 2000 


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

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Giovanna Caterina Salice