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mercoledì 16 ottobre 2019

Prefazione di Roberto Saviano al libro "Il Caos" di Pasolini

"ERETICO e CORSARO"



Prefazione di Roberto Saviano al libro 
"Il Caos" di Pasolini
.

Il caos è un capolavoro. A differenza di altre raccolte di interventi giornalistici di Pier Paolo Pasolini è stato per anni ai margini della sua infinita bibliografia, e raccoglie gli interventi che scrisse per la rivista «Tempo» in una rubrica chiamata proprio così: «Il caos».

«Tempo» (da non confondersi per nessuna ragione con il giornale reazionario «Il Tempo») era una rivista molto interessante in quegli anni, una sorta di risposta italiana a «Life». Al principio Pasolini è quasi imbarazzato a iniziare questa collaborazione perché «Tempo» era tra i giornali più finanziati dal regime fascista. Aveva certo cambiato completamente anima nel momento in cui Pasolini cominciò a scriverci, ma si percepisce tutta la pressione che l’uomo subiva nel dover giustificare, da comunista, ogni scelta che prendeva non direttamente determinata dalla militanza. Ciò che ad altri non sarebbe toccato di discutere, a lui doveva costare ore di giustificazioni e analisi profonde per dimostrare l’innocenza d’ogni sua azione. È il prezzo che paga chiunque voglia tentare di trasformare il mondo con la propria arte e non solo interpretare il presente o semplicemente intrattenere. C’è proprio, all’inizio di questo libro, una riflessione che bisognerebbe conservare, dentro di sé.

Pasolini dice di intervenire nei dibattiti contemporanei per contrastare due naturali inclinazioni del suo animo: il disimpegno e il distacco dalle cose. Proprio per non essere disimpegnato e per non subire il distacco, lui decide di scrivere una rubrica. L’istinto sarebbe quello di mandare tutto al diavolo, sottrarsi, godere del bello e proteggersi in un ruolo intellettuale alto, marginale. Sa anche che è esattamente ciò che in molti vorrebbero da lui, che non si occupasse tutti i giorni della politica, che non intervenisse usando tutti i mezzi possibili. Quei molti che la sua arte intendeva demolire.

Aprire le pagine di questo libro innesca disagio. Un disagio che somiglia all’incapacità di gestire lo stupore. Stupore che provano le persone dinnanzi all’avverarsi delle parole di un profeta. Il profeta annuncia la profezia, ma raramente il tempo della sua realizzazione è un tempo breve. Il caos è la realizzazione della profezia di Pasolini. E la profezia si compie nella modernità di queste pagine che, pubblicate oggi, descrivono esattamente il nostro presente. Nell’agosto del ’68 Pasolini misura come l’istinto dell’intellettuale lo porti spesso a occuparsi di ciò che non lo faccia inciampare in vicende troppo vicine. L’intellettuale di professione - argomenta Pasolini - sceglie temi universali, lontani, che gli diano un’identità e la possibilità di non doversi mai davvero confrontare. Un equilibrio che gli permetta di sembrare ribelle, stando invece comodamente accucciato. Il caso è quello di Aldo Braibanti, l’intellettuale che venne accusato di plagiare il suo amante. L’accusa di plagio durante il processo si trasformò in un’accusa di omosessualità, che costò a Braibanti la condanna all’internamento. Pasolini racconta l’episodio con grande forza, perché sente l’avanguardia letteraria, che lui ha sempre considerato piuttosto fumosa, rispondere: «A noi non importa di Braibanti, a noi importa del Vietnam». Un atteggiamento in cui Pasolini riscontra la facilità con cui gli altri «colleghi», prendendo posizioni su vicende distanti, si salvano dal doversi impegnare e schierare accanto a un uomo accusato di avere una vita non degna di essere vissuta. Tutto questo non è il Vietnam, ma accade sotto i loro occhi, eppure nessuno si espone, sono in molti a fingere di non vedere. Esporsi sul Vietnam non avrebbe creato problemi, l’avessero fatto su Braibanti, invece, avrebbero iniziato a vedere gli sguardi inquisitori dei vicini, gli inviti che cessano di arrivare, le mezze parole, per aver difeso un «plagiatore». Ecco perché in fondo l’intellettuale schierandosi sul grande tema  della pace e contro la guerra assolveva al suo compito anti-potere conservando la sua comodità quotidiana. I suoi territori intonsi. Pasolini sul caso Braibanti fu tra i pochissimi a prendere posizione, lucidamente, insieme a Marco Pannella. A schierarsi a favore del primo caso ufficiale di amore negato tra due persone consenzienti, dello stesso sesso e maggiorenni. Braibanti pagava tutto,
l’essere omosessuale e l’essere stato partigiano, ma soprattutto pagava la sua marginalità. Fu il capro espiatorio ideale e, il caso che lo vide protagonista, una cicatrice che in Italia non potrà mai sanarsi. Un uomo condannato per aver  «plagiato» una persona per di più maggiorenne: quale codice penale del mondo potrà mai contemplare un simile reato?

Recensendo I cani del Sinai di Franco Fortini, Pasolini scrive: «Le nostre antipatie per certi tipi di persone, il fastidio violento che ci danno certi corpi, sono archetipi di un tale odio razziale che proviamo, sia pure in modo monco o embrionale e che cade, quindi, sotto il dominio della nostra esperienza». E poi afferma: «Negri, sud europei, banditi, sardi, arabi, andalusi hanno tutti in
comune la colpa di avere i visi bruciati dal sole contadino, dal sole delle epoche antiche». Le riflessioni che Pasolini e Fortini fanno sul razzismo collidevano con la convinzione di chi credeva con fiducia - ed erano in molti che si trattasse di un fenomeno che stesse scemando. I due scrittori erano in realtà convinti che sarebbe aumentato vertiginosamente.

È anche modernissima la riflessione che lui fa sulla differenza tra libro e film: del libro parla come di un prodotto artigianale, che si scrive proprio come si fa una sedia e che vede l’intervento dell’editore solo per pubblicarlo e distribuirlo. Invece un film non può esistere senza finanziamento, ne ha
bisogno e ne è dipendente. Per questo lui raggiunge una riflessione dentro la contraddizione: «Se voglio fare dei film, il meglio che ancora posso fare è operare contemporaneamente su due piani: sfruttare cinicamente le strutture industriali già esistenti (qui comprende in questo cinico sfruttamento anche i festival e nel tempo stesso lottare perché i modi di produzione cambino e perché i festival diventino delle rassegne squisitamente e democraticamente culturali». In queste parole c’è la soluzione eterna al quesito: ma si può lavorare con l’arte per trasformare il mondo quando quest’arte è finanziata dagli stessi che sostengono le logiche e le prassi che l’arte vorrebbe scardinare? Non c’è altro da fare che stare in questa contraddizione e provare a trasformare le rassegne, a portare nuove idee al pubblico, a vivere sempre tra il mercato e la libera creazione, tra il marketing e la scelta autoriale.

Pasolini disprezza la critica italiana che ha ignorato Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante. Si aspettava un successo di critica e di pubblico che non c’è stato. Lui definisce il libro della Morante «Un manifesto politico scritto con la grazia della favola». E le riconosce grande coraggio nel compiere questa scelta del non successo, perché in un momento in cui la grazia e l’umorismo erano visti con grande diffidenza a lei non era importato e aveva realizzato e costruito il suo libro con grazia e umorismo.

Pasolini non teme di soffrire pubblicamente in questa sua rubrica che diventa per lui un’occasione di contatto quasi fisico con i lettori. Soffre fino a domandarsi: «Perché ho scritto questo articolo quando so che tutti dopo averlo  letto e magari dopo averne condivise molte idee lo rimuoveranno dalla propria memoria, lo svuoteranno di continuità?». Allo stesso tempo, soffre per le lettere che riceve. Se vivesse oggi soffrirebbe per i commenti sui social network. Parla in particolare di una lettera, e anche questa sembra incredibilmente attuale: un comunista del napoletano gli scrive e lo invita a
vergognarsi, rimproverandogli di essere passato da «Vie Nuove», il giornale comunista, a «Tempo». Ipotizza anche che un giorno scriverà per il «Corriere della Sera», considerato il naturale destino di tutti gli scrittori arrivisti (Pasolini scriverà poi effettivamente sul «Corriere della Sera»). Pasolini afferma che questa lettera è tanto sgradevole quanto ingenua. Sono in molti a pensare che scrivere su giornali definiti borghesi sia un gesto di carrierismo, o un segno di debolezza morale per cui Pasolini si offrirebbe all’assimilazione dei peggiori meccanismi del sistema capitalista che combatte. Lui richiama il diritto alla contraddizione, sostenendo di aver assunto, grazie alla fama dei suoi libri, una
specie di ruolo pubblico che lui vorrebbe negare, un’autorità che ricaccia rifiutando di comportarsi come una persona pubblica, ma dalla quale è  impossibile dare le dimissioni. È incredibile quanto sia stato profetico contro il terrore dell’autorità e della contraddizione, per questo lui diceva «Io non ho
paura di espormi e di discutere».

Dice Brecht: «Molti di coloro che sono perseguitati perdono la facoltà di riconoscere i propri difetti». Pasolini si sente descritto e definito da questa frase. Non teme di apparire paranoico. Nel settembre del ’69 scrive: 

«Cambierei idea (sul fatto di essere perseguitato) solo se mi fosse messo davanti agli occhi un pezzo di carta stampata in cui si parla di me non dico con la benevolenza, ma almeno con l’oggettività con cui si parla degli altri miei colleghi. Ciò che dico è meschino, ma non è che mi lamenti. Io, solo come mi trovo, fuori da ogni codice per non dire da ogni legge, mi arrogo la facoltà di un’assoluta indipendenza di pensiero e di parola: è giusto quindi che la paghi, appunto, con una forma di persecuzione. Processi a non finire nel migliore dei casi, o una persecuzione all’italiana, nei giornali e nella televisione». 

Ecco quindi che Pasolini sa di essere un perseguitato, ne parla, sanguina per la persecuzione all’italiana, accuse, voci, calunnie, mezze parole. Le voci che l’hanno inseguito quando era a Ostia, la persecuzione che nasceva da storielle piccanti completamente inventate e riferite, l’idiozia che tutti raccontavano che si fosse presentato in ospedale con un remo nell’ano, cosa che lo lasciava affranto e dentro una condizione di ineluttabilità. Ossia, essere determinati dalle calunnie delle persone. Oppure l’incredibile processo a cui era stato sottoposto nel ’61 per rapina a mano armata, con lo scopo - individuato dall’accusa - di capire che cosa si provasse nel rapinare e poterci poi scriverne sopra. Il processo si era aperto a Latina, dove l’avvocato di Pasolini, Francesco Carnelutti, venne subito sospettato di esserne l’amante. In quella sede Pasolini venne condannato a quindici giorni di reclusione, più cinque per porto abusivo di armi da fuoco e obbligato al pagamento di cinquemila lire di multa per la mancata denuncia della pistola. Pasolini non aveva una pistola, non aveva mai fatto una rapina, e la presunta pistola della condanna non fu mai trovata né a casa di Pasolini né in qualche campagna. Una condanna per una pistola fantasma. Ovviamente i difensori presentarono appello e gli venne concessa l’amnistia dalla Corte d’Appello di Roma. Un altro avvocato di Pasolini, Berlingieri, ricorse in Cassazione per ottenere l’assoluzione piena, ma si dovette accontentare semplicemente dell’assoluzione per mancanza di prove.

Questo processo distrusse l’equilibrio di Pier Paolo Pasolini perché, pur essendo chiaramente una farsa, se ne parlò molto; venne addirittura prestata fede a falsi testimoni che si presentarono come vittime dei giochi del regista vizioso. Dopo questo processo, smontato mediaticamente solo dopo la sua morte, in Pasolini venne meno la fiducia.

Il caos è un libro costruito a strati. Ha molte anime, forse proprio perché non era nato affatto per essere un libro. Pasolini non ha controllato le sue fragilità, non le ha esorcizzate in personaggi, non le ha rese materia narrativa. Le ha solo riportate. In queste pagine Pasolini ha il suo cuore sulla carta. Sanguina quando scrive questa rubrica. A metà del suo lavoro tenta un consuntivo: si è fatto molti nemici in più, ha detto cose che non avrebbe voluto dire, qualche volta ha fatto male, qualche volta ha fatto bene. Proprio così dice. Ma tutto ciò l’ha fatto per allontanare da se' quel nobile silenzio che detesta. Certo, detesta anche la prosa affrettata, ama quella curata sin nel dettaglio, peraltro difficile
da ottenere per una rubrica le cui consegne sono immediate, preferisce tuttavia una prosa veloce, l’errore piuttosto che il silenzio. Gli scrittori - dice - devono sempre scrivere come se le loro parole restassero in eterno, ma se accettano di scrivere su un giornale devono cambiare il loro stile e quindi accettare i dettami del quotidiano e scrivere sapendo che quelle parole dureranno pochi giorni, poche ore, ma se lette si trasformeranno in parte della vita del lettore. E questo è il premio della scrittura. Non solo, sa che in «Caos» «ho parlato troppo di me», sa che questo è un problema, non vuole fare mea culpa, perché  ciò che si scrive deve sempre avere un’anima riconoscibile, quasi tangibile.

Un’anima assume sulle sue spalle la responsabilità di ogni virgola. Nulla deve essere scritto impersonalmente, come se non appartenesse al suo autore. Nulla può essere oggettivo, ma tutto estremamente, odiosamente soggettivo. Non serve per scrivere la giusta distanza, ma la giusta vicinanza, quella che ti fa essere impressionista e analista al contempo, metodo che procede per zoomate veloci, quasi vertiginose.

L’Italia ha dimenticato presto tutto questo, ha dimenticato che Pasolini è stato un vaso pieno, colmo fino a straripare. Che Pasolini e stato colui che ha portato su di sé le contraddizioni di un intero paese che stava cambiando senza che ci fosse una reale evoluzione. L’Italia ha dimenticato la persecuzione che Pasolini ha subito dalla Magistratura italiana. Era il primo bersaglio dei pubblici ministeri che, attaccandolo, diventavano volti noti sui giornali.

Quando fu assolto Teorema, il suo film, il pm criticò la sentenza dicendo che il tribunale aveva confuso il costume col pudore, sostenendo che il costume può cambiare ma il pudore è eterno. Pasolini si trovava sempre a dover contrastare quello che è il comune senso del pudore, questa indecifrabile categoria che i pm di allora cercavano di difendere. Chiesero sei mesi di carcere per Teorema e le battaglie di Pasolini nei tribunali furono fondamentali per cercare di sottrarre al tribunale il giudizio sull’opera. Nei procedimenti contro di lui, sostanzialmente, ai tribunali veniva dato di decidere se quelle di Pasolini  fossero opere d’arte oppure no. Ma un tribunale come poteva decidere se un’opera fosse effettivamente d’arte? Non poteva certo stabilire se fosse bella o brutta, questo attiene al gusto, ma nello stabilire l’appartenenza o meno alla categoria delle opere d’arte al tribunale spettava una decisione grottesca: o è poesia o si va in prigione.

Pasolini, in quanto intellettuale, risponde all’accusa di essere egocentrico affermando: 

«Sì. Sono egocentrico come tutti gli autori di poesia, di romanzi o film. Non posso non essere autore anche tenendo un’umile rubrica settimanale? Devo, sono l’autore e devo pormi al centro di tutto». 

Pasolini non ha paura di affrontare i rischi dell’essere intellettuale, anche quando significa risultare odioso. Una giornalista lo chiama per un articolo sul successo di pubblico che La caduta degli Dei e Satyricon stavano riscuotendo, voleva l’opinione di Pasolini che si mostrò invece infastidito perché tra i film di successo non era citato il suo Porcile. Risponde così: «Considero quei due film inferiori al mio Porcile. Il successo di pubblico di quei due film è dovuto al fatto che sono commerciali». Ovviamente si penti di aver detto quella frase, però ebbe la capacità di accogliere e non nascondere la sua debolezza. Ecco perché considero questo libro un capolavoro e onora scrivere queste righe
d’accompagnamento, perché svela quello che ciascuno di noi fa fatica a dire chiaramente. Qualsiasi regista avrebbe finto, parlando bene dei colleghi, lui no e non per onestà o per invidia, ma per quell’egocentrismo artistico che lo ha  portato a essere una figura centrale, per quell’essere naturalmente squilibrato come ogni artista deve essere. Nella moderazione, nell’equilibrio, nel pesare le parole e nel ponderarle sempre non può esserci creazione artistica ma solo  buone maniere. Pasolini amava le buone maniere e della grazia fece cifra (come il suo amico Enzo Siciliano) nella sua vita quotidiana. Ma nella creazione artistica, nella frase, l’esagerazione, il cercare sempre di rompere gli
argini sentendosi sempre scomodi è l’impulso unico per produrre arte. In «Caos» Pasolini ha parlato troppo di sé, per fortuna. In questo modo ha scandagliato l’umano. Il terribilmente umano. La sua grazia, la sua tragedia.

Roberto Saviano




Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli

Simona Zecchi

Pier Paolo Pasolini Il Friuli - 1953 - video

"ERETICO e CORSARO"



Pier Paolo Pasolini
Il Friuli
di Pier Paolo Pasolini
Il teatro


Postumo, 
testo radiofonico trasmesso dalla Rai 1'8 aprile 1953 
*
Il testo di Il Friuli,  è leggibile anche in 
Saggi sulla letteratura e sull’arte  (Tomo I)
I Meridiani a cura di W. Siti e S. De Laude - 
Mondadori, Milano 1999, pp. 458-471.   

(immagine dal sito PAGINE CORSARE - Pasolini.net ) 



NARRATORE

Pasolini - Academiuta
Chi parte da Venezia, dopo un viaggio di due ore (se prende l’accelerato, magari quello del sabato sera, pieno di studenti e di operai) giunge al limite del Veneto e, per dissolvenza, entra nel Friuli. Il paesaggio non sembra mutare, ma se il viaggiatore è sottile, qualcosa annusa nell’aria. E’ cessata sulla Livenza la campagna dipinta da Palma e il Vecchio e da Cima. Le montagne si sono scostate, a nord, con vene di ghiaioni e nero di boschi appena percettibile contro il gran velame; e il primo Friuli è tutto pianura e cielo. Poi si infittiscono le rogge, le file dei gelsi, i boschetti di sambichi, le saggine, lungo le prodaie. I casolari si fanno meno rosei, sui cortili spazzati come per una festa, coi fienili tra le cui colonne il fieno si gonfia duro e immoto. Ma è specialmente l’odore - che fiotta dentro lo scompartimento svuotato - a essere diverso. Odore di terra romanza, di area marginale. Sulla dolcezza dell’Italia moderna c’è come il rigido, fresco riflesso di un’Italia alpestre del sapore neoplatino ancora stupendamente recente.


Pasolin - Diarii
Il vecchio poetico accelerato tocca così SACILE, con la sua misteriosa Livenza; e subito dopo Pordenone, bruno tra i verdi tenerelli del Noncello, e poi la Medusa, e poi Casarsa, e il Tagliamento. Incrociandosi con questo torrente gigantesco la ferrovia, che corrisponde poi alla linea delle Risorgive, taglia il Friuli in quattro settori. Qui, dove ora l’accelerato si ferma tra malinconiche falegnamerie a CODROIPO, è la prima occasione (e laggiù contro il cristallo dei monti non si rileva la macchia verde dell’ottocentesca Osoppo?) per restaurare nell’immaginazione un paesaggio friulano antico, o antiquato, estraneo comunque alla violenta vivezza con cui ora si para davanti agli occhi. Son questi infatti i luoghi del conte ERMES DI COLLOREDO. E vediamolo subito, questo squarcio di paese, attraverso la sua prosa strapaesana e barocca. E’ un pezzo de la “SECCAGINE” scritto nel L675 o giù di lì.

VOCE CONTE ERMES

Pasolini - Poesie a Casarsa
(NON LETTO MA RECITATO)

“Lu vert dal ciamp, speranze dal recolt al sfadiàt vilàn puarte mestizie...

Il verde del campo, speranza del raccolto, all’affaticato villano porta tristezza, il grano per malato d’ittierizia tanto è giallo, malgrado il concime. Mal nutrito di tristo fieno, risparmiato dal freddo, secco e sfinito il bove torna dal gregge, e una torbida bevanda accresce anzichè ristorare la sua sete. Il Feltrino sbattendo gli zoccoli di legno conduce il gregge mezzo morto piangendo al prato ma subito stomacato dall’arso alimento non mangia, si distende e sta senza far nulla. Il pesce nella mia peschiera è appiattito sotto l’indurito suo liquido elemento: il ghiaccio forma una lastra al monumento e lì sotto tutto è morto e frantumato. Come l’uomo, se è ferito mortalmente, il suo sangue si ritira tutto nel cuore, così il rigagnolo che scaturiva fuori si è raccolto sotto la crosta della terra. L’orgoglioso e terribile Tagliamento che torbido porta via monte e piano, si fa oggi se soffia tramontana d’acqua no, ma di fumo un gran torrente”.

NARRATORE 1




Certo che il Colloredo vede queste distese di magre campagne sotto la specie del latifondo, e i villani appaiono nella sua poesia con le facce astute e bitorzolute dei devoti delle pale d’altare; però quelli ch’erano per lui i dati essenziali di questo paesaggio, lo restano anche per noi.


NARRATORE 2


Lasciata alle spalle l’enorme piattaforma di Campoformido, siamo giunti a Udine; trasferendoci dalla campagna alla città, dal popolo alla borghesia. E Pietro Zorutti (1792-1867) è appunto un poeta piccolo-borghese che vede il paesaggio con lo spirito della scampagnata domenicale: il Romanticismo giunto in provincia in seno agli Asburgo, si è fatto sano. E per tutta la vita il buon Zorutti empie i suoi calendari, che ancora deliziano con loro presupposto di salute morale e di allegria paesana i lettori che qui non mancano, e cercano soprattutto nella poesia una modesta sublimazione del buon senso. Ma quale sforzo d’immaginazione occorre per vedere tra i versi di SIOR PIERI una “veduta” della sua Udine romantica e risorgimentale: ne compare solo qualche indefinita inquadratura di quella periferia non industriale che noi non riusciamo più a concepire.

NARRATORE 1


Ma ci soddisferà la malinconia un po’ invernale di quel grosso paese-capoluogo che è Udine, la cui dignità municipale campeggia nei nobili bianchi e grigi di Piazza Vittorio: luogo dicare memorie per chi ha combattuto nella grande Guerra. E lo testimonia l’impeto originario con cui viene riprodotto il Friulibellico, quello del ‘17, nelle pagine di “Kobilek” di un Soffici già irrobustito dal suo ritorno agli ordini umani, ma ancora felicemente vociano; e le pagine sulla ritirata dei Betocchi, fino ai versi “grigioverdi” di Giorgio Caproni, dedicati però a un’Udine su cui già incombe l’orrenda ombra del Litorale adriatico:

 Udine come ritorna
per te col grigioverde
e il sole Dove si perde 

la mia memoria, torna 

dell’erba la brace verde 
al Castello - l’esangue 
pietra che ora al tuo sangue 
più leggero somiglia...




NARRATORE 2


Da Udine su verso Nord non dopo aver dimenticato di guardare l’orizzonte collinoso di Tricesimo e Tarcento, che i friulani hanno il non ingiustificato debole di considerare di bellezza toscana. Ma è da queste parti che si compone il raccolto e nobile paesaggio dei racconti della contemporanea dello ZORUTTI, ma di lui assai più alta, la contessa CATERINA PERCOTO.

NARRATORE 1


E’ un paesaggio che recupera il mistero romantico ma sempre impiantandosi su una salute popolana. Andiamo a Nord: la nobile tristezza rercotiana si fa sempre più intenta, desolata man mano che il treno di Vienna ci porta dentro le gelide Prealpi e le Alpi. Scompare la dolcezza italica e si para ai finestrini appannati l’Italia alpina. Il paesaggio è qui pura natura: non fa che violentare i sensi coi massicci muraglioni di monti contorti nel cielo e negri di boschi. Finchè nella calma valle di Tarvisio, presso il confine australe, qualcosa si rianima, ha accenti familiari, affettuosi: è questa una colonia di friulani venuti su dalla Bassa, dalla Carnia a lavorare nelle miniere di Cave del Prèsil, a fare quasi FAR WEST o ROCKY MONTAINS. Ma, alle loro voci, i monti ingobbiti e eccelsi si animano; hanno una vita non più geologica ma friulana e quindi umana.



NARRATORE 2


Ma se, partiti da Udine, verso Nord, anzichè proseguire, sino al confine, dove col Friuli cessa l’Italia, fossimo scesi alla Stazione per la Carnia, e avessimo aspettato il trenino che si interna verso quelle terre, fin da quaggiù visibilmente grige di povertà, nella loro solitudine odorante di ciclamini scottanti dal sole?

O che tra faggi e abeti erma si u campismeraldini la fredda ombra si stampi al sole del mattin puro e leggero, o che foscheggi immobile nel giorno morente su le sparse ville intorno a la chiesa che prega o al cimitero 


che tace, o noci de la Carnia, addio! Erra tra i nostri rami il pensier mio sognando l’ombre d’un tempo che fu...

NARRATORE 2


Ah, non è per nulla che in questi versi carducciani si conclama la gloria comunale; qui il tempo si è fermato, come la lingua, a una sua frase arcaica: e che sapore purissimo di dignità. E ciò che a noi appare desolato, solenne, semplice, non poteva non essere amato dal Carducci, anche se a lui portato da un estro magnanimo, ma insieme libresco. Del resto, questo paesaggio carniello che a lui deve la sua celebrità, e la sua immagine ufficiale, acquistava anche in lui toni assai più domestici e realistici; e allora s’intende che ci riferiamo al Carducci delle lettere, al grande Carducci delle lettere, quello così moderno e gioioso e libero, che il De Robertis, squisitamente ama. Leggiamone una, di queste lettere, scritta il 7 agosto 1885 alla moglie; il Carducci ci racconta con abbandono quasi di ragazzo di una gita fatta nella valle di Incaroio: “un viaggio di 30 miglia, tutto a piedi, e per quali vie!”

VOCE DI CARDUCCI


La gita aveva toccato prima Paluzza, poi aveva puntato sul Treppo; dopo Treppo, il Durone, con una salita tremenda, e la discesa peggio che la salita, giù per balzi che erano poi torrenti secchi; tra sassi, sotto il sole: arrivammo a Paularo verso mezzogiorno. Risolvei e affermai di non voler andare più avanti; di rimanere la notte lì. Cominciai a bere acqua con vino bianco...” “Il vino fu abbondante, del barolo squisito, e per di più un risotto con due pollastri regalati dal parroco. Sì che il viaggio baldanzosamente riprese. Con quel barolo in corpo fui il primo a dire di ripigliare il viaggio. Per un pezzo, strada bellissima, regione incantevole, fiumi, torrenti, boschi di abeti e di larici, rupi, cascate, villaggi sparsi quà e là, ma col buio, incominciò il brutto. Bisognava far via per un sentiero, che orlava, per dir così, un precipizio verde e orribilmente bello, ma pericolosissimo, a pendio sul Chiarsò, fiume che rumoreggiava in fondo. Ed era buio. E il sentiero andava a zig-zag, e c’erano gradinate selvagge di macigni che erano una bellezza. Io andavo avanti a tentoni reggendomi ad una pertica che due giovani, uno innanzi e uno dietro a me, tenevamo per mano. E durò un’ora. Un altro faceva lume bruciando dei giornali”.



NARRATORE 1


Dicevamo in principio che la ferrovia, incrociandosi col Tagliamento, divide il Friuli in quattro settori: ma l’ascoltatore avrà osservato che siamo restati costantemente ai finestrini che davano a settentrione, verso la montagna. E se invece ci fossimo trovati nel corridoio? Oh, certo, il paese lì vicino, sotto la verde scarpata, non sarebbe apparso molto diverso. Da quando intorno al Scile d’odore linguistico si fa quello ladino, e le cose si tramutano in poetici nomi dai plurali sigmatici - le foglie in fueis le rogge in rois, le sorgenti in resultivis - lo stesso umile e alto, silenzio contadino, con l’intimo odore asprodolce, pasquale, accompagna il viaggiatore. solo che in fondo, invece dell’ombra della montagna, l’orizzonte si sprofonda in un biancore che pare risucchiarlo nel vuoto. E’ il vecchio, smunto Adriatico. E’ il Sud, Venezia, l’altra storia, la vita non comunale ma nazionale....



NARRATORE 1


Ma allora, se avessimo voluto sentire meglio questi luoghi, non ci sarebbe convenuto prendere l’altro treno, ugualmente poetico, e appassionante, quello che da Venezia porta a Trieste? Saremmo così passati proprio nel cuore della Bassa Friulana, per Portogruaro, Latisana.... rasente Teglio, Coroovado, la fonte di Venchiaredo: per i luoghi di Nievo, insomma. Che sono, quanto a equivalenza poetica, i più alti del paesaggio friulano: dal castello di Fratta, inciso, fluente zeppo, ferito da un tratteggio meticoloso e violento di bulino alle larghe vedute lagunari, cariche di spumosa e spianata malinconia. Il Nievo non poteva esistere che qui, in questo Friuli non troppo Friuli, volto alla nazione attraverso le grandi campagne illegiadrite dalla chiara civiltà adriatica. Piuttosto che dalle assai note “Confessioni” preferiamo trascegliere da “Il conte pecoraio”: è una visione prealpina della notte dell’Epifania.



VOCE


Anche le colline di Torlano si erano vestite di bianco, come costumano le giovinette nel furor dell’estate, e su esse incombevano canute le montagne, e solcate di profonde rughe la fronte, come madri severe. Tuttavia la notte sopraggiungeva a burlare sia le une che le altre; nell’ombra della quale esse si smarrivano a poco a poco, prendendo una sola sembianza; un solo colore di buio. Già le stelle folleggiavano per il cielo nel silenzio della luna, e si scoloriva ad occidente l’ultimo barlume del crepuscolo, quando cominciò sopra un dosso a destarsi una fiamma, cui rispose da un poggio il rosseggiare di un’altra, e una terza s’avviò sulla costa, e una quarta e una quinta divamparono via via di greppo in greppo, finchè non fu vetta di colle o ripiano di montagna, sul quale non ardesse un bel fuoco: proprio come nei quadri del mistero della Pentecoste dove non c’è Apostolo cui non sorvoli sul capo la divina fiammella.



NARRATORE 2


Ma il paesaggio friulana del novecento, almeno fino all’inizio dell’ultima guerra, è soprattutto pescoliano: intendiamo dire di quel particolare pascolianesimo che è dei poeti dialettali.

NARRATORE 1


Ercole Carletti, sta a rappresentare con la sua canuta, inquieta figura quello che potrebbe essere il tipo della civiltà di lassù, un tipo che sulla passione italiana inoculi un moralismo, diremmo, centro europeo. Leggiamo, tradotto questo paesaggio veduto in sogno, da “L’insiùm”.

DICITORE


“Ai fat, Nusse, stegnòt un bièl insiùm... “Ho fatto, Nuccia, stanotte un bel sogno. Mi sembrava, dove?... Laggiù, lontano, lontano che si stava insieme: e sull’orlo di un fiume si camminava tenendoci come bambini per mano. Si andava via tenendoci per mano, perduti, soli: la primavera luccicava e odorava: l’acqua passava facendo specchio ai pioppi, ai cespugli fioriti, ai salici della riva. Sotto voce provavamo qualche canto: “montagnette”, oppure “tu stella” oppure ancora “non posso dimenticarti”; e intanto ci dava il tempo, col battere, il nostro cuore: col battere doppio! E da per tutto, che quiete, che sereno! E le scarpette rigate di rose, sul verde novello... Sopra una boschina delle allodole estrose gorgheggiavano..”



NARRATORE 2


In Ergeo, in Carletti e specialmente in Biagio Marisi, è un germe, ma puramente in germe, che bisogna presupporre tutta un’altra educazione e un altro mondo, la più recente interpretazione del paesaggio friulano, quella della scuola poetica casarsese. Che geograficamente è assai più vicina ai luoghi del Nievo. E’ lì, la patria dei felibri friulani, la terra delle prodezze infantili, dove le perpendicolari del Tagliamento e delle risorgive si incontrano, a metà strada tra i monti e il mare. E’ una pianura difficile a capirsi: di una bellezza così pura da farsi quasi astratta, intellettuale. I teneri boschi cedui lungo le rogge, filamentosi e rossi come il rubino, in inverno, caldi e sontuosi, d’estate, zeppi d’uccelli e quieti come piccoli santuari.... Le file purissime di gelsi che rimpiccioliscono verso i pianelli opposti, verso altre rogge, penetrando con lucida prospettiva dentro la pianura pedemontana, sempre spalancata contro un cielo nettissimo.

NARRATORE 1


I Boschetti rugginosi, casolari, dai muri di sassi neri e inazzurrati dal solfato, riquadri di pareti gialle di fienili, strade di terra battuta bianca, in dolce curva, come in una tela del più puro Corot. E poi i paesi, i primi paesi della Bassa e i primi dell’Alta; allegri aperti e un po’ plebei, quelli, plumbei aristocratici, già corsi da un secco odore alpestre questi. La loro vita finisce con l’or di notte e ricomincia, prima che nasca il sole, col mattutino. E’ una mattina prestissimo, ancora quasi buio, mentre rintoccano le prime campane: “Sento campane d’oro”, di Domenico Naldini: “Cento campane d’oro sono nell’aria, a mescolarsi con l’alba. Nel vetro agghiacciante il cielo era un fiore d’incenso. San Giovanni, Orcenico, Calvasone, cento campane d’oro sono nell’aria”.

DICITORE

Sent ciampania di oru a son pa’ l’aria,
a insembrassi cu l’alba.
Tal veri inglassaà il sèil
al era un flòur di insèns.
San Zuàn, Dursinìns, Valvasòn,
Sent ciampania di oru a son pa’ l’aria.

NARRATORE 1


O ecco una mattinata di domenica, a Navaròna, sui primi gioghi delle Prealpi, nei versi di Novella Cantarutti: “Gusto d’esser viva”: “Gusto d’esser viva nel giorno che sbatte le ali. La nebbiolina si dissolve sbiancata a filo dei prati. Gusto d’esser viva sulla strada che conduce a Messa, sotto gli alberi, fra le ombre bagnate dalla luce”.

DICITORE


Gust da essi viva 
ta la dì 
Ch’a discrosa 
li’ ali’ 
La caliga ‘ 
a si distrùt 
sblanciada 
avuà dai praz. 
Gust da essi viva 
pa la strada 
ch’ a mena a Messa, 
sot i lens, 
pa li ombreni’ 
bagnadì di lusòur.

NARRATORE 1


O, dell’estensore di questo scritto, una sera che cade intorno a Casarsa: “Il fanciullo morto”; “Sera luminosa, sul fosso cresce l’acqua, una donna incinta cammina per il campo. Io ti ricordo, Narciso, tu avevi il colore della sera, quando le campane suonano a morto”.

DICITORE

Sera Imbarlumida, tal fossàl 
a cres l’aga, na femina plena 
a ciamina pal ciamp. 

Jo i ti recuardi, Narcis, ti vevis il colòur 
de la sera, quand li ciampanis 
e sunin di muàrt.


NARRATORE 2


Ma non è per ipocrisia, se concludiamo queste rapide proiezioni del paesaggio friulano attraverso le sue fasi letterarie, con delle vedute popolari. E, intanto, diciamo subito, che non si tratta di equivalenti in poesia di un’arte popolare da iconografia o da ex voto. La cosa è molto più poetica. Si tratta della più alta, perfetta traduzione in termini linguistici dei dati del paesaggio: ma in modo indiretto, per una assoluta convivenza e coesistenza del popolo che canta con il paese in cui canta. E diamo atto della “salute”, della “lavoriosità”, della “religiosità”, che sono gli attributi riferiti per convenzione lassù, nelle riunioni e nei simposi regionalistici, al popolo: tuttavia quelle che ci importano sono una salute e una religiosità ben più interiori e poetiche: sconfinanti, dentro, con doti popolari sconosciute al folclore o alla demopsicologia. Benchè, di geografico, o meglio, tipografico, non ci siano che dei nomi, dove meglio che in questa villotta si può sentire il sapore nudo e povero e solare della Carnia in un giorno di sagra? “Sulle roccie di Collina, sui monti di Rigolato, ho trovato la mia ragazza con rastrello attorcigliato.... Oh che buona l’acqua fresca di Ludaria e Rigolato: voglio prenderne un bottaccino e portarlo a Cividale”.

DICITORE



Su li cretia di Culino 
su lis monz di Rigulat 
ài ciatàt la me muroso 
cul- ris-cel intortolàt. 
Joi: che buino l’ago fres-cio 
di Ludario e Rigulàt:
‘ i voi toli una butacio
e puartalo a Cividàt.

O la tenerezza della notte in un borgo raccolto sotto i monti con le ultime voci sgolate tra gli orti, in questa villotta antichissima, raccolta a Gemona? “Io ti amavo da piccolina, quando avevi un sette otto anni, e adesso che ne hai sedici, ti amo più che mai. Ma sei sola, o benedetta, se sola a far l’amor? Ah, no, no, che non sono sola, c’è la mamma, e con il lume”.

DICITORE


E jo i ti amavi di picinine 
quan che tu aevis un siet vot àins. 
E ma cumò che tu ‘no às sèdis 
io ‘ o ti ami plui che mai. 

Ma sestu sole, o benedete, 
ma sestu sole a fa l’amòr? 
E po no, no ch’i non soi sole, 
a jè la mame e cullusòr.

NARRATORE 1


O la desolata luminaria dell’alba che si stampa, d’or, sui pendii e i villaggi raggelati in questa che è una delle villotte che più risuonano nelle osterie domenicali? “Sulla più alta cima si alza buonora il sole, ma questa non è l’ora di abbandonar l’amore”.

DICITORE

Su la plui alte cime 
al jeve il soreli a buin’ ore: 
ma cheste no jè l’ore 
di bandonà l’amòr.

A centinaia si contano questi brevi canti: il momento in cui la fisionomia umana fa poeticamente parte del paesaggio. In cui le ragazze splendidamente bianche della Bassa, o le “puemis” dalle guancie di ciliegia della Carnia; i giovanotti mori - alpini ancora inerbi che scrivono sui muri dei casolari o della chiesa “Alpìn jò, mame” o “Viva il ‘33, la clase inemorata” o i giovani “montagnari” con gli allegri calzoni di velluto, rivivono in una vita completa, nel cui sentimento profondo, musicale, essi sono una cosa sola coi monti o i campi dove vivono. Natura geografica tradotta in natura umana, il FRIULI più perfetto è nei canti del popolo friulano.









Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi