sabato 12 gennaio 2019

Pasolini - Fascista (Intervista a cura di Massimo Fini)

"ERETICO e CORSARO"

La copertina di "L'Europeo"numero 52 del  26 dicembre 1974


Pasolini - Fascista
(1974 intervista a cura di Massimo Fini )

Vedi anche:

Pier Paolo Pasolini, da Poveri ma fascisti, «Il Messaggero», 17 ottobre 1974.



Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà più. Partiamo dal recente film di Naldini: Fascista. Ebbene questo film, che si è posto il problema del rapporto fra un capo e la folla, ha dimostrato che sia quel capo Mussolini, che quella folla, sono due personaggi assolutamente archeologici. Un capo come quello oggi è assolutamente inconcepibile non solo per le nullità e per l'irrazionalità di quello che dice, ma anche perché non troverebbe assolutamente spazio e credibilità nel mondo moderno. Basterebbe la televisione per vanificarlo, per distruggerlo politicamente. Le tecniche di quel capo andavano bene su di un palco, in un comizio, di fronte alle folle "oceaniche", non funzionerebbero assolutamente su uno schermo.
Questa non è semplicemente costatazione epidermica, puramente tecnica, è il simbolo di un cambiamento totale del modo di essere, di comunicare fra di noi. E così la folla, quella folla "oceanica". Basta un attimo posare gli occhi su quei visi per vedere che quella folla lì non c'è più, che sono dei morti che sono sepolti, che sono i nostri avi. Basta questo per capire che quel fascismo non si ripeterà mai più. Ecco perché buona parte dell'antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo o stupido o è pretestuoso e in malafede: perché dà battaglia o finge di dar battaglia ad un fenomeno morto e sepolto, archeologico appunto, che non può fare più paura a nessuno. E', insomma, un antifascismo di tutto comodo e di tutto riposo.
Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologhi hanno troppo bonariamente chiamato la "società dei consumi". Una definizione che sembra innocua, puramente indicativa. E invece no. Se uno osserva bene la realtà, e soprattutto se uno sa leggere intorno negli oggetti, nel paesaggio, nell'urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo. Nel film di Naldini noi abbiamo visto i giovani inquadrati, in divisa... Con una differenza, però. Allora i giovani nel momento stesso in cui si toglievano la divisa e riprendevano la strada verso i loro paesi e i loro campi, ritornavano gli italiani di cento, di cinquant'anni addietro, come prima del fascismo.
Il fascismo, in realtà, li aveva resi dei pagliacci, dei servi, e forse in parte anche convinti, ma non li aveva toccati sul serio. Nel fondo dell'anima, nel loro modo di essere. Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell'intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più, come all'epoca mussoliniana, di un'irregolamentazione superficiale, scenografica, ma di una irregolamentazione reale che ha rubato e cambiato loro l'anima. Il che significa, in definitiva, che questa "civiltà dei consumi" è una civiltà dittatoriale. Insomma, se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la "società dei consumi" ha bene realizzato il fascismo.
Un ruolo marginale. Per questo ho detto che ridurre l'antifascismo ad un lotta contro quella gente significa fare della mistificazione. Per me la questione è molto più complessa, ma anche molto chiara, il vero fascismo, l'ho detto e lo ripeto è quello della società dei consumi e i democristiani si sono trovati ad essere, anche senza rendersene conto, i reali ed autentici fascisti di oggi. In questo ambito i fascisti "ufficiali" non sono altro che il proseguimento del fascismo archeologico: e in quanto tali non sono da prendere in considerazione. In questo senso Almirante, per quanto abbia tentato di aggiornarsi, per me è altrettanto ridicolo che Mussolini. Piuttosto, un pericolo più reale viene oggi dai giovani fascisti, dalla frangia neonazista del fascismo che adesso conta su poche migliaia di fanatici ma che domani potrebbe diventare un esercito.
Secondo me l'Italia vive qualcosa di analogo a quanto accade in Germania agli albori del nazismo. Anche in Italia attualmente si assiste a quei fenomeni di omologazione e di abbandono degli antichi valori contadini, tradizionali, particolaristici, regionali, che fu l'humus su cui crebbe la Germania nazista. C'è un enorme massa di gente che si è trovata ad essere fluttuante, in uno stato di imponderabilità di valori, ma che non ha ancora acquistato quelli nuovi nati dall'industrializzazione. E' il popolo che sta diventando piccola borghesia ma che non è ancora né l'uno e non è più l'altro. Secondo me il nucleo dell'esercito nazista fu costituito proprio da questa ibrida massa, questo fu il materiale umano da cui vennero fuori, in Germania, i nazisti. E l'Italia sta correndo proprio questo pericolo.
Quanto alla caduta del fascismo, innanzitutto c'è un fatto contingente, psicologico. La vittoria, l'entusiasmo della vittoria, le speranza rinate, il senso della ritrovata libertà e di tutto il modo di essere nuovo, avevano reso gli uomini, dopo la liberazione, più buoni. Sì "più buoni", puramente e semplicemente.
Ma poi c'è l'altro fatto più reale: il fascismo che avevano sperimentato gli uomini di allora, quelli che erano stati antifascisti ed avevano attraversato le esperienze del ventennio, della guerra, della Resistenza, era un fascismo tutto sommato migliore di quello di oggi. Vent'anni di fascismo credo non abbiano mai fatto le vittime che ha fatto il fascismo di questi ultimi anni. Cose orribili come le stragi di Milano, di Brescia di Bologna, non erano mai avvenute in vent'anni. C'è stato il delitto Matteotti, certo, ci sono state altre vittime da tutte due le parti, ma la prepotenza, la violenza, la cattiveria, la disumanità, la glaciale freddezza dei delitti compiuti dal 12 dicembre del 1969 in poi non s'era mai vista in Italia. Ecco perché c'è in giro maggior odio, un maggior scandalo, una minore capacità di perdonare... Soltanto che questo odio si dirige, in certi casi in buonafede e in altri in perfetta malafede, sul bersaglio sbagliato, sui fascisti archeologici invece che sul potere reale.
Prendiamo le piste nere. Io ho un'idea, magari un po' romanzesca ma che credo giusta, della cosa. Il romanzo è questo. Gli uomini di potere, e potrei forse fare addirittura dei nomi senza paura di sbagliarmi di tanto - comunque alcuni degli uomini che ci governano da trent'anni - hanno prima gestito la strategie della tensione a carattere anticomunista, poi, passata la preoccupazione dell'eversione del '68 e del pericolo comunista immediato, le stesse, identiche persone hanno gestito la strategia della tensione antifascista. Le stragi quindi sono state compiute sempre dalle stesse persone. Prima hanno fatto la strage di piazza Fontana accusando gli estremisti di sinistra, poi hanno fatto le stragi di Brescia e di Bologna accusando i fascisti e cercando di rifarsi in fretta e furia quella verginità antifascista di cui avevano bisogno, dopo la campagna del referendum e dopo il referendum, per continuare a gestire il potere come se nulla fosse accaduto.
In quanto agli episodi di intolleranza che lei ha richiamato, io non li definirei propriamente intolleranza. O almeno non si tratta dell'intolleranza tipica della società dei consumi. Si tratta in realtà di casi di terrorismo ideologico. Purtroppo le sinistre vivono, attualmente, in uno stato di terrorismo, che è nato nel '68 e che continua ancora oggi. Non direi che un professore che, ricattato da un certo gauchismo, non dà la laurea ad un giovane di destra, sia un'intollerante. Dico che è un terrorizzato. O un terrorista. Però questo tipo di terrorismo ideologico ha una parentela solo formale col fascismo. Terrorista è l'uno, terrorista è l'altro, è vero. Ma sotto gli schemi di queste due forme a volte identiche, bisogna riconoscere realtà profondamente diverse. Altrimenti si va a parare inevitabilmente nella teoria degli "opposti estremismi", oppure nello "stalinismo uguale fascismo".
Ma ho chiamato questi episodi di terrorismo e non di intolleranza perché secondo me, la vera intolleranza è quella della società dei consumi, della permissività concessa dall'altro, voluta dall'alto, che è la vera, la peggiore, la più subdola, la più fredda e spietata forma di intolleranza. Perché è intolleranza mascherata di tolleranza. Perché non è vera. Perché è revocabile ogni qualvolta il potere ne senta il bisogno. Perché è il vero fascismo da cui viene poi l'antifascismo di maniera: inutile, ipocrita, sostanzialmente gradito al regime.

("L'Europeo", 26 dicembre 1974, 
intervista, a cura di Massimo Fini a Pier Paolo Pasolini, 
successivamente pubblicata nel volume "Scritti corsari")

Fonte:
http://old.radicali.it/search_view.php?id=47281&lang=&cms=


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro


Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

Pier Paolo Pasolini, da Poveri ma fascisti, «Il Messaggero», 17 ottobre 1974.

"ERETICO e CORSARO"

Pier Paolo Pasolini con Naldini e Alberto Moravia durante la presentazione del film a Roma (1974)
Fonte: Cineteca di Bologna



Pasolini su Fascista (1974)

di Nico Naldini 
(estratto)




«(...) Vedendo quella prima sequenza [del film Fascista di Nico Naldini], ho osservato le facce dei fascisti e della gente che, partecipe o indifferente, li attorniava. Le persone “importanti” (professori, avvocati, ecc.) avevano delle facce da imbecilli, al solito. (...) Sono proprio quegli imbecilli, magari rozzi, ingenui, e, oltre tutto, anche in buona fede (non in quanto fascisti, dico, ma in quanto piccolo - e medio - borghesi). Ma intorno c'erano le facce dei sicari fascisti. Facce magre, ossute, con occhi fortemente disegnati. Facce tirate dalla vita povera, dalla fame. Macerate da abitudini nate dall'osservanza della più stretta economia, dal bisogno (lettucci, stanzette polverose, stanzoni vuoti, niente riscaldamento, un paio di calzoni e una camicia, l'osteria, la messa domenicale, la periferia della città quasi campestre). Insomma, ciò che quei fascisti erano socialmente, aveva infinitamente più forza di ciò che erano ideologicamente. Erano lavoratori poveri e piccoli borghesi poveri come loro. Facevano la marcia su Roma come una scampagnata; al massimo si può pensare che essi, culturalmente, imitassero l'impresa fiumana. La maggior parte erano chiaramente “assoldati”, come soldati di ventura di second'ordine.
... le folle oceaniche...
Fonte: Cineteca di Bologna
Questa prima impressione di trovarsi di fronte a un tipo antropologico di italiano che è stato così per secoli e secoli, ed è cambiato solo in questi ultimi dieci anni, dura e si consolida durante tutto il film di Naldini. Questa inoffensività, non bonacciona o qualunquistica , ma “fisica” degli italiani in camicia nera, si estende anche ai capi. I famosi gerarchi, che io ricordavo come il massimo della ferocia e del ridicolo, sono invece dei patetici imbecilli: qualcuno di loro fa addirittura una specie di schifosa tenerezza, tanto è stupido e visibilmente attaccato alla greppia, come un allampanato animale. C'è qualche sguardo gettato da costoro su Mussolini che è un capolavoro di recitazione involontaria. È lo sguardo di un cane che sa un po' di latino gettato su colui che gli procura il cibo.
Ad accentuare questa inoffensività di poveraglia e di piccola borghesia affamata, è l'inevitabile confronto sia con i fascisti, che con la folla e i “gerarchi” attuali. Rispetto ai fascisti attuali, che sono ormai dei veri e propri nazisti, quelli hanno un'aria casalinga che stringe il cuore (tanto più quando il loro entusiasmo fascista si manifesta in sorrisi sinceri di vecchia felicità popolana o contadina); rispetto alla folla attuale, quella folla (non necessariamente fascista) è piena di dignità; in essa contano valori di cui il fascismo approfittava degradandoli. Infine rispetto ai “gerarchi” attuali quei “gerarchi” fanno pena. Cosa possono aver rubato, in quell'Italia miserabile? Qualche miserabile gruzzoletto di palanche. Lo si vede. E il pensiero corre alle ruberie, alle grassazioni, alle violazioni, ai delitti dell'attuale classe dirigente, fatta di parassitismo e di clientele, come ormai i dirigenti democristiani stessi ammettono, senza vergognarsi, e invece di togliersi per sempre di mezzo. Il fascismo non è stato alle origini che umile manovalanza del padronato. Alla fine è stata una bieca mascherata assassina. Ma a questo punto il film finisce.
Fonte: Cineteca di Bologna
Mussolini al balcone(...) Naldini ha preso delle decisioni stilistiche direi ferree nel progettare il film. Niente retorica antifascista, niente facile “ridicolo” sul fascismo, rappresentazione del fascismo attraverso materiale elaborato dai fascisti stessi, cioè attraverso la loro idea falsa e vera di sé. In tutto questo però Naldini è stato travolto da un dato incalcolabile: cioè dall'accumulazione di un materiale che aveva quasi costantemente per oggetto il rapporto pubblico tra Mussolini e le folle cosiddette oceaniche. Alla fine, e proprio filmicamente, il film è un film sul rapporto tra un Capo e il suo Popolo. (...) Rapporto inaudito, assurdo, manifestamente arrangiato, ritagliato e mistificato, ridicolo, bieco: ma in qualche modo, quello lì, proprio quello lì, come compare nella realtà fisica dei materiali del film. Materiali che si accumulano, e infine esplodono in una espressività abnorme e involontaria. È stato un terribile gioco, e il film di Naldini gioca con questo gioco. Per questo è un film bellissimo. Ma anche pericoloso, perché sono i destinatari in buona fede che accettano il gioco. Quelli in cattiva fede fanno il “loro” gioco, cioè, come si sa, non sanno giocare. Il fascismo è un tetro comportamento coatto».

Pier Paolo Pasolini, da Poveri ma fascisti
«Il Messaggero», 17 ottobre 1974.

Fonte:
http://www.cinetecadibologna.it/vedere/programmazione/app_609/from_2009-02-16/h_2000


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro


Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

sabato 5 gennaio 2019

Adele Cambria, Diario di Accattone - La Palatina: rivista di Lettere e Arti», n.18, aprile-giugno 1961

"ERETICO e CORSARO"



Adele Cambria, Diario di Accattone
La Palatina: rivista di Lettere e Arti», n.18, aprile-giugno 1961


La vestaglia, lavata, rilavata, uno straccio: ma la sporcizia dura, è ormai intessuta dentro. Sotto il petto, una spilla di sicurezza. La sarta, bonacciona, con preoccupazioni igieniche, mi dice che ha bollito ogni cosa… Sarebbe facile, dunque, l’ironia su questa miseria ricostruita con accanimento, con dolcezza, e Pasolini che fa addobbare di altri stracci i bambinetti che le madri gli hanno portato, qui, in via Tiburtina, mirabilmente vestiti a festa. Lui, inesorabile, gentile, condanna le sottovesti piccolissime di nylon, le sottane di panno blu coi pupazzi, le giacchette a uomo, dei maschi, con la cravatta a farfalla della Prima Comunione. Si stanno girando alcune scene del primo film diretto dallo scrittore: Accattone (o Stella, come piace di più al produttore). Io sono Nannina. Pasolini, una volta che ero andata a chiedergli un’intervista, mi ha detto che ero Nannina: dunque, se volevo lavorare nel film. Diceva: “Lei ha la faccia di Nannina”. Ora, come è normale, mi incuriosiva quest’altra mia faccia che non sospettavo di avere. Ho letto la sceneggiatura: “…Nella stanza c’è anche un’altra donna, piccola come una gatta, Nannina la Napoletana, con i suoi cinque figli, il più piccolo le sta attaccato al petto…”. Ed ancora: “…Nannina, spaventata dal fatto che qualcuno la chiami, come se non avesse il diritto di essere chiamata, ecc.”. Poi le battute che il Napoletano mi dice: “Beh, Nannì! Vuje site ‘na femmina oro dieciotto! Voi siete una femmina intrepida!”. Esattamente il tipo di donna che mi ha fatto, da sempre, compassione e rabbia: che ho odiato, nella sua soggezione meridionale (schiavitù devota, animalesca, verso i figli, verso un marito almeno irriconoscente, e fatica, botte, tradimenti, ogni cosa accettata come naturale).
Questa Nannina del film è una sposata forse a quattordici-quindici anni, e da allora, un figlio dietro l’altro, con il marito fuori e dentro dal carcere, che sfrutta un paio di prostitute eccetera.
E lei, salda, con questa cintura di figli intorno, che la divorano, a faticare, ad aspettare. Chi sa mai perché sono io che ho la faccia di Nannina, pensavo, certamente, puerilmente offesa: si vede che il Sud – poiché sono meridionale – rimane attaccato alle ossa. Allora ho detto di sì: e soprattutto mi incuriosiva quest’esperienza, di vedere girare un film dall’interno: e mi divertiva, proprio nel senso di distrarmi, per l’assoluta irresponsabilità del mio compito, il non rischiare nulla – poiché faccio un altro mestiere – interamente affidata ad altri.
Negli stabilimenti cinematografici della De Paolis, sulla Tiburtina, si girano le scene della baracca. Mi tirano i capelli lisci dietro, con molte rozze forcine, niente trucco, ed i cinque bambini che non ne vogliono sapere di starsene attaccati a me.
Anche il piccolo, di otto mesi, che devo tenere sulle braccia, piange e sbava con gargarismi allucinanti; e mi sembra una specie di buffa, dispettosa rivincita sull’idea che il regista ha della mia faccia: madre inesausta intorno alla quale i bambini vengono come mosche al miele…
Il più piccolo ha la testa che gli scotta come ferro da stiro.
Dico alla madre: “Ma ha la febbre”. Lei prima dice che non è vero, poi mi supplica di non parlarne a Pasolini, se no ne prendono un altro. “Ma la pagano lo stesso”, dico. Inutile, vuole restare. Mi sento colpevole. Pasolini ha la pazienza – e la crudeltà – di un santo. Con tutti questi bambini che strillano (ce n’è uno, Roberto, di tre anni, che mi annuncia: “Mo’ io te meno”, e subito incomincia una giostra di calci e pugni): con le madri, che li riempiono di baci e sberle, perché siano buoni e si lascino fare la fotografia: “che gliela mandiamo allo zio in Australia…”, dice una.
[…] Franco Citti ‒ Accattone ‒ sta qui ora a recitare, “ tutto bello e malandro”, come lo descrive Pasolini nella sceneggiatura: con un cuore d’oro appeso al collo, che gliel’ha fatto Maddalena, ed anche gli anelli, che gli incrostano d’oro la mano, e il bracciale, il maglione bianco e tutto. Maddalena (Silvana Corsini) sta distesa su un lettone putrido, con la gamba fasciata, i capelli neri, come serpi, sulle spalle magre: io, Nannina, sto da un canto, nella baracca, con i quattro bambini che alla fine si sono decisi a farsi la fotografia, ed il più piccolo in braccio, che strilla, ossessivo. Ciak, azione, si gira: l’operatore Delli Colli sistema la macchina da presa, una ‘bandiera’ (cioè un tendone nero stinto) è messo fuori della porta, perché non venga dentro troppa luce: un solo ‘gruppo’ da ottomila, poche carrellate. Accattone traversa la stanza con passo indolente: sembra un ragazzetto, smilzo e impavido, ma è già sui ventisei anni: scarpe a doppia suola, abbronzatura, e le rughe che gli bruciano improvvise la pelle, intorno agli occhi, alla bocca piccola, quando parla. Pasolini gli suggerisce le battute […].
La scena, per girarla, si divide in due parti. Prima, la macchina da presa punta Accattone, poi si sposta su Maddalena, vestita di giallo, in mezzo al gran letto, spaventata e becera, e giovane.
È lei, per ora, la donna di Accattone: quella che va “a produce”, la notte, sul viale delle Mura Ardeatine: quella che lo ricopre di povero oro, come usano le prostitute col magnaccia, e gli permette di tenere la “mille e quattro” di seconda mano. Ma oggi Maddalena non può andare a lavorare, perché una motocicletta l’ha investita e buttata per terra. […]
Un altro giorno, che giriamo, la baracca è uguale, mezza vuota, con solo il lettone e la cucina economica e il quadro della Vergine, stile novecento, col Bambino piccolo sproporzionato, che pare un sandwich che lei si stia ad imboccare. Ma oggi la donna di Accattone è un’altra: è Stella.
Io, Nannina, ci sono sempre, faccio parte dell’arredamento, coi cinque figli intorno; Accattone, dopo che m’ha fatto andare in galera il marito, m’ha portato qua a casa sua; Maddalena guadagnava abbastanza per tutti (cioè da mangiare una volta al giorno anche per me e i bambini…). Ed ora, Stella? Stella è d’altra razza. Una che lavora: tutto il giorno a ‘capare’ le bottiglie vuote della Coca -Cola e del Chinotto, ammucchiate a montagnola nei depositi della borgata. Le danno ottocento lire. […]
E questa è la scena, come l’ho vista dirigere da Pasolini, con gentilezza, con pazienza: io a calar giù i materassi, sul letto, e Stella davanti a una pentola, dove i macchinisti hanno buttato il ghiaccio secco ‒ nell’acqua calda bollente ‒ perché ne esca il vapore, come della pasta che cuoce.
Le prime cure del regista sono per Stella. Pasolini e l’aiuto ‒ Bernardo Bertolucci ‒ si preoccupano di come la ragazza debba essere vestita, qui in casa. Un grembiule nero lucido, ma bisogna tagliarli via le maniche perché è estate: un’appiccicosa estate romana, “ … in quel mondo ‒ di borgate tristi, beduine ‒ di gialle praterie sfregate ‒ da un vento sempre senza pace…”.
In testa, Stella porta un fazzoletto, ma annodato basso sulla fronte per proteggere i capelli dalla polvere, ora che sta facendo le pulizie. E il timore ‒ quasi infantile ‒ di Pasolini è che la ragazza ‒ Franca Pasut ‒ non si dia troppo cerone sul viso. Anzi al principio aveva detto nulla, né segni di lapis intorno agli occhi, né palpebre blu: e si sforza di spiegare, alla Franca, come il suo modo di camminare deve essere sciatto, proprio senza nessuna civetteria. Gli occhi di questa ragazza sono celesti trasparenti, il corpo ampio e placido, il viso appena sbozzato e d’una naturale allegria: e forse l’aiuta a sorridere, con tanta ovina dolcezza — come direbbe Moravia — il fatto di essere friulana…
‒ Ah Vittò, e che t’hanno fatto?
È la prima battuta di Stella, in questa scena. (Lei, Accattone lo chiama col suo nome vero: Vittorio). Poi la ragazza attraversa la stanza: “Più sciatta le dice Pasolini ‒ non come Marilyn in Niagara, devi essere magari un po’ buffa…”. Va ad accendere la luce, che è già sera. L’operatore Delli Colli prepara il primo piano. (Dreyer, e la sua Giovanna d’Arco, sono i modelli citati più di frequente, da Pasolini).
[…] È sabato sera, incomincia l’estate, sul mare di Ostia ‒ buio come un dirupo ‒ sì riaprono le terrazze del Calypso; Sergio, Franco, sono in grana: finite le riprese, il mille e quattro ansimante raspa la ghiaia dei cortile, tra le baracche della De Paolis, e si parte. Er Mohicano, Bachino, appoggiati a un muro, sono rimasti a guardare: i giovani non li hanno voluti insieme, per la notte. Anche Pasolini torna a casa, a Monteverdevecchio: la sua faccia è consumata, più di sempre, è difficile parlare, è goffa la domanda: fino a che punto sia legittimo ad uno scrittore sfruttare impietosamente la realtà, derubare gli altri di se stessi…
“Non so” dice Pasolini “a me sembra di avere sempre pagato abbastanza…”
Allora, le domande ai poeti sono inutili.
.
© Adele Cambria in «La Palatina: rivista di Lettere e Arti», n.18, aprile-giugno 1961. Rivista fondata a Parma nel 1957 e chiusa nel 1966. Trascrizione a cura di Laura Arconti pubblicata su «Notizie Radicali»:

https://poetarumsilva.com/2018/07/14/prosabato-adele-cambria-diario-di-accattone/#more-64039



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro


Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

venerdì 4 gennaio 2019

Renzo Paris, Attualità di «Trasumanar e organizzar»

"ERETICO e CORSARO"



Renzo Paris, Attualità di «Trasumanar e organizzar»
Il Manifesto,  Edizione del 4 gennaio 2019


Pier Paolo Pasolini. Poesia civile come altre mai, quella di Trasumanar e organizzar, dove carità e bellezza - pensate ai tempi attuali - vanno a braccetto contro tutti i neo-zdanovismi della nuova generazione, dapprima invisa e dopo guardata con compassione per non aver conosciuto la poesia della tradizione. 

«Io non ho piu il sentimento/ 
che mi fa avere ammirazione per me»

Annoiato dalle feste, ormai trascorse, riapro il mio archivio e mi imbatto in una cartellina arancione, contenente cinque poesie dattilografate di Pier Paolo Pasolini. Risalgono al 1968-70, destinate a Nuovi Argomenti, la rivista di cui era direttore con Moravia.
Io ero l’umile correttore di bozze. Usciranno in volume insieme a quelle di Trasumanar e organizzar, nel 1971.
Come è noto quel libro rappresenta la svolta della poesia pasoliniana, tra diario, documento e reportages africani, «da poeta su ordinazione a poeta dilettante e parassita», accosto alla cronaca politica di quegli anni e a quella personale, dalla strage di piazza Fontana al caso Braibanti, alla storia finita con Ninetto Davoli fino all’avventura con Maria Callas. I dattiloscritti sono ingrigiti dal tempo.
Presentano correzioni con la biro, che vanno da semplici cambi di sostantivi e di aggettivi, a versi cancellati,a quelli dove non sono rispettati gli spazietti. Walter Siti è stato il primo a parlare di varianti ballerine, di una poesia mai compiuta, di chi voleva esprimersi partendo dal grado più basso, poeta dell’aria. Non più il gigantesco io de Le ceneri di Gramsci, ma l’io diviso alla Laing. Non più le terzine dantesche ma la prosa poetica di Petrolio.
Nel dattiloscritto intitolato «Pio XII», il papa accusato di connivenza con i nazi-fascisti, trovo una nota che non compare nel testo definitivo e riguarda «Il Partito comunista che, in quanto Chiesa, è commovente». E dice: «Evidente anacronismo, ma la profezia non conosce nonché anacronismi, nemmeno diacronia, per sua natura». Nella poesia «Mirmicolalia», dedicata a Braibanti, trovo saltato il verso: «Chi lotta con ostinazione stupida/ al diavolo il dovere e viva lo SNIC». La Fiat Seicento diventa «macchina» e «purgata» cancella «sforbiciata» per tenersi accosto alla comunicazione più chiara e diretta.
Nella poesia «Propositi…» saltano questi versi rivelatori: «Va bene. Andiamo avanti. La prima idea mi è venuta a Torino(come si nota)/ leggendo un saggio della Noferi su Contini (così l’angelo provocatorio per eccesso di poesia in quella sua didattica definita negativamente (e prosasticamente non brechtiana)…». Si era forse avvicinato troppo alla poesia della critica, che pure altrove è presente.
Qui il linguaggio colloquiale e spesso blasfemo si mescola a ricordi di versi antichi, sia pure tradotti nell’oscura chiarezza a cui il poeta mirava, scardinando se stesso e i suoi vecchi versi.
In «Proposito di leggerezza», che la dice lunga sul suo desiderio contraddittorio e ballerino, alla «vita come lemma» aveva aggiunto «o non dilemma». La poesia Trasumanar e organizzar nella mia stesura sembra un lungo poema in prosa, alla Charles Baudelaire. I versi vanno a capo al limite del foglio. e si risente la prosa del frammento che splenderà poi in Petrolio,
anticipata qui nelle poesie per Maria Callas, che lo vedeva come padre, mentre egli si considerava figlio, ragazzo a vita.
Tralascio le tante varianti per così dire stilistiche. La filologia, è noto, con l’avvento del computer che Pasolini non poteva conoscere, è scomparsa e questi dattiloscritti corretti di pugno dall’autore emozionano fortemente chi dapprima scrive a penna e solo dopo trascrive i versi nel computer. Rileggendo l’opera intera ho risentito la voce dolce e suadente del poeta, quando non si considerava più un borgataro, ma diceva di essere un «borghese» che sperimentava una nuova poesia o mi raccomandava di correggere bene le bozze, a volte con refusi.
Poesia civile come altre mai, quella di Trasumanar e organizzar, dove carità e bellezza – pensate ai tempi attuali – vanno a braccetto contro tutti i neo-zdanovismi della nuova generazione, dapprima invisa e dopo guardata con compassione per non aver conosciuto la poesia della tradizione. «Io non ho piu il sentimento/ che mi fa avere ammirazione per me».
E c’è anche una poesia su Nixon, ad esempio, che sembra scritta oggi contro Trump, dove quel politico parla come i suoi votanti. Un Nixon grillino e salviniano, davvero comico.

Renzo Paris

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro


Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

mercoledì 2 gennaio 2019

IL SIMBOLO PANAGULIS - L'intervento di Pier Paolo Pasolini alla manifestazione di solidarietà col patriota greco

"ERETICO e CORSARO"

L'Unità / giovedì 29 giugno 1972 


L'intervento di Pier Paolo Pasolini alla manifestazione di solidarietà col patriota greco 
IL SIMBOLO PANAGULIS 
L'Unità / giovedì 29 giugno 1972 

Nella sua azione estrema e nel suo martirio si esaltano i valori dell'antifascismo e della Resistenza - Corresponsabili dei colonnelli sono coloro che detengono il potere nel mondo capitalistico.

Pubblichiamo il testo dell'intervento che Pier Paolo Pasolini ha pronunciato venerdì 23 giugno durante la manifestazione unitaria che si è tenuta a Roma in solidarietà con gli antifascisti greci e per la presentazione delle * Poesie dal carcere » di Alessandro Panagulis. 

Un italiano è in grado di comprendere un uomo come Panagulis? Dico «italiano» in senso attuale, riferendomi a quello che dovrebbe essere l'italiano tipico proprio di questi anni; l'italiano che vive l'esperienza di una nuova forma di società 'borghese. del consumo, dell'informazione di massa, del neo-illuminismo morale e culturale, ecc (comprendendo nel quadro anche l'opposizione «estremistica» a tutto questo, l'esperienza cioè della negazione totale, vissuta empiricamente e ideologicamente. se non ancora razionalmente) E' chiaro che questo italiano tipico — la cui tipicità è una media tra due esperienze così antitetiche come l'esperienza dell'integrazione nel mondo neo-borghese e l'esperienza della negazione estremistica di esso 
— è un italiano giovane - 
E allora accomodiamo la domanda: può un italiano giovane comprendere un uomo come Panagulis?

 Anche Panagulis è giovane: ma egli non ha esistenzialmente vissuto le stesse forme di vita di un coetaneo italiano. primo, perchè la Grecia non è ancora giunta alla soglia dell'industrializzazione totale e quindi del nuovo tipo di vita nella nuova borghesia, secondo, perchè, proprio nel momento — almeno come esperienza indiretta e intellettuale — in cui Panagulis poteva conoscere una simile forma nuova di vita, egli è stato chiuso in prigione, segregato, torturato. 
Dunque un giovane Italia non può mai comprendere l'azione di Panagulis. nella sua storicità reale, mentre Panagulis — se potesse vivere ed avere esperienze — forse mai comprenderebbe i motivi per cui la storicità reale della sua azione si presenta come diacronica rispetto a quella di un giovane italiano rivoluzionario come lui. 
Non c'è dubbio che l'azione di Panagulis è «estrema»: anzi essa è estrema nel modo più assoluto e perfetto; è estrema fino alla «tragedia», se egli sopporta in carcere l'insopportabile, ma rifiuta di chiedere grazia per la sua vita o per il suo corpo, e non cede neanche un istante dal suo disperato rigore. L'azione di Panagulis è «estrema », ma non «estremistica ». Da qui nasce l'incomprensione — non letta, non pronunciata, e forse neppure cosciente — per il giovane rivoluzionario greco da parte di un giovane rivoluzionario italiano. Questo lo dico per bisogno di verità, anche se questa verità aggiunge un nuovo senso tragico alla tragedia vissuta da Panagulis. 
Anzi, è proprio questo il punto: e nell'affrontare questo problema consiste il mio contributo alla assemblea che si è riunita qui a lottare per la libertà di Panagulis. 
La situazione della Grecia è arretrata e in certo modo — rispetto alla storicità degli altri paesi capitalistici — preistorica essa quindi non può che attribuire oggettivamente uno stato di arretratezza a tutto ciò che essa esprime: potere politico e opposizione al potere politico. Per esempio, la poesia di Panagulis — come espressione di un intellettuale che ha cominciato a usare la poesia (ma come un'arma, una forma di lotta) solo in subordinazione alla sua azione politica — e rispetto alla poesia che si scrive contemporaneamente ad essa, oggi, in Italia, o in Francia o negli altri paesi capitalisti, relativamente arretrata. I testi su cui essa si è formata sono da una parte i testi della grande letteratura di tradizione sia classica che recente, dall'altra i testi dei più alti poeti impegnati degli Anni Cinquanta. 
La situazione economica e sociale «ritardata» della Grecia (per non parlare del potere politico addirittura medioevale) implica un'opposizione a sua volta « ritardata ». e una «ritardata» ideologia di tale opposizione. 
Ora è questo il problema: un simile «ritardo» oggettivo della lotta — che fa di Panagulis un eroe perfettamente simile a un eroe della classicità che lottava in nome della libertà contro la tirannia — è un «ritardo» anche al di fuori del contesto greco, e quindi una diacronia nella lotta di classe, che comprende la Grecia nel mondo che si batte per la libertà e il socialismo nel momento più attuale e reale della storia? 
La mia idea è questa: il problema che ho qui posto in altro modo non si risolve se non annullandolo; considerandolo cioè un falso problema. un problema posto perchè imposto da una situazione politica particolare, in un clima esso sì particolaristico fino a una gergalità deformante. 
Non è Panagulis che vive un'esperienza politica parziale perchè ritardata, ma sono coloro che non riescono a vedere la sua figura come una figura assolutamente esemplare e attuale. che vivono un'esperienza parziale perchè falsamente avanzata. 
La deformazione ottica sulla storia dovuta al vivere in un paese capitalistico che solo da pochi anni si può, in certo modo, definire «avanzato». è dovuta proprio al fatto che chi esercita un'opposizione estremistica, è determinato nei suoi giudizi e nei suoi atteggiamenti morali proprio da quel mondo del potere a cui si oppone. Come le forme « ritardate » dell'opposizione greca sono coerenti e omologhe con il tipo di potere greco, cosi le forme « avanzate » dell'opposizione italiana sono coerenti e omologhe con il potere italiano. come le prime tendono a una certa semplificazione ideologica (dovuta all'esigenza dell'azione) così le seconde tendono a una certa degenerazione ideologica (dovuta al mito dell'azione). 
Panagulis non è ai margini ma è al centro di quella che è oggi la lotta di classe intesa ortodossamente come storia. Egli in quanto uomo è proprio quell'uomo che la rivoluzione ha come fine, paradossalmente, di conservare l'uomo anteriore della civiltà borghese, l'uomo come espressione di un mondo razionale popolare nel senso che Gramsci ha dato a queste parole, l'uomo che rappresenta il modello dell'umanità contadina e operaia. I valori che lo determinano sono cioè radicati nel nostro passato migliore. sia pure se idealizzalo: gli ultimi di questi valori — quelli dell'antifascismo e della Resistenza — trovano in lui l'esaltazione più rigorosa, e pura, poiché ogni conformismo e ogni retorica possibili sono bruciati dalla sua azione Inoltre, al fascismo tradizionale a cui egli si oppone — lasciandosi martoriare con tale lucido coraggio — si aggiunge il neofascismo, che non è un fenomeno greco, ma riguarda l'intero mondo capitalistico più avanzato: per cui non sono solo i colonnelli greci che tengono Panagulis in prigione e ferocemente lo martirizzano, ma corresponsabili coi colonnelli sono tutti coloro che detengono il potere nel mondo capitalistico.
 In terzo luogo, Panagulis si colloca idealmente proprio nel momento storico in cui mondo «avanzato» e mondo in «via di sviluppo o «sottosviluppato» si incontrano: e la diacronia che esiste oggettivamente tra essi viene a essere altrettanto oggettivamente superata da una sostanziale sincronicità  Panagulis diviene così un simbolo intorno a cui è possibile pensar di ricostruire un Fronte di Liberazione. che. privo di nostalgie per quello eroico degli Anni Quaranta, si presenti come la forma più storicamente attuale di lotta. 
E' ingiusto paragonare tra loro uomini che danno la loro libertà e la loro vita per il loro popolo, ma tra tutti gli uomini che l'hanno fatto o lo fanno. Panagulis è certo di quelli che suscitano in noi il più grande e incondizionato amore. Tuttavia più ancora che come uomo è come realtà storica che egli ci importa: la sua prigionia e il suo martirio arrestano il mondo; e sono il segno del suo arresto. Finché Panagulis resterà in prigione e sarà martirizzato. Il mondo non potrà avanzare. 
Pier Paolo Pasolini
(trascrizione dal cartaceo curata da Bruno Esposito

L'Unità / giovedì 29 giugno 1972

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro


Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

Panagulis, da "Trasumanar e organizzar" di Pier Paolo Pasolini

"ERETICO e CORSARO"



Panagulis, da "Trasumanar e organizzar" di Pier Paolo Pasolini
"Pagine corsare"

Domenica 11 marzo 2011 - Alekos Panagulis fa ancora paura: nessun rappresentante del Governo e dei partiti di maggioranza all'inaugurazione della sua statua ad Atene! Di fronte ad una folla numerosissima, presenti Manolis Glezos, Gianni Dimaras, Alexis Tsipras, Basilio Basilikos, Sofia Voultepsis, Naso Athanasiou, Pavlos Alepi. Theodorakis ha inviato un saluto.

Alexandros (Alekos) Panagulis
... e Pier Paolo Pasolini

Alekos Panagulis, simbolo della resistenza contro il regime dei colonnelli in Grecia, fondatore e leader del movimento Resistenza Ellenica, fu incarcerato e condannato a morte dopo un attentato fallito contro il dittatore Papadopoulos nell'agosto del '68. Dopo la sospensione della condanna a morte trascorse cinque anni in carcere in condizioni durissime. Tornato in libertà in seguito a un'amnistia venne in esilio in Italia e si occupò di documentare i rapporti fra il governo della nuova Grecia democratica e il passato regime. Morì in un incidente d'auto appena due giorni prima della presentazione dei documenti in parlamento. La sua storia è magistralmente raccontata nel libro Un uomo di Oriana Fallaci che gli fu compagna negli ultimi anni della sua vita. Negli anni di prigionia scrisse molte poesie che furono pubblicate nelle raccolte Altri seguiranno (1972) e Vi scrivo da un carcere in Grecia (1974).


Versi prigionieri.
Intervista con Alekandros Panagulis di Oriana Fallaci

Grecia, 12 aprile 1964. I colonnelli dell'esercito greco guidati da Georgios Papadopoulos, effettuano un colpo di stato. Tanks per le strade di Atene e si instaura la dittatura, dal 1967 al 1974, il cui primo argomento utilizzato per giustificare l'uso della forza è l'avanzata comunista che si sta verificando in alcune regioni del paese.
L'intransigenza di Papadopoulos e degli altri membri della giunta militare è nota: incarcerazione di massa degli oppositori e sospensione delle libertà individuali. Né il veto da parte del Consiglio d'Europa né le manifestazioni di rifiuto del regime all'estero sono sufficienti a convincere i colonnelli. Malgrado tutto, la resistenza non è prevista e un uomo, in particolare, rifiuta di conformarsi all'oppressione imposta nella cosiddetta culla della democrazia: è Alekandros Panagulis, Alekos, nato nel 1939 e discendente di una famiglia con ideali ben precisi. Fonda la resistenza greca e viene catturato il 13 agosto 1967 dopo un attacco pianificato ed eseguito contro Papadopoulos. Il dittatore è illeso, ma la vita di Alekos da quel momento diventa un inferno. Condannato alla reclusione è vittima di torture, che non solo cambiano il suo aspetto fisico, ma anche la sua personalità. Nonostante ciò, conserva una lucidità che è in grado di sfidare l'autorità dei colonnelli.
Panagulis viene rilasciato il 23 agosto 1973, pur mantenendo la sua diffidenza verso l'amnistia concessa dalla giunta militare. E' un altro uomo, e nonostante il rispetto e l'ammirazione che il popolo greco per lui mantiene, sono evidenti i segni del dolore accumulato in tutti gli anni di isolamento. 
È Oriana Fallaci che ascolta e prende atto dell'esperienza di Panagulis registrandola nel suo famoso libro Intervista con la storia, dove oltre al leader greco, appaiono altri personaggi cruciali dei nostri tempi, come il leader dell'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) Yasser Arafat o il segretario di Stato degli Stati Uniti sotto la presidenza di Richard Nixon, Henry Kissinger, che svela come combattono per i loro scopi o per la pianificazione del mondo guidati da una logica senza scrupoli.
"È incredibile come si può cambiare un uomo, ed è meraviglioso come un uomo può rivelarsi in grado di sopportare l'insopportabile.", ha detto Panagulis alla Fallaci in una stanza della casa di lei, mentre i due sono lontani dagli echi succedutisi al suo rilascio. Oriana Fallaci ascolta la testimonianza straziante e osserva le tracce delle torture subite, anche se lei intuisce quelle ferite dolorose che affliggono il corpo, e la rabbia di Panagulis, anche soltanto attraverso il tono di voce freddo, distante, sfinito. 
Più che una semplice intervista, dove lui racconta fatti specifici, è una confessione. Panagulis rivela la sua insoddisfazione davanti a un contesto contraddittorio, e il suo desiderio di cambiarlo perché sia coerente con i suoi ideali, nonostante il prezzo che comporta. Non è una martirizzazione del dolore, è la storia narrata ad alta voce di un'esperienza che indubbiamente ha segnato il suo viaggio convulso attraverso un periodo che culminerà nel 1976, quando sarà assassinato dai suoi detrattori.
Prova di ciò è una delle poesie che Alekos aveva scritto in carcere, "... usando il suo sangue come inchiostro", dice la Fallaci nell'introduzione al colloquio e riesce a trasmettere quella esperienza poetica: "Un fiammifero come penna /sangue colato sul pavimento come inchiostro /l'involucro dimenticato di una benda come pagina bianca /Ma cosa scrivo? /Forse ho solo tempo per il mio Indirizzo /Strano, l'inchiostro si è rappreso /Vi scrivo da un carcere /in Grecia (giugno 1971)

Felipe Sanchez Enfasi
[tradotto dallo spagnolo]

*   *   *

1970, Mikis Theodorakis ed Ernesto Treccani. Libertà per Panagulis, un'opera nata dall'incontro fra due maestri, da una composizione di musica e pittura, è legata a un momento particolare della storia della Grecia, alla restrizione della libertà e dell'esilio. 






*   *   *

Panagulis occupò a lungo l'interesse di Pier Paolo Pasolini, che ne scrisse sul "Caos", ne recensì i versi e ne parlò su "l'Unità" il 29 giugno 1972 (Il simbolo Panagulis). Qui di seguito, la poesia Panagulis inclusa nella raccolta Trasumanar e organizzar.

Pier Paolo Pasolini
Panagulis (*)

Questa volta no. Non deve succedere.
Siamo sopravvissuti ormai tante volte a cose simili.
Ma eravamo ragazzi: il diavolo ci tentava.
Essere dalla parte degli uccisi significava sperare.
Una fucilazione aumentava la vitalità: si cantava.
I martiri erano comodi: il PCI non era in crisi.
La garrota e il cappio erano buoni argomenti
dovuti alla stupidità del nemico.
Ma ora non siamo più ragazzi.
L'URSS è uno stato piccolo-borghese.
Non ci sono più speranze; non ci sono buone ragioni per sopravvivere.
L'avere ragione non rende più innocentemente ricattatori.
Non vogliamo fare alcun uso della morte di Panagulis.
Vogliamo che Panagulis non muoia, come il ragazzo Meneceo.
Gli Dei dicono che occorre un sacrificio umano
per la buona riuscita di qualcosa che riguarda l'intera città?
E il ragazzo indicato per il sacrificio, lo accetta?
Niente affatto, niente affatto. L'Inferno non è reale.
Tu, Meneceo, resterai qui con noi. La tua sete di morte
non deve essere accontentata. I tiranni non dovranno commettere
questo errore, e noi non dobbiamo sfruttarlo.
Dobbiamo piangere la tua morte prima che tu muoia.
Perché? Perché i duemila veri comunisti impiccati a Praga
non hanno più nulla da dire: e quindi nessuno ne dice nulla.
Perché Panagulis non vale sei milioni di Ebrei
del cui silenzio tutti approfittiamo per non parlarne.
E' andata a finire che il ragazzo Meneceo è morto;
Tebe ha vinto; e al potere è restato chi c'era.
Siamo impotenti, è vero. Ma le parole valgono pure qualcosa.
Se tu morirai, noi ammazzeremo. Sceglieremo una vittoria significativa:
che non vuole morire, conoscendo la dolcezza di prima della rivoluzione! (1)
Non ci limiteremo ai digiuni come Danilo Dolci.
Sono passati i tempi dei bivacchi coi morti o dei digiuni.
Se non nei fatti, almeno nelle intenzioni, è l'ora della violenza.
Della violenza, aggiungo, senza speranza, arida, impaziente.
Ci hanno deluso tutti: chi ha torto e chi ha ragione.
Tuttavia siamo con chi ha ragione: ma senza illuderci.
Amici che non sventolate bandiere, ma siete diventati seri
come gente che rimugina senza dolore l'idea del suicidio,
non ci sono argomenti: l'unico argomento
è negli occhi neri di Panagulis, che rinuncia alla vita.

(*) La poesia fu pubblicata per la prima volta in "Il Tempo" del 30 novembre 1968, con notevoli varianti e intitolata Panagulis: questa volta no. Vi si leggono numerose varianti. Ora è in Trasumanar e organizzar (pubblicato da Garzanti nel 1971). (1) Al contrario di Meneceo che non aveva una lira, benché figlio dello zio del Re. Quando si è al verde e si possiede solo ciò che si ha addosso, allora si è eroi: Euripide lo sapeva, e sapeva anche che mai nessuno avrebbe riso delle sue tirate retoriche attribuite agli eroi- ragazzi che volevano obbedire all'oracolo e morire. Nelle Fenicie di Euripide, Meneceo è il giovane eroe, figlio di Creonte, che decide di sacrificarsi perché solo così, secondo una profezia di Tiresia, Tebe si salverà.

*   *   *

Alekos Panagulis dal carcere di Boyati, Grecia, ottobre 1970, Vi scrivo da un carcere in Grecia (Rizzoli,1974). Uno stralcio dall'Introduzione di Pasolini al libro di Panagulis.

"Scrivo con la speranza che il contenuto di questa mia lettera raggiunga ogni uomo che considera suo dovere indignarsi contro il crimine e contemporaneamente lottare per la sua abolizione. Scrivo affinché la solidarietà dell' opinione pubblica mondiale alla lotta del nostro popolo per la Libertà, la Democrazia, la Giustizia ed il Progresso, si faccia più concreta".
Pasolini scrisse una Introduzione al libro di Panagulis: qui di seguito, alcuni passaggi di tale Intoduzione.


«[...] Panagulis è stato trasformato in poeta attraverso la tortura [...] La grande poesia di Panagulis è quella che si è espressa attraverso la sua azione, o meglio, attraverso il suo corpo. Col suo corpo come strumento, egli ha scritto poemi non solo perfetti, ma altissimi. [...]
Si tratta nel caso di Panagulis di una "scrittura" o "parola" atroce. Le sevizie, gli anni di prigionia dentro un cubo di cemento, i polsi stretti giorno e notte dalle manette, eccetera; ma anche - per quella forza vitale o gioia che c'è sempre in ogni espressività altamente riuscita- anche l'irrisione dei carnefici, gli spavaldi tentativi di fuga, le trionfanti evasioni, le guasconate, l'irriducibile calcolo dell'estremismo, l'accettazione provocatoria (e sublime) della morte [...]. 
[...] Questo è il grande poema che ha "scritto" Panagulis col suo corpo. Che egli sia ora anche poeta che scrive con gli strumenti della letteratura retorica e testimoniale - è quasi in più. E' una sua nuova vittoria [...] Nella sua lotta per la libertà (cioè la democrazia formale) a essere fortemente e oggettivamente razionale è stato proprio il suo irrazionalismo. La sua ispirazione nel difendere una conditio sine qua non tanto ovvia quanto assoluta.
[...] Chi ha vissuto i giorni della Resistenza in Italia conosce questa forma di irriducibile certezza, che rende tutto prezioso quello che tocca. La fede, o idea fissa, fondata su una logica non dialettica, di Panagulis, è una di quelle "forme" di esistenza e di lotta che è la storia stessa a modellare in una perfezione elementare con le sue proprie mani».

*   *   *

A sua volta Panagulis dedicò una poesia a Pasolini, orrendamente assassinato a Ostia il 2 novembre 1975.

Alexandros Panagulis
A Pier Paolo Pasolini

Voce umana 
Vestita di bellezza 
Era quella che ci davi 
Umana e bella 
Anche se duramente accusava

Amore semplice umano 
La tua vita 
Amore e paura per l’uomo 
Per il progresso fede 
E lo sviluppo insopportabile per te

V’erano momenti in cui ascoltando 
Le parole scorrere dalle tua labbra 
Riudivo i versi di Rimbaud 
“Sono nato troppo presto o troppo tardi? 
Cosa sto a fare qui? 
Ah, tutti voi, 
pregate Iddio per l’infelice”

No Pier Paolo 
Non sei nato né presto né tardi 
Ma peccato che tu sia partito 
Mentre la verità si combatte 
Mentre tanti si scontrano 
Senza sapere perché 
Senza sapere dove vanno

Mentre le religioni cambiano faccia 
E le ideologie diventano religioni 
E molti vestono paraocchi di nuovo 
Tu non dovevi andar via.

Da: AA.VV., Dedicato a Pier Paolo Pasolini, Gammalibri, Milano 1976, 
già nel n. 7 della rivista letteraria «Salvo imprevisti» 
(per gentile concessione di Gammalibri, Milano).

*   *   *

Due brani dal libro Un uomo di Oriana Fallaci 
(Rizzoli, 1979). 


Oriana Fallaci e Alekos Panagulis
"L'abitudine è la più infame delle malattie perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte. (...) La sera in cui avevi rinunciato a tentare di nuovo la fuga era successo ben questo. Era successo cioè quel che non avresti mai creduto possibile: gli spazi aperti e il verde e l'azzurro e la gente non ti mancavano più. (...) E tuttavia esisteva qualcosa che l'abitudine al buio, alla mancanza di spazio, alla monotonia non avevano spento: la tua capacità di sognare, di fantasticare, e di tradurre in versi il dolore, la rabbia, i pensieri. Più il tuo corpo si adeguava, si atrofizzava nella pigrizia, più la tua mente resisteva e la tua immaginazione si scatenava per partorire poesie. Avevi sempre scritto poesie, fin da ragazzo, ma fu in quel periodo che la tua vena creativa esplose: incontenibile. Decine e decine di poesie. Quasi ogni giorno una poesia, magari breve. Le scrivevi anche se Zakarakis ti sequestrava la carta e la penna, perché allora afferravi una lametta che tenevi da parte per questo, ti incidevi il polso sinistro, inzuppavi nella ferita un fiammifero o uno stecchino, e scrivevi col sangue su ciò che capitava: l'involucro di una garza, un pezzetto di stoffa, una scatola vuota di sigarette. Poi aspettavi che Zakarakis ti restituisse la carta, la penna, copiavi con calligrafia minutissima, attento a non sprecare un millimetro di spazio, piegavi il foglio ricavandone strisce sottili, e lo mandavi nel mondo a raccontare la fiaba di un uomo che neanche nell'abitudine cede. Gli stratagemmi erano vari: buttare i nastrini di carta nella spazzatura perché una guardia amica li raccogliesse, infilarli nelle cuciture dei pantaloni che mandavi a casa per lavare, farli scivolare addosso a tua madre quando veniva a trovarti. Prima però imparavi i versi a memoria, onde prevenirne lo smarrimento o la distruzione, e che battibecchi quando Zakarakis pretendeva di leggerli per censurarli o approvarli. "Dove li hai messi? Dammeli! Non lo sai che in carcere il direttore deve censurare qualsiasi scritto?" "Lo so ma non posso darteli, Zakarakis. Li ho chiusi nel mio magazzino." "Quale magazzino?! Voglio vedere il magazzino!" "Eccolo qui, Zakarakis" E indicavi la testa. " Non ci credo, fottuto bugiardo, non ci credo!" Avrebbe dovuto, al contrario, perché in quel magazzino avremmo trovato, anni dopo, tutte le poesie perdute o distrutte: per pubblicarle in un libro che molti pensavano fosse l'inizio di una carriera letteraria."
"Ogni tuo gesto è un ingenuo trasporto d'amore, una goffa preghiera di essere amato, e la spavalderia di prima s'è dileguata. Ti cade la forchetta, ti cade il cucchiaio, e d'un tratto arrossisci come un bambino, mi porgi il regalo tenuto da parte per il mio ritorno: un foglio spiegazzato, coperto da una calligrafia minutissima. "Alekos! Cos'è?" "La poesia che preferisco, Viaggio. Te l'ho dedicata, guarda: c'è il tuo nome ora per titolo." Poi me la traduci con quella voce che sventra l'anima. (...) Qui ti interrompi, mi spieghi che il viaggio è la vita, che la nave sei tu, una nave che non ha mai gettato l'ancora, che non la getterà mai, né l'ancora degli affetti, né l'ancora dei desideri, né l'ancora di un meritato riposo. Perché non ti rassegnerai mai, non ti stancherai mai di inseguire il sogno. E se ti chiedessi che sogno non sapresti rispondermi: oggi è un sogno cui dai nome libertà, domani potrebb'essere un sogno cui dare nome verità; non conta che siano o non siano obiettivi reali, conta rincorrerne il miraggio, la luce."



*  *  *
Un uomo di Oriana Fallaci, l’incorreggibile Panagulis.  
Recensione di Vincenzo Marino


Se oggi pronunci il nome del poeta e rivoluzionario greco Alekos Panagulis, probabilmente in tanti si chiederanno “Ma chi è costui?”, sbeffeggiando la memoria della storia.
Mi sono imbattuto, qualche anno fa per la prima volta, in questo eroe ormai leggendario, quando mi fu recapitata una mail, il cui mittente usava come pseudonimo proprio Alekos Panagulis. Lì per lì non mi sono certo preoccupato di cosa potesse rappresentare o perché il mio amico avesse scelto proprio quell’alias, ma dopo qualche tempo, come spesso mi accade, mi sono sentito incuriosito e attratto dalla sua scelta. Ho provato a chiedergli spiegazioni, ma mi sono sentito rispondere con tono ironico: “Perché la sua storia e la sua vita sono piuttosto incorreggibili!”.
Incorreggibile? Ma cosa voleva dire con quell’aggettivo buttato lì, forse senza nemmeno averci riflettuto tanto? È a questo punto che mi è venuto in mente di riprendere a leggere Un uomo di Oriana Fallaci, che da troppo tempo giaceva su uno dei tanti scaffali della mia libreria. La figura di Alekos Panagulis, il fiero oppositore della dittatura greca, trova, nella narrazione della Fallaci, la sua celebrazione come eroe pronto a pagare, con una tragica e lunga carcerazione, il fallito tentativo di sovvertire il regime. La Fallaci riesce a regalare a colui, che è apparentemente sconfitto, il dono dell’eternità eroica.
Un uomo è la celebrazione postuma di Alekos Panagulis, scritta da chi per tanto tempo è stata al suo fianco come amica e compagna, prima di sentirsi addirittura un’estranea, incapace di riconoscere in lui l’uomo che aveva amato, rimpicciolita nel proprio ego di fronte ad un eroe la cui libertà coincideva con la convinzione che tutto fosse stato inutile. Panagulis sentiva che il suo sacrificio e la sua scarcerazione non avevano condotto la Grecia alla reale libertà, ma solo ad un altro regime camuffato da governo libero, che rappresentava l’esatta prosecuzione del precedente.
Non si tratta di una biografia, ma piuttosto di un racconto, in cui l’autrice si pone come narratore interno, laddove è lei stessa a vivere le esperienze raccontate; diventa, invece, narratore esterno, quando il suo punto di vista prescinde dal racconto della vita del suo uomo e diventa, così, tentativo di comprenderlo.
Non appena ho iniziato a leggere Un uomo, per un attimo Oriana Fallaci non mi è apparsa più tremebonda come ne La rabbia e l’orgoglio, addirittura troppo snob e antipatica, ma l’ho vista nella sua dimensione di donna. Non mi meraviglio affatto che, alla sua uscita nel 1979, sia seguito un così largo successo di pubblico. Oriana Fallaci e Panagulis, mai connubio più strano o, forse, sarebbe meglio dire più affascinante in quanto a stranezze. Entrambi rappresentano l’apice di un periodo e di una storia che non ha eguali. In quello stesso periodo, quando, durante le lezioni di epica con i miei studenti, mi sono trovato a riprendere alcuni passi dell’Iliade e dell’Odissea, ho avuto sempre l’impressione che prima o poi sarebbe spuntato un Panagulis intento a organizzare uno dei suoi tanti tentativi di lotta e di scontro. Non è un caso, infatti, che Alekos in Un uomo abbia i connotati caratteriali ed emotivi dell’eroe classico e la stessa struttura narrativa abbia una netta impronta mitopoietica. Lo scorrere della vicenda segue, infatti, il disegno classico dell’epopea. Sembra che non ci sia un luogo o un tempo definito, ma vi sono i protagonisti, Panagulis e l’opposizione al regime, poi gli antagonisti, il regime stesso, e, infine, una morale.
Oriana Fallaci è riuscita a costruire il mito di un eroe moderno, che, come Don Chisciotte, aveva un nemico dai contorni opachi e non delineati: ora il regime, ora i suoi carcerieri, ora i servi del potere. A volte si fa persino fatica a capire perché, per esempio, Panagulis sia arrivato a scagionare i suoi carcerieri, non riconoscendo più un legame tra la sua battaglia ideale e quella dei giudici, che prima erano stati succubi della dittatura greca al punto da rappresentarne lo strumento più importante, e poi si erano fatti garanti del cambiamento.
Incorreggibile, appunto: mai aggettivo fu più appropriato per un uomo che non si è voluto arrendere nemmeno di fronte alle sue paure. I mulini a vento, Panagulis li aveva di fronte e li aveva dentro e, dunque, la sua lotta era contro tutto; solo la sua misteriosa morte lo ha sollevato. La sua prigionia è stata più libera della sua vita da libero, sentendosi sempre incarcerato nel suo donchisciottismo. Un eroe moderno, però, di cui le cronache stentano a trovare eredi. La Fallaci racconta del suo amore per lui, riconoscendogli tutte le caratteristiche che aveva trovato affascinanti e incorreggibili nei tanti eroi che aveva intervistato.
Oggi, oltre che in una mail dove troviamo Panagulis? Dove le sue grandi battaglie trovano compimento? Belle domande che danno il senso di una vita e di un uomo veramente incorreggibile che purtroppo spesso viene dimenticato. Il suo sacrificio, la sua carcerazione e, infine, la sua morte non sarebbe il caso di rivederli e di inquadrarli in una dimensione nuova?


*  *  *

Alekos Panagulis
TRE POESIE


DEVI VIVERE

Se per vivere, o Libertà
chiedi come cibo la nostra carne
e per bere
vuoi il nostro sangue e le nostre lacrime,
te li daremo
Devi vivere

Dicembre 1971


RICORDA

Cella che i tuoi muri
Sono scritti con le scritte della Lotta
a quanti verranno dopo di me
ricorda
tutti gli istanti che ho vissuto qui dentro

Se i miei pugni adesso non piegano le sbarre
e se il sangue che gocciola è il mio sangue
Non è questo che mi fa vergognare
Non hanno sangue le sbarre
Diglielo tu
Le sbarre erano dure
deboli i miei pugni

E per i giorni che mi hai visto soffrire la fame
Tanti giorni
E per i miei occhi che hai visto piangere
e le mani contratte

E per quanto ho lottato contro la morte
(ospite così subdola nella mia cella)

E per le ore di solitudine infinita
E i giorni gelati dell'Inverno

E per gli scatti d'Ira
e soprusi e il dolore

E per i tanti sforzi
e i bruciori incessanti della febbre

E per il mio disprezzo
Che così evidente dimostro ai tiranni
Ricorda
Non c'è istante che voglio che si dimentichi
E non c'è un istante che mi vergogni

Giugno 1971
  

SCENE - MEMORIE

Legato mani e piedi
a un letto di ferro
e le catene
costringono il corpo all'immobilità

Corvi attorno a me
vogliono straziarmi
Sono schiavi dei tiranni
e hanno sembianze umane

Con legni percuotono le piante dei miei piedi
mi spengono sigarette sul corpo
sul mio viso insanguinato
appoggiano le canne delle loro pistole
e urlano senza fine
Mi insultano e gridano minacce

Loro che hanno disertato
chiamano me disertore
Loro che hanno tradito
dicono a me traditore
Loro su cui il Popolo sputerà domani
sputano su di me
Mi chiamano puttana
incapaci di vedere
la forza interiore e la verità
nelle ingiurie e nell'ira di me incatenato
Mi chiamano puttana
e la frusta
lascia segni sul mio corpo
ferite nuove
ferite che si spalancano incredule

Sulla camicia di carne
i rivoli di sangue
cambiano colore
Ma continuano a picchiare
e ogni tanto
con nuove torture cercano
di gonfiare il dolore

Le mani che mi tappavano
il naso e la bocca
le mordevo
Ma adesso
che una coperta mi avvolge la testa
il cielo
scende sui miei occhi
colmo di stelle
E sul mio petto
crollano montagne
sirene allucinanti
fischiano nelle orecchie.

Il corpo sussulta senza speranza
per un po' d'aria
Immerso nel sudore
Per un po' d'aria
Per un po' d'aria
un po' d'aria soltanto...

suoni e risate
insulti miserabili e vili
Ma perché?
Palpano i coglioni dell'Incatenato
Senza avere fretta...

Mi spiegano cosa faranno
senza avere fretta...

Aprono cassetti
ne estraggono aghi
senza avere fretta...

Qualcuno di loro
(come sempre)
mi... consiglia
(recita la parte da buono)
Ma ormai non lo ascolto neanche
e così cominciano

Mi infilano dentro l'uretra un ago
(sottilissimo, di ferro)
Brividi in tutto il corpo
l'altro estremo dell'ago
ora lo riscaldano...

I lamenti
le risate sommesse
Le risate ascoltate
le loro risate...

Senza voce, stanchi, sudati
incapaci di inventarsi altro
Tutti insieme
mi colpiscono gridando...

Una macchina vicino muggisce
e solo una voce umana
s'ascolta nel tumulto
Una radio

Come impazziti mi percuotono
con le mani e con i piedi
Tutti insieme...

Sui muri e sul pavimento
si proiettano fiori di fuoco
Fiamme di un altro mondo
Ballano ritmi sfrenati
tutto gira
e presto si perde...

Mi ritrovo in un'altra stanza
piccolo il cambiamento
le catene mi fanno ancora compagnia
Le facce sfocate
spine d'odio
si piegano verso di me
Cresce il tono delle loro voci

E nuove facce con quelli
Ma tutte uguali le espressioni
E uguali le uniformi
cos'è che si trova
sul risvolto dell'uniforme
qualche antico simbolo?
Di Ippocrate
Hanno dimenticato il giuramento....

Scene di vita
Ombre nere
scene che ho vissuto
Ma quale ricordare per prima?
La memoria dolore
La solitudine?
Dolore anch'essa
Dolore compagno del dolore
È la nostra vita

Dicembre 1971

Pagine corsare", blog dedicato a Pier Paolo Pasolini
Autori e curatori: Angela Molteni, Bruno Esposito.

http://pasolinipuntonet.blogspot.com/2012/07/panagulis-da-trasumanar-e-organizzar-di.html


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro


Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice