martedì 26 febbraio 2019

Pasolini e la chiesa cattolica - Di Mario Pozzi

"ERETICO e CORSARO"

Eppure, Chiesa, 
ero venuto a te. 


Pasolini e la chiesa cattolica
Da scritti corsari

...ardente, come se

il mistero contadino, quieto
e sordo nell’estate del quarantatre,
tra il borgo, le viti e il greto
del Tagliamento, fosse al centro
della terra e del cielo;
e lì, gola, cuore e ventre
squarciati sul lontano sentiero
delle Fonde, consumavo le ore
del più bel tempo umano, l’intero
mio giorno di gioventù, in amori
la cui dolcezza ancora mi fa piangere...

Pasolini : la chiesa “la chiesa intesa come Chiesa cattolica” non può che essere reazionaria dalla parte del potere. Non può che accettare le regole autoritarie e convenzionali della convivenza. 
Ma questo è dettato dalla sua storia, per la sua sopravvivenza si è adattata ad ogni trasformazione di ogni potere della società che cambiava ma si adattava nei canoni clericali. E ora si sta adattando a quella totalmente omologante della globalizzazione abbandonando quei canoni che non fanno più parte della sua storia . Ma in questo suo adattamento sopravvivrà all’anima digitale dove tutti i suoi antichi valori, ora disvalori vanno scemando in un unico limbo quello del nulla umano?
Casa è la Chiesa senza il misticismo? E il valore del trascendentale “chiesa medievale”.
Già il poeta frate Francescano David Maria Turoldo ultimo mistico prima della globalizzazione.“ Ho scritto e rappresentato per lui la mia opera teatrale “Sillabe divine” Mario Pozzi, espresse i suoi dissensi sia con la Chiesa che rappresentava e il modo che il potere della Chiesa differiva dal suo Cristianesimo che era per gli umili, per gli ultimi e per i diseredati non solo nei canoni della dottrina, ma come esempio di vita quello Francescano, lo spogliarsi dei suoi beni – Pasolini “Scritti corsari” – E’ proprio detto che la Chiesa debba coincidere con il Vaticano – il Papa andasse a sistemarsi in clergyman, coi suoi collaboratori in qualche scantinato di Tormarancio o del Tuscolano, non lontano dalle catacombe di San Damiano o Santa Priscilla – la chiesa cesserebbe di essere chiesa. 
La chiesa clericale era la chiesa d’un universo contadino, il quale ha tolto al Cristianesimo il suo momento originale rispetto a tutte le altre religioni, cioè Cristo. E in questo mondo contadino fuori dal tempo reale e dalla storia dove vivevano gli Dei agricoli simili a Cristo era il tempo “sacro” o “liturgico” di cui valeva la ciclicità dell’eterno. Il tempo della loro nascita, della loro azione, della loro morte, della loro discesa agli inferi e della loro resurrezione, era un tempo paradigmatico, a cui periodicamente il tempo della vita, ritualizzando, si modellava.
Ciò che intende Pasolini era che Cristo nei duemila anni di storia contadina aveva sostituito la figura dei suoi Dei rurali in quella del Cristo riferendosi ai suoi modelli mitici, facendone un divenire assiologico dove si ripetevano ciclicamente le sue culture. 
Nell’escatologia della chiesa cattolica distante dalla cultura millenaria del mondo contadino o rurale accettava essendo Chiesa dominante questo equivoco. Pasolini “Ma la chiesa che era la chiesa ufficiale dominante ha sempre accettato l’equivoco: essa non poteva esistere infatti al di là delle masse contadine”.
Il consumismo e la proliferazione delle industrie terziarie ha distrutto in Italia il mondo campestre e sta distruggendolo in tutto il mondo e la figura del vecchio prete dagli scarponi e il talare nero sdrucito si è vanificato, diventando preti di città, cioè, preti di massa “puro folclore”.
E in questa Chiesa del folclore che non può esistere senza le masse dei nuovi poveri o disperati che la globalizzazione a creato togliendogli pure i loro Dei, il loro modo arcaico di vivere ed è per questo che odia l’uguaglianza sociale – “Il Comunismo e le sue ideologie”.
Il perdono o vanificazione dell’atto, ho rinnegamento del quinto comandamento “non uccidere”. Questo comandamento sostiene un assoluto divieto che contemporaneamente afferma il diritto di ogni uomo alla vita: sin dal primo istante del concepimento fino alla morte naturale … Infatti in ambito teologico, vita è un dono che ci è stato dato da Dio e che solo lui può toglierlo.
Scritti corsari – Pasolini e l’aborto. “Lo considero un omicidio legalizzato”. Io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là ero esistente. Omicidio che non può essere perdonato, ora il Papa adeguandosi alla globalizzazione rinnega i principi etici, morali e universali del quinto comandamento perdonando la donna che commette l’omicidio e rinnegando lo stesso principio della vita, il diritto di una persona indifesa alla sua esistenza.
Scriverà in una sua poesia David Maria Turoldo della donna “ Donna, forma estrema del sogno, anima del mondo, tu sei il grido della creazione”. Pasolini scriverà “ il mio amore è per la donna infante e madre”. Un frate e un omosessuale esprimeranno in questi versi il più alto concetto che si possa avere per la figura umana femminile. Papa Luciani: Dio è più madre che padre.
Pasolini “scritti corsari” sono contro l’aborto definendolo un omicidio legalizzato che avvilisce solo la donna. E interrompe quel ciclo umano che si era rinnovato dalla nascita dell’uomo, fino al mondo consumistico che favoriva il coito, non più come atto della creazione, ma solo come mercificazione per avvallare il consumo delle merci, rendendo merce l’atto sessuale. E non più amore fra due individui di sesso diverso che procreano per il piacere della creazione. E sentire un Papa che perdona la donna per che abortisce il figlio. “Mi chiedo se sua madre avrebbe abortito lui, che penserebbe della madre?”
Pasolini “la chiesa è lo spietato cuore dello stato”.

Accademico Mario Pozzi
anno domini 2019


Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli


Simona Zecchi


lunedì 25 febbraio 2019

Quando Pasolini chiese di cambiare tesi di laurea e farla su Pascoli - di Carlo Picca

"ERETICO e CORSARO"



Quando Pasolini chiese di cambiare tesi di laurea 
e farla su Pascoli
di Carlo Picca

La più organica e imponente espressione dell'attività critica di Pasolini è certamente Passione e Ideologia, un volume che fu pubblicato da Garzanti nel 1960. In questo notevole ed interessantissimo studio, che è da considerarsi un vero e proprio manuale critico non solo per gli addetti ai lavori, sono presenti due vaste analisi letterarie dedicate rispettivamente alla poesia dialettale e alla poesia popolare italiana del secolo scorso.
Vi è poi una seconda parte, la quale ha in oggetto i saggi su personalità importanti della nostra letteratura compresi gli anni dello sperimentalismo, e fra le quali figure spicca senza dubbio quella di Pascoli.
Un rapporto vivo di stima, ma al contempo anche connotato da una attenzione ambivalente, quello dello scrittore friulano per il poeta del Fanciullino.
Questo perché per Pasolini in Pascoli coabitano, con evidente contraddizione, una ossessione vera e propria e spesso melensa, che tende in modo quasi patologico a mantenerlo sempre fisso a sé stesso, come uno strumento mono corda, ma anche, uno sperimentalismo che lo varia e lo riesce a rinnovare di continuo in modo sorprendente.
In altri termini coesistono in lui una forza irrazionale che lo costringe alla fissità stilistica e una forza intenzionale che lo porta alle tendenze stilistiche più disparate.
Così, pari all'allontanamento che possono suscitare alcuni versi e temi del Pascoli, a causa di questa sua immobilità, corrisponde tuttavia una più che complementare simpatia derivante dal suo sperimentalismo e dalla sua appassionata velleità di ricercatore.
Parole non a caso queste, tutt'altro, Pascoli per lungo tempo fu motivo di studio molto approfondito per il regista di Accattone, e forse non tutti sanno che Pasolini in procinto di laurearsi, nel 1944, nonostante la tesi assegnatagli dal professor Longhi intorno alla pittura contemporanea, decise e propose di potersi smarcare proprio per dedicarsi al poeta del X agosto.
E lo fece giustificandosi che il manoscritto di quella tesi gli era andato perduto, a Pisa, durante il marasma seguito all'armistizio, e non volendo rifare tutto quel lavoro daccapo, mutò argomento e soprattutto relatore rivolgendosi con un’epistola al Professore Calcaterra.
Così nel marzo 1944, lo studente Pasolini chiese la tesi di laurea al suo docente di Letteratura italiana dell’Università di Bologna, appunto Calcaterra. Al nuovo professore avanzò un lavoro accademico su Pascoli sperando ardentemente che questi lo soccorresse nella sua istanza rocambolesca ed imprevista fino a poco prima.
La cosa andò a buon fine e si concretizzò, avvenne infatti che il poeta de Le Ceneri di Gramsci discuterà il 26 novembre 1945 la sua tesi intitolata Antologia della poesia pascoliana: introduzione e commenti.
Completa conversione di argomento dunque, giustificata dal fatto che Pascoli fosse un poeta a cui egli si sentiva legato profondamente, “quasi da una fraternità umana”, e per questo, nonostante non sempre lo avesse accettato senza remore, l’aveva comunque sempre letto e molto assorbito.
Come dimostra la lettera che Pasolini scrisse a Calcaterra per giustificare il cambio di tesi, la lettura del Pascoli, ha sempre avuto in lui un valore di “studio della tecnica della poesia”, ovvero di uno studio personale e peculiare, in cui tutte le sue facoltà critiche restavano “sveglie”, protese a rilevare “gli affetti risolti in linguaggio” innovativo.
Ed ammessa e concessa la dote contraddittoria della sua poesia, tuttavia laddove “si fa più chiara ha in sé una commovente modernità”.
Secondo l’autore di Casarsa, come ebbe poi modo di scrivere nel 1955 circa il «Fanciullino», in un articolo apparso sulla rivista Officina e qui ripreso nei corsivi, e successivamente raccolto proprio nel volume Passione e Ideologia, la poetica pascoliana, se non ha in sé l’attributo di una lingua ispirata ad un realismo di origine ideologico, alla Manzoni o Verga per intenderci, possiede però quello di una vita intima e poetica dell’io immerso in un allargamento e sperimentalismo linguistico ben degno di nota.
In questa analisi si configura il Pascoli anche come punto di riferimento per tutta la poesia a venire dopo lui, ovvero per l’intero organismo stilistico dei crepuscolari e degli epigoni di questi.
Per lo scrittore che fu Eretico e Corsaro infatti, con questa caratteristica di saper fornire alla lingua un contributo stilistico originale non da poco, Pascoli senza ombra di dubbio, influenzerà non solo Sbarbaro, Saba, il lessico vernacolare di taluni dialettali come De Titta, Costa, Lorenzoni, e ancora Govoni, fino ad arrivare ad Ungaretti, Montale, Onofri, Gatto, Betocchi, Bertolucci, ma tanti e tanti altri poeti, ritenendo in questa maniera, assai ricco e complesso il suo apporto alle forme poetiche di gran parte del novecento.
Concludendo, va detto che prima di tutta l’indagine pasoliniana, Pascoli era sempre stato descritto in veste molto accademica dalla critica letteraria precedente. La sua lettura seppe aprire un varco nuovo di conoscenza, ancora tutt’oggi punto di riferimento per chi studia e approfondisce il poeta di Myricae.

Carlo Picca


Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli

Simona Zecchi

giovedì 21 febbraio 2019

Pasolini e il teatro Greco - Mario Pozzi

"ERETICO e CORSARO"




Pasolini e il teatro Greco 
Un’ Orestiade Africana 
E la poesia della Profezia in Poesia in forma di rosa 



Al di là dei sogni c’è la vita e in questa società dove non ci sono più sogni ma incubi dove andiamo? Scriveva Shakespeare siamo fatti della stessa materia che sono fatti i sogni. Nell’opera Pasoliniana ispirata a Calderon della barca “la vita è sogno”. Calderòn opera teatrale di Pier Paolo Pasolini divisa in tre temi due dei quali il sogno era ancora possibile nell’ultima fase, nel mondo omologato dove i sogni del tempo della storia non ci possono essere più. Ma solo una desertificazione interiore condizionata dal potere omologante che stabilisce cosa devi sognare.
Ero giovane, zingaro errante con le pezze al culo ma ero pieni di sogni – ero veramente un ragazzo dell’Europa avendola girata quasi tutta e in particolare l’Europa oltre la cortina di ferro, l’Europa Comunista. L’ho descritta nel mio romanzo “ viaggio d’un poeta attraverso la terra dipinta in quella desolata – Mario Pozzi”.

La libertà è un’esigenza interiore – primordiale, atavica nasce dell’esigenza primaria dell’uomo quella naturale dettata dalla Divina natura e dal suo essere nomade (Lucy e il nomadismo Africano.) Poi si sono fabbricati i muri, le gabbie, i recenti e l’uomo è divenuto schiavo delle stesse regole che si è inventato.
Le istituzioni per loro natura sono sempre commoventi ed essendo commoventi la loro espressione si riduce a pura inutilità e in questa inutilità si è concentrato il potere. Pasolini “Finché l’uomo sfrutterà l’uomo, finché l’umanità sarà divisa padroni e servi non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male nel nostro tempo è tutto qui”.
E tutto questo è benedetto dall’inutili istituzioni che ci rendono inutili, perché schiavi. Ma il bello che in questa schiavitù globalizzata non si salva nessuno, nemmeno quelli che l’hanno creata. 

Scriverà il Leopardi “la giovinezza unico fiore”Io Mario Pozzi ho vissuto per cinque anni dal 1955 al 1960 alla Pisana, dai cinque anni a dieci, immerso nella natura in estrema libertà, libero di girovagare di giorno e di notte in quella campagna Romana dove facevo il bagno nei fontanili e nella marane e mangiavo le ranocchie – non ho frequentata le elementari, ero semianalfabeta ma felice. I miei genitori non li vedevo quasi mai e uno dei spettacoli più belli che ho visto nella mia vita era a giugno quando scendevamo per la valle della Pisana e passavamo attraverso miriadi di lucciole che ci accarezzavano. Da scritti corsari “la scomparsa delle lucciole”. E dormivo spesso con una vecchia nonna Africana che abitava nella mia stessa palazzina. Era una famiglia che proveniva dall’Etiopia e mi consideravano come un figlio. Era il tempo della gioia infinita, il tempo della vita. Poi sono andato a vivere accanto alla borgata Gordiani e ci ho vissuto fino al 1969, forse è stato il periodo più bello della mia vita. Anche qui ho girovagato tra la Tuscolana, il Quarticciolo dove ho frequentato l’università della strada, una delle migliori università del mondo, il Mandrione con il canto delle puttane e il Casilino sono stato quello che Pasolini definì un ragazzo vita, o come mi 
chiamava la mia famiglia uno stradarolo “ragazzo di strada”, zingaro che mi si addici di più, perché la mia anima è stata un’anima zingara fuori da ogni istituzione sia religiosa, scolastica che famigliare, un’anima liberà che ha vissuto sempre come gli pare. Se non avessi quasi settant’anni mi sarei aggregato con i quaranta mila che sono partiti dall’Honduras e attraversato con loro tutta l’America latina fino al muro Americano. Dovrebbe essere stato un viaggio favoloso che ogni giovane avrebbe dovuto fare non quello avvilente dell’”Erasmus” perché non conosceranno mai: Pasolini “ i vecchi fratelli coi figli di pane e formaggio! Da Crotone o Palmi saliranno a Napoli, e da lì a Barcellona, a Salonicco e a Marsiglia nella città della malavita. Anime e angeli, topi e pidocchi, nel germe della storia antica, voleranno davanti alle Willaye. Essi sempre umili. Essi sempre deboli. 

Essi sempre timidi. Essi sempre colpevoli. Essi sempre sudditi. Essi sempre piccoli. - Essi si costruiranno leggi fuori dalla legge, essi che si adatteranno ad un mondo sotto il mondo, essi che cedettero in un Dio servo d’un Dio, essi che canteranno massacri d’un re, essi balleranno alle guerre borghesi, essi che pregarono alle lotte operaie … deponendo l’onesta delle religioni contadine, dimenticando l’onore della malavita, tradendo il candore dei popoli barbari, dietro ai loro Alì dagli occhi azzurri – usciranno da sotto terra per rapinare – saliranno dal fondo del mare per uccidere, scenderanno dall’alto del cielo per 
espropriare – e per insegnare ai compagni operai la gioia della vita – per insegnare ai borghesi la gioia della libertà, per insegnare ai Cristiani la gioia della morte - distruggeranno Roma e sulle sue rovine deporranno il germe della storia antica. Poi col Papa e ogni sacramento andranno come zingari su verso l’ovest e il nord con le bandiere rosse di Trotsky al vento … Dalla poesia Profezia – Poesie in forma di rosa – Pier Paolo Pasolini”. 



Africa mia ultima alternativa – Pier Paolo Pasolini. 

Non c’e nulla di più attuale che l’emigrazione dei popoli Africani verso L’Europa dopo che la civilissima e democratica razza bianca li ha schiavizzati, derubati sia dei loro beni che della loro identità, cioè delle loro culture particolari e tribali “Il padre selvaggio e L’Orestiade – Pier Paolo Pasolini”. Il padre selvaggio è una sceneggiatura del 1963 di un film che Pasolini doveva realizzare dopo Mamma Roma che fa parte dei film che non realizzò: “ San Paolo e Porno Teo Colossal” la sceneggiatura si differenzia dell’Orestiade che è del 1970 dal suo periodo storico. Quando scrisse la sceneggiatura Pasolini era ancora immerso nella storia e i suoi film erano quelli delle borgate Romane dove sopravviveva il sottoproletariato con la sua povertà, distante anni luce dalla borghesia Romana che non sapeva neanche che esistesse. E ancora non aveva affrontato il teatro Greco “ che risale al suo
periodo di Casarsa”. Il film doveva girarsi in Africa nel periodo colonialista, dove un giovane professore tanta di integrare i ragazzi con testi di cultura occidentale per assorbirli al potere borghese, sottraendoli ai loro villaggi dove la loro cultura arcaica era millenaria. Il giovane Davidson non capendo questa falsa integrazione si macchierà di delitti orrendi nelle guerre tribali scatenate dai colonialisti. Rifugiandosi nella foresta, scriverà una poesia dove esalterà la bellezza struggente della sua terra e della vita che si annida nella foresta e nei villaggi. E mentre continua a scrivere il suo viso s’illumina d’un fosco, innocente
sorriso. Pasolini risalta la vita campestre, rurale, tribale fuori dalla storia che la borghesia occidentale distrugge imponendo il suo modello di vita “una falsa democrazia”. Scriverà “nelle poesie della Religione del mio tempo – Frammento della morte. E ora … ah, il deserto assordato dal vento, lo stupendo e immondo sole dell’Africa che illumina il mondo. Africa! Unica mia alternativa ………………………
Appunti per un’Orestiade Africana dalla tragedia di Euripide è del 1975 e l’Africa sta perdendo la sua identità originaria, dove da qui a poco sarà totalmente colonizzata dal nuovo potere, schiavizzando e mercificando un intero continente le conseguenze dopo più di quarant’anni dalla morte del poeta sono sotto gli occhi di tutto il mondo.
Il pretesto dell’Orestiade per Pasolini come in Medea è lo stesso adoperando il tetro Greco è la ragione laica interpretata da Oreste “il nuovo potere” che aiutato da Atena dea della ragione vengono a distruggere tutto quel mondo arcaico e tribale che si era conservato per secoli. La dimostrazione è la pellicola girata in Tanzania e in Uganda riprendendo decine e decine di persone, che accosterà ai personaggi della tragedia selezionandoli uno per uno nella loro arcaicità, fuori dal tempo condizionato dal nuovo sviluppo Europeo. Le migliori inquadrature sono le donne Africane che vivono fuori dalla storia sempre sorridenti, con i loro copricapo di tutti i colori, accentando la vita come una festa ed esprimendo la felicità della vita dove erano vissute sin dalle sue millenarie origini dove la vita era eterna nel suo ripetersi. Tutto questo viene cancellato dall’occidente sfruttandola, inserendo la fabbriche e le scuole con una cultura occidentale che non gli appartiene.
Pasolini usa l’Orestiade come lui dichiara agli studenti. E la paragona ad Argo che con la democrazia cambiando le Furie in Eumenidi si cancellerà tutto quel mondo primitivo e tribale dove il ripetersi della vita era stata fuori dalla storia come la volevano e la vivevano gli occidentali. Se vediamo come è ridotta l’Africa con la globalizzazione, la desertificazione, le guerre, le discariche a cielo aperto, lo spostamento di milioni di persone verso il nostro continente per la fame e le malattie in un genocidio antropologico d’un intero continente.
Pasolini aveva ragione ed è stato veggente. E quando toccherà a noi?


Accademico Mario Pozzi
anno domini 2019



Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli

Simona Zecchi

mercoledì 20 febbraio 2019

Pier Paolo Pasolini - I giovani infelici - 1975

"ERETICO e CORSARO"


I giovani infelici
articolo inedito la cui stesura risale ai “primi giorni del 1975” 
e successivamente raccolto nel volume Lettere Luterane, 
pubblicato da Einaudi ( Torino, 1976 - 1977 )


Uno dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri. 
Non importa se i figli sono buoni, innocenti, pii: se i loro padri hanno peccato, essi devono essere puniti. 
È il coro – un coro democratico – che si dichiara depositario di tale verità: e la enuncia senza introdurla e senza illustrarla, tanto gli pare naturale. 
Confesso che questo tema del teatro greco io l’ho sempre accettato come qualcosa di estraneo al mio sapere, accaduto «altrove» e in un «altro tempo». Non senza una certa ingenuità scolastica, ho sempre considerato tale tema come assurdo e, a sua volta, ingenuo, «antropologicamente» ingenuo. 
Ma poi è arrivato il momento della mia vita in cui ho dovuto ammettere di appartenere senza scampo alla generazione dei padri. Senza scampo, perché i figli non solo sono nati, non solo sono cresciuti, ma sono giunti all’età della ragione e il loro destino, quindi, comincia a essere ineluttabilmente quello che deve essere, rendendoli adulti. 
Ho osservato a lungo in questi ultimi anni, questi figli. Alla fine, il mio giudizio, per quanto esso sembri anche a me stesso ingiusto e impietoso, è di condanna. Ho cercato molto di capire, di fingere di non capire, di contare sulle eccezioni, di sperare in qualche cambiamento, di considerare storicamente, cioè fuori dai soggettivi giudizi di male e di bene, la loro realtà. Ma è stato inutile. Il mio sentimento è di condanna. I sentimenti non si possono cambiare. Sono essi che sono storici. È ciò che si prova, che è reale (malgrado tutte le insincerità che possiamo avere con noi stessi). Alla fine – cioè oggi, primi giorni del ’75 — il mio sentimento è, ripeto, di condanna. Ma poiché, forse, condanna è una parola sbagliata (dettata, forse, dal riferimento iniziale al contesto linguistico del teatro greco), dovrò precisarla: più che una condanna, infatti il mio sentimento è una «cessazione di amore»: cessazione di amore, che, appunto, non da luogo a «odio» ma a «condanna». 
Io ho qualcosa di generale, di immenso, di oscuro da rimproverare ai figli. Qualcosa che resta al di qua del verbale: manifestandosi irrazionalmente, nell’esistere, nel «provare sentimenti». Ora, poiché io — padre ideale – padre storico – condanno i figli, è naturale che, di conseguenza, accetti, in qualche modo l’idea della loro punizione. 
Per la prima volta in vita mia, riesco così a liberare nella mia coscienza, attraverso un meccanismo intimo e personale, quella terribile, astratta fatalità del coro ateniese che ribadisce come naturale la «punizione dei figli». 
Solo che il coro, dotato di tanta immemore, e profonda saggezza, aggiungeva che ciò di cui i figli erano puniti era la «colpa dei padri».
Ebbene, non esito neanche un momento ad ammetterlo; ad accettare cioè personalmente tale colpa. Se io condanno i figli (a causa di una cessazione di amore verso di essi) e quindi presuppongo una loro punizione, non ho il minimo dubbio che tutto ciò accada per colpa mia. In quanto padre. In quanto uno dei padri. Uno dei padri che si son resi responsabili, prima, del fascismo, poi di un regime clerico-fascista, fintamente democratico, e, infine, hanno accettato la nuova forma del potere, il potere dei consumi, ultima delle rovine, rovina delle rovine. 
La colpa dei padri che i figli devono pagare è dunque il «fascismo», sia nelle sue forme arcaiche, che nelle sue forme assolutamente nuove – nuove senza equivalenti possibili nel passato? 
Mi è difficile ammettere che la «colpa» sia questa. Forse anche per ragioni private e soggettive. Io, personalmente, sono sempre stato antifascista, e non ho accettato mai neanche il nuovo potere di cui in realtà parlava Marx, profeticamente, nel Manifesto, credendo di parlare del capitalismo del suo tempo. Mi sembra che ci sia qualcosa di conformistico e troppo logico — cioè di non-storico — nell’identificare in questo la colpa. 
Sento ormai intorno a me lo «scandalo dei pedanti» — seguito dal loro ricatto – a quanto sto per dire. Sento già i loro argomenti: è retrivo, reazionario, nemico del popolo chi non sa capire gli elementi sia pur drammatici di novità che ci sono nei figli, chi non sa capire che essi comunque sono vita. Ebbene, io penso, intanto, che anch’io ho diritto alla vita – perché, pur essendo padre, non per questo cesso di essere figlio. Inoltre per me la vita si può manifestare egregiamente, per esempio, nel coraggio di svelare ai nuovi figli, ciò che io veramente sento verso di loro. La vita consiste prima di tutto nell’imperterrito esercizio della ragione: non certo nei partiti presi, e tanto meno nel partito preso della vita, che è puro qualunquismo. Meglio essere nemici del popolo che nemici della realtà. 

I figli che ci circondano, specialmente i più giovani, gli adolescenti, sono quasi tutti dei mostri. Il loro aspetto fisico è quasi terrorizzante, e quando non terrorizzante, è fastidiosamente infelice. Orribili pelami, capigliature caricaturali, carnagioni pallide, occhi spenti. Sono maschere di qualche iniziazione barbarica. Oppure, sono maschere di una integrazione diligente e incosciente, che non fa pietà. 
Dopo aver elevato verso i padri barriere tendenti a relegare i padri nel ghetto, si son trovati essi stessi chiusi nel ghetto opposto. Nei casi migliori, essi stanno aggrappati ai fili spinati di quel ghetto, guardando verso noi, tuttavia uomini, come disperati mendicanti, che chiedono qualcosa solo con lo sguardo, perché non hanno coraggio, ne forse capacità di parlare. Nei casi né migliori né peggiori (sono milioni) essi non hanno espressione alcuna: sono l’ambiguità fatta carne. I loro occhi sfuggono, il loro pensiero è perpetuamente altrove, hanno troppo rispetto o troppo disprezzo insieme, troppa pazienza o troppa impazienza. Hanno imparato qualcosa di più in confronto al loro coetanei di dieci o vent’anni prima, ma non abbastanza. L’integrazione non è un problema morale, la rivolta si e codificata. Nei casi peggiori, sono dei veri e propri criminali. Quanti sono questi criminali? In realtà, potrebbero esserlo quasi tutti. Non c’è gruppo di ragazzi, incontrato per strada, che non potrebbe essere un gruppo di criminali. Essi non hanno nessuna luce negli occhi: i lineamenti sono lineamente contraffatti di automi, senza che niente di personale li caratterizzi da dentro. La stereotipia li rende infidi. Il loro silenzio può precedere una trepida domanda di aiuto (che aiuto?) o può precedere una coltellata. Essi non hanno più la padronanza dei loro atti, si direbbe dei loro muscoli. Non sanno bene qual è la distanza tra causa ed effetto. Sono regrediti — sotto l’aspetto esteriore di una maggiore educazione scolastica e di una migliorata condizione di vita — a una rozzezza primitiva. Se da una parte parlano meglio, ossia hanno assimilato il degradante italiano medio — dall’altra sono quasi afasici: parlano vecchi dialetti incomprensibili, o addirittura tacciono, lanciando ogni tanto urli gutturali e interiezioni tutte di carattere osceno. Non sanno sorridere o ridere. Sanno solo ghignare o sghignazzare. In questa enorme massa (tipica, soprattutto, ancora una volta!, dell’inerme Centro-Sud) ci sono delle nobili élites, a cui naturalmente appartengono i figli dei miei lettori. Ma questi miei lettori non vorranno sostenere che i loro figli sono dei ragazzi felici (disinibiti o indipendenti, come credono e ripetono certi giornalisti imbecilli, comportandosi come inviati fascisti in un lager). La falsa tolleranza ha reso significative, in mezzo alla massa dei maschi, anche le ragazze. Esse sono in genere, personalmente, migliori: vivono infatti un momento di tensione, di liberazione, di conquista (anche se in modo illusorio). Ma nel quadro generale la loro funzione finisce con l’essere regressiva. Una libertà «regalata», infatti, non può vincere in esse, naturalmente, le secolari abitudini alla codificazione. 
Certo: i gruppi di giovani colti (del resto assai più numerosi di un tempo) sono adorabili perché strazianti. Essi, a causa di circostanze che per le grandi masse sono finora solo negative, e atrocemente negative, sono più avanzati, sottili, informati, dei gruppi analoghi di dieci o vent’anni fa. Ma che cosa possono farsene della loro finezza e della loro cultura? 
Dunque, i figli che noi vediamo intorno a noi sono figli «puniti»: «puniti», intanto, dalla loro infelicità, e poi, in futuro, chissà da che cosa, da quali ecatombi (questo è il nostro sentimento, insopprimibile). 
Ma sono figli «puniti» per le nostre colpe, cioè per le colpe dei padri. È giusto? Era questa, in realtà, per un lettore moderno, la domanda, senza risposta, del motivo dominante del teatro greco.

Ebbene sì, è giusto. Il lettore moderno ha vissuto infatti un’esperienza che gli rende finalmente, e tragicamente, comprensibile l’affermazione — che pareva cosi ciecamente irrazionale e crudele – del coro democratico dell’antica Atene: che i figli cioè devono pagare le colpe dei padri. Infatti i figli che non si liberano delle colpe dei padri sono infelici: e non c’è segno più decisivo e imperdonabile di colpevolezza che l’infelicità. Sarebbe troppo facile e, in senso storico e politico, immorale, che i figli fossero giustificati – in ciò che c’è in loro di brutto, repellente, disumano – dal fatto che i padri hanno sbagliato. L’eredità paterna negativa li può giustificare per una metà, ma dell’altra metà sono responsabili loro stessi. Non ci sono figli innocenti. Tieste è colpevole, ma anche i suoi figli lo sono. Ed è giusto che siano puniti anche per quella metà di colpa altrui di cui non sono stati capaci di liberarsi. 
Resta sempre tuttavia il problema di quale sia in realtà, tale «colpa» dei padri. 
È questo che sostanzialmente, alla fine, qui importa. E tanto più importa in quanto, avendo provocato una cosi atroce condizione nei figli, e una conseguente così atroce punizione, si deve trattare di una colpa gravissima. Forse la colpa più grave commessa dai padri in tutta la storia umana. E questi padri siamo noi. Cosa che ci sembra incredibile. 
Come ho già accennato, intanto, dobbiamo liberarci dall’idea che tale colpa si identifichi col fascismo vecchio e nuovo, cioè coll’effettivo potere capitalistico. I figli che vengono oggi cosi crudelmente puniti dal loro modo di essere (e in futuro, certo, da qualcosa di più oggettivo e di più terribile), sono anche figli di antifascisti e di comunisti. 
Dunque fascisti e antifascisti, padroni e rivoluzionari, hanno una colpa in comune. Tutti quanti noi, infatti, fino oggi, con inconscio razzismo, quando abbiamo parlato specificamente di padri e di figli, abbiamo sempre inteso parlare di padri e di figli borghesi. 
La storia era la loro storia. 
Il popolo, secondo noi, aveva una sua storia a parte, arcaica, in cui i figli, semplicemente, come insegna l’antropologia delle vecchie culture, reincarnavano e ripetevano i padri. 
Oggi tutto è cambiato: quando parliamo di padri e di figli, se per padri continuiamo sempre a intendere i padri borghesi, per figli intendiamo sia i figli borghesi che i figli proletari. Il quadro apocalittico, che io ho abbozzato qui sopra, dei figli, comprende borghesia e popolo. 
Le due storie si sono dunque unite: ed è la prima volta che ciò succede nella storia dell’uomo. 
Tale unificazione è avvenuta sotto il segno e per volontà della civiltà dei consumi: dello «sviluppo». Non si può dire che gli antifascisti in genere e in particolare i comunisti, si siano veramente opposti a una simile unificazione, il cui carattere è totalitario – per la prima volta veramente totalitario – anche se la sua repressività non è arcaicamente poliziesca (e se mai ricorre a una falsa permissività). 
La colpa dei padri dunque non è solo la violenza del potere, il fascismo. Ma essa è anche: primo, la rimozione dalla coscienza, da parte di non antifascisti, del vecchio fascismo, l’esserci comodamente liberarti della nostra profonda intimità(Pannella) con esso (l’aver considerato i fascisti «i nostri fratelli cretini», come dice una frase di Sforza ricordata da Fortini); secondo, e soprattutto, l’accettazione — tanto più colpevole quanto più inconsapevole — della violenza degradante e dei veri, immensi genocidi del nuovo fascismo. 
Perché tale complicità col vecchio fascismo e perché tale accettazione del nuovo fascismo? 
Perché c’è — ed eccoci al punto — un’idea conduttrice sinceramente o insinceramente comune a tutti: l’idea cioè che il male peggiore del mondo sia la povertà e che quindi la cultura delle classi povere deve essere sostituita con la cultura della classe dominante. 
In altre parole la nostra colpa di padri consisterebbe in questo: nel credere che la storia non sia e non possa essere che la storia borghese.


Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli

Simona Zecchi

domenica 3 febbraio 2019

Pasolini e il Caravaggio - Di Mario Pozzi

"ERETICO e CORSARO"


Pasolini e il Caravaggio 


Non c’è nulla di più imparagonabile di Pasolini al Caravaggio “Michelangelo Merisi” da una certa critica, iniziando da Federico Zeri che ha detto delle idiozie non avendo evidentemente letto l’opera Pasoliniana, ma come si dice a Roma “non sapeva neanche dove stava di casa” E non è il solo e poi danno delle capre agli altri, quando belano i caproni, almeno avessero il vello d’oro da renderli Dei – ma come scrisse il Leopardi, oltre la vita c’è solo la sepoltura e Shakespeare – siamo solo pasto per vermi. 
Due personalità totalmente diverse e lontane tra loro che le separa uno oceano, ma un oceano di cultura. Pasolini classicista dedito alla tradizione “ solo nella tradizione è il mio amore”. I suoi studi sono prettamente umanistici anche se segue i corsi a Bologna di Roberto Longhi. Pasolini poeta, romanziere, critico letterario, cineasta e anche pittore abbraccia tutta l’arte della cultura – “la cultura sublime”. Caravaggio è soltanto un pittore anche se geniale ed è rilegato al suo tempo storico. Pasolini supera la storia, come la superata il Petrarca e il leopardi finché esisterà il barlume del tempo umano. Anche le vite sono state totalmente diverse e non si può neanche paragonare le loro morti avvenute in circostanze totalmente dissimili. Caravaggio morirà fuggiasco e di stenti malato di febbre malarica sulla spiaggia della Feniglia. Pasolini verrà ucciso selvaggiamente in modo atroce esordito da un complotto. “Dirà in una sua poesia - amo talmente la vita che non mi porterà nulla di buono”.
Il Caravaggio vivrà sin dall’infanzia in estrema solitudine e povertà, ed era estremamente ateo, viveva per se stesso prendendo la vita come veniva, dal carattere ribelle e indisciplinato, incurante di ogni regola, frequentatore di bettole e puttane e amava i fanciulli. Nei suoi quadri non c’è nulla di religioso, erano rappresentati da gente che viveva nelle bettole e nella strada e per dipingere le madonne adoperava le prostitute. Le luci dei suoi quadri vengono dettate dagli ambienti che frequentava, nel suo periodo esistevano solo le candele e i lumi a petrolio che formavano il buio e i chiaroscuri e anche le bettole erano sempre in penombra, essendo uno di loro la luminosità dei suoi dipinti vanno a dar luce ai loro visi e ai corpi dove tutto il resto è rilegato alla penombra. Gli esempi sono molteplici. Prendiamo la conversione di San Matteo che si trova nella cappella Contarelli – Roma. Non ha nulla di religioso è una semplice disputa di denaro in una bettola dove per questioni di soldi il personaggio che conta il denaro è a tasta bassa, e i due personaggi che entrano in piedi uno indica il gabelliere, l’altro il complice che non a caso possiede una spada come se li avessero derubati, gli altri tre uno è vecchio sta a testa bassa come fosse un complice, l’altro indica il gabelliere per discolparsi e la luce cade sul viso del fanciullo illuminandolo. Caravaggio o si riferisce a se stesso, oppure illumina la sua debolezza per i fanciulli come nel Bacco, David con la testa di Golia, il suonatore di liuto, San Giovanni Battista, fanciullo con cesto di frutta, i bari ecc … L’esempio più lampante è la Madonna dei pellegrini nella basilica di sant’Agostino a Roma. Una prostituta con bambino in un angolo di Roma e i due inginocchiati, uno dei pellegrini evidenzia i piedi sporchi per dare realtà alla miseria e al degrado umano. Era il secolo della chiesa cattolica e il Caravaggio era costretto a rappresentare i suoi canoni per sopravvivere.
Pasolini spiega benissimo la sua mancanza di affinità con il Caravaggio “lo prendo dal blog di Bruno Esposito – la luce del Caravaggio”. Pasolini - tutto ciò che io posso sapere, intorno al Caravaggio lo disse Roberto Longhi che appresi dalle sue lezioni.

Cosa ha inventato il Caravaggio. Pasolini è una domanda che nemmeno mi pongo per pura retorica, non posso che attenermi a Roberto Longhi. Nell’articolo ripete in una sintassi diversa “tutta propria” quello che ho descritto sopra. Ed essendo un cineasta parla di profilmico, cioè la presa di coscienza della realtà, la realtà del cavalletto, come la realtà della macchina da presa che ha davanti l’oggetto come la concepiva Pasolini. E il Caravaggio usando la sua realtà “quella che ho descritto sopra” rompeva lo schema tradizionale per entrare in un mondo tutto suo dove regna la sua stessa infelicità. Pasolini scrive: “ qui i tratti popolari e realistici dei volti si levigano in una caratteriologia mortuaria; e così la luce, pur restando così grondante nell’attimo del giorno in cui è colta, si fissa in una grandiosa macchina cristallizzata. Non solo il bacchino è malato ma anche la sua frutta. E non solo il Bacchino, ma tutti i personaggi del Caravaggio sono malati, essi dovrebbero essere per definizione vitali e sani, ma hanno invece la pelle lacerata da un bruno pallore di morte”. Con questo scritto si differenzia l’enorme veduta della vita da quella del Caravaggio. I primi romanzi e le prime poesie di Pasolini sono l’esaltazione della vita e dei suoi personaggi e della natura sia rurale che contadina. “Periodo Friulano”. Anche nella sua discesa a Roma la distanza è abissale sia nelle poesie, sia nei romanzi, sia nei film. Io Mario Pozzi sono stato un borgataro –“un ragazzo di vita” e sono testimone della immensa felicità che abbiamo provato di vivere quella vita “la vita che bastava a se stessa, nei suoi mattini pieni di luce e nelle sue notti stellate, assaporando la libertà dell’esistenza quotidiana”. Ed è questa vita che Pasolini descrive nelle sue due raccolte di liriche – le ceneri di Gramsci e la religione del mio tempo e nei film cosa sono le nuvole e la terra vista dalla luna. Paolini era un medievalista “ trilogia della vita” dove nel Decameron si rifà a Giotto e tutto il film si ispira allegria popolare come esaltazione della vita. in mamma Roma il ragazzo morto è preso dal cristo morto del Mantegna. Nella ricotta la scena della deposizione è presa dalla pala di Rosso Fiorentino e di Pontormo due pittori manieristi del cinquecento pieni di luce. La luce come la intendeva Pasolini era una luce viva dettata dalla luce della vita. Nell’ immensa opera Pasoliniana non c’è nessun riferimento ai dipinti del Caravaggio.

Accademico Mario Pozzi
anno domini 2019

Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi

Le ceneri di Gramsci, capolavoro poetico di Pasolini ancora attuale - di Carlo Picca

"ERETICO e CORSARO"



Le ceneri di Gramsci  
una raccolta di poesie di Pier Paolo Pasolini 
pubblicata da Garzanti nel 1957.
Di Carlo Picca


Il volume, che riporta il sottotitolo "Poemetti", raccoglie undici poesie già pubblicate su riviste tra il 1951 ed il 1956. Il titolo è preso da una poesia immaginata davanti alla tomba di Gramsci nel Cimitero acattolico di Roma. Lo statista sardo ha significato molto per la cultura immediatamente postbellica, come del resto tuttora continua ad essere letto e approfondito. 
Ed anche per Pasolini fu punto di riferimento centrale, pur modulandone i principi e dandogli una nuova interpretazione, molto personale, che espose con questa raccolta ed in particolare con la poesia omonima in essa contenuta e che all'epoca fece molto "scandalo". 
E' chiaro sin da subito leggendo quest'opera che Pasolini non intende seguire Gramsci sul piano intellettuale. Il miglioramento del popolo legato alla formazione di una sua coscienza di classe, appare infatti, riprendendo dei versi di una delle poesie raccolte, Il pianto della Scavatrice, il prodotto oramai d'un rozzo giornale della cellula, l'ultimo sventolio del rotocalco
Per l'autore friulano, il popolo, la popolanità, e negli anni cinquanta si ha meglio la possibilità di parlare in questi termini, possiedono un'autenticità millenaria, arcaica, che non può intellettualizzarsi freddamente, io sono una forza del passato, solo nella tradizione è il mio nome, scriverà lo scrittore anni dopo in Poesia in forma di rosa.

L'educazione della popolazione quindi per il poeta di Casarsa non può avvenire dal suo esterno con un'ideologia che si è spenta, ma conoscendo da vicino la sua vitalità, il suo vissuto ed i suoi bisogni,  e come scrive in Picasso, altra celebre poesia della raccolta, restando dentro l'inferno con marmorea volontà di capirlo, è da cercare la salvezza. Una società designata a perdersi è fatale che si perda: una persona mai.  
Il poeta non vuole fare da guida senza essere lui stesso coinvolto. In tale direzione è evidente che i modi intellettuali lo sottraggono dalla sua disperata passione di essere in quel "mondo", a cui non riesce politicamente a proporre modelli freddi da seguire, ci appare  tra le macerie finito il profondo e ingenuo sforzo di rifare la vita. 

La politica, gli intellettuali, la classe dirigente, in una parola l'élite dell'epoca, non conoscono più quel mondo, sono divenuti invece portatori di idee distanti e vuote. Pasolini nega la battaglia serrata per il miglioramento delle condizioni umane che avviene attraverso una religione sterile e rifiuta questa separazione fra uomini perché l'educazione deve avvenire appunto in uno scambio profondo e comune. 
Scriveva Seneca: C'è un duplice vantaggio nell'insegnare, perché, mentre si insegna, si impara. Così Pasolini, come il grande autore latino, vive un rapporto maieutico con le forme di borgata, queste gli concedono sentimenti di vitalità antica e il poeta fornisce loro parola, stile, espressione matura. 
…attratto da una vita proletariaa te anteriore, è per me religionela sua allegria, non la millenariasua lotta: la sua natura, non la suacoscienza; è la forza originariadell'uomo, che nell'atto s'è perduta,a darle l'ebbrezza della nostalgia,una luce poetica: ed altro più…
Gramsci ha insegnato molto al poeta, ed egli continua a seguirlo, ma ne contestualizza la lotta per dargli continuità e non farla morire in vuote formule. Non lo rimprovera, non si erige a nuovo teorico della "rivoluzione", lo vive nelle vive esperienze
Le ceneri di Gramsci divengono così le ceneri su cui far sbocciare un nuovo fiore nel terreno dell'antica lotta del miglioramento, ceneri sulle quali quindi, eliminati i dogmi gelidi, germogliano petali pasoliniani vivi ed impegnati. Così il poeta recupera il suo Gramsci, senza quella ideologia che non poteva rispettare, lui in preda alla "miseria dei sensi" e a quella "religione dei sensi" che proprio dall'amore per quella popolanità gli erano nati.
Sensi che  non gli permettevano di "dipingere" il popolo con ottica prospettivistica, l'errore di Picasso, senza prima conoscere ed amare il suo vitale mondo.  Pasolini inoltre, in questa raccolta, comunica la percezione che svilupperà meglio in seguito, dell'avvento di un falso progresso come forza distruttrice dell'autenticità millenaria della popolanità.

Quella popolanità che ha iniziato a conoscere ed amare sin dai tempi di Casarsa, ovvero dai tempi in cui ragazzo, nasceva in lui l'amore per i volti e le storie dei luoghi materni. Adorazione che a Roma il poeta ha vissuto in continuità proprio con l'immersione nel mondo delle borgate.
E proprio perché dentro quell'autentico mondo, poté da subito rilevare in modo profetico, la minaccia della sua estinzione in quella che definirà anni dopo "mutazione antropologica".  Questa sarà la percezione che "scandalosamente" lo porterà a scrivere sempre nel Pianto della scavatrice che piange ciò che muta, anche per farsi migliore.
In questi versi infatti egli avverte l'inizio di questo mutamento epocale, che col tempo contrasterà sempre più in modo "corsaro", come sappiamo infatti, con il passare degli anni la sua protesta diverrà "eretica".  Pasolini colse con profonda umanità l'arrivo di questa mutazione, e cercherà  "fratelli" per affrontare una lotta condivisa  contro questa "omologazione", a cercare fratelli che non sono più, scriverà ancora in Poesia in forma di rosa.

Omologazione nella quale l'uomo perdeva la sua storia millenaria divenendo elemento consumato e consumistico. Ma in netta risposta fu emarginato da tutta l'élite dell'epoca che non lo capì affatto. Da qui l'insegnamento di quest'opera poetica è ancora molto attuale a mio avviso, perché quell'élite, ieri come oggi, dovrebbe conoscere e sentirsi dentro le storie ed i bisogni degli uomini e delle donne, senza separazione alcuna, per educare a migliori livelli e non lasciarsi invece tutti consumare in un'alienazione generale.
Perché questo è accaduto e sta accadendo, sancendo il trionfo del consumo e la sconfitta dei sentimenti ideali di umanità e facendosi strada sempre più un basso populismo… 


Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi