mercoledì 28 febbraio 2018

APOLOGIA - Valle Giulia

"ERETICO e CORSARO"



I GIOVANI DELLA CONTESTAZIONE NON 
AVEVANO GLI ANTICORPI PER USCIRE 
DALL'ENTROPIA BORGHESE , ESSENDO 
FIGLI DI UN MONDO IN CUI LA BORGHESIA 
STAVA DIVENTANDO LA CONDIZIONE UMANA.

APOLOGIA

Che cosa sono i «brutti versi» (come presumibilmente questi, de «Il PCI ai giovani!!»)? È fin troppo semplice: i brutti versi sono quelli che non bastano da soli a esprimere ciò che l’autore vuole esprimere: cioè in essi le significazioni sono alterate dalle consignificazioni, e insieme le consignificazioni ottenebrano le significazioni.
Si sa poi che la poesia attinge i segni da campi semantici diversi, facendoli combaciare, spesso arbitrariamente; fa quindi di ogni segno una specie di stratificazione di cui ogni strato corrisponde a un’accezione del segno tratta da un campo semantico diverso, ma provvisoriamente combaciante (per via di un démone) con gli altri.
Allora: i brutti versi sono sì, comprensibili: ma per comprenderli occorre della buona volontà.

Dubito della buona volontà di molti dei lettori di questi brutti versi: anche perché, in molti casi, dovrò prevedere per essi, per così dire, «una cattiva volontà in buona fede». Cioè una passione politica altrettanto valida della mia, che ha speranze e amarezze, idoli e odii come la mia.
Sia dunque chiaro che questi brutti versi io li ho scritti su più registri contemporaneamente: e quindi sono tutti «sdoppiati» cioè ironici e autoironici. Tutto è detto tra virgolette. Il pezzo sui poliziotti è un pezzo di ars retorica, che un notaio bolognese impazzito potrebbe definire, nella fattispecie, una «captatio malevolentiae»: le virgolette sono perciò quelle della provocazione. Spero che la cattiva volontà del mio buon lettore «accetti» la provocazione, dato che si tratta di una provocazione a livello simpatetico. (Quelle che non si accettano sono le provocazioni dei fascisti e della polizia.) Tra virgolette sono anche per esempio i due passi riguardanti i vecchi operai che vanno la sera in cellula a imparare il russo, e l’evoluzione del vecchio, buon acciaccato PCI: a parte il fatto che oggettivamente tale figura di operaio e di PCI corrisponde anche alla «realtà», qui, in questa mia poesia sono figure retoriche e paradossali: ancora provocatorie.

L’unico brano non provocatorio, anche se detto in tono fatuo, è quello parentetico finale. Qui sì pongo, sia pure attraverso lo schermo ironico e amaro (non potevo convertire di colpo il démone che mi ha frequentato, subito dopo la battaglia di Valle Giulia – e insisto sulla cronologia anche per i non filologi), un problema «vero»: nel futuro si colloca un dilemma: guerra civile o rivoluzione?
Non posso fare come tanti miei colleghi, che fingono di confondere le due cose (o le confondono veramente!), e presi dalla «psicosi studentesca» si son buttati a corpo morto dalla parte degli studenti (adulandoli, e ricavandone disprezzo); non posso nemmeno affermare che ogni possibilità rivoluzionaria sia esausta, e che quindi bisogna optare (come in un diverso destino storico accade in America o nella Germania di Bonn) per la «guerra civile»: infatti la guerra civile la borghesia la combatte contro se stessa, come ho più volte ripetuto. Né, infine, sono così cinico (come i francesi) da pensare che si potrebbe fare la rivoluzione «approfittando» della guerra civile scatenata dagli studenti – per poi metterli da parte, o magari farli fuori.

È da questo stato d’animo che sono nati questi brutti versi, la cui dominante è comunque la provocazione (che essi esprimono indiscriminatamente, a causa della loro bruttezza). Ma, e questo è il punto, perché sono stato così provocatorio con gli studenti (tanto che qualche untuoso giornale padronale vi potrebbe speculare)?
La ragione è questa: fino alla mia generazione compresa, i giovani avevano davanti a sé la borghesia come un «oggetto», un mondo «separato» (separato da loro, perché, naturalmente, parlo dei giovani esclusi: esclusi per un trauma: e prendiamo come trauma tipico quello di Lenin diciannovenne che ha visto il fratello impiccato dalle forze dell’ordine). Potevamo guardare la borghesia, così, oggettivamente, dal di fuori (anche se eravamo orribilmente implicati con essa, storia, scuola, chiesa, angoscia): il modo per guardare oggettivamente la borghesia ci era offerto, secondo uno schema tipico, dallo «sguardo» posato su di essa da ciò che non era borghese: operai o contadini (di quello che si sarebbe poi chiamato Terzo Mondo). Perciò noi, giovani intellettuali di venti o trenta anni fa (e, per previlegio di classe, studenti) potevamo essere antiborghesi anche al di fuori della borghesia: attraverso l’ottica offertaci dalle altre classi sociali (rivoluzionarie, o rivoltose che fossero).
Siamo cresciuti, dunque, con l’idea della rivoluzione in testa: della rivoluzione operaia-contadina (Russia ’17, Cina, Cuba, Algeria, Vietnam). Di conseguenza abbiamo fatto, dell’odio traumatico per la borghesia, anche una giusta prospettiva in cui integrare la nostra azione: in un futuro non evasivo (almeno parzialmente, perché tutti siamo un po’ sentimentali).

Per un giovane di oggi la cosa si pone diversamente: per lui è molto più difficile guardare la borghesia oggettivamente attraverso lo sguardo di un’altra classe sociale. Perché la borghesia sta trionfando, sta rendendo borghesi gli operai, da una parte, e i contadini ex coloniali, dall’altra. Insomma, attraverso il neocapitalismo, la borghesia sta diventando la condizione umana. Chi è nato in questa entropia, non può in nessun modo, metafisicamente, esserne fuori. È finita. Per questo provoco i giovani: essi sono presumibilmente l’ultima generazione che vede degli operai e dei contadini: la prossima generazione non vedrà intorno a sé che l’entropia borghese.
Ora, io, personalmente (la mia privata esclusione, ben più atroce di quella che tocca mettiamo a un negro o a un ebreo, da ragazzo) e pubblicamente (il fascismo e la guerra, con cui ho aperto gli occhi alla vita: quante impiccagioni, quante uncinazioni!) sono troppo traumatizzato dalla borghesia, e il mio odio verso di lei è ormai patologico. Non posso sperare nulla né da essa, in quanto totalità, né da essa in quanto creatrice di anticorpi contro se stessa (come succede nelle entropie. Gli anticorpi che nascono nell’entropia americana hanno vita e ragione di essere solo perché in America ci sono i negri: che hanno per un giovane americano la funzione che hanno avuto per noi ragazzi gli operai e i contadini poveri).

Data questa mia sfiducia «totale» nella borghesia, io resisto, dunque, all’idea della guerra civile, che, magari attraverso l’esplosione studentesca, la borghesia combatterebbe contro se stessa. Già i giovani di questa generazione, sono, direi fisicamente, molto più borghesi di noi. Dunque? Non ho diritto di provocarli? In che altro modo mettermi altrimenti in rapporto con loro, se non così? Il demone che mi ha tentato è un demone, si sa, pieno di vizi: stavolta ha avuto anche il vizio dell’impazienza e del disamore per quella vecchia opera artigiana che è l’arte; ha fatto un solo rozzo fascio di tutti i campi semantici, rimpiangendo addirittura di non essere anche pragmatico, cioè di abbracciare anche i campi semantici che sono sede delle comunicazioni non linguistche: presenza fisica e azione… Per concludere, dunque, i giovani studenti di oggi, appartengono a una «totalità» (i «campi semantici» su cui essi, sia attraverso la comunicazione linguistica che non-linguistica, si esprimono), sono strettamente unificati e recintati: essi non sono dunque in grado, credo, di capire da soli che, quando si definiscono «piccolo-borghesi» nelle loro autocritiche, commettono un errore elementare quanto inconsapevole: infatti il piccolo-borghese di oggi non ha più nonni contadini: ma bisnonni e forse trisavoli; non ha vissuto un’esperienza antiborghese rivoluzionaria (operaia) pragmaticamente (e da ciò gli inani brancolamenti alla ricerca dei compagni operai); ha esperimentato, invece, il primo tipo di qualità di vita neocapitalistica, coi problemi dell’industrializzazione totale. Il piccolo-borghese di oggi, dunque, non è più quello che viene definito nei classici del marxismo, mettiamo in Lenin. (Come, per esempio, la Cina attuale non è più la Cina di Lenin: e dunque citare l’esempio della «Cina» dal libretto sull’imperialismo di Lenin, sarebbe una follia.) Inoltre i giovani di oggi (che si sbrighino poi ad abbandonare l’orrenda denominazione classista di studenti, e a diventare dei giovani intellettuali) non si rendono conto di quanto sia repellente un piccolo-borghese di oggi: e che a un tale modello si stanno conformando sia gli operai (malgrado il persistente ottimismo del canone comunista) sia i contadini poveri (malgrado la loro mitizzazione operata dagli intellettuali marcusiani e fanoniani, me compreso, ma ante litteram).

A tale coscienza manichea del male borghese gli studenti possono giungere dunque (per ricapitolare):
a) rianalizzando – al di fuori così della sociologia come dei classici del marxismo – i piccoli borghesi che essi sono (che noi siamo) oggi.
b) abbandonando la propria autodefinizione ontologica e tautologica di «studenti» e accettando di essere semplicemente degli «intellettuali».
c) operando l’ultima scelta ancora possibile – alla vigilia della identificazione della storia borghese con la storia umana – in favore di ciò che non è borghese (cosa che essi possono fare ormai solo sostituendo la forza della ragione alle ragioni traumatiche personali e pubbliche cui accennavo: operazione, questa, estremamente difficile, che implica un’autoanalisi «geniale» di se stessi, al di fuori di ogni convenzione).

Pier Paolo Pasolini, tratto
da "Empirismo eretico".



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

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