mercoledì 2 gennaio 2019

Panagulis, da "Trasumanar e organizzar" di Pier Paolo Pasolini

"ERETICO e CORSARO"



Panagulis, da "Trasumanar e organizzar" di Pier Paolo Pasolini
"Pagine corsare"

Domenica 11 marzo 2011 - Alekos Panagulis fa ancora paura: nessun rappresentante del Governo e dei partiti di maggioranza all'inaugurazione della sua statua ad Atene! Di fronte ad una folla numerosissima, presenti Manolis Glezos, Gianni Dimaras, Alexis Tsipras, Basilio Basilikos, Sofia Voultepsis, Naso Athanasiou, Pavlos Alepi. Theodorakis ha inviato un saluto.

Alexandros (Alekos) Panagulis
... e Pier Paolo Pasolini

Alekos Panagulis, simbolo della resistenza contro il regime dei colonnelli in Grecia, fondatore e leader del movimento Resistenza Ellenica, fu incarcerato e condannato a morte dopo un attentato fallito contro il dittatore Papadopoulos nell'agosto del '68. Dopo la sospensione della condanna a morte trascorse cinque anni in carcere in condizioni durissime. Tornato in libertà in seguito a un'amnistia venne in esilio in Italia e si occupò di documentare i rapporti fra il governo della nuova Grecia democratica e il passato regime. Morì in un incidente d'auto appena due giorni prima della presentazione dei documenti in parlamento. La sua storia è magistralmente raccontata nel libro Un uomo di Oriana Fallaci che gli fu compagna negli ultimi anni della sua vita. Negli anni di prigionia scrisse molte poesie che furono pubblicate nelle raccolte Altri seguiranno (1972) e Vi scrivo da un carcere in Grecia (1974).


Versi prigionieri.
Intervista con Alekandros Panagulis di Oriana Fallaci

Grecia, 12 aprile 1964. I colonnelli dell'esercito greco guidati da Georgios Papadopoulos, effettuano un colpo di stato. Tanks per le strade di Atene e si instaura la dittatura, dal 1967 al 1974, il cui primo argomento utilizzato per giustificare l'uso della forza è l'avanzata comunista che si sta verificando in alcune regioni del paese.
L'intransigenza di Papadopoulos e degli altri membri della giunta militare è nota: incarcerazione di massa degli oppositori e sospensione delle libertà individuali. Né il veto da parte del Consiglio d'Europa né le manifestazioni di rifiuto del regime all'estero sono sufficienti a convincere i colonnelli. Malgrado tutto, la resistenza non è prevista e un uomo, in particolare, rifiuta di conformarsi all'oppressione imposta nella cosiddetta culla della democrazia: è Alekandros Panagulis, Alekos, nato nel 1939 e discendente di una famiglia con ideali ben precisi. Fonda la resistenza greca e viene catturato il 13 agosto 1967 dopo un attacco pianificato ed eseguito contro Papadopoulos. Il dittatore è illeso, ma la vita di Alekos da quel momento diventa un inferno. Condannato alla reclusione è vittima di torture, che non solo cambiano il suo aspetto fisico, ma anche la sua personalità. Nonostante ciò, conserva una lucidità che è in grado di sfidare l'autorità dei colonnelli.
Panagulis viene rilasciato il 23 agosto 1973, pur mantenendo la sua diffidenza verso l'amnistia concessa dalla giunta militare. E' un altro uomo, e nonostante il rispetto e l'ammirazione che il popolo greco per lui mantiene, sono evidenti i segni del dolore accumulato in tutti gli anni di isolamento. 
È Oriana Fallaci che ascolta e prende atto dell'esperienza di Panagulis registrandola nel suo famoso libro Intervista con la storia, dove oltre al leader greco, appaiono altri personaggi cruciali dei nostri tempi, come il leader dell'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) Yasser Arafat o il segretario di Stato degli Stati Uniti sotto la presidenza di Richard Nixon, Henry Kissinger, che svela come combattono per i loro scopi o per la pianificazione del mondo guidati da una logica senza scrupoli.
"È incredibile come si può cambiare un uomo, ed è meraviglioso come un uomo può rivelarsi in grado di sopportare l'insopportabile.", ha detto Panagulis alla Fallaci in una stanza della casa di lei, mentre i due sono lontani dagli echi succedutisi al suo rilascio. Oriana Fallaci ascolta la testimonianza straziante e osserva le tracce delle torture subite, anche se lei intuisce quelle ferite dolorose che affliggono il corpo, e la rabbia di Panagulis, anche soltanto attraverso il tono di voce freddo, distante, sfinito. 
Più che una semplice intervista, dove lui racconta fatti specifici, è una confessione. Panagulis rivela la sua insoddisfazione davanti a un contesto contraddittorio, e il suo desiderio di cambiarlo perché sia coerente con i suoi ideali, nonostante il prezzo che comporta. Non è una martirizzazione del dolore, è la storia narrata ad alta voce di un'esperienza che indubbiamente ha segnato il suo viaggio convulso attraverso un periodo che culminerà nel 1976, quando sarà assassinato dai suoi detrattori.
Prova di ciò è una delle poesie che Alekos aveva scritto in carcere, "... usando il suo sangue come inchiostro", dice la Fallaci nell'introduzione al colloquio e riesce a trasmettere quella esperienza poetica: "Un fiammifero come penna /sangue colato sul pavimento come inchiostro /l'involucro dimenticato di una benda come pagina bianca /Ma cosa scrivo? /Forse ho solo tempo per il mio Indirizzo /Strano, l'inchiostro si è rappreso /Vi scrivo da un carcere /in Grecia (giugno 1971)

Felipe Sanchez Enfasi
[tradotto dallo spagnolo]

*   *   *

1970, Mikis Theodorakis ed Ernesto Treccani. Libertà per Panagulis, un'opera nata dall'incontro fra due maestri, da una composizione di musica e pittura, è legata a un momento particolare della storia della Grecia, alla restrizione della libertà e dell'esilio. 






*   *   *

Panagulis occupò a lungo l'interesse di Pier Paolo Pasolini, che ne scrisse sul "Caos", ne recensì i versi e ne parlò su "l'Unità" il 29 giugno 1972 (Il simbolo Panagulis). Qui di seguito, la poesia Panagulis inclusa nella raccolta Trasumanar e organizzar.

Pier Paolo Pasolini
Panagulis (*)

Questa volta no. Non deve succedere.
Siamo sopravvissuti ormai tante volte a cose simili.
Ma eravamo ragazzi: il diavolo ci tentava.
Essere dalla parte degli uccisi significava sperare.
Una fucilazione aumentava la vitalità: si cantava.
I martiri erano comodi: il PCI non era in crisi.
La garrota e il cappio erano buoni argomenti
dovuti alla stupidità del nemico.
Ma ora non siamo più ragazzi.
L'URSS è uno stato piccolo-borghese.
Non ci sono più speranze; non ci sono buone ragioni per sopravvivere.
L'avere ragione non rende più innocentemente ricattatori.
Non vogliamo fare alcun uso della morte di Panagulis.
Vogliamo che Panagulis non muoia, come il ragazzo Meneceo.
Gli Dei dicono che occorre un sacrificio umano
per la buona riuscita di qualcosa che riguarda l'intera città?
E il ragazzo indicato per il sacrificio, lo accetta?
Niente affatto, niente affatto. L'Inferno non è reale.
Tu, Meneceo, resterai qui con noi. La tua sete di morte
non deve essere accontentata. I tiranni non dovranno commettere
questo errore, e noi non dobbiamo sfruttarlo.
Dobbiamo piangere la tua morte prima che tu muoia.
Perché? Perché i duemila veri comunisti impiccati a Praga
non hanno più nulla da dire: e quindi nessuno ne dice nulla.
Perché Panagulis non vale sei milioni di Ebrei
del cui silenzio tutti approfittiamo per non parlarne.
E' andata a finire che il ragazzo Meneceo è morto;
Tebe ha vinto; e al potere è restato chi c'era.
Siamo impotenti, è vero. Ma le parole valgono pure qualcosa.
Se tu morirai, noi ammazzeremo. Sceglieremo una vittoria significativa:
che non vuole morire, conoscendo la dolcezza di prima della rivoluzione! (1)
Non ci limiteremo ai digiuni come Danilo Dolci.
Sono passati i tempi dei bivacchi coi morti o dei digiuni.
Se non nei fatti, almeno nelle intenzioni, è l'ora della violenza.
Della violenza, aggiungo, senza speranza, arida, impaziente.
Ci hanno deluso tutti: chi ha torto e chi ha ragione.
Tuttavia siamo con chi ha ragione: ma senza illuderci.
Amici che non sventolate bandiere, ma siete diventati seri
come gente che rimugina senza dolore l'idea del suicidio,
non ci sono argomenti: l'unico argomento
è negli occhi neri di Panagulis, che rinuncia alla vita.

(*) La poesia fu pubblicata per la prima volta in "Il Tempo" del 30 novembre 1968, con notevoli varianti e intitolata Panagulis: questa volta no. Vi si leggono numerose varianti. Ora è in Trasumanar e organizzar (pubblicato da Garzanti nel 1971). (1) Al contrario di Meneceo che non aveva una lira, benché figlio dello zio del Re. Quando si è al verde e si possiede solo ciò che si ha addosso, allora si è eroi: Euripide lo sapeva, e sapeva anche che mai nessuno avrebbe riso delle sue tirate retoriche attribuite agli eroi- ragazzi che volevano obbedire all'oracolo e morire. Nelle Fenicie di Euripide, Meneceo è il giovane eroe, figlio di Creonte, che decide di sacrificarsi perché solo così, secondo una profezia di Tiresia, Tebe si salverà.

*   *   *

Alekos Panagulis dal carcere di Boyati, Grecia, ottobre 1970, Vi scrivo da un carcere in Grecia (Rizzoli,1974). Uno stralcio dall'Introduzione di Pasolini al libro di Panagulis.

"Scrivo con la speranza che il contenuto di questa mia lettera raggiunga ogni uomo che considera suo dovere indignarsi contro il crimine e contemporaneamente lottare per la sua abolizione. Scrivo affinché la solidarietà dell' opinione pubblica mondiale alla lotta del nostro popolo per la Libertà, la Democrazia, la Giustizia ed il Progresso, si faccia più concreta".
Pasolini scrisse una Introduzione al libro di Panagulis: qui di seguito, alcuni passaggi di tale Intoduzione.


«[...] Panagulis è stato trasformato in poeta attraverso la tortura [...] La grande poesia di Panagulis è quella che si è espressa attraverso la sua azione, o meglio, attraverso il suo corpo. Col suo corpo come strumento, egli ha scritto poemi non solo perfetti, ma altissimi. [...]
Si tratta nel caso di Panagulis di una "scrittura" o "parola" atroce. Le sevizie, gli anni di prigionia dentro un cubo di cemento, i polsi stretti giorno e notte dalle manette, eccetera; ma anche - per quella forza vitale o gioia che c'è sempre in ogni espressività altamente riuscita- anche l'irrisione dei carnefici, gli spavaldi tentativi di fuga, le trionfanti evasioni, le guasconate, l'irriducibile calcolo dell'estremismo, l'accettazione provocatoria (e sublime) della morte [...]. 
[...] Questo è il grande poema che ha "scritto" Panagulis col suo corpo. Che egli sia ora anche poeta che scrive con gli strumenti della letteratura retorica e testimoniale - è quasi in più. E' una sua nuova vittoria [...] Nella sua lotta per la libertà (cioè la democrazia formale) a essere fortemente e oggettivamente razionale è stato proprio il suo irrazionalismo. La sua ispirazione nel difendere una conditio sine qua non tanto ovvia quanto assoluta.
[...] Chi ha vissuto i giorni della Resistenza in Italia conosce questa forma di irriducibile certezza, che rende tutto prezioso quello che tocca. La fede, o idea fissa, fondata su una logica non dialettica, di Panagulis, è una di quelle "forme" di esistenza e di lotta che è la storia stessa a modellare in una perfezione elementare con le sue proprie mani».

*   *   *

A sua volta Panagulis dedicò una poesia a Pasolini, orrendamente assassinato a Ostia il 2 novembre 1975.

Alexandros Panagulis
A Pier Paolo Pasolini

Voce umana 
Vestita di bellezza 
Era quella che ci davi 
Umana e bella 
Anche se duramente accusava

Amore semplice umano 
La tua vita 
Amore e paura per l’uomo 
Per il progresso fede 
E lo sviluppo insopportabile per te

V’erano momenti in cui ascoltando 
Le parole scorrere dalle tua labbra 
Riudivo i versi di Rimbaud 
“Sono nato troppo presto o troppo tardi? 
Cosa sto a fare qui? 
Ah, tutti voi, 
pregate Iddio per l’infelice”

No Pier Paolo 
Non sei nato né presto né tardi 
Ma peccato che tu sia partito 
Mentre la verità si combatte 
Mentre tanti si scontrano 
Senza sapere perché 
Senza sapere dove vanno

Mentre le religioni cambiano faccia 
E le ideologie diventano religioni 
E molti vestono paraocchi di nuovo 
Tu non dovevi andar via.

Da: AA.VV., Dedicato a Pier Paolo Pasolini, Gammalibri, Milano 1976, 
già nel n. 7 della rivista letteraria «Salvo imprevisti» 
(per gentile concessione di Gammalibri, Milano).

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Due brani dal libro Un uomo di Oriana Fallaci 
(Rizzoli, 1979). 


Oriana Fallaci e Alekos Panagulis
"L'abitudine è la più infame delle malattie perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte. (...) La sera in cui avevi rinunciato a tentare di nuovo la fuga era successo ben questo. Era successo cioè quel che non avresti mai creduto possibile: gli spazi aperti e il verde e l'azzurro e la gente non ti mancavano più. (...) E tuttavia esisteva qualcosa che l'abitudine al buio, alla mancanza di spazio, alla monotonia non avevano spento: la tua capacità di sognare, di fantasticare, e di tradurre in versi il dolore, la rabbia, i pensieri. Più il tuo corpo si adeguava, si atrofizzava nella pigrizia, più la tua mente resisteva e la tua immaginazione si scatenava per partorire poesie. Avevi sempre scritto poesie, fin da ragazzo, ma fu in quel periodo che la tua vena creativa esplose: incontenibile. Decine e decine di poesie. Quasi ogni giorno una poesia, magari breve. Le scrivevi anche se Zakarakis ti sequestrava la carta e la penna, perché allora afferravi una lametta che tenevi da parte per questo, ti incidevi il polso sinistro, inzuppavi nella ferita un fiammifero o uno stecchino, e scrivevi col sangue su ciò che capitava: l'involucro di una garza, un pezzetto di stoffa, una scatola vuota di sigarette. Poi aspettavi che Zakarakis ti restituisse la carta, la penna, copiavi con calligrafia minutissima, attento a non sprecare un millimetro di spazio, piegavi il foglio ricavandone strisce sottili, e lo mandavi nel mondo a raccontare la fiaba di un uomo che neanche nell'abitudine cede. Gli stratagemmi erano vari: buttare i nastrini di carta nella spazzatura perché una guardia amica li raccogliesse, infilarli nelle cuciture dei pantaloni che mandavi a casa per lavare, farli scivolare addosso a tua madre quando veniva a trovarti. Prima però imparavi i versi a memoria, onde prevenirne lo smarrimento o la distruzione, e che battibecchi quando Zakarakis pretendeva di leggerli per censurarli o approvarli. "Dove li hai messi? Dammeli! Non lo sai che in carcere il direttore deve censurare qualsiasi scritto?" "Lo so ma non posso darteli, Zakarakis. Li ho chiusi nel mio magazzino." "Quale magazzino?! Voglio vedere il magazzino!" "Eccolo qui, Zakarakis" E indicavi la testa. " Non ci credo, fottuto bugiardo, non ci credo!" Avrebbe dovuto, al contrario, perché in quel magazzino avremmo trovato, anni dopo, tutte le poesie perdute o distrutte: per pubblicarle in un libro che molti pensavano fosse l'inizio di una carriera letteraria."
"Ogni tuo gesto è un ingenuo trasporto d'amore, una goffa preghiera di essere amato, e la spavalderia di prima s'è dileguata. Ti cade la forchetta, ti cade il cucchiaio, e d'un tratto arrossisci come un bambino, mi porgi il regalo tenuto da parte per il mio ritorno: un foglio spiegazzato, coperto da una calligrafia minutissima. "Alekos! Cos'è?" "La poesia che preferisco, Viaggio. Te l'ho dedicata, guarda: c'è il tuo nome ora per titolo." Poi me la traduci con quella voce che sventra l'anima. (...) Qui ti interrompi, mi spieghi che il viaggio è la vita, che la nave sei tu, una nave che non ha mai gettato l'ancora, che non la getterà mai, né l'ancora degli affetti, né l'ancora dei desideri, né l'ancora di un meritato riposo. Perché non ti rassegnerai mai, non ti stancherai mai di inseguire il sogno. E se ti chiedessi che sogno non sapresti rispondermi: oggi è un sogno cui dai nome libertà, domani potrebb'essere un sogno cui dare nome verità; non conta che siano o non siano obiettivi reali, conta rincorrerne il miraggio, la luce."



*  *  *
Un uomo di Oriana Fallaci, l’incorreggibile Panagulis.  
Recensione di Vincenzo Marino


Se oggi pronunci il nome del poeta e rivoluzionario greco Alekos Panagulis, probabilmente in tanti si chiederanno “Ma chi è costui?”, sbeffeggiando la memoria della storia.
Mi sono imbattuto, qualche anno fa per la prima volta, in questo eroe ormai leggendario, quando mi fu recapitata una mail, il cui mittente usava come pseudonimo proprio Alekos Panagulis. Lì per lì non mi sono certo preoccupato di cosa potesse rappresentare o perché il mio amico avesse scelto proprio quell’alias, ma dopo qualche tempo, come spesso mi accade, mi sono sentito incuriosito e attratto dalla sua scelta. Ho provato a chiedergli spiegazioni, ma mi sono sentito rispondere con tono ironico: “Perché la sua storia e la sua vita sono piuttosto incorreggibili!”.
Incorreggibile? Ma cosa voleva dire con quell’aggettivo buttato lì, forse senza nemmeno averci riflettuto tanto? È a questo punto che mi è venuto in mente di riprendere a leggere Un uomo di Oriana Fallaci, che da troppo tempo giaceva su uno dei tanti scaffali della mia libreria. La figura di Alekos Panagulis, il fiero oppositore della dittatura greca, trova, nella narrazione della Fallaci, la sua celebrazione come eroe pronto a pagare, con una tragica e lunga carcerazione, il fallito tentativo di sovvertire il regime. La Fallaci riesce a regalare a colui, che è apparentemente sconfitto, il dono dell’eternità eroica.
Un uomo è la celebrazione postuma di Alekos Panagulis, scritta da chi per tanto tempo è stata al suo fianco come amica e compagna, prima di sentirsi addirittura un’estranea, incapace di riconoscere in lui l’uomo che aveva amato, rimpicciolita nel proprio ego di fronte ad un eroe la cui libertà coincideva con la convinzione che tutto fosse stato inutile. Panagulis sentiva che il suo sacrificio e la sua scarcerazione non avevano condotto la Grecia alla reale libertà, ma solo ad un altro regime camuffato da governo libero, che rappresentava l’esatta prosecuzione del precedente.
Non si tratta di una biografia, ma piuttosto di un racconto, in cui l’autrice si pone come narratore interno, laddove è lei stessa a vivere le esperienze raccontate; diventa, invece, narratore esterno, quando il suo punto di vista prescinde dal racconto della vita del suo uomo e diventa, così, tentativo di comprenderlo.
Non appena ho iniziato a leggere Un uomo, per un attimo Oriana Fallaci non mi è apparsa più tremebonda come ne La rabbia e l’orgoglio, addirittura troppo snob e antipatica, ma l’ho vista nella sua dimensione di donna. Non mi meraviglio affatto che, alla sua uscita nel 1979, sia seguito un così largo successo di pubblico. Oriana Fallaci e Panagulis, mai connubio più strano o, forse, sarebbe meglio dire più affascinante in quanto a stranezze. Entrambi rappresentano l’apice di un periodo e di una storia che non ha eguali. In quello stesso periodo, quando, durante le lezioni di epica con i miei studenti, mi sono trovato a riprendere alcuni passi dell’Iliade e dell’Odissea, ho avuto sempre l’impressione che prima o poi sarebbe spuntato un Panagulis intento a organizzare uno dei suoi tanti tentativi di lotta e di scontro. Non è un caso, infatti, che Alekos in Un uomo abbia i connotati caratteriali ed emotivi dell’eroe classico e la stessa struttura narrativa abbia una netta impronta mitopoietica. Lo scorrere della vicenda segue, infatti, il disegno classico dell’epopea. Sembra che non ci sia un luogo o un tempo definito, ma vi sono i protagonisti, Panagulis e l’opposizione al regime, poi gli antagonisti, il regime stesso, e, infine, una morale.
Oriana Fallaci è riuscita a costruire il mito di un eroe moderno, che, come Don Chisciotte, aveva un nemico dai contorni opachi e non delineati: ora il regime, ora i suoi carcerieri, ora i servi del potere. A volte si fa persino fatica a capire perché, per esempio, Panagulis sia arrivato a scagionare i suoi carcerieri, non riconoscendo più un legame tra la sua battaglia ideale e quella dei giudici, che prima erano stati succubi della dittatura greca al punto da rappresentarne lo strumento più importante, e poi si erano fatti garanti del cambiamento.
Incorreggibile, appunto: mai aggettivo fu più appropriato per un uomo che non si è voluto arrendere nemmeno di fronte alle sue paure. I mulini a vento, Panagulis li aveva di fronte e li aveva dentro e, dunque, la sua lotta era contro tutto; solo la sua misteriosa morte lo ha sollevato. La sua prigionia è stata più libera della sua vita da libero, sentendosi sempre incarcerato nel suo donchisciottismo. Un eroe moderno, però, di cui le cronache stentano a trovare eredi. La Fallaci racconta del suo amore per lui, riconoscendogli tutte le caratteristiche che aveva trovato affascinanti e incorreggibili nei tanti eroi che aveva intervistato.
Oggi, oltre che in una mail dove troviamo Panagulis? Dove le sue grandi battaglie trovano compimento? Belle domande che danno il senso di una vita e di un uomo veramente incorreggibile che purtroppo spesso viene dimenticato. Il suo sacrificio, la sua carcerazione e, infine, la sua morte non sarebbe il caso di rivederli e di inquadrarli in una dimensione nuova?


*  *  *

Alekos Panagulis
TRE POESIE


DEVI VIVERE

Se per vivere, o Libertà
chiedi come cibo la nostra carne
e per bere
vuoi il nostro sangue e le nostre lacrime,
te li daremo
Devi vivere

Dicembre 1971


RICORDA

Cella che i tuoi muri
Sono scritti con le scritte della Lotta
a quanti verranno dopo di me
ricorda
tutti gli istanti che ho vissuto qui dentro

Se i miei pugni adesso non piegano le sbarre
e se il sangue che gocciola è il mio sangue
Non è questo che mi fa vergognare
Non hanno sangue le sbarre
Diglielo tu
Le sbarre erano dure
deboli i miei pugni

E per i giorni che mi hai visto soffrire la fame
Tanti giorni
E per i miei occhi che hai visto piangere
e le mani contratte

E per quanto ho lottato contro la morte
(ospite così subdola nella mia cella)

E per le ore di solitudine infinita
E i giorni gelati dell'Inverno

E per gli scatti d'Ira
e soprusi e il dolore

E per i tanti sforzi
e i bruciori incessanti della febbre

E per il mio disprezzo
Che così evidente dimostro ai tiranni
Ricorda
Non c'è istante che voglio che si dimentichi
E non c'è un istante che mi vergogni

Giugno 1971
  

SCENE - MEMORIE

Legato mani e piedi
a un letto di ferro
e le catene
costringono il corpo all'immobilità

Corvi attorno a me
vogliono straziarmi
Sono schiavi dei tiranni
e hanno sembianze umane

Con legni percuotono le piante dei miei piedi
mi spengono sigarette sul corpo
sul mio viso insanguinato
appoggiano le canne delle loro pistole
e urlano senza fine
Mi insultano e gridano minacce

Loro che hanno disertato
chiamano me disertore
Loro che hanno tradito
dicono a me traditore
Loro su cui il Popolo sputerà domani
sputano su di me
Mi chiamano puttana
incapaci di vedere
la forza interiore e la verità
nelle ingiurie e nell'ira di me incatenato
Mi chiamano puttana
e la frusta
lascia segni sul mio corpo
ferite nuove
ferite che si spalancano incredule

Sulla camicia di carne
i rivoli di sangue
cambiano colore
Ma continuano a picchiare
e ogni tanto
con nuove torture cercano
di gonfiare il dolore

Le mani che mi tappavano
il naso e la bocca
le mordevo
Ma adesso
che una coperta mi avvolge la testa
il cielo
scende sui miei occhi
colmo di stelle
E sul mio petto
crollano montagne
sirene allucinanti
fischiano nelle orecchie.

Il corpo sussulta senza speranza
per un po' d'aria
Immerso nel sudore
Per un po' d'aria
Per un po' d'aria
un po' d'aria soltanto...

suoni e risate
insulti miserabili e vili
Ma perché?
Palpano i coglioni dell'Incatenato
Senza avere fretta...

Mi spiegano cosa faranno
senza avere fretta...

Aprono cassetti
ne estraggono aghi
senza avere fretta...

Qualcuno di loro
(come sempre)
mi... consiglia
(recita la parte da buono)
Ma ormai non lo ascolto neanche
e così cominciano

Mi infilano dentro l'uretra un ago
(sottilissimo, di ferro)
Brividi in tutto il corpo
l'altro estremo dell'ago
ora lo riscaldano...

I lamenti
le risate sommesse
Le risate ascoltate
le loro risate...

Senza voce, stanchi, sudati
incapaci di inventarsi altro
Tutti insieme
mi colpiscono gridando...

Una macchina vicino muggisce
e solo una voce umana
s'ascolta nel tumulto
Una radio

Come impazziti mi percuotono
con le mani e con i piedi
Tutti insieme...

Sui muri e sul pavimento
si proiettano fiori di fuoco
Fiamme di un altro mondo
Ballano ritmi sfrenati
tutto gira
e presto si perde...

Mi ritrovo in un'altra stanza
piccolo il cambiamento
le catene mi fanno ancora compagnia
Le facce sfocate
spine d'odio
si piegano verso di me
Cresce il tono delle loro voci

E nuove facce con quelli
Ma tutte uguali le espressioni
E uguali le uniformi
cos'è che si trova
sul risvolto dell'uniforme
qualche antico simbolo?
Di Ippocrate
Hanno dimenticato il giuramento....

Scene di vita
Ombre nere
scene che ho vissuto
Ma quale ricordare per prima?
La memoria dolore
La solitudine?
Dolore anch'essa
Dolore compagno del dolore
È la nostra vita

Dicembre 1971

Pagine corsare", blog dedicato a Pier Paolo Pasolini
Autori e curatori: Angela Molteni, Bruno Esposito.

http://pasolinipuntonet.blogspot.com/2012/07/panagulis-da-trasumanar-e-organizzar-di.html


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro


Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

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