sabato 13 gennaio 2018

Pier Paolo Pasolini - La Poesia è una merce inconsumabile

"ERETICO  e  CORSARO"


La Poesia è una merce inconsumabile
Il Caos

Io produco una merce, la poesia, che è inconsumabile: 
morirò io, morirà il mio editore, moriremo tutti noi, 
morirà tutta la nostra società, morirà il capitalismo 
ma la poesia resterà inconsumata.

(Pasolini alla trasmissione di Enzo Biagi, 
“Terza B, facciamo l’appello”)

Gli studenti di "Ombre Rosse"

"Cultura al servizio della rivoluzione": è il titolo di un articolo firmato da "I rappresentanti del Movimento Studentesco presenti a Pesaro", apparso sul n. 5 di "Ombre Rosse" (una bella anche se, diciamo, alquanto terroristica, rivista di cinema che si pubblica a Torino).
Che significa, si chiederà l'innocente lettore, "presenti a Pesaro"? Eh! "Pesaro" significa il "Festival del Nuovo Cinema di Pesaro": ma tra noi competenti basta dire "Pesaro" e ci capiamo. É diventato un luogo dello spirito...
Epigrafe di questo scritto del Movimento Studentesco è una frase di Stokely Carmichael, del resto famosa: "Gli intellettuali non ci interessano per quello che fanno, ma per quello che fanno per noi". "Fare" va inteso nel senso greco di "poetare": non certo nel senso pragmatico di "agire": ché in tal caso la frase di Carmichael sarebbe ovvia.
Mi sembra che tale frase sia ingenua, e risenta del complesso di inferiorità razziale di Carmichael. Meravigliosa e rispettabile ingenuità, dunque. Cosa sono gli intellettuali? Dei privilegiati, forse, tra i reietti? Oppure dei reietti un po' più privilegiati degli altri? Hanno forse... delle forti raccomandazioni, dentro il sistema, per cui possono "fare qualcosa" per i reietti allo stato puro, totalmente innocenti? Gli intellettuali - ancora - detengono forse una sorta di potere, per cui "possono fare qualcosa per i più disgraziati di loro"? Ma se fosse così, se gli "intellettuali" godessero di qualche "raccomandazione", misteriosa, all'interno del sistema, oppure se avessero qualche potere autonomo, che con quello del sistema finirebbe poi con l'identificarsi, perché chiedere loro alleanza e aiuto? Non sarebbero dei nemici o dei falsi amici?
La realtà è questa: che anche l'intellettuale è un reietto, nel senso che il sistema lo relega al di fuori di se stesso, lo cataloga, discrimina, gli affibbia un cartello segnaletico: onde: o renderlo dannato, o integrarlo. Si sa. Anche se apparentemente un po' meno sfortunato del "povero negro", l'intellettuale vive in sostanza l'identica esperienza di "diversità" del negro. I due sono fratelli nella segregazione, e nella lotta che devono ingaggiare contro il sistema per "limitare" (altro non possono fare) la sua capacità di "catalogarli e integrarli".
Il "negro" Carmichael è così sprofondato nella sua "diversità" di negro, che tutto ciò che è bianco gli appare fortunato. Ma, evidentemente, si sbaglia. Svariate sono "le vite non degne di essere vissute" (Himmler), ivi comprese molte vite di bianchi (nessuno ricorda mai che tra i destinati alle camere a gas, ci sono anche gli zingari e gli omosessuali, per esempio). Così Carmichael tende a vedere gli intellettuali come dei padri, che possono fare qualcosa per lui. Ora, io, invece, intellettuale (perduto nella mia "diversità" altrettanto umiliante, anche se spesso consolata, che quella dei negri), io considero Carmichael, come un padre: e son io che penso che lui può fare qualcosa per me.
Al di là di questo gioco, risulta dunque chiara una cosa: che non esiste differenza tra ciò che un intellettuale "fa" e ciò che un intellettuale "fa per qualcuno" (nel nostro caso i negri). E non parlo solo dell'intellettuale progressista, che è schierato politicamente con quelle forze che lottano al fianco dei negri, ma anche dell'intellettuale che cerca, e ottiene - nella sua vita pratica e nella sua ideologia politica - di essere integrato (nel caso, s'intende, di un intellettuale che "fa", cioè "fa poesia"). Infatti anche questo tipo di intellettuale, suo malgrado, "facendo" ("facendo poesia") "fa per qualcuno" anche se indirettamente, molto indirettamente.
La frase di Carmichael è dunque pleonastica. E, secondo me, andrebbe corretta così: "L'intellettuale, nostro fratello di sventura e coabitante nel nostro ghetto, qualunque cosa scriva, implicitamente ci serve: meglio però sarebbe se ci servisse esplicitamente". (Per analogia a questo parallelo negro-intellettuale, mi viene in mente di consigliare il lettore di rileggere - come io sono stato consigliato dal critico torinese Carluccio - le pagine di Marcel Proust dedicate al parallelo ebreo-omosessuale, nella "Recherche", tomo Ii, "Sodome et Gomorrhe", pagg. 614 e segg. dell'edizione della "Pléiade").
Una rivolta esistenziale, fatta cioè attraverso il proprio corpo, non solo come "teofania", apparizione nel presente, ma anche come continuità nel tempo (ossia una rivolta attuata attraverso la propria esistenza pratica e corporea), avviene al livello della struttura o della sovrastruttura?
Un negro che presenti la sua "faccia" - nient'altro che la sua faccia, ossia la sua negritudine esistenziale - in un cocktail tutto di purissimi anglosassoni, in un quartiere residenziale, dove è proibito abitare perfino ai "sudeuropei"!, compie evidentemente un atto di rivolta. Col suo stesso "esserci", col suo stesso "esserci come negro".
Ebbene, l'opera di un autore è come la faccia di un negro. É con la sua stessa presenza, con il suo "esserci", che è rivoluzionaria. E ciò, secondo me, non avviene affatto a livello sovrastrutturale, ma strutturale. Infatti l'intera struttura è messa in ballo e in pericolo, dal solo "esserci" della faccia di un negro o dell'opera di un autore. Un'altra domanda. L'"auto-proiezione soggettiva" (è la terminologia del pezzo del Movimento Studentesco sopra citato) di un artista è una esperienza parziale o totale?
Parziale, evidentemente. Ma solo la parzialità è esaustiva! Quindi hanno ragione gli studenti: un artista è mistificatore quando vuole far passare per totale la propria "auto-proiezione" soggettiva parziale. Ma gli studenti hanno torto a non considerare tale parzialità come profondità, come "effettiva" e non "proclamata", totalità. Figurarsi! É tutta la vita che mi oppongo agli intellettuali che presentano la propria esperienza come "totale", e quindi "metastorica"; implicando per la poesia quella nozione di "assolutezza" attraverso cui la borghesia si crea un "alibi nobilitante", mentre essa in realtà riduce tutto a merce: altro che assolutezza!
Ma gli studenti, autori di questo articolo, si pongono un falso dilemma: la poesia infatti per loro sarebbe: o merce, o valore metastorico. Cioè essi si pongono nei panni di un borghese, e vedendo la "poesia" così, attraverso i suoi occhi, non possono che disprezzarla: sia come merce, sia come valore metastorico.
La poesia invece:
a) Non è merce perché non è consumabile. É ora di dirlo: questo di paragonare l'opera a un prodotto, e i suoi destinatari a dei consumatori, può essere una divertente, spiritosa metafora. Ma nient'altro. Anzi, se qualcuno dice sul serio una cosa simile, è un imbecille. La poesia infatti non è prodotta "in serie": non è dunque un prodotto. E un lettore di poesia può leggere anche un milione di volte una poesia: non la consumerà mai. Anzi, strano a dirsi, forse, la milionesima volta, la poesia gli potrà sembrare più strana, nuova e scandalosa che la prima volta. Inoltre non c'è frigorifero o scarpa prodotta a Varese, che sia consumabile anche dai posteri (mi si scusi la facile spiritosaggine).
b) La poesia non è "valore metastorico", perché non si fa e non si legge fuori dalla storia. Essa è se mai iperstorica, perché la sua carica di ambiguità non si esaurisce in alcun momento storico concreto.

Tempo n. 51 a. XXX, 14 dicembre 1968


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

Pasolini contro Cassola - "In morte del realismo" - 29 giugno 1960

"ERETICO  e  CORSARO"

Fonte: Biblioteca nazionale centrale Roma
"In morte del realismo"
Pasolini contro Cassola
Paese Sera
29 giugno 1960
Biblioteca nazionale centrale Roma



«Sono qui a seppellire il neorealismo italiano
 non a farne l'elogio»

Fonte: Biblioteca nazionale centrale Roma
1960, "La ragazza di Bube" di Carlo Cassola, vince il Premio Strega. I concorrenti sono:


  • Alberto Arbasino, L’anonimo lombardo (Feltrinelli)
  • Giovanni Arpino, La suora giovane (Einaudi)
  • Laudamia Bonanni, L’imputata (Bompiani)
  • Raffaello Brignetti, La riva di Charleston (Einaudi)
  • Italo Calvino, Il cavaliere inesistente (Einaudi)
  • Manlio Cancogni, Una parigina (Feltrinelli)
  • Carlo Cassola, La ragazza di Bube (Einaudi)
  • Laura Di Falco, Una donna disponibile (Salvatore Siascia)
  • Ettore Lo Gatto,  Puškin. Storia di un poeta e del suo eroe (Mursia)
  • Claudia Patrizi, Stanotte cambia vento (Rizzoli)
  • Mario Picchi, Roma di giorno (Lerici)
  • Renzo Rosso, L’adescamento (Feltrinelli)
  • Furio Sampoli, Lo specchio nero (Vallecchi)
  • Sergio Saviane, Festa di laurea (Parenti)
  • Vittorio Sermonti, Giorni travestiti da giorni (Feltrinelli)
Prima votazione Casa Bellonci, 19 giugno ( Prima dell'intervento di Pier Paolo Pasolini )
  • Cassola 63
  • Bonanni 46
  • Calvino 38
  • Arpino 23
  • Di Falco 22
  • Picchi 22
Seconda votazione Villa Giulia, 7 luglio ( Dopo dell'intervento di Pier Paolo Pasolini )
  • Cassola 151
  • Calvino 70
  • Bonanni 38
  • Arpino 27
  • Picchi 24
  • Di Falco 11
Premio: lire 1.000.000    ( Siamo nel 1960 e un milione era una bella cifra )                
Fonte: Biblioteca nazionale centrale Roma


Pasolini è il testimone, l'avvocato letterario di Italo Calvino in concorso con il suo " Il cavaliere inesistente", prende la parola ed in modo quasi inaspettato, attacca Cassola accusandolo di aver decretato la morte del Realismo. Pasolini non sarà l'unico, a questo suo intervento seguiranno anni di polemiche letterarie che nell'immediato vedranno Sanguineti, in occasione del convegno del Gruppo 63, alzare la polemica ed anche un politico come Togliatti, esprimersi negativamente:


Togliatti definì lo scrittore come “un diffamatore della Resistenza”.

Pasolini intervenne il 28 giugno alla presentazione dei finalisti del premio Strega 1960, con un attacco di una violenza letteraria inaudito, un intervento in versi che ironicamente definiva l'operazione effettuata da Cassola, "La morte del realismo". Prende la parola e invece di difende il lavoro di Calvino, estrae un fascicolo di versi dalla tasca e dice:


Sono qui a seppellire il neorealismo italiano non a farne l'elogio.

I versi che seguono sono quelli letti dal Poeta il 28 giugno del 1960:

Fonte: Biblioteca nazionale centrale Roma

IN MORTE DEL REALISMO
  (1960)


Friends, Romans, countrymen, lend me your ears!
  Sono qui a seppellire il realismo italiano
  non a farne l’elogio. Il male di uno stile
  gli sopravvive, spesso, ma il bene resta,
  spesso, sepolto insieme al suo ricordo.
  E così sarà dello stile realistico.
  L’eletto Cassola vivacemente attesta
  ch’esso era ambizioso: se così fosse
  sarebbe, questo, un gran demerito, ed equa
  quindi, la sua fine. S’egli lo concede
  – e Cassola è un rispettabile scrittore:
  tutti i neo-puristi son rispettabili scrittori –
  son venuto qui io a parlare della morte
  del realismo italiano: il suo stile era misto,
  difficile, volgare... Ma Cassola pensa
  che esso era ambizioso: e, Cassola,
  è un rispettabile scrittore... Diede, quello stile,
  alla lingua un numero infinito di parole,
  che di nuovi apporti di realtà riempirono
  il vuoto senile dell’Erario: fu questa,
  forse, nel realismo italiano, ambizione?
  Esso esprimeva il dolore del proletario,
  piangendo col suo pianto: io direi
  ch’è ambizioso, al contrario,
  chi si smorza e si umilia nel lirismo
  della prosa interiore, del socialismo bianco...
  Ma Cassola dice ch’esso era ambizioso:
  e Cassola è un rispettabile scrittore.
  Tutti sapete come quello stile
  nato per esprimere il reale
  si rifiutasse a ogni onore ufficiale:
  era ambizione questa? Ma Cassola lo dice:
  e certo Cassola è un rispettabile scrittore.
  Ah, io non parlo per disapprovare
  ciò che dice Cassola, ma per dire ciò ch’io so.
  Tutti l’avete amato, quello stile, ai giorni
  della speranza: e non senza motivo.
  Che motivo ora v’impedisce di rimpiangerlo?
  Ah, Ragione! perduta di nuovo negli oscuri
  meandri dell’irrazionalità! Elusione,
  riduzione, elezione stilistica: atti,
  tutti, della resa davanti alla reazione!
  Scusate... il mio cuore è là, dentro la bara,
  con quello stile... Vorrei tacere, e basta.
  Ancora ieri il discorso volgare
  dello stile mimetico e oggettivo
  – la grande ideologia del reale –
  vi sbigottiva... E ora eccolo là,
  per terra: e nessuno, ora, si sente
  così indegno da dovergli rispetto.
  Se io tentassi di farvi indignare,
  signori, farei un torto a Cassola
  e agli altri neo-puristi, che, si sa,
  sono tutti rispettabili scrittori.
  No, io non voglio fargli torto: meglio,
  allora, far torto a questo ucciso, a me,
  a voi, piuttosto che spiacere
  a tutti questi rispettabili scrittori.
  Ma ho qui qualche appunto sopra quello stile:
  consideratelo pure un testamento.
  Se voi lo conosceste – e lo voleste
  finalmente capire – vi buttereste tutti
  a baciare questo morto, piaga dopo piaga,
  a bagnare i fazzoletti nel suo sangue!
  Ma temo a dirvene il valore riposto:
  non è bene, forse, che sappiate
  quanto quello stile vi esprimesse!
  Voi non siete legno, voi non siete pietre:
  voi siete uomini: e da uomini,
  capendo finalmente cosa era,
  cosa voleva essere il Realismo
  sia pur babelico o mimetico,
  potreste indignarvi, potreste volere
  la rivoluzione... Meglio non sappiate
  che quello stile voleva darvi alla storia:
  perché, se lo sapeste, incendiereste
  il vostro Stato e la vostra Chiesa...
  Ah, forse non dovevo cedere, e parlarvene!
  È un torto ch’io faccio ai rispettabili scrittori
  che con articoli, conferenze, inchieste
  hanno finito col restaurare la lingua
  e ottenere quello che volevano:
  ridurla al grigiore dello Stato.
  Ma se volete raccogliervi, qui, intorno
  a questa salma, io oserei descriverla,
  ai vostri occhi che non hanno veduto...
  E, se avete lacrime, spandetele!
  Voi conoscete tutti quale fu la forma
  di quella grande, sebbene ancora incerta,
  ideologia. Ricordo i primi giorni
  del suo uso, ancora nella luce
  della Resistenza. Il fascismo era vinto,
  pareva vinto il Capitale. Ecco, invece,
  qui lo strappo, in questa forma, del pugnale
  di Tomasi, ecco la rabbiosa sdrucitura
  dei neosperimentali, ecco il colpo
  tagliente di Cassola – ch’era amico.
  Quando egli estrasse la punta sacrilega,
  guardate come il sangue la seguì,
  quasi per verificare ch’era lui, Cassola,
  a colpire così, senza vergogna...
  Perché Cassola, lo sapete, è socialista:
  ha agito dentro il cuore dell’idea
  realista; e il suo è il colpo più brutale.
  A quella ingratitudine, più che alla ferita,
  il Realismo chinò il capo, arreso.
  E, involuta negli stanchi stilemi,
  la grande ipotesi vacillò, esaurita.
  Ah, cittadini, che caduta fu quella!
  Io, e voi, e tutti noi, siamo caduti:
  e la reazione stilistica ora livella
  ogni cosa... Impallidite (o sogno) adesso:
  vi sentite, nella coscienza, il peso
  della correità: non siete privi, certo,
  di grazia, anche se borghesi, o coi borghesi...
  Così, anime sensibili, tremate:
  e avete visto solo le ferite della forma:
  guardate qui, lui, il Realismo – il corpo
  ideologico – ferito fino dentro
  il cuore, il suo grande cuore strutturale.
  Cari amici, dolci amici... non voglio
  spingervi contro l’ideologia ufficiale:
  coloro che ne servono la restaurazione
  nello stile, sono rispettabili scrittori.
  Non so che privati rancori li sospingano
  a questa azione... So che sono a modo,
  e rispettabili: e avranno certamente
  una risposta, per voi, che li giustifichi.
  Io non sono venuto, cari amici,
  con la pretesa di rapirvi il cuore.
  Non sono oratore, come, pare, Cassola:
  ma sono – tutti lo sanno – compromesso,
  per passione, con quello stile massacrato:
  e lo sa bene chi mi ha dato modo,
  pubblicamente, di parlar di lui...
  Io non sono toscano, e non riscaldo
  con la parola il sangue di chi ascolta:
  io parlo come so: e vi mostro le parole
  straziate dell’Ideologia realista
  – povere, povere bocche ammutolite! –
  lasciando che loro parlino per me:
  ma se io fossi Cassola, e Cassola Pasolini,
  qui ci sarebbe ora un Pasolini
  capace a trascinarvi con la sua parola,
  e di commuovere anche le pietre,
  di questa Roma che il Papa si è ripresa,
  contro uno Stato ch’è pura ipocrisia.
  Eppure benché pugnalato a tradimento
  e ormai defunto, l’impuro Realismo
  – sigillato col sangue partigiano
  e la passione dei marxisti –
  lascia a ciascuno, individualmente,
  «settantacinque lire» di rinnovato
  senso della storia: sono poche, nulla,
  in confronto ai milioni della metastoria
  e del capitale: ma qualcosa sono.
  Vi lascia inoltre il Pasticciaccio di Gadda,
  stupenda prefigurazione d’ogni
  creante mimetismo: vi lascia insieme
  le diagnosi buone e spietate di Moravia,
  la dolcezza sociologica di Levi,
  la storia d’oro di Bassani, le creature
  dell’Isola di Arturo, qualche giovane
  che spera in un futuro non servile,
  e una piccola Officina bolognese...
  E vi lascia Calvino. La sua prosa
  piuttosto francese che toscana,
  il suo estro più volterriano che
  strapaesano: la sua semplicità
  non grigia, la sua misura non tediosa,
  la sua chiarezza non presuntuosa.
  Il suo splendido amore per il mondo
  lievitato e contorto dalla favola.
  I neo-puristi, i socialisti bianchi
  – benvisti in Vaticano – non potranno
  mai più privarvi di tale eredità.
  Le opere e gli atti che il Realismo vi lascia
  gli sopravvivono. Tale è la sua forza...
  Ma voglia il Cielo che questo mio non sia
  che un amaro scherzo shakespeariano...

Fonte: Biblioteca nazionale centrale Roma



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

La canta delle marane 1961 - Commento di Pasolini - Video

"ERETICO  e  CORSARO"



La canta delle marane
1961

Di seguito:

- La scheda del cortometraggio
- Il testo di Pier Paolo Pasolini
- Il video completo
- Biografia di Cecilia Mangini 

Cortometraggio
Regia di Cecilia Mangini
Produzione: Giorgio Patara
Soggetto: da un capitolo di «Ragazzi di vita» di Pier Paolo Pasolini
Commento: Pier Paolo Pasolini

TRAMA:


In una calda giornata estiva, un gruppo di ragazzini delle periferie romane giocano e scherzano in uno dei tanti fiumiciattoli che circondano la città. La macchina da presa li scruta, si avvicina a loro, ne rivela i gesti e gli sguardi, li avvolge in una sorta di danza visiva, mentre le parole del commento (affidate alla sensibilità poetica di Pier Paolo Pasolini) ne raccontano le storie, i desideri, i sogni, il futuro.



Fotografia
Giuseppe De Mitri

Organizzazione
Giovanni Canaletti

Aiuto operatore
Enrico Pagliaro

Montaggio
Renato May

Musica originale
Egisto Macchi
diretta dall'Autore
Edizioni musicali "Rete"


Il testo di Pier paolo Pasolini: 


Che banda che eravamo! 
Avevamo fatto una banda, proprio una banda de spaccateste„ i caposotti, le panzate, i pennelli, le capriole. Eravamo io, er Ramancino, er Moretto, er Chiolla Chiolla, er Candeletta. Insomma, eravamo tanti che mo manco me li ricordo più. Partivamo la mattina presto da casa, senza manco fà colazione, scarzi, tutti rattoppati e poi giù a scapicollasse dentro la marana. 
Dove andavamo noi erano dolori, pure a li cani facevamo piagne. Er Chiolla Chiolla ancora me lo ricordo come fosse adesso, con quella faccia malandra, liscio come una serpe. Era figlio del popolo, non c'aveva né padre né madre. A madre era morto sotto i bombardamenti, er padre na sera si era imbriacato come a 'na cocuzza, s'era messo a prende un po' d'aria in finestra e patapunfete: è cascato dal terzo piano.„eccolo li. 
E lui se lo presero quelli del vicinato, un po' questo, un po' quello e siccome da quelle bande erano tutti ladroni, era diventato ladrone pure lui. Mo è a Regina Coeli. 
Che fame a quei tempi! 
C'avevamo sempre fame, più magnavamo e più c'avevamo fame, non si salvavano manco i pesci e le ranocchie. per noi la marana era come il Mississipi. 
Eravamo tutti amici, però se stavamo un po' senza fare a botte ci sentivamo male. Mi ricordo due che erano più amici di tutti fra di loro, faceva un passo uno, faceva un passo pure quell'altro, c'avevano una cicca se la fumavano in due, però non passava giorno che non si davano un sacco di botte. Le botte che se davano! 
Se pistavano come l'unto, se facevano neri di cazzotti, tutti i giorni era una stira, peggio che a boxe. Erano er Zuzzoletto e il Capinera, mo uno fa il gratta e l'altro fa la guardia. 
Er fuggi che pigliavamo quando che arrivavano le guardie! 
Pigliavamo i panni in mano e via! 
Tela! 
Im mezzo a quei pulcicarelli, a quell'ortica, non sentivamo niente. 
Che soddisfazione sentirsi di "Qui il bagno non lo dovete fare" e invece noi no, invece di uno ce ne facevamo cento, alla faccia di tutti! Facevamo tutto quello che non dovevamo fare, c'avevamo proprio la passione di far disperare il mondo. 
Eppure erano bei tempi, i tempi delle marane. Quando ci ripenso, mi pare che è passato un giorno, invece sono passati un sacco di anni e manco me ne sono accorto e mo, quando vedo i ragazzini che a noi grandi ci considerano tutti una massa di mammalucchi, un giorno mi viene voglia di dargli un sacco di botte, un altro giorno di tornare con loro. 
Il mondo da un bel pezzo li ha mollati in marana, se ne ricorda solo per curiosità, qualche volta per paura. Così loro se ne fregano del mondo come è oggi, impuniti, liberi, testardi.
Li affari loro hanno imparato a farseli da soli, soli e inguattati tra le marane e l'erba. 
Per questo devono esservi nemici. 
Pier Paolo Pasolini
(Trascrizione da video di Bruno Esposito).




La canta delle marane (1961) from Big Sur, immagini e visioni on Vimeo.


Biografia di Cecilia Mangini

Cecilia Mangini nasce a Mola di Bari il 31 luglio 1927, da padre meridionale e madre toscana. Nel 1933 la sua famiglia si trasferisce a Firenze. Qui la regista ha la possibilità di compiere i primi passi nel cinema, già durante gli ultimi anni del regime, attraverso l'esperienza dei CineGUF. È alla fine della guerra, però, che la caduta del regime consente un vero e proprio aggiornamento sugli sviluppi del cinema mondiale, e Cecilia Mangini inizia il suo apprendistato come fotografa, critica e saggista per importanti riviste di settore come «Cinema Nuovo», «Cinema '60», «L'Eco del cinema», e organizzatrice all'interno del Circolo del Cinema «Controcampo».
Trasferitasi a Roma, la Mangini condivide, fin dal suo esordio, lo spirito che animava gran parte degli intellettuali italiani che, ormai ad un decennio dalla fine della dittatura, contribuirono a dare in un certo senso continuità a quella grande esplorazione e ripensamento del rapporto fra cinema e realtà che, per la Mangini, determina un interesse per le problematiche sociali unito ad un sentimento di partecipazione politica e umana alle vicende degli ultimi, riuscendo a tracciare, negli anni del nascente boom economico, un ritratto inedito del nostro Paese. Nasce così la collaborazione con Pier Paolo Pasolini, con cui realizza due documentari che raccontano le grandi periferie della capitale, Ignoti alla città (1958), La canta dellemarane (1962) e Stendalì - Suonano ancora (1960). In particolare Stendalì è il risultato di un altro incontro determinante per la regista pugliese, quello con l'antropologo Ernesto De Martino e i suoi studi sulla cultura popolare delle classi contadine meridionali (con il marito Lino Del Fra, Cecilia realizzerà altri due documentari ispirati alle ricerche di De Martino, L'inceppata e La passione del grano). Il documentario, girato in un piccolo paese di lingua grika del Salento, Martano, ricostruisce uno degli ultimi esempi di lamentazione funebre.
Quella demartinana rimane una sorta di "impronta", fatta di grande capacità narrativa, vicinanza con i propri soggetti in un'ottica di compartecipazione delle stesse lotte di liberazione e di interesse per il Meridione, che è possibile riconoscere anche in tutti i successivi lavori della regista. Negli anni successivi l'interesse della regista si allarga alla fabbrica, la condizione femminile e giovanile, nel tentativo di svelare i meccanismi dell'allora nascente capitalismo italiano e quei drammi sociali che si nascondevano dietro il boom economico. Cecilia Mangini ha descritto così la condizione delle lavoratrici di Essere donne, mediometraggio del 1965: tabacchine, braccianti, emigranti che vedevano nella fabbrica un salto di qualità per la propria esistenza; con Brindisi '65 (1965), l'impatto del grande petrolchimico Monteshell sulla città di Brindisi e la nascita di una classe operaia, accompagnando nelle sue lunghe fughe in motorino, Tommaso (1965), giovane brindisino con il sogno di entrare nella grande fabbrica appena impiantata; il mito della boxe, occasione per uscire da una condizione di marginalità, in Domani vincerò (1969) fino a Comizi d'amore '80, lunga inchiesta in cui riprendendo lo spunto pasoliniano, si traccia uno straordinario affresco dei cambiamenti di mentalità in materie come l'amore e la sessualità. Nella sua lunga carriera Cecilia Mangini ha diretto oltre 40 documentari, realizzato reportage fotografici, firmato alcune sceneggiature fra cui quella de La villeggiatura (1972) di Marco Leto e Antonio Gramsci - I giorni del carcere (1977) di Lino Del Fra.

Associazione Angelus Novus - Bari


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice