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giovedì 23 aprile 2020

Virgilio Fantuzzi, da « L'usignolo della Chiesa Cattolica » a « La religione del mio tempo » - Lo scandalo Pasolini.

"ERETICO e CORSARO"




Da « L'usignolo della Chiesa Cattolica » a
« La religione del mio tempo »
Don Virgilio Fantuzzi
Lo scandalo Pasolini
Rosso e Nero,
gennaio /aprile 1976


Durante l'infanzia e l'adolescenza, Pasolini ha subìto il duplice influsso della madre, donna di profonda sensibilità e di sinceri sentimenti cristiani, e del padre che, pur salvaguardando una religiosità formale, era sostanzialmente laico. Dati i numerosi cambiamenti di residenza, non è cresciuto, come molti suoi coetanei del Nord Italia, all'ombra di un campanile. Non era cresimato (l). Verso i 14 anni di età ha attraversato una breve crisi mistica, a proposito della quale non Si hanno dati precisi al di fuori di vaghi accenni in qualche poesia. lo davo a Cristo / tutta la mia ingenuità e il mio sangue (2). Questa frase fa da contrappunto a un'altra « Un uomo fioriva »(3), riferita ad una seconda nascita spirituale, gli anni dell'esilio a Rebibbia, che videro sorgere dalle ceneri dell'esteta raffinato, erede della più squisita tradizione letteraria novecentesca (Sbarbaro, Ungaretti, Montale...), il poeta civile. Ma non anticipiamo.
Fecondissimo scrittore di versi fin dagli anni dell'adolescenza, Pasolini innesta la sua prima produzione letteraria « Poesie a Casarsa » uscì, a spese dell'autore presso la Libreria Antiquaria, del signor Landi, a Bologna, e fu recensito da Gianfranco Contini) sul. tronco dell'ermetismo. « C'è stato un periodo di questa nostra storia — dirà più tardi — in cui l'unica libertà rimasta pareva essere la libertà stilistica; il che implicava passività sul fronte esterno e attività sul fronte interno. Ma non poteva trattarsi che di una libertà illusoria, se, in realtà, l'involuzione antidemocratica fascista era effetto della stessa decadenza dell'ideologia borghese, liberale e romantica, che aveva portato all'involuzione letteraria di una ricerca stilistica a sé, di un formalismo riempito solo della propria
coscienza estetica »(4).
Di questa esperienza sul fronte interno fanno parte le emozioni che il giovane poeta avverte vivissime nei confronti dell'ambiente friulano, con un processo di identificazione che gli fa intravvedere la possibilità di incarnare la voce anonima che risuona nel canto popolare. Domina, al di sopra di questi sentimenti, la sensuale nostalgia che lo spinge a citare i versi di Peire Vidal posti come epigrafe alla sua prima raccolta di poesie friulane: Con il respiro tiro verso di me l'aria / che io sento venire di Provenza: / tutto quanto è di laggiù mi dà piacere n; e gli farà tornare alla mente, quando più tardi rievocherà gli anni lontani del suo apprendistato letterario, le parole di Machado: « Mi joventud, veinte anos en tierra de Castilla ». Provenza o Castiglia dello spirito, il Friuli è per Pasolini la terra indissolubilmente legata ai ricordi più dolci della sua infanzia. «Io sono uno spirito di amore, che al suo paese torna di lontano » .
Parlando di se stesso in terza persona, Pasolini non esiterà a definire la sua poesia giovanile in lingua friulana nei termini di un regresso » per altro inevitabile. Egli si trovava in presenza di una lingua da cui era distinto: una lingua non sua, ma materna, non sua, ma parlata da coloro che egli amava con dolcezza e violenza, torbidamente e candidamente; il suo regresso da una lingua a un'altra anteriore e infinitamente più pura era un un regresso lungo i gradi dell'essere.
Ma era questo il suo unico modo di conoscenza: se alle origini della sua sensualità c'era un impedimento a una forma di conoscenza diretta dall'interno all'esterno, dal basso all'alto — l'effusione, il calore puro e accecante dell'adolescenza; se uno schermo era caduto tra lui e il mondo verso cui provava una così violenta, infantile curiosità.
« Non potendo impadronirsene per le vie psicologicamente normali del razionale, non poteva che reimmergersi in esso: tornare indietro: rifare quel cammino in un punto del quale la sua fase di felicità coincideva con l'incantevole paesaggio casarsese, con una vita rustica, resa epica da una carica accorante di nostalgia. Conoscere equivaleva a esprimere. Ed ecco la rottura linguistica, il ritorno a una lingua più vicina al mondo»  (6)
La visione religiosa, in questa fase dell'esperienza letteraria di Pasolini, coincide con la religiosità per così dire naturale dei contadini friulani, col loro modo arcaico di riferirsi al cristianesimo contaminandolo con i miti preesistenti delle divinità campestri e coi riti della fertilità. A ciò si aggiunge, nel poeta, una sensibilità che lo spinge a contemplare nel mistero contadino » il riflesso di un più vasto rapporto di comunione religiosa con la Natura, alla maniera di un mistico che intravede in ciò un segno .tangibile della Salvezza. Cristo si inserisce in questa visione con la sua immagine di Crocifisso attorniata da una schiera di angeli, santi e demoni, ma alla figura di Cristo si sovrappone quella di Adone, mentre la lira del giovane poeta è sfiorata soprattutto dallo spirito di Narciso.


Cristo il tuo corpo
di giovinetta
è crocifisso
da due stranieri.
Sono due vivi
ragazzi e rosse
hanno le spalle,
l'occhio celeste.
Battono i chiodi
e il drappo trema
sopra il tuo ventre (7).

Estetismo spirituale, autolesionismo, desiderio di esporre agli occhi indiscreti del mondo le proprie intirne piaghe. La poesia di Pasolini si nutre, fin dalle sue più acerbe espressioni, alla fonte, che appare inesauribile, della sua infelicità di uomo come quando confessa alla madre:


Tu, sola,
davi la solitudine
a chi, nella tua ombra
provava, per il mondo,
un troppo grande amore (8).

Come ha detto Alberto Asor Rosa, « Pasolini non teme, anzi reclama lo scandalo, ed è spesso animato dal desiderio di apparire al giudizio del mondo carico di tutte le colpe e di tutti i peccati: le opere giovanili sono da questo punto di vista assai più scoperte, assai Più ingenuamente esplicite di quelle successive, e forniscono la prova (quasi la traccia appena appena ricoperta dalla parola poetica) di tutta una serie di processi segreti della psiche, attraverso i quali il poeta arriva a costituirsi un carattere, inclinazioni naturali fortissime, un ben determinato atteggiamento umano e passionale, molto più resistente, anche in seguito, delle primitive convinzioni letterarie (9).
Il « troppo grande amore che è causa di tormento al giovane poeta, hà origini traumatiche, a proposito delle quali Pasolini fornirà indicazioni autobiografiche precise nel seguito della sua attività letteraria. 'Il trauma familiare, subìto nella prima infanzia, è connesso non solo con la diversità » della quale Pasolini parlerà a lungo, ma investe tutta la sua sensibilità esasperata, eccessiva (senza la quale non avremmo avuto, probabilmente, il poeta e il cineasta geniale), e si traduce nella visione religiosa abnorme, della quale parla Gian Carlo Ferretti commentando L'usignolo della Chiesa Cattolica.
Un Dio autoritario e un Cristo 'diverso'; una Chiesa irreligiosa, spietata e peccatrice {la Chiesa ufficiale come istituzione repressiva), e una religiosa eresia dell'innocenza, della purezza e della libera 'passione', a quella stessa Chiesa contrapposta (una religiosità che si emblematizza in un Friuli giovane e materno). Per cui l'essere 'diverso' (in un senso che riguarda anche, ma non più solamente, il livello privato) si configura come 'peccato innocente' rispetto alla falsa religiosità colpevole della Chiesa istituzionale».(10)
Visione religiosa certo distorta e teologicamente contraffatta, con inflessioni dissonanti che rivelano inclinazioni allo scisma, all'eresia, alla bestemmia; ma della cui mistificazione Pasolini sembra non
rendersi conto se, come farà alcuni anni Più tardi, giunge a rimproverare alla Chiesa di aver tradito quel suo lontano sogno di incontaminata purezza.


Eppure, Chiesa, ero venuto a te.
Pascal e i Canti del Popolo Greco
tenevo stretti in mano, ardente come se
il mistero contadino, quieto
e sordo nell'estate del quarantatre,
tra il borgo, le viti e il greto
del Tagliamento. fosse al centro
della terra e del cielo... (11). 

A qualificare la religiosità di Pasolini in quel momento determinante della sua evoluzione spirituale (l'estate del quarantatre) basta la sensazione di trovarsi al centro della terra e del cielo 
Un'espressione Simile ritornerà nella descrizione di un altro momento, non meno determinante, della sua crescita interiore.

Povero come un gatto del Colosseo,
vivevo in una borgata tutta calce
e polverone, lontano dalla città
e dalla campagna, stretto ogni giorno
in un autobus rantolante:
e ogni andata, ogni ritorno
era un calvario di 'sudore e di ansie
Un'anima in me, che non:era.solo mia,
una piccola anima in quel mondo sconfinato,
cresceva, nutrita dall'allegria
di chi amava, anche se non riamato.
E tutto si illuminava a questo amore.
Forse ancora di ragazzo, eroicamente,
e però maturato dall'esperienza
che nasceva ai piedi della storia.
Ero al centro del mondo, in quel mondo
di borgate tristi, beduine,
di gialle praterie sfregate
da un vento sempre senza pace... (12). 

Momenti lontani l'uno dall'altro come Io sono l'adolescenza dalla maturità, l'acerba inconsapevolezza dalla consumata esperienza della vita, ma dominati da un unico segno: la presenza del sacro. Sono 
due visioni dell'esistenza che, nell'ottica di Pasolini, assumono il medesimo spessore di religiosità: la religiosità metastorica del mistero contadino » e quella storica attinta ad una nuova consapevolezza ideologica. « Un'anima in me cresceva ». Tra i due momenti c'è di mezzo, come una nuova Rivelazione, la « luce della Resistenza », la partecipazione alle lotte dei braccianti friulani contro i 
latifondisti nei giorni del Lodo De Gasperi la lettura di Marx e Gramsci, l'emigrazione verso la capitale, una parentesi di forzata inattività protratta fino alle soglie della disperazione. 
Le vicende delta vita di un uomo di lettere, ancora in formazione, nel crogiolo degli anni quaranta... Guardando a distanza verso il periodo della sua estetica partecipazione alla religiosità dei' contadini friulani, Pasolini può dire: 

Fu una breve passione. Erano servi
quei padri e quei figli che le sere
di Casarsa vivevano, così acerbi,
per me, di'religione: 'le severe
loro allegrezze erano il grigiore
di chi, pur poco, ma possiede;
la chiesa del mio adolescente amore
era-morta nei secoli, e vivente
solo nel vecchio, doloroso odore
dei campi. Spazzò la Resistenza
con nuovi sogni il sogno delle Regioni
Federate in Cristo, e il dolceardente
suo usignolo... Nessuna delle passioni
vere dell'uomo si rivelò
nelle parole e nelle azioni
della Chiesa (13) 

Segue una dura requisitoria contro le colpe, vere o presunte, della Chiesa, pronunciata con enfasi, quasi ad ostentare una patente laica di recente acquisizione.

Guai a chi crede
che la storia ad una eterna origine
— per candore piuttosto che per fede —
si sia interrotta, come il sole
del sogno; e non sa che è erede
la Chiesa di ogni secolo creatore,
a difenderne gli istituiti beni,
l'orribile, animale grigiore
che vince 'uomo luce e tenebra!
Guai a chi non sa che è borghese
questa fede cristiana, nel segno
di ogni privilegio, di ogni resa,
di ogni servitù; che il peccato
altro non è che reato di lesa
certezza quotidiana, odiato
per paura e aridità; che la Chiesa
è lo spietato cuore dello Stato (14). 

C'è forse troppa foga, troppo impeto predicatorio nello sdegno gridato... Effetto, anche questo, di « un troppo grande amore »? 
Oppure veemenza riformatrice di chi vorrebbe ricondurre la Chiesa alla purezza delle origini, come se nella storia del suo bimillenario sviluppo un ingranaggio si fosse inceppato, arrestandone il cammino alle soglie di qualche secolo oscuro? Sembra che Cristo stesso torni a rimproverare ai suoi seguaci di aver tralignato dall'insegnamento evangelico. C'è, nel dire del poeta, nelle ossessive iterazioni che ricorrono nei versi martellanti, nell'asserire che « questa fede cristiana » 'è « borghese », il segno di un accoramento ingenuo e appassionato. Non è possibile ricondurre questo sfogo risentito alle dimensioni di un pretesto demagogico, come se la Chiesa fosse il falso bersaglio di colpi destinati non già agli esponenti della gerarchia, ma a un gruppo di uomini politici che si dicono falsamente cristiani...

Così la mia nazione è ritornata al punto
di partenza, nel ricorso dell'empietà
e chi non crede in nulla, ne ha coscienza,
e la governa [...]
Qui, tra le case, le piazze, le strade piene
di bassezza nella città in cui domina
ormai questo nuovo spirito che offende
l'anima ad ogni istante, — con i duomi,
le chiese, i monumenti muti nel disuso
angoscioso che è l'uso d'uomini
che non credono — io mi ricuso
ormai a vivere... (15). 

L'indignazione del poeta raggiunge, in queste espressioni, l'intensità delle invettive con le quali i profeti dell'Antico Testamento rimproveravano al popolo d'Israele le sue fornicazioni con gli idoli 
dei cananei. Ma i profeti biblici parlavano, si sa, in nome di Dio. 
In nome di chi parla Pasolini? Da dove nasce la sua esasperata protesta? E' opportuno notare che l'argomento del poemetto « La religione del mio tempo », dal quale sono tratti i versi qui riferiti, 
non è di ispirazione strettamente religiosa; allo stesso titolo che il componimento appartiene alla musa « Le ceneri di Gramsci », il compimento appartiene alla musa civile di Pasolini; il tema religioso si intreccia a considerazioni di carattere politico per via di quella contaminazione, non solo 
stilistica, che è una delle caratteristiche fondamentali dell'attività del poeta.

Tutto mi dà dolore: questa gente
che segue supina ogni richiamo
da cui i suoi padroni la vogliono chiamata,
adottando, sbadata, le più infami
abitudini di vittima predestinata;
il grigio dei suoi vestiti per le grige strade;
i suoi grigi gesti in cui sembra stampata
l'omertà del male che l'invade... (16). 

A questa sorta di delusione cosmica, succeduta alla breve esaltazione panica dell'estate friulana, non offre un contributo meno rilevante Io spettacolo che gli stessi compagni di strada di Pasolini, gli intellettuali marxisti, danno di sé..

Se guardo in fondo alle anime
delle schiere di individui vivi
nel mio tempo, a me vicini o non lontani,
vedo che dei mille sacrilegi possibili
che ogni religione naturale
può enumerare, quello che rimane
sempre, in tutti, è la viltà...
Nessuno sa sentire vera passione:
ogni sua luce subito s'oscura
come per rassegnazione o pentimento
in quell'antica viltà... (17). 

Lo spettacolo orrendo della rinuncia alla lucidità nella coscienza, alla tensione morale, alla coerenza nella vita, si svolge sullo sfondo dello scempio che la speculazione edilizia dissemina nelle zone della periferia.

Intorno a questo interno dominio
della volgarità, la città si sgretola
ammucchiandosi, brasiliana o levantina,
come l'espansione di una lebbra
che si bea ebbra di morte sugli strati
dell'epoche umane... (18). 

Lo zelo, forse eccessivo, che il poeta pone nella ricerca puntigliosa dei motivi di scandalo, fa pensare ad una sorta di amaro compiacimento, come se tutto nascesse da una piaga segreta e profonda, mai rimarginata, Io stesso trauma che Io faceva sanguinare, adolescente, nei campi del Friuli (19).

L'atteggiamento moralistico di Pasolini nasce da un suo dramma privato avvertito come problema morale. Alberto Moravia, che ha avuto col poeta e regista una lunga frequentazione, ritiene che egli non sia mai riuscito a liberarsi interamente da un senso di colpa dovuto al fatto di avere adottato, suo malgrado e, forse, senza rendersene conto, il punto di vista negativo della società italiana sull'omosessualità (20). problema si era già presentato, come si è visto, fin dall'epoca delle poesie giovanili, percorse da un fremito di ribellione che nasceva da un senso di disagio interiore.

E' inutile: non vedi
Io smorto compromesso?
Sii dunque l'ossesso
che non cerca rimedi.
L'illecito t'è in cuore
e solo esso vale,
ridi del naturale
millenario pudore (21). 

Dalla necessità di dare scandalo alla volontà di sentirsi scandalizzato il passaggio avviene attraverso un ribaltamento delle posizioni, in una gara a rovescio contro una Società iniqua, dalla quale il poeta si sente ingiustamente condannato. A ciò si aggiunge il dispiacere di sapersi escluso dalla festa della vita che solo per gli altri si rinnova perennemente gaia.

lo, cupo d'amore, e, intorno, il coro
dei lieti, cui la realtà è amica.
Sono migliaia. Non posso amarne uno.
Ognuno ha la sua nuova, la sua antica
bellezza, ch'è di tutti: bruno
o biondo, lieve o pesante, è il mondo
che io amo in lui — ed accomuno,
in lui — visione d'amore infecondo
e purissimo — le generazioni ,
il corpo, il sesso. Affondo
ogni volta — nelle dolci espansioni,
nei fiati di ginepro — nella storia,
che è sempre viva, in ogni
giorno, millennio (22)

Pasolini è esplicito nel parlare della situazione in cui è venuto a trovarsi, come è preciso nell'individuare le radici psicologiche della sua « diversità ».

Il mio amore
è solo per la donna: infante e madre.
Solo per essa impegno tutto il cuore.
Per loro, i miei coetanei, i figli, in squadre
meravigliose, sparse per pianure
e colli, per vicoli e piazzali, arde
in me solo la carne (23).

II senso dell'esclusione gli brucia come una cocente ferita alla quale non c'è rimedio, dato che la fonte stessa del piacere ne è inquinata, e l'amore, che è dono gratuito per tutti, si tramuta per lui in abbacinante ossessione.


E, certo, non ne ho gioia [...]
Ché io arriverò alla fine senza
aver fatto, nella mia vita
la prova essenziale, l'esperienza
che accomuna gli uomini, e dà loro
un'idea cosi dolcemente definita
di fraternità almeno negli atti dell'amore!
Come un cieco: a cui sarà sfuggita nella morte, una cosa che coincide
con la vita stessa, — luce seguita
senza speranza, e che a tutti sorride,
invece, come la cosa più semplice del mondo (24).

Egli conclude con un appello al Destino, o alla volontà imperscrutabile di una Divinità misteriosa, che sovrasta all'immedicabile infelicità del mondo.


Dentro i ventri
delle madri, nascono figli ciechi
— pieni di desiderio di luce — sbilenchi
— pieni d'istinti lieti:
e attraversano la vita nel buio e la vergogna.
Ci si può rassegnare — e i feti
viventi, povere erinni, possono in ogni
ora della loro vita, tacere o fingere.
Gli altri dicono sempre che non bisogna
essergli di peso. Ed essi obbediscono. Si tinge
così tutta la loro vita di un colore diverso.
E il mondo — il mondo innocente! — li respinge (25).

Lo scandalo di Pasolini nasce dunque, prima di tutto, dalla mancanza di amore; dal desiderio irrefrenabile di sentirsi compreso e amato, mentre al contrario, si sente oggetto di disprezzo e condanna; per cui immagina di gridare ai giudici, davanti ai quali è stato trascinato in occasione di un umiliante processo: 

 Voi non contate, siete simboli
di milioni di uomini: d'una società.
Questa mi condanna, non voi, suoi automi.
Ebbene: sono felice della mia mostruosità.
O vogliamo ingannare lo spirito
Voi, uomini formali — umili
per viltà, ossequienti per timidezza —
siete persone: in voi e in me, si consumi
Il rapporto: in voi, di arido odio,
in me, di conoscenza. Ma per la società
di cui siete inespressivi rapsodi,
ben altro io ho da dire [...]:
I miei amori —
griderò — sono un'arma terribile:
perché non l'uso? Nulla è più terribile
della diversità (26).

Il capovolgimento delle posizioni (da accusato ad accusatore) è così avvenuto. Dato che non trova solidarietà né comprensione tra gli uomini civili del suo Paese, non gli resta che rivolgersi ad altra gente: i barbari, gli esclusi, i disperati...


Ah Negri, Ebrei, povere schiere
di segnati e diversi, nati da ventri
innocenti a primavere


infeconde, di vermi, di serpenti.
orrendi a loro insaputa, condannati
a essere atrocemente miti, puerilmente violenti,
odiate! straziate il mondo degli uomini bennati! (27).

Sul filo di questo ragionamento si sviluppa il discorso che Pasolini ha svolto in un film tra i meno capiti della sua carriera di regista; si tratta di Porcile, nel cui intreccio erano messe a confronto, con montaggio parallelo, la storia di un cannibale del Medioevo e quella di un giovane coprofilo dei nostri giorni. In entrambi i casi il protagonista della storia finiva divorato dalle bestie. La società sceglie tra i diversi oggi come ieri, i suoi capri espiatori, individui sui quali far ricadere il peso di tutte le sue colpe prima di esporli a una morte crudele, Ma ciò che un tempo era fatto con ingenuità barbarica, feroce certo, ma priva di doppiezza, oggi si compie con ipocrisia, nella più totale mancanza di giustificazione morale.
Nel rispondere ad una inchiesta sul Vangelo, promossa da un quotidiano romano, Pasolini ha espresso un suo parere sulla intransigenza di Cristo, sulla assoluta esigenza di autenticità richiesta dal suo messaggio. « Cristo — egli dice non è intransigente con i peccati perché è sempre disposto a perdonare i peccatori. Potremmo fare un elenco degli episodi nei quali Cristo perdona immediatamente i peccatori... Vuol dire che egli capisce che uno può anche peccare, che i peccati sono inevitabili, che addirittura l'uomo può talvolta non impedirsi di peccare. Con tutta la buona volontà, il livello anche elevato di coscienza, il senso di responsabilità che un uomo possa avere, vi sono peccati che sono inevitabili perché provengono da zone della sua personalità, della sua psiche che egli non controlla [...]. 
« Cristo è molto Più severo con i peccati di carattere sociale, come l'ipocrisia, l'avarizia, l'arrivismo, lo snobbismo, insomma i peccati dei farisei, che Cristo sferza duramente e che perdona a fatica perché sono peccati dei quali si è coscienti, responsabili [...].
« Vi è un punto del Vangelo nel quale Cristo dice: 'Chi mi ama rinneghi se stesso; porti ogni giorno la sua croce'; cioè esponga la sua vita sapendo di farlo. Cristo è intransigente contro il peccato di qualunquismo, di mancanza di tensione, insomma di rappacificazione facile con _la vita [...].

« Uno rinnega se stesso in quanto porta la sua croce ogni giorno. II se stesso dello starsene tranquillamente a casa propria, con la moglie, i bambini, nel tran tran del qualunquismo e della baronia incolori, tende a non portare la croce Chi porta la croce rischia continuamente la vita, la mette sempre a repentaglio[...]. Cristo ci invita a dissociare un se stesso reale da un se stesso irreale che si perde nel sogno della vita, e ci invita a rinnegare questo per svegliare il primo, ed essere realmente se stessi »(28).
Questa è, secondo Pasolini' la morale di Cristo, opposta al moralismo dei farisei. Si tratta di riflessioni sul contenuto del messaggio cristiano che si collocano ad un livello di maggiore attendibilità rispetto agli approssimativi approcci giovanili (29). Anche in questo caso però l'ottica dello scrittore appare orientata a cogliere un solo aspetto del Vangelo che in realtà abbraccia un campo assai più ampio di insegnamenti. Ciò che interessa a Pasolini nelle parole di Cristo è semplicemente la spinta verso il rischio, cosi come era avvenuto nel tempo dei suoi entusiasmi di adolescente. 

Bisogna esporsi — questo insegna
i! povero Cristo inchiodato?
La chiarezza del cuore è degna
d'ogni scherno, d'ogni peccato,
d'ogni più nuda passione... (30). 

Ed è questo, al di là della felice intuizione, un limite non trascurabile nella visione religiosa di Pasolini, qualora la si consideri da un punto di vista cristiano che non sia unilaterale o riduttivo. 
Virgilio Fantuzzi

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)

Note:

1 Pasolini ha ripetuto più volte di non aver ricevuto la Cresima, e di non essere iscritto al PCI. In queste forme "privative" di auto-presentazione si può forse ravvisare una certa compiacenza, da parte sua,nell'ostentare uno stato anagrafico da "apolide"

2 La religione del mio tempo, nel volume omonimo.

3 II pianto della scavatrice, in «Le ceneri di Gramsci ».

4 La libertà stilistica, in Passione e ideologia »

5 Canto delle campane, in La meglio gioventù ».

6 La dialettale del Novecento, in Passione e ideologia ».

7 La Passione, in « L'usignolo della Chiesa Cattolica ».

8 Memorie, ivi.

9 Scrittori e popolo Samonà e Savelli, IRoma 1965, pp. 435s.

10 Pasolini: L'universo orrendo » Editori Riuniti, Roma 1976.

11 La religione del mio tempo, cit.


12 Il pianto della scavatrice, cit.

13 La religione del mio tempo, cit.

14 La religione del mio tempo, cit.

15 La religione del mio tempo, cit.

16 Ivi.

17 Ivi.

16 La religione del mio tempo, cit.

19 Destò scalpore, a suo tempo, la pubblicazione di un epigramma di Pasolini ingiurioso alla memoria di Pio XII, nel quale il rimproverava al defunto pontefice di non aver fatto nulla per alleviare la miseria dei poveri che si addensavano alle soglie del Vaticano. « Ci sono posti infami, dove madri e bambini / vivono in una polvere antica, in un fango d'altre epoche. /. Proprio non lontano da dove tu sei vissuto, / in vista della bella cupola di San Pietro, / c'è uno di questi posti, il Gelsomino... (A un Papa, in « La religione del mio tempo). Vedi anche l'inizio de Il Rio della Grana, in « Ali dagli occhi azzurri

20 In Il Corriere della sera » del 6 dic. 1975.

21. L'illecito, in L'usignolo della Chiesa Cattolica

22 La realtà, in Poesia in forma di rosa »

23 Ivi.

24 La realtà, in « Poesia in forma di rosa cit.

25 Ivi.

26 Ivi.

27 La realtà, in « Poesia in forma di rosa n, cit. 



Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice

Simona Zecchi

mercoledì 22 aprile 2020

Sentenza di assoluzione di Ragazzi di vita di Pasolini - Archivio di Stato di Milano

"ERETICO e CORSARO"



L’assoluzione di Ragazzi di vita di Pasolini 
Archivio di Stato di Milano 
Tribunale Civile e Penale di Milano, Penale, Sentenze, sentenza n. 1808/1956 



È il 21 aprile del 1955 quando la casa editrice Garzanti pubblica il romanzo «Ragazzi di vita» di Pier Paolo Pasolini (1922–1975). 

Esattamente tre mesi dopo, il Servizio spettacolo, informazione e proprietà intellettuale istituito presso la Presidenza del Consiglio – primo governo di Antonio Segni, DC – segnala l’opera alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, poiché in essa si riscontra «contenuto pornografico e osceno». 

L’editore Aldo Garzanti e l’autore Pasolini sono convocati a una prima udienza nel gennaio 1956, ma il processo viene rinviato per consentire al Collegio di leggere l’opera. 

La seconda udienza, in data 18 aprile, vede i due imputati nuovamente contumaci e viene sospesa per impedimento del Prof. Avv. Giacomo Delitala, difensore. 

La terza udienza si tiene il 4 maggio: in questa sede il Delitala legge una nota di Livio Garzanti, figlio di Aldo e suo collaboratore, che causa l’estensione dell’imputazione al figlio: «Sono io che mi occupo di tutto nella mia qualità di direttore generale...; nella specie, ad esempio, sono stato io e soltanto io che ho stipulato il contratto con Pasolini e ne ho curata l’edizione. L’imputazione, pertanto, se provata, dovrebbe far capo a me e non a mio padre...». 

Interrogati gli imputati, sentiti i pareri di testi del calibro di Carlo Bo, accolta la dichiarazione scritta da Giuseppe Ungaretti e raccolte le recensioni e i giudizi criticoletterari sull’opera, il 4 luglio 1956, in contumacia di Aldo Garzanti e presenza di Livio e di Pasolini, il Tribunale Civile e Penale di Milano pronuncia l’assoluzione degli imputati con formula piena, perché «il fatto non costituisce reato».


Sentenza N. 1808 
1956
Addì 4 Mese di Luglio


REPUBBLICA ITALIANA 
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Civile e Penale di Milano 
Sezione 4° penale 

Sedente i Dottori



MARAMOTTI Floriano               Presidente
TRAPANI Pino                            Giudice
LABRUNA Francesco



ha pronunciato la seguente


SENTENZA 
nella causa penale contro 


I° – GARZANTI Aldo fu Livio e fu Fussi Maria, nato a Forlì il 4/6/1883 e res. Milano via Spiga n. 30 Libero – Contumace 

2° – PASOLINI Pier Paolo di Carlo Alberto e Colussi Susanna, nato a Bologna il 5/3/1922, res. a Roma via Fonteiana 86 Libero – Presente

3° – GARZANTI Livio di Aldo e Rovati Rita, nato a Milano l’1/7/1921, ivi res. via Spiga n. 1 Libero – Presente 


IMPUTATI 

del reato p. e p. degli artt. 110/528 C.P. per avere il primo ed il terzo quali editori ed il secondo quale autore, in concorso tra loro, stampato e messo in commercio il romanzo intitolato «RAGAZZI di VITA» di contenuto osceno, segnatamente alle pagg. 47/48/101/130/174/227-231/252. A Milano dal 21 aprile 1955 in poi.


IN FATTO E IN DIRITTO 

I° – Il servizio spettacolo, informazioni e proprietà intellettuale, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, con sua lettera del 21/7/1955, segnalava, alla Procura della Repubblica presso questo Tribunale, per gli eventuali provvedimenti di competenza, il romanzo «Ragazzi di Vita», di Pier Paolo Pasolini, stampato presso l’editore Garzanti, assumendo che nella pubblicazione riscontravasi contenuto pornografico.

2° – Tratti a giudizio, per rispondere dell’imputazione in epigrafe trascritta, Aldo Garzanti ed il Pasolini si mantenevano contumaci, ed il Tribunale, con ordinanza emessa all’udienza del 18/1/1956, rinviava il processo a nuovo ruolo, allo scopo di consentire ai componenti del Collegio la previa lettura dell’opera incriminata.

3° – Sempre in contumacia dei due imputati, la causa veniva richiamata all’udienza del 18/4/1956, ed il dibattimento veniva sospeso per impedimento del prof. Delitala, difensore degli stessi. All’udienza del 4/5/1956, il Delitala esibiva al Tribunale una lettera, pervenutagli da parte del sig. Livio Garzanti, figlio di Aldo, che affermava tra l’altro: «Sono io che mi occupo di tutto nella mia qualità di direttore generale, con ampi poteri di gestione e di rappresentanza; nella specie, ad esempio, sono stato io e soltanto io che ho stipulato il contratto con Pasolini e ne ho curata l’edizione. L’imputazione, pertanto, se provata, dovrebbe far capo a me e non a mio padre, che nulla sapeva di questa pubblicazione».

4° – Il P.M., fondandosi sul tenore della missiva prodotta, chiedeva la rimessione degli atti al proprio ufficio, al fine di estendere l’imputazione al dr. Livio Garzanti, e il Tribunale in conformità decideva.

5° – All’udienza odierna, si è preceduto in contumacia di Aldo Garzanti, ed in presenza del Pasolini e del Dr. Livio Garzanti, al quale il P.M. aveva esteso l’imputazione di concorso nel reato di cui all’art. 528 C.P.

Interrogati gli imputati, sentiti i testi Bianchi e Bo, acquisite agli atti copie fotografiche di recensioni intervenute sul romanzo in oggetto, raccolte le conclusioni del P.M. e della difesa, i quali hanno concordemente chiesto l’assoluzione del Garzanti e del Pasolini «perché il fatto non costituisce reato», il Tribunale, ritiratosi in Camera di Consiglio, e sostanzialmente aderendo alle istanze formulategli, ha emesso le decisioni che si leggono nel dispositivo più oltre riportato.

A sostegno delle quali, si deducono i seguenti 


MOTIVI 

I° – Il dibattimento si è svolto in un clima di serena elevatezza, sia per la natura delle questioni sottoposte al vaglio del Collegio, sia per la nobiltà degli interventi del P.M. e della difesa, sia, infine, per l’impegno dello stesso imputato Pasolini di giustificare la sua opera sul piano morale, di porne in luce il significato artistico, letterario, di palesarne, per così dire, la chiave ed il motivo conduttore. 

a) – L’opera è intitolata «Ragazzi di Vita» (e si intendeva dire, ha chiarito il Pasolini, «Ragazzi di mala vita») ed è definita «Romanzo».

Forse del romanzo non ha l’ampiezza delle proporzioni, o quanto meno, l’unitarietà della trama e l’incentramento dell’interesse dei lettori attorno ad uno o pochi personaggi. Forse del romanzo non ha le ambizioni, la struttura, il respiro. È tipico fenomeno, anzi, della letteratura «romanzata» del dopoguerra (e si vuol dire di quella più nobile ed autentica, e non dell’altra, contrabbandata per buona, ma priva, in realtà, di temi, di ispirazione, di contenuto valido, promanante dai così detti «produttori in serie»), il prescindere, a volte, da una trama, o, comunque, da una sequenza di nessi e di aspetti che, sia pure quale pretesto, valgano a dare uno sfondo ai personaggi che lo animano, e servano di ausilio al lettore nel seguirne e comprenderne le ascese, le perversioni, le sublimazioni, il decadimento, o anche solo le peripezie; altro fenomeno è quello di presentare, talvolta, i soli personaggi, pressoché esclusi e tagliati fuori, non solo dal contatto di altri uomini, appartenenti a cerchie o categorie diverse, ma anche dal contatto fra loro medesimi, dalla comunione con la natura delle cose, dalla possibilità stessa di redimersi e perfino di irrevocabilmente perdersi. E allora, è fatale, tutti, ad egual diritto, possono dirsi protagonisti del libro; non si distingue più il personaggio di secondo piano da quello di contorno, ma tutti rimangono, d’altro canto, ignoti a se stessi, ignoti agli altri, inconoscibili, impenetrabili.

La prateria, la via del tabacco, il ponte, la palude, il villaggio, la piccola città, o anche solo il sobborgo valgono, sì, a localizzare i loro impulsi, la loro ferocia, le loro inibizioni, e a volte anche la loro problematica, la loro generosità e le loro meditazioni, ma costituiscono anche il confine simbolicamente invalicabile, il muro al di là del quale non v’è tregua da sperare, o pace, o isola di sogni, ma solo ignoto, smarrimento e tenebra.

Questi personaggi, che vivono costretti in unioni necessarie, alle quali non sanno ribellarsi, in abitudini annose, dalle quali non sanno scuotersi, in collusioni assurde ed umilianti, che hanno rinunziato allo loro dignità di uomini, o, forse, mai ebbero a conoscerla, che sanno, di rado, patire, ma mai appresero cos’è l’angoscia e il dolore, immoti, incerti, discontinui, vacillanti di sé diffidenti e degli altri, occupano gran parte della letteratura moderna, conquistano sempre più il favore degli scrittori più reputati, godono, quasi sempre, gli elogi della critica ed il plauso, se non la simpatia e l’entusiasmo, del medio lettore.

b) – Orbene, sia romanzo il libro di Pasolini, sia racconto, od anche solo romanzatura, i «ragazzi» sono contraddistinti, di massima, da quella stessa apatia morale, immobilità, indifferenza, incapacità di perdersi coscientemente ed di coscientemente risorgere, di sublimarsi, di anelare, che li accomuna a tutti gli altri, ragazzi, o no, che fittamente popolano le manifestazioni artistico-letterarie dei nostri tempi.

Questo si dica, senza peraltro disconoscerne i valori stilistici, la caratteristicità del gergo posto sulla bocca dei giovani protagonisti, la persistenza di esso nelle parti descrittive e non dialogate (quasi a voler significare un’ideale continuazione del colloquio, od a rappresentare, quanto più fedelmente possibile, una meditazione od un monologo) e non senza dire che il Pasolini ha saputo dettare pagine di autentico lirismo, nelle quali si concludono, o dalle quali traggono occasione, alcuni episodi del romanzo (p. 26/27; 63/64; 119/120). (Una stonatura, forse, la citazione erudita di due versi a pag. 85, come, sott’altro profilo, meramente grafico, un errore apostrofare la «c» davanti alla «a» – per es., pag. 39, linea 11: «senza che loro c’avessero» –, nonostante che la «c» perde il suono duro).


c) – Se tale, dunque, è il clima del romanzo, al quale non sono mancati riconoscimenti, plausi, recensioni favorevoli, o, addirittura, lusinghiere, è in rapporto a codesto clima, al motivo che inspirò l’autore, alla natura e ai limiti dei personaggi, che va esaminato e vagliato il capo d’imputazione.


aa) – La pubblica accusa ravvisa il contenuto osceno un po’ dovunque nel libro, e, segnatamente, alle pagine citate in rubrica. Ma che la pubblicazione possa definirsi oscena, deve essere recisamente escluso dal Collegio.

bb) – E ciò sia perché le parole volgari, triviali, da suburra, continuamente pronunciate, si giustificano in relazione alla psicologia dei giovani personaggi, agli istinti che li spingono, ai desideri che li muovono (e linguaggio volgare, d’altro canto, non significa sempre osceno linguaggio), sia perché nelle pagine particolarmente segnalate, anche se contengono esclamazioni poco ornate, e locuzioni dure e scabrose, l’autore non s’indugia con malizia, od anche solo con compiacimento, a descrivere situazioni obiettivamente oscene, non adopera frasi o circonlocuzioni titillanti e pruriginose, non sollecita i bassi istinti, non pretende, né specificamente richiama, l’attenzione del medio lettore su eventi, figure, accadimenti che rivelano la depravazione morale (o l’indifferenza morale) dei suoi ragazzi. Addita, sì, codesti avvenimenti, accenna, sì, codeste figure, tratteggia codeste situazioni, al fine di aggiungere un ulteriore elemento che consenta al lettore di apprezzare più compiutamente l’episodio rappresentatogli, e di meglio, conseguentemente, valutarlo, soprattutto come indice del significato e dell’importanza di questo o di quel personaggio, ma non si vale mai, d’altro canto, di un aspetto riprovevole, di una circostanza ambigua, di un ambientazione equivoca, per indugiare, o solo sostare, sopra narrazioni od episodi atti ad offendere il sentimento medio del pudore.

cc) – Il Pasolini va, quindi, assolto (e con lui il dott. Garzanti) perché il fatto non costituisce reato. Il sig. Aldo Garzanti, che è provato essere rimasto del tutto estraneo alla pubblicazione dell’opera, va assolto per non aver commesso il fatto.

Delle copie del romanzo va disposto il dissequestro. 


P.Q.M. 
IL TRIBUNALE DI MILANO 


Letto l’art. 479 C.P.P.

ASSOLVE 

Pier Paolo PASOLINI e Livio GARZANTI dall’imputazione ascritta loro, perché non imputabili, in quanto il fatto non costituisce reato; assolve Aldo GARZANTI dall’imputazione contestatagli per non aver commesso il fatto;


ORDINA 

il dissequestro delle pubblicazioni.



Milano, 4 luglio 1956.

L’assoluzione di Ragazzi di vita di Pasolini 
©Archivio di Stato di Milano 2017


Qui il processo a Ragazzi di vita




Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice

Simona Zecchi

Pier Paolo Pasolini, progetto per un film su San Paolo

"ERETICO e CORSARO"



Progetto per un film su San Paolo
P. P. PASOLINI, San Paolo, Torino, Einaudi, 1977.


L ’idea poetica - che dovrebbe diventare insieme il filo conduttore del film - e anche la sua novità — consiste nel trasporre l’intera vicenda di San Paolo ai nostri giorni. Questo non significa che io voglia in qualche modo manomettere o alterare la lettera stessa della sua predicazione: anzi, come ho già fatto per il Vangelo, nessuna delle parole pronunciate da Paolo nel dialogo del film sarà inventata o ricostruita per analogia. E poiché sarà naturalmente necessario fare una scelta dei discorsi apostolici del santo, farò tale scelta in modo da riassumere l’intero arco dell’apostolato (sarò aiutato in questo da specialisti, che garantiscono l’assoluta fedeltà all’insieme del pensiero di Paolo). Qual’è la ragione per cui vorrei trasporre la sua vicenda terrena ai nostri giorni? È molto semplice: per dare cinematograficamente nel modo più diretto e violento l’impressione e la convinzione della sua attualità. Per dire insomma esplicitamente, e senza neanche costringerlo a pensare, allo spettatore, che «San Paolo è qui, oggi, tra noi» e che lo è quasi fisicamente e materialmente. Che è alla nostra società che egli si rivolge; è la nostra società che egli piange e ama, minaccia e perdona, aggredisce e teneramente abbraccia. Tale violenza temporale usata alla vita di San Paolo, cosi fatta riaccadere nel cuore degli Anni Sessanta, richiede naturalmente tutta una lunga serie di trasposizioni. La prima, e capitale, di queste trasposizioni, consiste nel sostituire il conformismo dei tempi di Paolo (o meglio i due conformismi: quello dei Giudei e quello dei Gentili), con un conformismo contemporaneo: che sarà dunque quello tipico dell’attuale civiltà borghese, sia nel suo aspetto ipocritamente e convenzionalmente religioso (analogo a quello dei Giudei), sia nel suo aspetto laico, liberale e materialista (analogo a quello dei Gentili). Tale grossa trasposizione, fondata sull’analogia, ne implica fatalmente molte altre. In questo gioco di trasposizioni che si implicano vicendevolmente e richiedono quindi una certa coerenza, io vorrei però mantenermi libero. Dato cioè che il mio primo obiettivo è quello di rappresentare fedelmente l’apostolato ecumenico di San Paolo, vorrei potermi disobbligare anche da una certa coerenza esteriore e letterale. Mi spiego. Il mondo in cui — nel nostro film - vive e opera San Paolo è dunque il mondo del 1966 o ’67: di conseguenza, è chiaro che tutta la toponomastica deve essere spostata. Il centro del mondo moderno — la capitale del colonialismo e dell’imperialismo moderno — la sede del potere moderno sul resto della terra - non è più, oggi, Roma. E se non è Roma, qual’è? Mi sembra chiaro: New York, con Washington. In secondo luogo: il centro culturale, ideologico, civile, a suo modo religioso - il sacrario cioè del conformismo illuminato e intelligente - non è più Gerusalemme, ma Parigi. La città equivalente all’Atene di allora, poi, è grosso modo la Roma di oggi (vista naturalmente come una città dalla grande tradizione storica, ma non religiosa). E Antiochia potrebbe essere probabilmente sostituita, per analogia, da Londra (in quanto capitale di un impero antecedente alla supremazia americana, come l’impero macedone-alessandrino aveva preceduto quello romano). Il teatro dei viaggi di San Paolo non è più, dunque, il bacino del Mediterraneo, ma l’Atlantico. Passando dalla geografia alla realtà storico-sociale: è chiaro che San Paolo ha demolito rivoluzionariamente con la semplìce forza del suo messaggio religioso, un tipo di società fondata sulla violenza di classe, l’imperialismo e lo schiavismo; ed è dunque di conseguenza chiaro che alla aristocrazia romana e alle varie classi dirigenti collaborazioniste va sostituita per analogia l’odierna classe borghese che ha in mano il capitale, mentre agli umili e ai sottomessi vanno sostituiti, per analogia, i borghesi avanzati, gli operai, i sottoproletari del giorno d’oggi. Naturalmente, tutto questo non sarà esposto cosi esplicitamente e didascalicamente, nel film! Le cose, i personaggi, gli ambienti parleranno da sé. E da qui nascerà il fatto più nuovo e forse poetico del film: le «domande» che gli evangelizzati porranno a San Paolo saranno domande di uomini moderni, specifiche, circostanziate, problematiche, politiche, formulate con un linguaggio tipico dei nostri giorni; le «risposte» di San Paolo, invece, saranno quelle che sono: cioè esclusivamente religiose, e per di più formulate col linguaggio tipico di San Paolo, universale ed eterno, ma inattuale (in senso stretto). Cosi il film rivelerà attraverso questo processo la sua profonda tematica: che è contrapposizione di «attualità» e «santità» - il mondo della storia, che tende, nel suo eccesso di presenza e di urgenza, a sfuggire nel mistero, nell’astrattezza, nel puro interrogativo — e il mondo del divino, che, nella sua religiosa astrattezza, al contrario, discende tra gli uomini, si fa concreto e operante.
Quanto alla composizione del film, io penserei di farne una «tragedia episodica» (secondo la vecchia definizione di Aristotele): poiché appare evidentemente assurdo raccontare la vita di San Paolo per intero. Si tratterà di un insieme di episodi significativi e determinanti, raccontati in modo da includere il più possibile anche gli altri. In testa a ognuno di questi episodi, che si svolgono ai nostri giorni, sarà scritta la data reale (63 o 64 dopo Cristo, ecc. ecc.); come del resto prima dei titoli di testa del film, per chiarezza, verrà sostituita la cartina con gli itinerari veri di San Paolo, a quella con gli itinerari «trasposti».
Elenco schematicamente e irregolarmente alcuni degli episodi che costituiranno con tutta probabilità l’ossatura del film.

1 ) Il martirio di Santo Stefano.

Siamo a Parigi, durante l’occupazione nazista. Tra i francesi, alcuni sono collaborazionisti, altri protestano passivamente, altri ancora che resistono con le armi (gli Zeloti). San Paolo, fariseo, è un borghese profondamente inserito nella sua società, per lunga tradizione familiare: egli si oppone al dominio straniero unicamente in nome di una religione dogmatica e fanatica. Egli vive in uno stato di inconsapevole insincerità, che, nella sua anima fatta per essere sincera fino allo spasimo, si fa tensione quasi folle. I fatti del processo e della morte di Stefano si svolgono esattamente come sono narrati negli Atti degli Apostoli - con l’integrazione delle altre testimonianze storiche. Nessun fatto, nessuna parola sarà inventata o aggiunta. Solo che, naturalmente, si tratterà invece che di una lapidazione antica, di un atroce linciaggio moderno. Ma Stefano morente pronuncerà le stesse parole di perdono. E Paolo le ascolterà - presente all’esecuzione, a rappresentare l’ufficialità, che crede, in tal modo, di liberarsi della verità che viene a distruggerla.

2 ) La folgorazione.

Come negli Atti degli Apostoli, Paolo chiede di andare a continuare la persecuzione cristiana a Damasco. Questa è una città fuori dal dominio nazista - potrebbe essere in Spagna: per esempio Barcellona — dove si sono rifugiati Pietro e gli altri fedeli di Cristo. La traversata del deserto è cosi la traversata di un deserto simbolico: siamo per le strade di una grande nazione europea, le campagne del Sud della Francia, e poi i Pirenei, e poi la Catalogna, perdute nel fondo senza speranza della guerra — in un silenzio, che può essere reso reale e tangibile rendendo completamente muta la colonna sonora del film: cosi da dare fantasticamente, e in modo ancora più angoscioso della realtà, l’idea del deserto. In una qualsiasi di queste grandi strade piene di traffico e dei soliti atti della vita quotidiana, ma perdute nel più totale silenzio - Paolo è colto dalla luce. Cade, e sente la voce della vocazione. Giunge cieco a Barcellona; vi incontra Anania e gli altri rifugiati cristiani; si unisce a loro, convertito; decide di ritirarsi a meditare nel deserto.

3 ) Idea di predicare ai Gentili.

È quello che nelle «sceneggiature» si chiama «risvolto». Paolo torna verso i suoi nuovi amici, già santo, trascinato da un impeto di amore e di ispirata volontà, quando una sua stessa idea rovescia la situazione e crea nuove terribili difficoltà e prospettive del tutto nuove: è una vera rivoluzione nella rivoluzione. Vorrei ricostruire il momento concreto (magari inventandolo, se non esiste una testimonianza diretta) in cui è scesa in San Paolo la nuova luce ispiratrice. Comincia cosi - e ne vediamo i primi atti - quell’apostolato che è «scandalo per i Giudei, stoltezza per i Gentili».

4-5-6) Avventure della predicazione.

Una serie di tre o quattro episodi «tipici» della prima parte della predicazione: «tipici» e quindi rappresentativi anche di intere serie di altri episodi che non possono essere narrati. Per la serie degli episodi dell’evangelizzazione delle persone appartenenti alle classi agiate e colte, si potrebbe trascegliere la predicazione ad Atene (che abbiamo detto di sostituire, per analogia, con la moderna Roma, scettica, ironica, liberale); mentre per la serie degli episodi dell’evangelizzazione della gente semplice, si potrebbero trascegliere due storie, una che riguarda gli operai o artigiani, l’altra il sottoproletariato più sordido e abbandonato: ossia la storia dei fabbricanti di «souvenirs» d’argento del tempio (credo) di Venere, che vedono diminuire i loro guadagni in seguito al discredito di quel tempio meta di pellegrinaggi; e la storia di quel gruppo di poveri diavoli che, per sbarcare il lunario, fingono di saper scacciare il demonio dagli indemoniati, come Paolo e in nome di Paolo, mentre non ci riescono, e finiscono male ecc. ecc.

7) Il sogno del Macedone.

Gli episodi che ho descritto nel paragrafo precedente potrebbero tutti accadere in Italia: ora Paolo prosegue verso il Nord. Il sogno del Macedone può essere quindi sostituito per analogia da un « sogno del Tedesco». Paolo dorme uno di quei suoi dolorosi sonni di malato, che lo riducono a lamentarsi come in un delirio. Ed ecco che, nella pace profonda del sogno, gli appare una figura bellissima: è un giovane tedesco biondo, forte, giovane. Egli parla a Paolo, lo invoca a venire in Germania: il suo appello, che elenca i reali problemi della Germania, e per cui la Germania ha bisogno di aiuto, suona irreale «dentro» quel sogno sacro. Egli parla del neocapitalismo che soddisfa il puro benessere materiale, che inaridisce, del revival nazista, della sostituzione degli interessi ciecamente tecnici agli interessi ideali della Germania classica ecc. ecc. Ma, mentre parla cosi, quel giovane biondo e forte, mano mano — quasicché qualcosa di esterno a lui ne rappresentasse fisicamente l’interiorità e la verità — diventa sempre più pallido, divorato da un misterioso male: piano piano rimane mezzo nudo, orribilmente magro, cade a terra, si raggomitola: è diventato una delle atroci carogne viventi dei lager... Quasi che continuasse questo sogno, vediamo San Paolo che, obbedendo a quell’appello disperato, è in Germania: cammina col passo veloce e sicuro del Santo, lungo una immensa autostrada che porta verso il cuore della Germania... (Mi sono dilungato su questo punto, perché è qui che si fonda, in modo visivo fantastico, il tema del film — che verrà soprattutto sviluppato nella parte finale del martirio nella Roma - New York: ossia il contrasto tra la domanda «attuale» rivolta a Paolo e la sua «risposta» santa).

8 ) La passione religiosa e politica da Gerusalemme a Cesarea.

Paolo è di nuovo a Gerusalemme (Parigi). Comincia qui quella concatenazione di episodi violenti e drammatici, che sono troppo noti perché debba anche sommariamente riassumerli: si tratta della serie di sequenze più drammatiche del film — che si concludono a Cesarea ( Vichy) con la richiesta di Paolo di essere giudicato a Roma.

9 ) San Paolo a Roma.

È questo l’episodio più lungo e ricco del film. A New York siamo nell’ombelico del mondo moderno: K l’«attualità» dei problemi è di una violenza e di una evidenza assolute. La corruzione dell’antico mondo pagano, mista all’inquietudine dovuta al confuso sentimento della fine di tale mondo — è sostituita da una nuova disperata corruzione, per cosi dire la disperazione atomica (la nevrosi, la droga, la contestazione radicale alla società). Lo stato d’ingiustizia dominante in una società schiavista come quella della Roma imperiale può essere qui adombrato dal razzismo e dalla condizione dei negri. È il mondo della potenza, della ricchezza immensa dei monopoli, da una parte, e dall’altra dell’angoscia, della volontà di morire, della lotta disperata dei negri, che San Paolo si trova a evangelizzare. E quanto più «santa» è la sua risposta, tanto più essa sconvolge, contraddice e modifica la realtà attuale. San Paolo finisce cosi in un carcere americano, e viene condannato a morte. La sua esecuzione non sarà descritta naturalisticamente (sostituendo, come al solito, per analogia, la decapitazione con la sedia elettrica): ma avrà i caratteri mitici e simbolici di una rievocazione, come già la caduta nel deserto. San Paolo subirà il martirio in mezzo al traffico della periferia di una grande città, moderna fino allo spasimo, coi suoi ponti sospesi, i suoi grattacieli, la folla immensa e schiacciante, che passa senza fermarsi davanti allo spettacolo della morte, e continua a vorticare intorno, per le sue enormi strade, indifferente, nemica, senza senso. Ma in quel mondo di acciaio e di cemento è risuonata (o è tornata a risuonare) la parola «Dio».




Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice


Simona Zecchi