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lunedì 31 agosto 2020

MALASTORIA - L’Italia ai tempi di Cefis e Pasolini Pier Paolo - di Giovanni Giovannetti

"ERETICO e CORSARO"
 



LA STORIA D’ITALIA E PASOLINI. DALLA MORTE NEL 1945 DEL FRATELLO PARTIGIANO A PORZÛS ALLE STRAGI DEGLI ANNI SESSANTA E SETTANTA, NELL’OMBRA DEL NEOFASCISMO E DELLA P2.

 MALASTORIA 

L’Italia ai tempi di Cefis e Pasolini Pier Paolo. 

GIOVANNI GIOVANNETTI

Pasolini da Casarsa e Eugenio Cefis da Cividale. Lo scrittore corsaro e il grintoso manager pubblico dall’oscuro passato militare, prima come fucilatore di partigiani in Jugoslavia, poi in veste di partigiano in Val d’Ossola. Cefis, il massone confratello nella loggia segreta Giustizia e Libertà di Piazza del Gesù, omologa alla P2 del Grande Oriente d’Italia e di Licio Gelli. Cefis, quel grande elemosiniere della politica intento a coltivare progetti autoritari intrecciando la sua trama sull’ordito delle lobbies politico-finanziarie, della Massoneria occulta e degli ambienti militari. Siamo negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, anni di minacce di golpe e vere bombe di Stato, spacciate per anarchiche. E sono bombe messe da coloro che mirano a ripristinare l’ordine a fronte del disordine da loro stessi procurato. Pasolini scrive di politica e società sulla prima pagina del “Corriere della Sera”, un giornale che dall’agosto 1975 (poco prima che lo scrittore venga ucciso) cade in mano proprio al presidente di Montedison Eugenio Cefis, finanziatore occulto dei Rizzoli, che formalmente ne sono i proprietari. Pasolini sta anche scrivendo Petrolio, un romanzo sul nuovo Potere (con la maiuscola) di cui Cefis, chiamato Troya, è uno dei principali protagonisti: il vicepresidente dell’Ente nazionale idrocarburi (Eni) coinvolto nell’uccisione del presidente Enrico Mattei. Quindi Pasolini sta inconsapevolmente raccogliendo notizie, foto e altri documenti su colui che nel frattempo è diventato un suo editore. Malastoria prova a immergere la vita e l’opera di Pasolini nelle profondità della penombra storica e antropologica del Paese: negli eventi che l’hanno toccato personalmente (come, ad esempio, l’omicidio del fratello Guido a Porzûs del febbraio 1945) e in quelli che hanno poi catturato la sua attenzione di cittadino e di intellettuale poiché, lo ha scritto Franco Fortini, la sua vita e la sua opera sono da mettere in relazione alle «stagioni della sua attività».

• Cefis, il partigiano fucilatore di partigiani. La poco lusinghiera pagina slovena del sottotenente dell’Esercito italiano Eugenio Cefis, quell’«esatto esecutore di ordini» impartiti nel 1942 da un manipolo di “criminali di guerra”. 

• L’onorevole proto-gladiatore. L’intrepida figura dell’onorevole Giovan Battista Carron (l’ex partigiano osovano Vico) che funge da cerniera tra l’Ufficio zone di confine di De Gasperi e Andreotti e i gruppi paramilitari nell’Est del Paese. Per tramite di Carron, l’Ufficio paga anche le parcelle agli avvocati del processo per i fatti di Porzûs, ma solo a quelli dell’accusa. 

• Carron aiuta Pasolini... a lasciare il Friuli. «Caro Pasolini, se non la smette con la propaganda comunista dovrà affrontare perniciose reazioni», parola dell’onorevole proto-gladiatore. Più precisamente, fa sapere Carron, o Pasolini «la smette di militare nel Partito comunista o gli sarebbe stato tolto l’incarico di insegnante di scuola pubblica». Ciò che avverrà sul finire del 1949; e Pasolini, rimasto senza lavoro, dovrà fuggire a Roma. 

• Il raccomandato. Dovendo ripartire da zero, nella capitale Pasolini vive una disperante condizione economica. In quell’Italia delle raccomandazioni e dell’esercizio clientelare del potere lo scrittore si rivolge allora ai democristiani e conterranei Tiziano Tessitori (il “padre” dell’’autonomia regionale del Friuli) e... Giovan Battista Carron (sì, il proto-gladiatore), per ottenere un lavoro in Rai o alla Enciclopedia italiana. Ma un posto come insegnante alla scuola parificata di Ciampino, Pasolini lo avrà solo grazie al fascista ferrarese Casimiro Fabbri, poeta e funzionario della Pubblica istruzione. 

• Pasolini, Petrolio e Piazza Fontana. «Uno di questi cade davanti ai suoi piedi di notte dal quarto piano di una clinica (D’Ambrosio). Uno muore cadendo nella tromba dell’ascensore». Lo scrive Pasolini in Petrolio,e sembra sapere che il giudice milanese Gerardo D’Ambrosio, indagando su piazza Fontana, ha dovuto giocoforza inciampare sulla morte non proprio accidentale di Vittorio Ambrosini (ex collaboratore del generale dell’Arma e dei Servizi Giuseppe Pièche). Ambrosini partecipa a una riunione nella sede romana del gruppo neonazista di Ordine nuovo, là dove, presente un deputato del Msi, era stata presa la decisione di «andare a Milano e buttare per aria tutto». Ambrosini verrà “suicidato” a Roma il 20 settembre 1971, precipitando dal quarto piano del policlinico Gemelli, la clinica presso cui è ricoverato, proprio come si legge in Petrolio. Sappiamo nome e cognome anche di colui che in Petrolio «muore cadendo nella tromba dell’ascensore»:si tratta di Alberto Muraro, un ex carabiniere, portinaio dello stabile padovano in cui abita il terrorista nero Massimiliano Fachini, protetto dai Servizi: Muraro si accingeva a confermare al giudice istruttore Carmelo Ruberto la responsabilità del gruppo di Freda e Ventura in alcuni attentati compiuti a Padova poco prima della strage di Milano. 

• Cefis capo della P2? Secondo una informativa Sismi del 1983, Eugenio Cefis sarebbe stato il vero capo della loggia massonica P2. Non resta che fidarsi, poiché a sostegno di questa ipotesi abbiamo solo indizi. Cefis era massone. Viene iniziato il 15 settembre 1961 dalla Gran loggia di Piazza del Gesù, gli scismatici “gesuiti”, così chiamati per distinguerli dai “giustinianei” del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani (le due maggiori chiese della Massoneria italiana): era il confratello “OHN - 05371 / S. 15” della esclusiva loggia “coperta” Giustizia e Libertà, retta dal venerabile Giorgio Ciarrocca e riservata ai nomi più in vista, l’equivalente “gesuita” della Propaganda 2 “giustinianea”. Nel 1973 la riunificazione delle due chiese pare a un passo. Il Gran maestro di piazza del Gesù Francesco Bellantonio – un ex funzionario dell’Eni – firma un protocollo d’intesa, ma il tentativo fallirà miseramente. E tuttavia Licio Gelli era stato lesto a muoversi cooptando quasi tutti gli iscritti alla Giustizia e Libertà di Piazza del Gesù. Cosa ha fatto Cefis?aderisce?(come ha aderito il banchiere della Mafia Michele Sindona o il procuratore generale di Roma Carmelo Spagnuolo o il popolare comico e imitatore Alighiero Noschese) si è messo “in sonno”? ne è divenuto il vertice occulto? L’informativa Sismi parrebbe accreditare quest’ultima ipotesi, ma nell’incompleto elenco dei 962 piduisti sequestrato a Gelli nel marzo 1981 il suo nome non figura, né si incontrano quelli degli altri confratelli della loggia Giustizia e Libertà. E tuttavia non si dimentichi che lo stesso venerabile, intervistato da “l’Espresso” il 10 luglio 1976, dice che la P2 sommava 2.400 aderenti. 

• Cefis e il “Corriere”. Dal 1974 il “Corriere della Sera” passa progressivamente sotto controllo piduista: formalmente, i proprietari (Crespi, Agnelli, Moratti) lo cedono al gruppo Rizzoli; in realtà i soldi li mette la Montedison presieduta da Cefis, garantendo un finanziamento senza interessi con una fidejussione ai Rizzoli della Montedison International Holding di Zurigo (che raccoglie tutte le principali partecipazioni industriali e commerciali estere del gruppo) e la promessa – poi disattesa – di ripianare il 50 per cento dell’assai elevato debito del quotidiano. L’accordo tra Montedison International Establishment con sede a Vaduze Rizzoli International, discretamente sottoscritto a Lugano il 6 agosto 1975 (attenzione alle date: tre mesi dopo ammazzano Pasolini), promette un finanziamento di 10 miliardi e 650 milioni di lire per l’acquisto dell’intera proprietà, nonché prestazioni pubblicitarie garantite per almeno 2 miliardi e mezzo l’anno, suddivise in comode rate trimestrali di 650 milioni. Ma il patto svizzero subordina altresì al gradimento di Cefis la scelta del capo redattore delle pagine economiche del “Corriere”; e impone anche a tutte le pubblicazioni del Gruppo editoriale “Corriere della Sera” di svolgere, a decorrere dal 1° luglio 1975, «una intensa costante azione volta a sostenere, con ogni più opportuno intervento ed iniziativa, l’attività industriale e commerciale di Montedison Spa e dell’intero suo gruppo», e in particolare di minimizzare le ricadute ambientali e sulla salute di cittadini e lavoratori provocate da questo gigante della chimica. Cefis ambirebbe anche a dettare la linea editoriale al principale quotidiano italiano: come si legge al punto “2.d” dell’accordo, Rizzoli si impegna «a garantire l’appoggio del l’intero suo Gruppo editoriale all’atteggiamento di Montedison sui grandi temi della politica economica nazionale». Dal 1973 Pasolini è tra i più letti e discussi collaboratori del “Corriere”, di cui è ormai un polemista di punta. Pasolini descrive un nuovo Potere violento e totalizzante, del tutto esemplificabile nel timoniere di Montedison. Va anche raccogliendo notizie su di lui, il neo-padrone segreto del quotidiano, nonché figura-chiave del romanzo che sta scrivendo: Petrolio. Quindi Pasolini sta inconsapevolmente raccogliendo notizie, foto e altri documenti su colui che nel frattempo è diventato un suo editore. 

• Il colonnello Santoro e l'autista dei Marsigliesi. Tra i protagonisti più defilati della stagione stragista andrà ricordato il colonnello dei Carabinieri e agente dei Servizi segreti Michele Santoro. Santoro è amico fraterno del criminologo Aldo Semerari (il teorico della santa alleanza tra malavita organizzata e destra eversiva) nonché uomo di collegamento tra l’Arma e i Nuclei in difesa dello Stato. Santoro è anche il fornitore di tritolo, proveniente dal Genio militare, di cui dispone il gruppo terroristico della Fenice (l’articolazione milanese di Ordine nuovo) per alcuni attentati sui treni da compiere nell’estate 1974. Per il giudice Guido Salvini è lecito «ritenere che Santoro fosse uno stabile punto di riferimento per i gruppi di estrema destra». Ebbene, nel marzo 1976 sarà Santoro a far espatriare l’autista dei “Marsigliesi” Antonio Pinna, uno dei componenti del “misto” di neofascisti e criminali comuni (almeno sette persone) che la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 massacrano Pasolini. 

Indice:


Da Porzûs a Gladio
Nel nome Di Dio, 4 - Tra pianti e pianti e pianti, 6 - La Evelina va a morire, 16 - Alberto e Marconi, 18 - Fratelli coltelli, 25 - I monarchici, i repubblicani e gli indifferenti, 27 - Delitti sul lago, 30 - Alla fiera dell'Est, 36 - Fronte unico antislavo, 41 - Intorno a Porzûs, 49 - Bolla, 53 - «Pier Paolo carissimo...», 60 - La croce e il fucile, 72 - Noi vogliam Dio Patria Famiglia, 76 - Guerra non ortodossa, 79 - Il grande fratello, 87 - L’onorevole protogladiatore, 97 - «Il mio corpo nella lotta», 103 - Paramilitari di Stato, 105 - Che cos’è la verità?, 112 - Le due chiese, 115 - I fatti di Ramuscello, 120.

Clero
Il paradiso fiscale, 137 - Tu chiamale se vuoi, raccomandazioni, 140 - Lo stipendio
fisso, 145 - Viva la Rai, 146 - Il colpo dello Strega, 148 - La casa e la chiesa, 150 - Lo Ior tiene Banco, 160.

Stragi, atto primo
Come la santissima trinità, 169 - Chi spara a Portella?, 177 - Operazione malavita,
185 - A Pola come a Portella, come a piazza Fontana, 194 - Foibe?, 199 - Di nuovo canta la mitraglia, 212.

Boom
L’Italia del boom, 225 - Solo Carabinieri, o quasi, 241 - Il testimone, 246 - L’Amerikano, 259 - Venditore di materassi, 269 - L'interferenza Pasolini, 273 - Nasco, 284 - Uomini tutti d’un prezzo, 286 - L’Italia del boom: bombe e stragi, 289 - Legionari e infiltrati, 292 - Si ammazza troppo poco, 320 - Dodici dicembre, 323. 

Stragi, atto secondo
Piazza Fontana, trent’anni dopo, 333 - L’Antiquario, il Paracadutista e l’Anello, 341 - L’altra “verità”, 345 - E se le bombe fossero state due?, 348 - Tora tora, 355 - Poi ci sono i “tragici ragazzi”, 363 - Brescia, piazza della Loggia, 364 - Italicus, 376 - La piramide rovesciata, 390 - 2 agosto 1980, 393 - Le altre “verità”, 402 - Mafiocrazia, 406 - Un Paese di primule e cemento, 413.

L’onorato presidente
Tra la Sicilia e il West, 426 - Burattini e burattinai, 429 - Delitto senza castigo, 437 - Mattei, De Mauro, Pasolini, 448 - L’oro e il piombo, 454 - Cefis piduista?, 459 - Chi è il “vero” capo?, 465 - Il romanzo delle stragi, 468 - Pasolini come Pecorelli?, 478 - Il grande vecchio, 482 - «Se fate debiti, vi maledico», 486 - Pagine roventi, 492 - Come corsari sulla filibusta, 496 - Pagine mancanti, 503 - «Come qualcuno che mi spia di nascosto», 507 - Mattinali, 512 - Mortedison, 529.

Trasformismo
Retrobotteghe oscure, 538 - «Le verità stanno nella penombra», 539 - Opposizione al potere, 543 - Vi odio, cari poliziotti, 551 - Il Pci e il suo doppio, 565.

Il colore del sangue
Eroina di Stato, 569 - «Mistici della democrazia», 576 - Soccorso nero, 578 - Il criminologo, 580 - Rossi e neri, 584 - Attenti a quei tre, 588 - Siamo tutti in pericolo, 598 - Chi sono i Marsigliesi?, 611 - Le iene, 614 - Il colore del sangue, 624.

Fonti

Indice dei nomi e dei luoghi

GIOVANNI GIOVANNETTI (Lucca, 1955). Editore e giornalista. Tra i suoi libri: Belfast. Appunti sulla realtà nord-irlandese (1981), Diario polacco. Immagini di un anno di sindacato libero (1982), Ritorno a Danzica (con A. Sowa, 2004), Sprofondo nord (2011), Frocio e basta (con C. Benedetti, 2012 e 2016), Comprati e venduti (2013), Indagine su Leonardo (2015), Bananopoli (2019), Il tamburo di lotta (2020). 

 



Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

lunedì 24 agosto 2020

Pasolini 1964 - Oltre Matera e il Mediterraneo

"ERETICO e CORSARO"

Pasolini 1964
Oltre Matera e il Mediterraneo

COMUNICATO STAMPA

Il giorno 27 Agosto 2020 alle ore 19.00 nella corte dell’ex Ospedale San Rocco a Matera il collettivo Action 30 presenterà la pubblicazione dal titolo “Pasolini 1964  -  Oltre Matera e il Mediterraneo” di Maurizio Camerini, Alessandro Manna e Giuseppe Palumbo. Il libro, in tiratura limitata di 100 copie firmate dagli autori, è il frutto di un fecondo incontro tra le tavole a colori di Giuseppe Palumbo e i testi di Maurizio Camerini e Alessandro Manna che dialogano con le foto inedite di Mimì Notarangelo scattate sul set del Vangelo secondo Matteo. Inoltre il volume ospita il testo e i disegni di Maria Fonzino, i collages di Valentina Mir e un immagine di Silvio Cadelo, il tutto nella cornice grafica di Beppe Chia.

Attraverso le tre brevi storie a fumetto “ P.P.P. Sino alla fine del mondo”, “ Una profezia” e “ Un Vangelo apocrifo” gli autori riprendono, con emozione e curiosità,  la dimensione poetica, la visione dell’umano di Pasolini nell’anno 1964.

In quell’estate, dopo un’infruttuosa peregrinazione in Palestina, Pier Paolo Pasolini si ritrova a Matera per girare Il Vangelo secondo Matteo. E’ nel pieno di una crisi che ne segnerà l’opera fino alla fine dei suoi giorni. Una crisi di cui il film è nello stesso tempo un frutto e una specie di sintomo. Il poeta interroga il suo tempo con profetica radicalità, in un corpo a corpo con sé stesso fatto di domande che evocano altre domande: cos’è la Verità? Cos’è la Cultura? Chi è l’Altro? Come trasformare la propria vita?

E se la sua crisi fosse anche la nostra crisi? Se la sua profezia fosse anche la nostra profezia?

Allora, forse, dovremmo ripercorrere i passi di Pasolini nelle stradine della Matera di oggi. E poi guardare con Alì dagli occhi azzurri verso il Mediterraneo, confine tra due mondi scomparsi eppure così presenti: l’Europa e l’Africa. Per andare oltre Matera. E oltre il Mediterraneo.

Alla presentazione saranno presenti gli autori:

Giuseppe Palumbo (Matera, 1964) ha cominciato a pubblicare fumetti nel 1986 per riviste come Frigidaire e Cyborg, sulle cui pagine crea il suo personaggio più noto, Ramarro, il primo supereroe masochista.

Dopo aver fatto parte dello staff di Martin Mystére della Sergio Bonelli Editore, dal 2000 è uno dei disegnatori di punta di Diabolik, edito da  Astorina.

“Tomka, il gitano di Guernica” (2007), su testi di Massimo Carlotto, e “Un sogno turco” (2008), su testi di Giancarlo De Cataldo, sono editi da Rizzoli. La Comma 22 di Bologna, dedica a Palumbo una collana di volumi. Con Lavieri edizioni ("Uno si distrae al bivio - La crudele scalmana di Rocco Scotellaro”, “I cruschi di Manzù”, “Bazar elettrico - Bataille, Warburg & Benjamin at work”) e Mondadori Oscar INK (Diabolik e “Escobar, El patròn” con Guido Piccoli, prodotto da Dargaud) sono le più recenti pubblicazioni.

Collabora con Comics&Science, CNR edizioni.

 

Alessandro Manna (Taranto, 1979) ha studiato filosofia all'Università di Bari e scienze sociali all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, città in cui vive dal 2005. Traduttore di saggistica per l'editore Einaudi e ricercatore indipendente, ha pubblicato svariati contributi con il Collettivo Action30 e per riviste come aut aut e Cahiers européens de l'imaginaire. Nel 2018 ha tradotto per Lavieri il saggio grafico di Nick Sousanis, Unflattening. Il pensiero visuale e la scoperta della mente grafica.

 

Maurizio Camerini (Matera, 1960) viaggia in Africa dal 1990 collaborando con ONG, comunità locali, associazioni di solidarietà e di cooperazione; organizza scambi culturali come ponte tra Matera e l’Africa.

Ha pubblicato:

“Rocco e Amelia”, in Deaths in Venice, Carteggi Letterari, Messina 2017

“Di pietra, di vento, di polvere. MaterAfrica”, Edizioni Giannatelli, Matera, 2016

“Un Vangelo apocrifo”, in Pasolini. La diversità consapevole, Marco Saya Edizioni, Milano, 2015

L’uranio, il cinghiale e la zanzara”, docuvideo in concorso al Premio giornalistico Ilaria Alpi, Rimini 2009

Pedagogie di strada negli slum”, in Riforma e didattica n° 2, Reggio Calabria, 2007

Pedagogie Africane”, Edizioni La Meridiana, Molfetta, 2006

In viaggio con Pasolini e Levi”, in Le Passioni di Sinistra, Molfetta, 2006





Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

giovedì 13 agosto 2020

Pier Paolo Pasolini, DIARIO LINGUISTICO - Rinascita, ANNO XXII/numero 10 - marzo 1965, pagg. 24-26

"ERETICO e CORSARO"



DIARIO LINGUISTICO
Pier Paolo Pasolini

Rinascita, ANNO XXII/numero 10 - marzo 1965, pagg. 24-26
Biblioteca Gino Bianco



   La questione linguistica pone il PCI di fronte alla necessità di verificare la reale potenzialità e i reali obiettivi della sua lotta per l’egemonia. Questo è il discorso vero che il PCI deve affrontare: e per affrontarlo realmente, deve concedere – senza timore di offendere il proprio onore o di ammettere insieme qualche propria insufficienza nel passato o nel presente – che c’è la possibilità, o il pericolo, che «la nuova stratificazione tecnologica» appartenga in effetti alla classe egemonica (in potenza) della nuova borghesia. Il fatto che ognuno di noi, ossia l’intera nazione, possa essere «utente» di quel linguaggio tecnologico – inteso, insisto, come nuova spiritualità o cultura – non esclude che il reale possesso di quel linguaggio sia di coloro che attraverso esso esprimono la loro reale esistenza.
   Per noi – e genericamente inteso, quasi in modo antropomorfico, per il PCI – il linguaggio tecnologico è uno dei tanti elementi espressivi, qualsiasi sia la sua tendenza, mentre per la borghesia tecnocratica-neocapitalistica è un tutto. In senso quasi metafisico o universalistico, il linguaggio tecnologico può essere inteso come il linguaggio dell’eternità industriale (secondo una definizione di Moravia). Infatti, ipoteticamente, sarebbe del tutto concepibile un mondo, interamente occupato al centro dal ciclo produzione-consumo, che avesse come lingua la sola lingua tecnologica: tutte le altre lingue potrebbero essere tranquillamente concepite come «superflue» (o come sopravvivenze folcloristiche in lenta estinzione). Perché, in un mondo come schematicamente possiamo immaginarlo, al limite dello sviluppo tecnocratico, ci dovrebbero essere delle altre lingue, o dei momenti linguistici diversi, oltre a quella della produzione e del consumo? Sì, ripeto, sono concepibili: ma come «lingue del tempo libero», come «hobbies familiari». Già, ma sempre al limite, noi concepiamo quel tempo libero come occupato dall’uomo che noi conosciamo; e presupponiamo la presenza di una famiglia che noi abbiamo sperimentato. Mentre, nella visione ultima e apocalittica dell’eternità industriale 
come riproduzione del determinismo della natura, l’uomo sarà un’altra cosa: e la sua «comunicazione» linguistica sarà in funzione non più tradizionalmente umana…

   Capire e distinguere perché tale fenomeno avvenga, in che termini avvenga ecc. ecc. è uno degli atti fondamentali del «rinnovamento del marxismo». Se tale rinnovamento, soprattutto per il PCI – che è considerato ed è all’avanguardia in tale operazione – è dovuto all’apparizione di nuovi strati di realtà, allo sviluppo imprevisto di certe situazioni sociali, al di là del limite delle previsioni di Marx e di Lenin. Questo ormai lo sanno tutti. E il rinnovamento, però, non deve avvenire attraverso una riscoperta di Marx, un ritorno alle fonti (come tendono a fare i «puri» del PSIUP o di certi movimenti disinteressati, per esempio il gruppo di «Quaderni Piacentini»): in tal caso un rinnovamento del marxismo si presenterebbe come uno dei tanti ritorni al Vangelo nella storia della Chiesa: e si sa che tutti tali ritorni sono «rientrati», a gloria della Chiesa. Bisogna certo rileggere Marx e Lenin, ma non come si rilegge il Vangelo. Il «nuovo spirito tecnologico» è un fatto senza precedenti e senza equivalenti nel passato: e non era prevedibile, perché non erano prevedibili le concrete realizzazioni scientifiche, e quindi la qualità della loro quantità sempre più immensa.

   Ancora una cosa, prima di passare agli esami particolari dei vari interventi: Citati sul «Giorno» osservava che, con tutti i denti fuori, un «compagno di viaggio» (dai lunghi periodi latineggianti-burocratici sconvolti da un nuovo spirito contraddittorio: la ricerca della rapidità e della precisione comunicativa) tendeva a sostituire il vecchio, caro, insostituibile «sì» («il Bel Paese dove il sì suona»), con un orrendo «esatto». Questo «esatto» non è direttamente tecnologico: ma è prodotto del «principio» tecnologico della chiarezza, dell’esattezza comunicativa, della scientificità meccanica, dell’efficienza, che diventa mostruoso nella sua iniziale fase di contatto con il substrato tradizionale umanistico e espressivo. L’influenza tecnologica è indiretta: è il suo principio in qualche modo trascendente quello che conta. La televisione è uno dei modi di concrezione e di irradiazione di tale principio. La parola «esatto» era l’urlo di trionfo ufficiale con cui Mike Bongiorno accoglieva la soluzione buona del quiz. È evidentemente questa la strada del prestigio della parola «esatto»; il modello linguistico profondo è nel nuovo spirito tecnologico dell’Italia del Nord industrializzata fino al possibile inizio dell’era tecnocratica, ma il modello immediato passa attraverso una mediazione infrastrutturale che lo deforma e lo deformerà, lungo una infinità di fasi linguistiche.

     Difendersi dalle novità scomode, facendole passare per vecchie, difendersi dai problemi considerandoli già risolti in natura, è operazione tipica del buon senso. Non c’è bisogno che mi riferisca a Kant, a proposito del buon senso, come a tutto ciò che è contrario alla ragione, cioè alla copertura delle asserzioni dogmatiche. Il buon senso («ma in fondo la lingua italiana c’è, è lì, un napoletano s’intende con un milanese ecc. ecc.») maschera dunque i dogmi scaduti alla normale consumazione, divenuti ontologie sociali. Non per niente Dallamano si richiama a Stalin, per dare due manate sulle spalle del lettore, strizzargli l’occhio, e dirgli: «Io e te, da vecchi utenti della koinè, c’intendiamo: andiamo a farci un bicchiere di vino («ombra» in veneto, «fojetta» in romanesco ecc. ecc.) e non pensiamoci più!». Così l’italiano è ridotto in osteria al livello storico-culturale dello swaili (una lingua franca manipolata e diffusa dai missionari in Africa Orientale, partendo da uno dei dialetti, e ora compresa nel Kenia, nel Tanganika, in Somalia, da Kikuyu, Ghiriama, Masai ecc. ecc.); o peggio: ecco l’italiano ridotto a una lingua mimetica, per cui un napoletano, stringendo i polpastrelli delle dita nel suo gesto tipico, ma dirigendoli a più riprese verso la bocca semiaperta, con aria afflitta e interrogativa, fa comprendere a un tartaro che ha fame.

   Non parlo di Arbasino, che è il «“Corriere della Sera” del buon senso», ma, per colpa del suo carattere, e del vasto alone ideologico che questo implica, anche Calvino, nella seconda parte del suo intervento (ché la prima è buonissima: dove dice che l’italiano va osservato e diagnosticato con spirito internazionalistico e comparativo: e del resto io stesso sono partito dal Bally, cioè da un esame comparativo franco-tedesco, e non ho mai cessato di confrontare, fin dove è stato possibile alle mie conoscenze e alla sede del mio discorso, le situazioni italiane con quelle delle altre lingue), nella seconda parte del suo intervento, egli alza le spalle e assume l’aria chiotta di chi non ne vuol sapere: ché le cose son vecchie. Ma intanto anche là dove parla dei codici (in Italia usiamo dei codici o gerghi critici che all’estero non son capiti ecc., e viceversa; in Italia c’è la confusione dei codici ecc. ecc.), non tien conto di un fatto estremamente tipico e nuovo del mondo alle cui soglie ci troviamo insieme: ossia la rapidità dei consumi. Nei tempi «classici» (ormai possiamo chiamarli globalmente così!) un «codice» poteva bastare per tutta una vita, perché la consumazione delle idee era lenta (come i vestiti che usavano allora, spesso lasciati in eredità dal padre al figlio): ora la produzione immensamente aumentata di idee (la quantità di persone che producono idee è cresciuta di milioni di volte) e la rapidità della circolazione le bruciano rapidamente: e con esse bruciano i loro codici. Vent’anni fa bastava al critico italiano un codice crociano o un codice positivistico, due anni fa bastava un codice stilcritico, ora occorre almeno un codice strutturalistico. Ma non sono certo le normatività moralistiche che possono provvedere alle eliminazioni tempiste e sistematiche dei codici sopravviventi: un momento di contemporaneità dei codici non potrà mai essere eliminato. Non vedo perché si dovrebbe dimenticare Spitzer su due piedi per Barthes; e perché non si dovrebbe tentare invece di usarli contemporaneamente, almeno fino alla naturale estinzione della pregnanza del vecchio. Insomma la nostra testa, deve adattarsi ad essere un mercato, oltre che di forme grammaticali, anche di codici concorrenti. Ora, l’espressività di Calvino è nella sua folle ricerca di comunicazione, nella invenzione di un italiano finalmente chiaro, limpido, ironico, scattante, piano: ma non presenti questa come una regola letteraria! La lotta, ora, è per l’espressività, costi quello che costi. E non creda, Calvino, e con lui tutta l’ala francesizzante-razionalistica, largamente superata dalla mostruosa presenza internazionale, appunto, del «franglais», ossia del francese e dell’inglese tecnologici, ormai parzialmente al di là della ragione dell’uomo, di poter accantonare, per esempio, i dialetti. I dialetti sono scaduti come problema di rapporto dialetto-lingua, perché è scaduto – superato dalla realtà – il periodo culturale in cui si credeva che l’italianizzazione dell’Italia avvenisse sotto il segno dell’equilibrio e degli apporti paritetici dei vari sublinguaggi popolari (impegno e neorealismo): non sono scaduti però in un altro senso: ossia come «substrato» della lingua unificata dal principio tecnologico della comunicazione. Essi saranno realmente presenti nei vari momenti, o fasi, o situazioni linguistiche attraverso cui l’italiano si accinge a passare, dal momento in cui si pone come lingua nazionale. La salute che Calvino ironicamente dice presupposta nei dialetti è comunque una moneta che non ha mai avuto corso se non nelle accademie vernacole legate alle varie autonomie regionali (né nell’espressionismo di Gadda, né nel mio naturalismo espressionistico, i dialetti son mai stati concepiti con una siffatta e ridicola aureola igienica).
   Il disaccordo che Calvino dichiara col mio giudizio sul linguaggio giornalistico, mi offre il pretesto per un chiarimento di carattere generale. Io parlavo di uno pseudo razionalismo del linguaggio giornalistico, di una sua normatività gergale basata sull’illazione pseudo-statistica della richiesta del pubblico. Giudizio, mi pare, assolutamente negativo. Calvino, non so per quale ragione, lo trova positivo: di qui il suo disaccordo con me. Sono stato scuro? Forse. Calvino ha letto distrattamente? Forse. Comunque questo è un fatto. Io sono giunto all’affermazione apodittica e imparziale che «è nato l’italiano come lingua nazionale», così come un diagnostico e imparziale nell’annunciare la presenza di un male. E questo mi par chiaro proprio dal fatto che io sono giunto a tale affermazione, dopo una serie di analisi tutte negative, e anche spietatamente negative (così come un diagnostico si accorge del male da una serie di aberrazioni o di disfunzioni). La presenza del «principio tecnologico», come principio omologatore e modificatore, e quindi nazionalizzatore dell’italiano, mi si è rivelata attraverso la sua azione – iniziale, ma già aberrante e patologica – sui vari tipi di linguaggio: che, appunto, mi sono apparsi tutti «negativi»: il linguaggio del giornalismo, della televisione, della pubblicità, della politica, del parlar comune

    Sul «Giorno» del 3-1-65, Calvino torna sul problema: e pur di non darmi ragione (testone come un tenentino azzurro che occupa una posizione e non vuol mollarla al nemico), prima dice che non è vero che l’italiano nazionale stia nascendo, ma che se mai sta morendo; che quella di oggi è un’«antilingua» (così chiamata da lui perché, ai suoi orecchi di tenentino azzurro, esteticamente brutta) (voleva dire, insomma, che è brutta la lingua reale di oggi, quella che i bollettini linguologici non segnalano – ma che ha segnalato Citati, per es., aguzzando le orecchie in treno; e che ha avvertito benissimo lo stesso Calvino, entrando in un commissariato durante la stesura di un verbale) ma poi giunge anch’egli alla conclusione, suggeritagli dall’interregionalità effettiva del lessico automobilistico (i pezzi di ricambio), che «sarà sempre più questa lingua operativa (ossia, com’egli dice, inter-lingua scientifico-tecnico-industriale) a decidere le sorti generali della lingua».

      Del resto, è irrefrenabile l’abitudine del letterato italiano a identificare il segno vocale col segno grafico: di non concepire lingua altrove che nella letteratura. Caso clinico di attaccamento al proprio ruolo – e, in qualche modo, commovente sintomo di timidezza professionale. Anche Sereni non sa concepire possibilità di discorso linguistico al di fuori dalla propria esperienza letteraria: quasicché – implicitamente – la letteratura fosse realmente la lingua-guida di una nazione. Questo equivoco è strettamente connesso ad un altro: il disinteresse per il problema linguistico anche sotto la specie letteraria. Disinteresse sottilmente millantatorio. Implicante cioè – come ogni provocazione – un’ideologia ontologica, basata sulla sostanziale presunzione d’inanità di quel problema. Agnosticismo religioso, e, ancora sottilmente, ricattatorio (cfr. anche Bassani e la Morante): per cui viene considerato colpevole o impuro considerare la lingua per quello che è, cioè uno «strumento»: e se nel suo aspetto di langue viene così accettata come un «dono» mitico o mistico, nel suo aspetto di parole essa viene interamente identificata con l’io inventante – a un livello spiritualistico che ha, mi si permetta di dirlo, qualcosa di troppo innocente.

    Anche Vittorini, nel suo intervento (come vedremo più avanti), mi porrà di fronte alla presenza di una lingua italiana come lingua della protesta operaia, nella sua specie letteraria. Egli, cioè, non riesce a vedere che la metaforizzazione letteraria di tale lingua della lotta (che di per sé, si presenterebbe come un moncone, pateticamente oratorio, della tipica oratoria italiana «espressiva»). In tale «mimesis metaforica» del discorso dell’operaio in quanto giudice – nel momento idealmente vittorioso della sua lotta – l’italiano, secondo Vittorini, prenderebbe il posto del dialetto (che ragionevolmente dovrebbe continuare a presentarsi come l’unico strumento linguistico dell’operaio). E sarebbe un italiano appunto, in qualche modo, metaforicamente, nazionale, o almeno nazional-popolare. Io nego che tale operazione sia: a) l’unica possibile, b) nazionale. Non è l’unica possibile perché lo stesso discorso di «condanna» o di «vittoria», del lavoratore-giudice, potrebbe essere redatto attraverso una operazione antitetica, cioè attraverso una mimesis dialettale: in tal caso la struttura interna del suo discorso – non humilis, non quotidiano, non naturalistico – darebbe al dialetto la dignità di lingua. Non è nazionale perché nego che un’opera letteraria abbia la possibilità di contenere una lingua che oggettivamente non c’è: tutt’al più, ripeto, si può trovare in essa una tendenza «nazional-popolare»: è cioè nazionale sul piano estetico, non su quello linguistico.
   E ancora, spostando l’obiezione di Vittorini dalla sede specificamente letteraria a quella più vasta della lotta politica, sì, certo, si può parlare di un forte contributo che la lingua – nata dall’interpretazione politica dell’esigenza operaia e del suo intervento dal basso nella vita nazionale – ha dato all’italianizzazione dell’Italia. Ma è un contributo alla costruzione di una base unitaria possibile, ai fondamenti dell’unità: non all’unità.
   Ecco cosa voglio dire: dopo il ’70 la borghesia italiana venuta al potere (al rimorchio, come osserva Gramsci, delle grandi borghesie europee), assumendo a propria lingua l’italiano letterario, ossia l’italiano delle corti, ne contesta alcuni elementi tipici, e li mette fuori gioco. Fa scadere di prestigio, e espunge dall’uso (come notava il prof. Ignazio Baldelli, in un suo intervento orale al dibattito) parole come «speme» o «vorria». Contesta e mette fuori gioco il «classicismo agrario». Ma per sostituirlo tuttavia con un «classicismo piccolo-borghese» (D’Annunzio e tutta l’elezione linguistica fascista). Si tratta effettivamente di una spinta dal basso, corrispondente all’allargamento democratico, al diritto di voto per tutti ecc.: subito receduta. L’imborghesimento del modello latino attraverso la spiritualità burocratica, e il culto dello Stato borghese si sono mantenuti paternalistici finché la borghesia non ha avuto solidamente in mano la nazione: alla prima ondata dell’industrializzazione, si sono fatti autoritari, e i Travet hanno scoperto il mondo classico.
   Ora, con la Resistenza, si è avuta una nuova «spinta dal basso», realmente democratica, e popolare, questa volta. E, dal punto di vista linguistico, qual è stata la sua prima operazione? Quella di contestare e mettere fuori gioco il «classicismo piccolo-borghese» del fascismo. Dopo «speme» e «vorria», sono crollate parole come «auspicare» o «radioso». Questa spinta dal basso, fatta di puro contenuto, ha avuto due tipi di interpretazione linguistica: una letteraria e una politica. L’interpretazione letteraria è consistita in una scoperta dell’Italia reale e periferica, popolare e dialettale. Su questo si è realizzato concretamente l’impegno del dopoguerra – come ho più volte ripetuto: esso, dal punto di vista linguistico, è praticamente consistito in una serie di inserti nelle opere letterarie di «discorsi diretti» (tutto il neo-realismo, con le sue «registrazioni»), e in una serie di «discorsi liberi indiretti» (tutto il naturalismo espressionistico): per cui l’autore finiva sempre per parlare, completamente o in parte, attraverso la lingua del suo protagonista popolare e dialettale. Era l’unica strada concreta e possibile – sotto la specie dell’epicità, che l’oggettività implicita nella ideologia marxista, garantiva – di applicare alla letteratura la nozione gramsciana di nazional-popolare: la concomitanza di due punti di vista nel guardare il mondo, quello dell’intellettuale marxista e quello dell’uomo semplice, uniti in una «contaminatio» di «stile sublime» e di «stile umile».

   Ecco perché, parlando della lingua dei politici – che il nuovo spirito tecnologico sospinge verso la comunicazione, strappandola alla fasulla espressività dell’italiano latineggiante – ho citato Moro, e non Togliatti o Pajetta. Questi ultimi due avevano già compiuto il salto di qualità che stanno compiendo oggi i democristiani avanzati. È vero che la tradizione socialista è borghese, e che molti strati del linguaggio burocratico ovattano la prosa degli oratori e degli articolisti comunisti, è vero anche che molte reviviscenze scolastico-latineggianti esplodono nei momenti di commozione e di perorazione: tuttavia l’insieme del discorso di un comunista, in quanto espressione di una profonda e vasta spinta dal basso, e in quanto improntato da uno spirito fondamentalmente scientifico, tende a una sintesi dell’italiano, e si pone come fondamentalmente comunicativo.
   L’insieme dei fenomeni linguistici, o socio-linguistici, che ha caratterizzato l’Italia del Dopoguerra (la spinta dei contenuti dal basso, e la loro interpretazione nazional-popolare o impegnata, in letteratura, scientifica, in politica), ha contribuito a creare una vasta base unitaria, pronta ad accogliere l’italianizzazione completa dall’Italia attraverso l’allargamento democratico garantito dalla presenza dei grandi partiti operai. Era questa la strada che a tutti noi pareva la buona e l’unica: e su essa splendeva la stella del sogno egemonico comunista. I fatti ci hanno condotto brutalmente alla realtà. Quella strada democratica e popolare dell’italianizzazione ha subito una violenta deviazione: un fenomeno nuovo, la nascente tecnocrazia, ancora senza la coscienza e forse senza la volontà dell’egemonia, sta prendendola di fatto. Essa non contesta più i vari possibili classicismi: li fa brutalmente cadere senza ideologizzarne la caduta. Vi sostituisce la sua efficienza comunicativa e basta. In realtà quello che essa tende a contestare e a mettere fuori gioco, è tutto il passato classico e classicistico dell’uomo: ossia l’umanesimo.

   Il fiero ottimismo di Vittorini è una tentazione. E così le sue cautele ironiche. Egli parla di improbabilità di quell’italiano unitario (nazionale) da me tenuto a battesimo, in quanto i «rapporti di lavoro» non ne garantirebbero ancora l’unità.
Ma intanto va tenuto presente un errore in cui molti miei amici sono caduti intervenendo in questo dibattito: il dare cioè per presente e adulto un italiano che invece io do neonato e potenziale. È perciò che essi, poi, non lo riconoscono.
   Certo, i «rapporti di lavoro» nel Sud, non garantiscono l’unitarietà dell’italiano, in quanto, nel Sud, i dialetti restano nell’ambito di una «lingua contadina»: appartengono cioè al mondo classico (agricolo, artigianale, prima feudale poi borghese) cui appartengono anche le capitali di quel mondo contadino, Palermo, Napoli, Roma. Ma come si pone questo mondo «contadino» (o meglio come comincia a porsi, o come si pone potenzialmente) nel mondo unitario italiano? Come una «cultura sopravvivente». Esattamente così come si pone ogni mondo contadino classico in un’epoca in cui l’agricoltura sta per essere industrializzata. Se io vedevo vent’anni fa un contadino del Sud – nella mia ignoranza di italiano classicheggiante e privo dell’esperienza critica del mondo capitalistico – potevo pensare la sua condizione come «eterna». Se lo vedo oggi, capisco che sta per scomparire. A Ragusa (ENI), a Taranto (acciaieria) è proprio sul punto di scomparire, dopo una violentissima crisi dovuta allo scontro, in una stessa anima, tra analfabetismo e specializzazione, tra anarchia borbonica e iscrizione alla CGIL.
   Oggi tuttavia siamo in una fase di passaggio: il rapporto tra Nord e Sud, non è più colonialistico, ma neocolonialistico. Nel «rapporto di lavoro» tra un contadino meridionale e la terra (gli alberi, l’aratro) c’è un diaframma, la coscienza di un altro tipo di rapporto, che suo figlio emigrato a Milano o a Τorino, già realizza e vive. In questo diaframma, in questa leggera, messianica alterazione del rapporto di lavoro con la terra, è l’inizio dell’unità nazionale reale. Del resto tutto il «Terzo Mondo», che è un mondo contadino classico e piccolo-borghese, quindi, oggi (come dicevano sia Marx che Lenin) si presenta come un mondo del futuro, non del passato. Quel diaframma, quella alterazione sono aspetti della dinamica che spinge popolazioni ex schiave, sottoproletariati agricoli, tribù, verso una sorta di sintesi, in un rapporto scandalosamente dialettico con la razionalità dei paesi industrializzati e col marxismo.
   Ora, per un intervento realmente «razionale» sulla lingua, secondo il pensiero di Gramsci, bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. Il marxismo non sa, o sa male, come inserirsi in questo rapporto «scandalosamente dialettico», tra irrazionalismo contadino piccolo-borghese del Terzo Mondo (ivi compreso il Sud italiano) e razionalismo capitalistico liberale. Tale inserimento, è chiaro, implica anzitutto un recupero dell’internazionalismo e un superamento di certa tradizione recente delle «vie nazionali al socialismo». Ma tutto questo, tuttavia, non significa prescindere comodamente dai particolarismi concreti: per esempio, i dialetti e le piccole lingue nazionali (politicamente: il rapporto della Sicilia con l’asse Milano-Torino, in un contesto neocapitalistico con opposizione marxista; o il rapporto degli Slovacchi con i Cekiceki o dei Transilvani con i Rumeni, in un contesto socialista) devono porsi come problemi nuovi, non come problemi vecchi.

La lingua «internazionale» di cui parla Vittorini (con un certo ottimismo) è invece essa stessa la lingua delle nuove forme del capitalismo, ed è attraverso le nuove forme del capitalismo italiano che noi la percepiamo e cominciamo a adottarla. Tale lingua internazionale non ha nulla a che fare con l’inglese così come siamo abituati a sentirlo, ma è quella che produce gli orrori (ai nostri orecchi umanistici) di una nuova lingua in cui la comunicatività civile e filosofica e l’espressività umana e poetica sono trascese dalla «comunicazione segnaletica»: cioè da una comunicazione di uomini non più uomini. Mostruosamente espressiva, a suo modo!

Questioni Linguistiche, Indice:




Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi