martedì 23 gennaio 2018

Valle Giulia, di Paolo Pietrangeli - Video

"ERETICO  e  CORSARO"



Valle Giulia, di Paolo Pietrangeli

Fu incisa da Paolo Pietrangeli e Giovanna Marini, prima in 45 giri e poi nell'LP Mio caro padrone domani ti sparo, sempre per I Dischi del Sole.

Piazza di Spagna, splendida giornata, traffico fermo, la città ingorgata e quanta gente, quanta che n'era! Cartelli in alto e tutti si gridava: «No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!». E mi guardavi tu con occhi stanchi, mentre eravamo ancora lì davanti, ma se i sorrisi tuoi sembravan spenti c'erano cose certo più importanti. «No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!». Undici e un quarto avanti a architettura, non c'era ancor ragion d'aver paura ed eravamo veramente in tanti, e i poliziotti in faccia agli studenti. «No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!». Hanno impugnato i manganelli ed han picchiato come fanno sempre loro; ma all'improvviso è poi successo un fatto nuovo, un fatto nuovo, un fatto nuovo: non siam scappati più, non siam scappati più! Il primo marzo, sì, me lo rammento, saremo stati millecinquecento e caricava giù la polizia ma gli studenti la cacciavan via. «No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!». E mi guardavi tu con occhi stanchi, ma c'eran cose molto più importanti; ma qui che fai, ma vattene un po' via! Non vedi, arriva giù la polizia! «No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!». Le camionette, i celerini ci hanno dispersi, presi in molti e poi picchiati; ma sia ben chiaro che si sapeva; che non è vero, no, non è finita là. Non siam scappati più, non siam scappati più. Il primo marzo, sì, me lo rammento... ...No alla classe dei padroni, non mettiamo condizioni, no!





Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

Pasolini, I cappelli goliardici - Un anno dopo Il PCI ai Giovani

"ERETICO  e  CORSARO"



 I cappelli goliardici 
 Un anno dopo Il PCI ai Giovani

Ieri sera, rincasando, nei pressi di via Veneto, alcuni poliziotti mi hanno fatto dirottare, costringendomi a un lungo e noioso giro. Ho chiesto a un guardia-macchine che cosa succedeva e lui, col suo povero accento burino, felice di sapere, mi ha risposto: "É la festa della matricola". Infatti poco più in là, eroicamente intraprendenti con due povere e confuse passeggiatrici (all'aspetto straniere) ecco un gruppetto di goliardi, non solo coi loro cappelli goliardici in testa, ma per di più coperti di non so che pagliaccesche mantelline di seta. Dunque, siamo ancora ai cappelli goliardici. E i poliziotti fanno loro largo, come quando passa il Papa. Proprio un anno fa ho scritto una poesia sugli studenti, che la massa degli studenti, innocentemente, ha "ricevuto" come si riceve un prodotto di massa: cioè alienandolo dalla sua natura, attraverso la più elementare semplificazione. Infatti quei miei versi, che avevo scritto per una rivista "per pochi", "Nuovi Argomenti", erano stati proditoriamente pubblicati da un rotocalco, "L'Espresso" (11) (io avevo dato il mio consenso solo per qualche estratto): il titolo dato dal rotocalco non era il mio, ma era uno slogan inventato dal rotocalco stesso, slogan ("Vi odio, cari studenti") che si è impresso nella testa vuota della massa consumatrice come se fosse cosa mia. Potrei analizzare a uno a uno quei versi, nella loro oggettiva trasformazione da ciò che erano (per "Nuovi Argomenti") a ciò che sono divenuti attraverso un medium di massa ("L'Espresso"). Mi limiterò a una nota per quel che riguarda il passo sui poliziotti. Nella mia poesia dicevo, in due versi, di simpatizzare per i poliziotti, figli di poveri, piuttosto che per i signorini della facoltà di architettura di Roma (negli scontri ormai così lontani di Valle Giulia): nessuno dei consumatori si è accorto che questa non era che una boutade, una piccola furberia oratoria paradossale, per richiamare l'attenzione del lettore, e dirigerla su ciò che veniva dopo, in una dozzina di versi, dove i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia, in quanto il potere oltre che additare all'odio razziale i poveri - gli spossessati del mondo - ha la possibilità anche di fare di questi poveri degli strumenti, creando verso di loro un'altra specie di odio razziale: le caserme dei poliziotti vi erano dunque viste come "ghetti" particolari, in cui la "qualità di vita" è ingiusta, più gravemente ingiusta ancora che nelle università. Nessuno dei consumatori di quella mia poesia si è soffermato su questo: e tutti si sono soffermati al primo paradosso introduttivo appartenente ai formulari della più ovvia ars retorica. Non sto a raccontare al lettore di quali ricatti sono stato fatto segno in seguito alla cattiva lettura (lettura di cultura di massa) di questa mia poesia: perfino lettori che se l'avessero letta su "Nuovi Argomenti" l'avrebbero capita, leggendola 
sull'"Espresso" sono stati vittime del processo fatale che ho descritto. Ricorderò Occhetto (su "Rinascita") che oltre a limitare la sua critica a quei primi due versi, e non alla dozzina che seguiva (se ne sta occupando forse adesso, che il problema della polizia è esploso, e "l'Unità" pubblica lettere di poliziotti che confermano quello che io dicevo!), aveva trasformato la mia espressione "simpatizzavo" con l'espressione, da lui inventata, "tenevo per". E ricorderò l'infame intervento di un certo Rino Meneghello (12) su "Mondo Nuovo", che mi dava del vigliacco e citava la morte di mio fratello partigiano, che secondo la sua versione di moralista mal informato, era stato ucciso dai fascisti, mentre era stato ucciso dai "fascisti rossi" come lui. Ora, questi cappelli goliardici, una massa enorme che, come poi mi ha detto Elsa Morante, che li ha visti dalla sua terrazza, la mattina avevano riempito come un'orribile marea piazza del Popolo (sempre protetti ufficialmente dai poliziotti bonaccioni). Mi sarebbe facile dire, verso la fine dell'anno accademico 1969, in cui non è più successo niente: "Ecco, fatte le giuste eccezioni, le poche migliaia di studenti di "Trento e Torino, di Pisa e Firenze", di cui parlavo nella mia poesia, la nuova generazione di studenti e la nuova generazione di borghesi con cui dovrò vedermela, e contro cui dovrò continuare a lottare, come coi loro padri". Lo dico, ma non per "cantare vittoria"; lo dico con una atroce amarezza in cuore, con uno scoraggiamento che mi fa venir davvero voglia di non lottare più, di ritirarmi dalla mischia, di non aver più niente da fare con questa briga, di starmene solo. 

Tempo n. 20 a. XXXI, 17 maggio 1969


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

Pasolini il PCI ai giovani - Il commento di Angela Molteni.

"ERETICO  e  CORSARO"



Pasolini il PCI ai giovani
Il commento di Angela Molteni.

Quello seguente è il mio intervento sulla rivista Namir: 

Il primo libro di Pier Paolo Pasolini che ebbi tra le mani, anni fa, è stato Teorema. Fu il regalo di un amico per una ricorrenza. E fu una lettura sconvolgente e indimenticabile, tale da farmi amare in modo irreversibile il suo autore, che conoscevo poco e soprattutto attraverso la visione di un suo film, Decameron (di quest’ultimo avevo apprezzato il marcato senso di ironia, la caratterizzazione tutta napoletana dei personaggi e tuttavia la restituzione, originalmente “fedele”, dello spirito del Boccaccio). 
Teorema fu per me la scoperta di Pier Paolo Pasolini, del suo senso critico nei confronti della società com’era sul finire degli anni Sessanta, e di quanto ci stessimo lentamente e inesorabilmente trasformando tutti quanti in individui piccolo-borghesi ai quali non sarebbe rimasto intorno altro che un arido deserto nel quale, magari, urlare scompostamente. 
Il consumismo, il conformismo a certi modelli dettati soprattutto dal potere dei media (in primo luogo dalla televisione con la sua essenza omologante talché una delle convinzioni profonde di Pasolini era che occorresse abolirla), la mutazione antropologica di un intero popolo, il nostro, erano i temi ricorrenti, e condivisi per quanto mi riguarda, in modo quasi maniacale in tutti gli scritti pasoliniani. Una tematica che, rivisitata a 25 anni dalla tragica scomparsa di Pasolini, è tutta puntualmente valida e confermata solo che si osservino, oggi, gli avvenimenti nonché i comportamenti delle persone con cui veniamo in contatto. 
Paradossalmente, Pasolini, uomo mite e generoso, aveva elaborato previsioni ottimistiche rispetto alla realtà qual è oggi: la mutazione, ormai, è avvenuta ed è andata oltre, in questa società ferocemente neocapitalistica nella quale l’uomo medio pare proprio essere quello della definizione pasoliniana: “… un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista…” 
Dopo la lettura di Teorema, cercai e lessi tutta la narrativa e i volumi di saggistica di Pasolini, molte sue poesie e anche le opere teatrali. Tra tutta la sua produzione letteraria, chiedermi che cosa preferisco mi crea non poche difficoltà: affettivamente, forse (e “costretta” a una scelta), Teorema. Ma gli argomenti trattati negli altri suoi libri e soprattutto nei suoi saggi rivelano, del loro autore, una tale preparazione culturale, accuratezza, profondità di analisi e visione realistica della società del suo tempo con i suoi problemi e le sue drammatiche contraddizioni, da non poterli assolutamente porre in secondo piano. 
Chi legga oggi i suoi saggi sul cinema o sulla linguistica, ma anche quelli nati da fatti di cronaca, politici o di costume o le stesse “risposte ai lettori” riprese da Le belle bandiere o da Il caos, non può che restare sbalordito per l’attualità delle analisi di Pasolini, talché gran parte delle sue pagine sembrano scritte ai giorni nostri, e riconoscere che Pasolini non ha mai tentato compromessi con la realtà. 
La critica al Potere (al Palazzo, come lui stesso lo definì coniando un termine che oggi tutti noi utilizziamo correntemente) è costantemente presente nei suoi saggi che culminano nella raccolta Scritti corsari, riguardante i suoi famosi interventi sul “Corriere della Sera”. Né è possibile ignorare la poesia pasoliniana, mai onirica ma legata anch’essa indissolubilmente alla realtà. Pasolini è essenzialmente un poeta, anche nell’opera narrativa e nel cinema: sempre e comunque poetà della realtà. 



Sul Sessantotto Pasolini scelse appunto di scrivere in poesia. Ne nacque la famosa Il Pci ai giovani (Appunti in versi per una poesia in prosa seguiti da una “Apologia”). Il brano, negli anni, è stato sottoposto a innumerevoli interpretazioni e vale la pena soffermarvisi. Molti fecero di questa polemica in versi un motivo di dissenso nei confronti di Pasolini (anche quando pareva di poter cogliere quanto vi fosse anche di ironico nel testo pasoliniano, com'è il mio caso poiché non ho avuto mai dubbi che Pasolini parteggiasse comunque per le lotte studentesche), più che altro per motivi di opportunità politica poiché egli, uomo di sinistra come più volte aveva ribadito, aveva scelto di pubblicare i suoi versi su un periodico di ampia tiratura proprio in un momento molto “caldo” della contestazione studentesca (e anche operaia), permettendo oltretutto in tal modo una plateale, delirante e sgangherata strumentalizzazione delle sue parole da parte della destra. 
A Roma, a Milano e in diverse città europee alcuni studenti furono uccisi per mano di polizia e carabinieri; a Città del Messico vi fu una vera e propria strage, sempre di studenti. Come si poteva dunque, da sinistra (dai partiti politici alle organizzazioni sindacali e ai loro militanti), anche se si comprendeva fino in fondo che si trattava di provocazione, non criticare, e anche duramente, le parole di Pasolini, espresse in un momento tanto delicato e drammatico? 
Era vero: chi aveva la possibilità di affrontare studi universitari in gran parte proveniva da famiglia borghese, così come chi si arruolava in polizia proveniva da classi meno abbienti, dal proletariato e dal sottoproletariato. Ma nel testo pasoliniano sembra quasi che il poeta non tenga conto delle funzioni. Nessuno ha mai contestato il singolo poliziotto-sottoproletario. Quello che era aspramente contestato, se mai, erano le funzioni e il ruolo delle forze dell’ordine in quanto istituzione. Gli studenti sostanzialmente si opponevano, e a ragione, all’utilizzo delle forze di polizia e dei carabinieri da parte del potere che ne faceva strumento violento di repressione, questo è il punto. Aldilà di degenerazioni che pure ci furono, gli studenti nel '68 pretendevano di ottenere, con le loro lotte, profondi cambiamenti morali e politici nel Paese; esigevano tra l'altro uno “svecchiamento” degli studi superiori e dell’università, invocavano condizioni che favorissero l’accesso agli studi anche ai meno abbienti ed eliminassero la selezione; volevano fortemente la fine delle “baronie” e dei privilegi. L’istituzione forniva invece, utilizzando i “figli del popolo” un addestramento mirato a stroncare una qualsiasi contestazione, evidentemente con ogni mezzo, anche il più antidemocratico, se è vero oltretutto che vi furono anche dei morti. 
Anche in Cile, qualche anno più tardi, i carabineros, o meglio, molti di essi (provenienti da classi sociali ancor più disagiate di quelle sottoproletarie italiane), furono il braccio armato del colpo di Stato di Pinochet, pilotato dalla Cia, come ormai storicamente accertato. Non agivano individualmente o in quanto sottoproletari ma in quanto gruppo addestrato ad assolvere determinati compiti. E i primi a pagare con la vita o con la sparizione a causa di quell’orrendo delitto contro un Governo costituzionalmente eletto, quello di Salvador Allende, oltre allo stesso Presidente furono studenti (certamente in gran parte figli di borghesi) e lavoratori. 
Ma Pasolini non si schierò affatto dalla parte dei celerini. Proprio le strumentalizzazioni, sedimentate, della poesia pasoliniana non permisero, e non permettono ancora ai nostri giorni, di analizzare con la dovuta attenzione l'"Apologia”, il testo che Pasolini fece seguire agli appunti in versi: occorrerebbe leggerla integralmente per comprendere i reali intenti del poeta, altrimenti risultano evidenziati soltanto gli stereotipi, "studenti figli di papà" "poliziotti figli del popolo", e su questi si innestano equivoci senza fine e si tentano ancora oggi strumentalizzazioni anche volgari. 
Mi auguro siano sufficienti alcune brevi citazioni dall'"Apologia": "[…] Sia dunque chiaro che questi brutti versi io li ho scritti su più registri contemporaneamente: e quindi sono tutti 'sdoppiati' cioè ironici e autoironici. Tutto è detto tra virgolette. Il pezzo sui poliziotti è un pezzo di ars retorica, che un notaio bolognese impazzito potrebbe definire, nella fattispecie, una 'captatio malevolentiae': le virgolette sono perciò quelle della provocazione. […]". 
Ecco il punto: la provocazione. Provocando gli studenti ("in che altro modo mettermi in rapporto con loro, se non così?") Pasolini intendeva stimolarli ad analizzare, "al di fuori così della sociologia come dei classici del marxismo", la loro condizione di piccolo-borghesi; a togliersi di dosso tale loro condizione utilizzando la loro intelligenza in senso critico ("abbandonando la propria autodefinizione ontologica e tautologica di 'studenti' e accettando di essere semplicemente degli 'intellettuali'") e "operando l’ultima scelta ancora possibile […] in favore di ciò che non è borghese". 



Sì, Pasolini amava dire la verità. Ciò gli è costato molto caro: una sequela di vere e proprie persecuzioni giudiziarie; forse la sua stessa uccisione (è sufficiente leggere gli atti del processo a quello che fu alla fine indicato come il suo solo assassino per rilevare quanto di tale delitto rimase "sospeso", inesplorato, non chiarito fino in fondo). Non vi fu suo libro o suo film che uscisse indenne da tale persecuzione. Pasolini fu sottoposto a un "processo infinito" che avrebbe dovuto farlo desistere, o quanto meno stancare, dal continuare a puntare indici accusatori sul potere politico, sulle storture, sulle orrende trasformazioni della società in cui viveva. 
Non fu sufficiente a farlo tacere neppure il pregiudizio con il quale lo si marchiava. Scrisse Alberto Moravia nelle pagine introduttive del bellissimo libro Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte (Garzanti, Milano 1977): " Ora però avviene che qualcuno pur essendo comunista, si permette di non essere sano e normale (s'intende dal punto di vista della borghesia) e all'omosessualità aggiunge altre anormalità come la cultura, la poesia, la polemica politica, l'arte ecc. ecc. Che cosa succederà ad un simile personaggio? [...] sarà odiato non già perché è comunista e perché è omosessuale, ma perché vuole essere tutte e due le cose insieme, nonché poeta, uomo di cultura, polemista politico, artista di tutte le arti." 
Né furono comunque sufficienti né efficaci le persecuzioni subite a impedirgli di affermare "Io so chi sono gli autori delle stragi…". 
Qual è la sua "verità più vera"? Ciò che già si andava attuando in quegli anni '70 e che oggi è ormai definitivamente compiuto: la vera e propria "mutazione antropologica" di un intero popolo, il nostro, sulla quale Pasolini scrisse tra l'altro (1974): 
"L'ansia del consumo è un'ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l'ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell'essere felice, nell'essere libero: perché questo è l'ordine che egli inconsciamente ha ricevuto, e a cui deve obbedire, a patto di sentirsi 'diverso'. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L'uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una falsa uguaglianza ricevuta in regalo."
Un intero popolo imborghesito, grazie a questa mutazione, a questa selvaggia omologazione, non è un bello spettacolo. Di questa "nuova preistoria" Pasolini aveva dato precisi e sgomenti segnali fin dai primi anni Sessanta: da Mamma Roma che vuol costruire una vita dignitosa anche se "falsa" per suo figlio, fino alla fatuità e alla rivoltante crudeltà dei "quattro signori" - e di tutti gli altri - di Salò. 
I valori, gli ideali, sono oggi incarnati dal denaro e da ciò che esso può dare. Vi è una caduta verticale del senso di solidarietà, un degradante senso del possesso, non importa se di cose o di persone. Tutto è all'insegna del profitto: si sfrutta, oggi più che mai, il lavoro minorile; si causano, per indifferenza o indegna tutela di interessi particolari, drammatiche morti sul lavoro; si producono schifezze che poi ci vengono propinate come "cibo"; si stravolge la natura quando non la si distrugge; si tuona farisaicamente contro l'immoralità o la violenza, salvo distribuirne a piene mani nei "prodotti" televisivi e cartacei; si attacca ferocemente una magistratura che ha avuto il coraggioso torto di colpire gli interessi e le malefatte di alcuni potenti… La politica non è più neppure spettacolo, è semplicemente pubblicità e nessuno pare più nemmeno ricordare che il comune, la provincia, la regione, lo stato, sono servizi per i cittadini e non personali riserve di caccia né tantomeno palcoscenici pubblicitari per il "faccione" di turno; il governo della cosa pubblica è ridotto a fatto personale… E poi: tutti col telefonino; tutti in vacanza nello stesso periodo; tutti a scambiarci gadget per san Valentino; tutti a giocare al superenalotto; tutti allo stadio a berciare contro le fazioni avversarie… un vero e proprio pensiero unico, una vera e propria clonazione delle coscienze. Chi non è allineato al pensiero unico viene osservato con stupore e con sospetto, quasi fosse un marziano: nel migliore dei casi, dai più viene ritenuto "un alienato" o perlomeno uno "un po' picchiatello"… 
Come risulta chiaro dalle lucide, quasi profetiche analisi pasoliniane, il più grande impulso a tale raccapricciante mutazione è venuto dalla scuola a sua volta omologata, dalla televisione e più in generale dai mezzi di comunicazione di massa, dalla pubblicità e dai "grandi comunicatori": i giornali "parlano" tutti allo stesso modo, i telegiornali paiono fatti con lo stampino… Un intero popolo è caduto in una trappola, subdola ancorché - almeno per ora - incruenta. 
Ieri sentivo un bambino di sei anni, che andrà a scuola per la prima volta tra qualche giorno, piantare una "grana" spaventosa poiché pretendeva di avere uno zainetto "firmato". Ecco, in questo piccolissimo episodio vi è il senso di ciò che intendo quando rifletto sull'enorme e attualissima validità delle verità che Pasolini esprimeva. 



Sul raduno di Roma per il "Giubileo dei giovani" non ho molto da dire: anche il Papa è certamente un "grande comunicatore" e sa perfettamente come esercitare il potere che detiene saldamente, allo stesso modo di parecchi degli uomini passati alla storia del secolo Ventesimo. E anche i giovani fanno parte di questa società orrendamente borghese e omologata contro la quale Pasolini, sia pure inascoltato e ancor più perseguitato, ha levato tanto frequentemente la sua voce… 
Da qualsiasi parte arrivino e in qualsiasi contesto si esprimano, non amo né i dogmatismi né i fanatismi né i settarismi né gli integralismi: sono pericolosi e forieri di sventure; li ritengo contro l'uomo e contro le potenzialità che ciascun essere umano sarebbe in grado di esprimere se non fosse condizionato anche dalle sovrastrutture ecclesiastico-cattolico-romane a un conformismo servile, a una inammissibile mitizzazione; non aprono alcun dialogo, alzano piuttosto steccati non facilmente abbattibili. 
E, se ripenso al Vangelo secondo Matteo (il film di Pasolini che preferisco) e alla profonda e introspettiva lezione che del Cristo ha dato quel grande poeta, con la sua sensibilità e altissima spiritualità, e con una religiosità che, per esempio, nulla ha a che fare con le ipocrisie e gli anatemi del cattolicesimo e delle sue gerarchie, mi pare che ciò che hanno espresso i giovani del raduno di Roma (tutti spaventosamente uguali, con le loro magliette, i loro cappellini, le loro dichiarazioni "in carta carbone" all'intervistatore di turno) sia qualcosa di profondamente estraneo allo spirito evangelico e ai suoi insegnamenti. La chiesa come istituzione, con le sue correnti interne di potere, le sue speculazioni affaristico-economiche che ne hanno fatto una "industria delle anime", le sue congiure e i suoi misteri irrisolti, a mio parere, vive d'altronde già da lungo tempo una tale estraneità. 
Che non sia più possibile agli esseri umani sviluppare non dico le qualità acutamente analitiche di Pier Paolo Pasolini, ma almeno un briciolo di autonomo senso critico? 

Angela Molteni 
3 settembre 2000 


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

Pasolini, Il PCI ai giovani - La polemica, Giuliano Ferrara e Enzo Siciliano

"ERETICO  e  CORSARO"
Giuliano Ferrara durante gli scontri di Valle Giulia - Roma, 1 marzo 1968


GIULIANO FERRARA 
"Pier Paolo Pasolini come fu astuto..." 
di L. V. 
La Repubblica, 1 marzo 1998

Giuliano Ferrara, direttore de Il Foglio, nel marzo del 1968 aveva diciassette anni. Era iscritto al secondo liceo classico e la mattina di Valle Giulia, con altri compagni di scuola, aveva partecipato al corteo di protesta contro la polizia che presidiava l'università di Roma. 
"No, nessuna nostalgia. E nessuna lettura particolare di quegli avvenimenti. Niente di tutto quello che riguarda il '68 ha il valore che gli si è poi attribuito in occasione del decennale, del ventennale, del trentennale e, ne sono certo, anche di quello che si dirà nel quarantennale. Certo Valle Giulia rappresentò un fatto nuovo. Ricordo, all'inizio, il tiro di qualche uovo e, forse, di qualche sasso. Poi le cariche della polizia. E la nostra reazione. Era la prima volta. 
"Gli edili e i contadini, è vero, si scontravano con la polizia da vent'anni. Ma gli studenti introducevano nella politica un improvviso elemento di radicalizzazione. La politica abbandonava l'andamento tranquillo del tempo di pace, per prenderne uno simile a quello della guerra. 
"La stessa presa di posizione di Pasolini, del resto, non nasceva da un sentimento di solidarietà con i poliziotti. In quella condanna degli studenti non c'era nessuna poetica. Pasolini, semplicemente, aveva visto quel che succedeva in Francia dove i giovani davano delle vecchie barbe all'intellighentia di sinistra. E, in modo astuto, cercava di contrastare una generazione ambiziosa che gli avrebbe tolto spazio. 
"Al di là di Valle Giulia quel movimento non può essere spiegato con una visione da intellettuali di provincia, angusta e molto poco internazionale. Il Sessantotto era un fenomeno che coinvolgeva tutto il mondo, da Roma a Berlino, da San Francisco a Madrid: la manifestazione di una nuova classe dirigente che si sentiva stretta nei vecchi panni. Eravamo i primi della classe; mica, sia detto senza offesa, come gli straccioni del '77". 

www.media68.com 
febbraio 1998 



ENZO SICILIANO 
Pasolini e il '68 di Ferrara 
La Repubblica, 2 marzo 1998

Interrogato sul '68, sugli scontri di Valle Giulia fra studenti e polizia, Giuliano Ferrara ha ricordato non solo se stesso ("eravamo i primi della classe"), ha ricordato anche Pasolini e la sua poesia contro gli studenti. 
"La presa di posizione di Pasolini non nasceva da un sentimento di solidarietà con i poliziotti": Pasolini, secondo Ferrara, "semplicemente" avrebbe cercato di contrastare "una generazione ambiziosa che gli avrebbe tolto spazio". Un atto di "furbizia" quello di Pasolini, o di resistenza, da "intellettuali di provincia", contro l'emergere di "una nuova classe dirigente". 
Mah! Non sto qui a difendere Pasolini. Non credo abbia bisogno di difesa. Mi domando che "primo della classe" è stato Ferrara. Che lo sia stato, è vero: posso testimoniarlo perché lo conosco da allora, e aveva diciassette anni. Ma credo, come è giusto, che la storia di una persona complichi o cancelli certe sue qualità originarie. 
Se Giuliano era un primo della classe, non era un secchione: era uno che appunto andava a Valle Giulia per fare a botte, avendo magari chiara in mente una pagina della "Repubblica" di Platone. Poteva anche conoscere le assurde tesi di Stalin sulla linguistica e tenerle per buone. I comunisti italiani di quel tempo, anche i giovani comunisti, erano in parte così. 
Erano comunisti, come scrisse Pasolini, "in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote". 
Ecco, è vero, non si può dire che Giuliano amasse la litote o la logica attenuativa: questo scarto l'aveva già compiuto. E si sentiva, oltre che "primo della classe", "classe dirigente". Per questo andò a Valle Giulia. Benissimo. Lo stesso Pasolini l'avrebbe sottolineato con partecipazione: benissimo. 
Ma il nostro primo della classe oggi scalcia: butta Pasolini nella spazzatura, gli dà del provinciale, e lo giudica con il metro di giudizio che è suo, proprio il suo di ora, e che lo diversifica dall'immagine di un ragazzo andato liberamente a Valle Giulia per una dimostrazione da tenersi sulla scalinata della romana Facoltà di Architettura. 
Pasolini, alla luce di questa ottica, ne esce fuori come un furbastro o un malandrino: uno che "semplicemente" mette a ferro e fuoco il giornalismo e le lettere italiane difendendo i poliziotti, "figli dei poveri", contro gli studenti, "figli di papà" perché temeva che questi ultimi gli rubassero "spazio". 
Il "primo della classe" diciassettenne, che aveva Platone o la Politica di Aristotele in mente, passati gli anni - dopo un transito in Germania, compiuto per raffinarvi da vero borghese la propria informazione filosofica - ormai non vede il mondo se non con le lenti delle furberie di piccolo cabotaggio o delle malandrinate teorizzate alcuni mesi fa. Il malandrinaggio come chiave interpretativa della storia, degli uomini, della cultura. 
È servita solo a questo quella generosa, fatidica battaglia combattuta a Valle Giulia una mattina di marzo del '68 con tanto dispendio di orgoglio e buona fede? A questo si sono ridotti quei "primi della classe", quella "classe dirigente" in erba che aveva in animo di mutare politica e morale di un paese intero lanciando sassi contro le camionette della Celere? 
So che gli interrogativi retorici servono a poco, ma è possibile che Ferrara deliberatamente ignori il ragionamento di Pasolini nella sua interezza, composto cioè da "Appunti in versi per una poesia in prosa seguiti da una "Apologia""? 
I primi della classe possono essere scavezzacolli, ma pignoli debbono esserlo, pignoli fino allo spasimo. 
Comunque, cerco di riassumere quel ragionamento, anche con qualche citazione dall'"Apologia". Pasolini ha voluto deliberatamente provocare gli studenti di allora, "l'ultima generazione degli operai e dei contadini". Pasolini temeva con ragione l'"entropia borghese" ("la borghesia sta diventando la condizione umana"); e aggiungeva che "chi è nato in questa entropia, non può in nessun modo, metafisicamente, esserne fuori". Di qui la provocazione ai giovani, proprio agli studenti ("in che altro modo mettermi in rapporto con loro, se non così?"). 
E, questa provocazione, che effetti avrebbe dovuto ottenere? Spingerli a liberarsi - "al di fuori così della sociologia come dei classici del marxismo" - del loro essere piccoli borghesi, a diventare "intellettuali", a usare in senso critico, non più ideologico o cristallizzante, la propria intelligenza. A liquidare il cinismo metodico del piccolo borghese, per cui tutto è visto come spicciolo pragmatismo, malandrinata, spazzatura. 
Ahimè, il primo della classe Giuliano Ferrara questo strappo, pur con tutti i libri che ha letto, la litote cancellata e il vissuto che ha alle spalle, non l'ha compiuto. Anzi, il non averlo compiuto lo ha tradotto in un valore, per cui ritiene suo diritto giudicare ogni altra esperienza secondo il cinismo e la malandrineria che quel giorno a Valle Giulia avrebbe dovuto calpestare, mai più coltivare, prigioniero ancora di una ontologia da cui il "provinciale" Pasolini lo provocava a liberarsi. 

www.media68.com 
febbraio 1998 


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

Pasolini, Il PCI ai giovani - In polacco, in italiano e in francese.

"ERETICO  e  CORSARO"




Pier Paolo Pasolini: vi odio, cari studenti.
Ovvero: "Il PCI ai giovani!!"
16 giugno 1968



PCI w ręce młodzieży!!







Przykro mi. Polemikę
z partią należało przeprowadzić w pierwszej połowie
ubiegłej dekady. Spóźniliście się, moi drodzy.
Nieważne, że nie było was wtedy na świecie: wasza strata.
Dziennikarze z całego świata (nie wyłączając telewizji)
liżą wam (jak to się jeszcze mówi w sztubackim
języku) dupę. Ale nie ja.
Wyglądacie na nieodrodne dzieci waszych tatusiów.
Dobra rasa nie kłamie.
Patrzycie tak samo złym wzrokiem.
Tchórzliwi, niepewni, zagubieni
(świetnie!) równie dobrze umiecie
dyktować, szantażować, pewni siebie, bezczelni:
drobnomieszczańskie prerogatywy, kochani.




Kiedy wczoraj, na Valle Giulia, tłukliście się
z policjantami,
ja byłem za policjantami.
Bo policjanci są dziećmi biedaków.
Pochodzą z subtopii, nieważne czy wiejskich, czy miejskich.
Co do mnie, dobrze wiem
jak wyglądało ich dzieciństwo, ich dorastanie,
tysiąc lirów jak skarb, ich ojcowie, co pozostali chłopcami
przez nędzę, która nie wyposaża w autorytet.
Ich matki żylaste jak tragarz, lub kruche,
wskutek jakiejś choroby, jak wróbel;
liczne rodzeństwo; barak
w ogródku wśród czerwieni szałwi (na cudzych,
przydziałowych terenach); sutereny
na szambach, lub mieszkania w ogromnych
blokach, itd. itd.



Spójrzcie ponadto jak ich ubrano: jak pajace,
w tych szorstkich mundurach, które śmierdzą stołówką,
zastosowania nowych metod pedagogicznych
i odnowienia organizmu państwowego.




Brawo! Święte uczucia!
Niech was wiedzie dobra gwiazda burżuazji!
Upojeni triumfem nad młodziutkimi
policjantami, których nędza zmusiła do niewoli
(i pijani zainteresowaniem mieszczańskiej opinii
publicznej, w stosunku do której zachowujecie się jak kobiety,
które nie kochają, które ignorują i postponują
bogatego absztyfikanta)
odkładacie jedyny naprawdę niebezpieczny instrument
walki z własnymi ojcami:
czyli komunizm.
Mam nadzieję, że zrozumieliście,
iż purytanizm
to sposób, żeby uniemożliwić sobie
prawdziwe rewolucyjne działania.
Lecz, dzieci, zaatakujcie raczej Federacje!
Zaatakujcie Komórki!




Pójdźcie okupować biura
Komitetu Centralnego! Idźcie, idźcie
koczować na Via delle Botteghe Oscure!
Jeśli chcecie władzy, zdobądźcie przynajmniej władzę
w Partii, która jest przecież w opozycji
(choć w kiepskim stanie, z powodu autorytetu panów
w skromnej dwurzędowce, miłośników litoty,
mieszczańskich rówieśników waszych głupich ojców)
i teoretycznie za cel stawia sobie zniszczenie Władzy.
że tymczasem zdecyduje się ona zniszczyć
to, co w niej samej jest mieszczańskie,
bardzo wątpię, również z waszą pomocą,
skoro, jak mówiłem, dobra rasa nie kłamie...
Zbawiony mieszczanin musi zrezygnować ze wszystkich swych praw
i wygnać ze swojej duszy, raz na zawsze,
ideę władzy. To wszystko liberalizm: pozostawcie go
Bobowi Kennedy’emu.
Mistrzów tworzy się okupując fabryki,
nie uniwersytety: wasi pochlebcy (również komuniści)
nie mówią wam tej banalnej prawdy: Że jesteście nowym
idealistycznym gatunkiem zobojętnialców, jak wasi ojcowie,
jak wasi ojcowie, wciąż dzieci.




Oto,
Amerykanie, wasi uwielbiani rówieśnicy,
swoimi głupimi kwiatami wymyślają
dla siebie „nowy” język rewolucji!
Wymyślają go sobie dzień za dniem!
Ale wy nie możecie, ponieważ w Europie język już istnieje:
czy moglibyście go zignorować?
Tak, wy go chcecie zignorować (ku ogromnemu zadowoleniu
„Times'a” i „Tempo”).




Ignorujecie go przechodząc, z moralizmem głębokich prowincji,
„bardziej na lewo”. Dziwne,
porzucając rewolucyjny język
biednej, starej, togliattiańskiej, oficjalnej
Partii Komunistycznej,
zastosowaliście jego wariant heretycki,
lecz na bazie najniższego żargonu
pozbawionych ideologii socjologów (albo tatusiów biurokratów).
Tak mówiąc,
żądacie wszystkiego słowami,
a faktami żądacie tylko tego,
do czego macie prawo (jak przystało na nieodrodne mieszczańskie
dzieci):
całej serii nieodkładalnych reform,




koszarami i nędzą. Najgorszy, rzecz jasna,
jest stan psychiczny, do którego ich sprowadzono
(za czterdzieści tysięcy lirów miesięcznie):
bez uśmiechu,
bez przyjaźni ze światem,
wyizolowani,
samotni (tą samotnością, której nic nie dorówna):
upodleni utratą tożsamości ludzkiej
na rzecz policyjnej (znienawidzony nienawidzi).
Mają po dwadzieścia lat, tyle co wy, kochani, kochane.
W sprzeciwie wobec instytucji policji pozostajemy, ma się rozumieć,
zgodni.




Ale zadrzyjcie z prokuraturą, a zobaczycie!
Młodzi policjanci,
których kazało wam tłuc wasze święte
chuligaństwo (wzniosłej romantycznej proweniencji)
typowe dla wiernych synalków,
należą do innej klasy społecznej.
Na Valle Giulia, wczoraj, miał miejsce epizod
walki klas: wy, moi drodzy (choć po słusznej
stronie) odegraliście rolę bogatych,
a policjanci (którzy racji
nie mieli) biedaków. Piękne, zatem,
odnieśliście zwycięstwo! W takich przypadkach,
przyjaciele, policjantom daje się kwiaty.
„Popolo” i „Corriere”, „Newsweek” i „Monde”
liżą wam dupę. 




Jesteście ich dziećmi
ich nadzieją, przyszłością: kiedy mają do was pretensje,
to oczywiście nie sposobią się do walki klasowej
zeciw wam! Jeżeli już,
to do wciąż tej samej walki przeciw sobie.
Tych intelektualistów, czy robotników,
którzy znajdują się poza wszelką walką, bardzo bawi myśl,
że oto młody burżuj sprawia lanie staremu
burżujowi, i że stary burżuj wsadza do więzienia
młodego burżuja. Delikatnie
powracają czasy Hitlera: burżuazja
uwielbia karcić się własnymi dłońmi.
Proszę o wybaczenie tych tysiąc czy dwa tysiące młodzieży, moich braci,
którzy działają w Trydencie albo w Turynie,
w Pawii lub w Pizie,
we Florencji i również trochę w Rzymie,
ale muszę to powiedzieć: Ruch Studencki
nie zagląda do tych ewangelii, których lekturę
przypisują mu jego pochlebcy w średnim wieku,
żeby poczuć się młodzi i stworzyć dla siebie odkupieńczą dziewiczość:
to tylko studenci znają naprawdę:
moralizm ojca prokuratora lub specjalisty,
konformistyczną przemoc starszego brata
(który oczywiście rozpoczyna tę samą karierę co ojciec),
nienawiść do kultury ich matek, do chłopskich,
choć dalekich, korzeni.




To wiecie, drodzy synowie.
I stosujecie poprzez dwa niezbywalne uczucia:
świadomość waszych praw (wiadomo, demokracja
tylko was bierze pod uwagę) i ambicję
władzy. 




Tak, wasze hasła zawsze się kręcą
wokół przejęcia władzy.
Wyczytuję w waszych brodach bezwładne aspiracje,
w waszej bladości rozpaczliwy snobizm,
w waszych wykrętnych spojrzeniach seksualne dysocjacje,
w nadmiarze zdrowia przemoc, w niedoborze zdrowia pogardę
(jedynie dla tych kilku z was, którzy pochodzą z najniższego
mieszczaństwa, lub z rodzin robotniczych,
te wady posiadają jakąś szlachetność:
poznaj siebie samego i szkołę Barbiany!)




Okupujecie uniwersytety,
lecz powiedzcie, żeby ten sam pomysł przyszedł do głowy
młodym robotnikom.
A wówczas:
czy „Corriere della Sera” i „Popolo”, „Newsweek” i „Monde”
z równą gorliwością
będą próbowały zrozumieć ich problemy?
Czy policja wystawi się na lanie
w okupowanej fabryce?




To banalne spostrzeżenie,
i szantażujące. Lecz przede wszystkim daremne:
ponieważ jesteście burżujami,
więc antykomunistami. Oni, robotnicy,
są wciąż w 1950 roku i jeszcze dawniej.
Idea tak dawna jak Ruch Oporu
(którą należało kontestować dwadzieścia lat temu,
i tym gorzej dla was, jeżeli nie było was wtedy na świecie)
wciąż się krzewi w piersiach ludu, na peryferii.
Być może to dlatego że robotnicy nie mówią ani po francusku, ani po
angielsku,
i tylko niektórzy, biedni, wieczorami, w komórce partyjnej
przykładają się do nauki rosyjskiego.
Przestańcie myśleć o waszych prawach,
przestańcie już prosić o władzę.




Ach, lecz cóż ja wam sugeruję? Cóż
wam doradzam? Do czego was popycham?
żałuję, żałuję!
Wybrałem drogę, która prowadzi do mniejszego zła,
niech Bóg mnie przeklnie. Nie słuchajcie mnie.
Ach, ach, ach,
szantażowany szantażysta,
dąłem w trąby poczucia odpowiedzialności!
Zatrzymałem się w ostatniej chwili,
ratując zarówno
fanatyczny dualizm i dwuznaczność...
Lecz dotarłem na skraj wstydu...
Och, Boże! czyżbym miał wziąć pod uwagę
ewentualność udziału, przy waszym boku, w Wojnie Domowej,
odrzucając moją starą ideę Rewolucji?


Fonte: http://pasolinipuntonet.blogspot.it/2012/07/nienawidze-was-drodzy-studenci-pier.html




Il Pci ai giovani!!, di Pier Paolo Pasolini




Mi dispiace. La polemica contro
il Pci andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, cari.
Non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati:
peggio per voi.

Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come ancora si dice nel linguaggio
goliardico) il culo. Io no, cari.

Avete facce di figli di papà.
Vi odio come odio i vostri papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete pavidi, incerti, disperati
(benissimo!) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati:
prerogative piccolo-borghesi, cari.

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.

La madre incallita come un facchino, o tenera
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli; la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.

E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio
furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in un tipo d’esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).

Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.

A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, cari (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, cari. Stampa e Corriere della Sera, News- week e Monde
vi leccano il culo. Siete i loro figli,
la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano
non si preparano certo a una lotta di classe
contro di voi! Se mai,
si tratta di una lotta intestina.

Per chi, intellettuale o operaio,
è fuori da questa vostra lotta, è molto divertente la idea
che un giovane borghese riempia di botte un vecchio
borghese, e che un vecchio borghese mandi in galera
un giovane borghese. Blandamente
i tempi di Hitler ritornano: la borghesia
ama punirsi con le sue proprie mani.
Chiedo perdono a quei mille o duemila giovani miei fratelli
che operano a Trento o a Torino,
a Pavia o a Pisa, /a Firenze e un po’ anche a Roma,
ma devo dire: il movimento studentesco (?)
non frequenta i vangeli la cui lettura
i suoi adulatori di mezza età gli attribuiscono
per sentirsi giovani e crearsi verginità ricattatrici;
una sola cosa gli studenti realmente conoscono:
il moralismo del padre magistrato o professionista,
il teppismo conformista del fratello maggiore
(naturalmente avviato per la strada del padre),
l’odio per la cultura che ha la loro madre, di origini
contadine anche se già lontane.

Questo, cari figli, sapete.
E lo applicate attraverso due inderogabili sentimenti:
la coscienza dei vostri diritti (si sa, la democrazia
prende in considerazione solo voi) e l’aspirazione
al potere.

Sì, i vostri orribili slogan vertono sempre
sulla presa di potere.
Leggo nelle vostre barbe ambizioni impotenti,
nei vostri pallori snobismi disperati,
nei vostri occhi sfuggenti dissociazioni sessuali,
nella troppa salute prepotenza, nella poca salute disprezzo
(solo per quei pochi di voi che vengono dalla borghesia
infima, o da qualche famiglia operaia
questi difetti hanno qualche nobiltà:
conosci te stesso e la scuola di Barbiana!)
Riformisti!
Reificatori!
Occupate le università
ma dite che la stessa idea venga
a dei giovani operai.

E allora: Corriere della Sera e Stampa, Newsweek e Monde
avranno tanta sollecitudine
nel cercar di comprendere i loro problemi?
La polizia si limiterà a prendere un po’ di botte
dentro una fabbrica occupata?
Ma, soprattutto, come potrebbe concedersi
un giovane operaio di occupare una fabbrica
senza morire di fame dopo tre giorni?
e andate a occupare le università, cari figli,
ma date metà dei vostri emolumenti paterni sia pur scarsi
a dei giovani operai perché possano occupare,
insieme a voi, le loro fabbriche. Mi dispiace.

È un suggerimento banale;
e ricattatorio. Ma soprattutto inutile:
perché voi siete borghesi
e quindi anticomunisti. Gli operai, loro,
sono rimasti al 1950 e più indietro.
Un’idea archeologica come quella della Resistenza
(che andava contestata venti anni fa,
e peggio per voi se non eravate ancora nati)
alligna ancora nei petti popolari, in periferia.
Sarà che gli operai non parlano né il francese né l’inglese,
e solo qualcuno, poveretto, la sera, in cellula,
si è dato da fare per imparare un po’ di russo.
Smettetela di pensare ai vostri diritti,
smettetela di chiedere il potere.

Un borghese redento deve rinunciare a tutti i suoi diritti,
a bandire dalla sua anima, una volta per sempre,
l’idea del potere.
Se il Gran Lama sa di essere il Gran Lama
vuol dire che non è il Gran Lama (Artaud):
quindi, i Maestri
- che sapranno sempre di essere Maestri -
non saranno mai Maestri: né Gui né voi
riuscirete mai a fare dei Maestri.

I Maestri si fanno occupando le Fabbriche
non le università: i vostri adulatori (anche Comunisti)
non vi dicono la banale verità: che siete una nuova
specie idealista di qualunquisti: come i vostri padri,
come i vostri padri, ancora, cari! Ecco,
gli Americani, vostri odorabili coetanei,
coi loro sciocchi fiori, si stanno inventando,
loro, un nuovo linguaggio rivoluzionario!
Se lo inventano giorno per giorno!
Ma voi non potete farlo perché in Europa ce n’è già uno:
potreste ignorarlo?
Sì, voi volete ignorarlo (con grande soddisfazione
del Times e del Tempo).
Lo ignorate andando, con moralismo provinciale,
“più a sinistra”.

Strano,
abbandonando il linguaggio rivoluzionario
del povero, vecchio, togliattiano, ufficiale
Partito Comunista,
ne avete adottato una variante ereticale
ma sulla base del più basso idioma referenziale
dei sociologi senza ideologia.

Così parlando,
chiedete tutto a parole,
mentre, coi fatti, chiedete solo ciò
a cui avete diritto (da bravi figli borghesi):
una serie di improrogabili riforme
l’applicazione di nuovi metodi pedagogici
e il rinnovamento di un organismo statale. I Bravi! Santi sentimenti!
Che la buona stella della borghesia vi assista!
Inebriati dalla vittoria contro i giovanotti
della polizia costretti dalla povertà a essere servi,
e ubriacati dell’interesse dell’opinione pubblica
borghese (con cui voi vi comportate come donne
non innamorate, che ignorano e maltrattano
lo spasimante ricco)
mettete da parte l’unico strumento davvero pericoloso
per combattere contro i vostri padri:
ossia il comunismo.

Spero che l’abbiate capito
che fare del puritanesimo
è un modo per impedirsi
la noia di un’azione rivoluzionaria vera.
Ma andate, piuttosto, pazzi, ad assalire Federazioni!
Andate a invadere Cellule!
andate ad occupare gli usci
del Comitato Centrale: Andate, andate
ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure!
Se volete il potere, impadronitevi, almeno, del potere
di un Partito che è tuttavia all’opposizione
(anche se malconcio, per la presenza di signori
in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote,
borghesi coetanei dei vostri schifosi papà)
ed ha come obiettivo teorico la distruzione del Potere.
Che esso si decide a distruggere, intanto,
ciò che un borghese ha in sé,
dubito molto, anche col vostro apporto,
se, come dicevo, buona razza non mente...

Ad ogni modo: il Pci ai giovani, ostia!
Ma, ahi, cosa vi sto suggerendo? Cosa vi sto
consigliando? A cosa vi sto sospingendo?
Mi pento, mi pento!
Ho perso la strada che porta al minor male,
che Dio mi maledica. Non ascoltatemi.
Ahi, ahi, ahi,
ricattato ricattatore,
davo fiato alle trombe del buon senso.
Ma, mi son fermato in tempo,
salvando insieme,
il dualismo fanatico e l’ambiguità...
Ma son giunto sull’orlo della vergogna.

Oh Dio! che debba prendere in considerazione
l’eventualità di fare al vostro fianco la Guerra Civile
accantonando la mia vecchia idea di Rivoluzione?




Le PCI aux jeunes ! 

Je suis désolé. La polémique contre
le Pci, il fallait la faire dans la première moitié
de la décennie passée. Vous êtes en retard, chers.
Cela n’a aucune importance si alors vous n’étiez pas encore nés:
tant pis pour vous.
Maintenant, les journalistes de tout le monde (y compris
ceux qui travaillent auprès des télévisions)
vous lèchent (comme l’on dit encore dans le langage
universitaire) le cul. Moi non, chers.
Vous avez des gueules de fils à papa.
Je vous haïs, comme je haïs vos papas.
Bonne race ne ment pas.
Vous avez le même œil méchant.
Vous êtes craintifs, incertains, désespérés
(très bien !) mais vous savez aussi comment être tyranniques, des maîtres chanteurs sûrs et effrontés :
là, ce sont des prérogatives petites-bourgeoises, chers.

Hier, à Valle Giulia, quand vous vous êtes battus
avec les policiers,
moi, je sympathisais pour les policiers.
Car les policiers sont fils de pauvres.
Ils viennent de sub-utopies, paysannes ou urbaines qu’elles soient.
Quant à moi, je connais assez bien
leur façon d’avoir été enfants et garçons,
les précieuses mille lires, le père demeurant garçon lui aussi,
à cause de la misère, qui ne donne pas d’autorité.
La mère invétérée comme un porteur, ou tendre,
pour quelques maladies, comme un petit oiseau ;
les frères nombreux ; le taudis
au milieu des potagers de sauge rouge (dans des terrains
d’autrui, lotis) ; les bassi 
au-dessus des égouts ; ou les appartements dans les grands
bâtiments populaires, etc. etc.

Et puis, regardez-les, comment s’habillent-ils :
comme des clowns,
avec cette étoffe rugueuse sentant la soupe
les intendances et le peuple. La pire des choses, naturellement,
c’est l’état psychologique qu’ils ont atteint
(rien que pour quarante mille lires le mois) :
sans plus de sourire,
sans plus d’amitié avec le monde,
séparés,
coincés (dans un type d’exclusion qui n’à pas d’égal) ;
humiliés par la perte de la qualité d’hommes
pour le fait d’être des policiers (quand on est haïs on haït).
Ils ont vingt ans, votre âge, chers et chères.
Nous sommes évidemment d’accord contre l’institution de la police.
Mais prenez-vous-en à la Magistrature, et vous verrez !
Les garçons policiers
que vous avez frappés
par un sacré banditisme de fils à papa
(attitude que vous héritez d’une noble tradition
du Risorgimento),
ils appartiennent à l’autre classe sociale.

À Valle Giulia, hier, il y a eu ainsi un fragment
de lutte de classe : et vous, chers (même si de la part
de la raison) vous étiez les riches,
tandis que les policiers (qui étaient de la part
du tort) étaient les pauvres. Belle victoire, donc,
la vôtre ! En ces cas,
aux policiers on donne les fleurs, chers. Stampa et Corriere della Sera [4],
News- week et Le Monde
ils vous lèchent le cul. Vous êtes leurs fils,
leurs espérance, leur futur : s’il vous reprochent
il n’organisent pas, cela c’est sûr, une lutte de classe
contre vous ! Au contraire,
il s’agit plutôt d’une lutte intestine.
Pour celui qui est au-dehors de votre lutte,
qu’il soit intellectuel ou ouvrier,
il trouverait très amusante l’idée
d’un jeune bourgeois qui flanque des coups à un vieux
bourgeois, et qu’un vieux bourgeois renvoie au cachot
un jeune bourgeois. Doucement
le temps d’Hitler revient : la bourgeoisie
aime se punir de ses propres mains.

Je demande pardon à ces mille ou deux mille jeunes, mes frères
qui s’engagent à Trento ou à Turin,
à Pavia ou à Pisa,
à Florence et un peu à Rome aussi,
mais je dois dire : le mouvement des étudiants (?)
ne fréquente pas les évangiles ne les ayant jamais lus
comme l’affirment ses flatteurs entre deux âges
pour se croire jeunes, en se faisant des virginités
qui font du chantage ;
une seule chose les étudiants connaissent vraiment :
le moralisme du père magistrat ou professionnel,
le banditisme conformiste du frère majeur
(naturellement dirigé sur la même route du père),
la haine pour la culture de leur mère, d’origines
paysannes même si déjà éloignées.
Cela, chers fils, vous le savez.
Et vous appliquez cela à travers deux sentiments
auxquels vous ne pouvez pas déroger :
la conscience de vos droits (on le sait bien,
la démocratie ne considère que vous) et l’aspiration
au pouvoir.

Oui, vos horribles slogans tournent toujours
autour de la prise du pouvoir.
Je lis dans vos barbes des ambitions impuissantes,
dans vos pâleurs du snobisme désespéré,
dans vos yeux fuyants des dissociations sexuelles,
dans l’excès de santé de l’arrogance, dans le peu de santé du mépris
(juste pour quelques-uns, une minorité d’entre vous, venant de la bourgeoisie
infime, ou de quelques familles ouvrières
ces défauts ont quelque noblesse :
connais toi même et l’école de Barbiana!)
Réformistes !
Faiseurs de choses !
Vous occupez les universités
tout en affirmant que cette même idée devrait venir
à des jeunes ouvriers.

Et alors : Corriere della Sera et Stampa,
Newsweek et Le Monde
auront-ils autant de sollicitude
jusqu’à essayer de comprendre leurs problèmes ?
La police se bornera-t-elle à subir un peu de coups
à l’intérieur d’une usine occupée ?
Mais, surtout, comment un jeune ouvrier
pourrait-il s’accorder d’occuper une usine
sans mourir de faim dans trois jours ?
allez occuper les universités, chers fils,
mais donnez moitié de vos revenus paternels même si exigus
à des jeunes ouvriers pour qu’ils puissent occuper,
avec vous, leurs usines. Je suis désolé.
C’est une suggestion banale,
une provocation extrême. Ma surtout inutile :
parce que vous êtes bourgeois
et donc anticommunistes. Les ouvriers, quant à eux,
ils sont restés au 1950 et même avant.
Une idée archéologique comme celle de la Résistance
(qu’on aurait dû contester il y a vingt ans,
tant pis pour vous si vous n’étiez pas encore nés)
existe encore dans les poitrines populaires, dans la banlieue.
Il se trouve que les ouvriers ne parlent pas le français ni l’anglais,
et juste quelqu’un, malchanceux, le soir, dans la cellule,
s’est efforcé d’apprendre un peu de russe.
Arrêtez de penser à vos droits,
arrêtez de demander le pouvoir.
Un bourgeois racheté doit renoncer à tous ses droits,
bannissant de son âme, une fois pour toujours,
l’idée du pouvoir.

Si le Gran Lama sait qu’il est le Gran Lama
cela veut dire que celui-là ce n’est pas le Gran Lama (Artaud):
donc, les Maîtres
– qui saurons toujours qu’ils sont des Maîtres –
ils ne seront jamais des Maîtres : ni Gui ni vous
ne réussirez jamais à devenir des Maîtres.
On est des Maîtres si l’on occupe les Usines
non les universités : vos flatteurs (même Communistes)
ne vous disent pas la banale vérité : vous êtes une nouvelle
espèce d’apolitiques idéalistes : comme vos pères,
comme vos pères, encore, chers ! Voilà,
les Américains, vos adorables contemporains,
avec leurs fleurs ridicules, ils sont en train d’inventer,
eux, un nouveau langage révolutionnaire !
Il s’inventent cela au jour le jour !
Mais vous ne pouvez pas les faire, parce qu’en Europe il y en a déjà un :
pourriez-vous l’ignorer ?
Oui, vous voulez ignorer (avec la grande satisfaction
du Times et du Tempo).
Vous ignorez cela en allant, avec votre moralisme provincial,
“plus à gauche”. Étrange,
abandonnant le langage révolutionnaire
du pauvre, vieux, officiel
Parti Communiste,
inspiré par Togliatti
vous en avez adopté une variante hérétique,
mais sur la base de l’idiome référentiel le plus bas,
celui des sociologues sans idéologie.

Vous exprimant ainsi,
vous demandez tout par les mots,
tandis qu’en ce qui concerne les faits,
vous ne demandez que des choses auxquelles
vous avez droit (en braves enfants de bourgeois) :
une série de réformes qu’on ne peut plus reporter,
l’application de nouveaux méthodes pédagogiques
et le renouvèlement d’un organisme de l’état.
Bravo ! Quels saints sentiments !
Qu’elle vous assiste, la bonne étoile de la bourgeoisie !
Enivrés par la victoire contre les jeunes hommes
de la police, contraints par la détresse à servir,
ivres pour l’intérêt de l’opinion publique
bourgeoise (que vous traitez comme le feraient des femmes
qui ne sont pas amoureuses, qui ignorent et maltraitent
le soupirant riche)
mettez de côté l’unique outil vraiment dangereux
pour combattre contre vos pères :
c’est-à-dire le communisme.
J’espère que vous l’avez compris :
faire les puritains
c’est une façon pour s’empêcher
l’ennui d’une véritable action révolutionnaire.

Mais allez, plutôt, fous, assaillir les Fédérations !
Allez envahir les Cellules !
allez occuper les huis
du Comité Central : Allez, allez
vous camper Via des Botteghe Oscure!
Si vous voulez le pouvoir, emparez-vous, du moins, du pouvoir
d’un Parti qui est pourtant à l’opposition
(même si mal fichu, pour la présence de gens
en de modestes vestes croisées, de boulistes, d’amants de la litote,
de bourgeois qui ont le même âge de vos papas dégueulasses)
ayant comme but théorique la destruction du Pouvoir.
Que celui-ci se décide à détruire, entre-temps,
ce qu’il y a de bourgeois en lui,
je doute assez, même avec ce que vous apporteriez,
si, comme je viens de dire, bonne race ne ment pas…
De toute façon : le Pci aux jeunes, ostia!

Mais, hélas, que vais-je vous suggérer ? Que vais-je vous conseiller ? Où est-ce que je suis en train de vous pousser ?
Je me repens, je me repens !
J’ai perdu la route qui mène au mal mineur,
que Dieu me maudisse. Ne m’écoutez pas.
Aïe ! aïe ! aïe !
victime et maître de chantage,
je soufflais dans les trombes du bon sens.
Heureusement, je me suis arrêté à temps,
en sauvant tous les deux,
le dualisme fanatique et l’ambiguïté…
Cependant, je suis sur le bord de la honte.
Oh Dieu ! que je doive prendre en considération
l’éventualité de faire, à votre flanc, la Guerre Civile
mettant de côté ma vieille idée de Revolution ?

Traduzione di Giovanni Merloni


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice