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Guido Pasolini

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mercoledì 5 febbraio 2020

P.P.Pasolini - UN’AUTOBIOGRAFIA, FORSE…

"ERETICO e CORSARO"



UN’AUTOBIOGRAFIA, FORSE…

Sono nel corridoio della Scuola, c’è un frastuono assordante, un freddo umido e tetro. Le maestre non ci lasciano uscire perché nevica; escono solo coloro che sono attesi dai parenti. Ecco arriva mio zio, prende per una mano me, per l’altra Franca, e così avventuriamo per il piazzale coperto di neve. Intendiamoci: in me non c’era nessuna inconsapevolezza, la mia vita interiore si concatenava con la freddezza e la passione di ora; c’erano in me, l’ironia lo scetticismo, ecc. . Eppure la traversata di quella
piazza enorme e bianchissima, soffocata dal vento, equivale per me alla traversata della Baia di Hudson 
(cfr. E. Salgari, “Un’avventura al Polo”).
Secondo esempio: siamo nella cucina, presi da un’allegria natalizia fuori la neve è altissima. A un certo punto mia zia, mia madre e non so quali altre donne prendono una decisione che letteralmente mi travolge: vanno a fare alle pallate di neve. Nei loro volti c’è un riso una luce… dio mio, che finalmente mi si riveli il loro secondo aspetto (l’aspetto notturno?). esse vanno a giocare prese da quel misero entusiasmo che ora conosco bene; io resto nella cucina, eroicamente solo, colto dall’angoscia dell’esclusione. Ancora un passo indietro e giungo alle domeniche di mia madre fanciulla: l’immagine che conservo non è molto diversa, ma radicalmente mutata all’interno, imbevuta com’è di una luminosità più corporea, scialba e virile. I morti vivono in essa emozioni la cui rusticità paesana, tra antiquata ed epica, ha quella sicurezza scanzonata, quell’allegria brutale e quella severità esemplare che i giovani, non senza allegria, salgono
ammassare come una luce freschissima nella gioventù o aurora dei loro vecchi. Ad ogni modo questa serie di domeniche dietro a me, nella mia vita e oltre, è venuta a costituire una materia nelle cui fibre preziose si impastano i pesanti azzurri del cielo, i colori dei vestiti, le voci indecisi degli adolescenti, le botteghe invase dalla luce.

Rivedo una fotografia del ’29, in cui con un vestito a righe marrone e bianche, compaio sul balcone della Canonica, insieme a una trentina di fanciullini, miei compagni di classe. È straordinario, ancora non mi riesce di non commuovermi davanti al mio aspetto fiero, al mio ciuffo impudente, alla tenerezza di bronzo della mia carnagione; ancora non mi riesce di non pensare a quel Pier Paolo, come una specie di Telemaco o di Astianatte, ma già rotto alle avventure più seducenti. Eppure so assai bene cos’era quel ragazzino: era mitologicamente, qualcosa come un incrocio fra Catune e un piccolo Belachù.

Mia madre da giovane era bellissima. Piccola, fragile, aveva il collo bianco bianco e i capelli castani. Nei primi anni della mia vita ho di lei un ricordo quasi invisibile. Poi salta fuori improvvisamente verso i tre anni e da allora tutta la mia vita è stata impernia su di lei.

Mio padre era ufficiale di fanteria. Nei primi anni per me lui è stato più importante di mia madre. Era una presenza rassicurante, forte. Un vero padre affettuoso e protettivo. Poi improvvisamente, quando avevo circa tre anni, è scoppiato il conflitto. Da allora c’è sempre stata una tensione antagonista, drammatica, tragica tra me e lui.

Mio fratello è nato a Belluno quando avevo tre anni. Ricordo mia madre incinta e io che chiedevo: “Mamma, come nascono i bambini?” E lei, mitemente, dolcemente mi ha risposto:”Nascono dalla pancia della mamma”. Una cosa a cui allora però non ho voluto credere, naturalmente.

Quando mia madre stava per partorire ho cominciato a soffrire di bruciore agli occhi. Mio padre mi immobilizzava sul tavolo della cucina, mi apriva l’occhio con le dita e mi versava dentro il collirio. È da quel momento “simbolico” che ho cominciato a non amare più mio padre.

Con mio fratello litigavo, ma eravamo molto amici. Lui mi ammirava perché a scuola avevo la media dell’otto. Perché ero più grande, più forte. Andavamo a fare a sassate con gli altri ragazzi. Una volta a Idria (quarta elementare ) abbiamo avuto l’idea di farci costruire dei scudi di metallo dal fabbro del reggimento. Quello scudo è stato una delle più grandi gioie della mia vita. Quando i ragazzi della banda nemica hanno cominciato a tirare sassi, noi ci siamo lanciati in avanti, protetti dagli scudi, come un esercito di troiani all’assalto. Tutti sono rimasti travolti dall’ammirazione. Quell’anno il dispiacere più grosso è stato il maestro, il maestro Cravatta. Aveva una grande antipatia per me e io non capivo perché. Forse ero diventato un po’ troppo Pierino.

Alla quinta elementare è successo un fatto inaudito. Sono stato bocciato in italiano scritto. Hanno accusato il mio tema di essere troppo poetico.

Leggevo i libri di avventure. Mi ricordo la storia di un cow-boy che si chiamava Morning Star, stella del mattino. Un giovanotto dritto, coi calzoni di pelle e il fazzoletto rosso al collo. E poi Salgari, tutto Salgari.

Fu a Belluno, avevo poco più di tre anni. Dei ragazzi che giocavano nei giardini pubblici di fronte a casa mia, più di ogni altra cosa mi colpirono le gambe soprattutto nella parte convessa interna al ginocchio, dove piegandosi correndo si tendono i nervi con un gesto elegante e violento. Vedevo in quei nervi scattanti un simbolo della vita che dovevo ancora raggiungere: mi rappresentavo l’essere grande in quel gesto di giovinetto corrente. Ora so che era un sentimento acutamente sessuale. Se lo riprovo sento con esattezza dentro le viscere l’intenerimento, l’accoratezza e la violenza del desiderio. Era il senso dell’irraggiungibile, del carnale – un senso per cui non è stato ancora inventato un nome -. Io lo inventai allora e fu “teta veleta”. Già nel vedere quelle gambe piegate nella furia del gioco mi dissi che provavo “teta veleta”, qualcosa come un solletico, una seduzione, un’umiliazione.

La mia infanzia finisce a tredici anni. Come per tutti: tredici anni è la vecchiaia dell’infanzia, momento perciò di grande saggezza. 

Era un momento felice della mia vita. Ero stato il più bravo a scuola. Cominciava l’estate del ’34. finiva un periodo della mia vita, concludevo un esperienza ed ero pronto a cominciarne un’altra.

Quei giorni che hanno preceduto l’estate del ’34 sono stati tra i giorni più belli e gloriosi della mia vita.

Ho venticinque anni… il mio aspetto continua ad essere quello di un adolescente… se la mia eterna adolescenza è una malattia, è invero una malattia assai lieta. Il lato odioso di essa è il suo rovescio, cioè la mia contemporanea vecchiaia. In altri termini l’avidità con cui, in qualità di giovinetto, divoro le ore dedicate alla mia esistenza così che portandomi dietro tutto il mio tenero e lucente bagaglio di gioventù sono entrato in uno stato di precoce esperienza e quindi di indifferenza. Un giorno mi dicevo che tutti gli uomini hanno davanti a sé un’uguale quantità di vita, e che quindi, poiché io ne divoro con maggiore avidità di una parte degli altri, stava nella logica dei fatti che io dovessi morire assai giovane.

Questa punizione si è forse avverata, solo non nel corpo della cronologia, ma nel suo sistema: la presente indifferenza dovuta a quella operazione che distrugge se stessa e la vita; l’esperienza mi dà un specie di morte: e io, in effetti sono assai giovane. Siamo nel 1947: era questo l’anno in cui la natura, avrebbe perso per me il suo valore. Adesso sono seduto sul greto del Tagliamento per l’ennesima volta; ecco le vene di sabbia lungo le interminabili prospettive di ghiaia, che risalendo, contro un orizzonte tinto di un azzurro torbido, vanno a lambire il cielo. Ecco qui intorno a me, la proda con la sua erba stecchita; la sua polvere, i suoi pioppi…
Tutto questo non è sufficientemente misterioso per sedurmi ancora.






Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi


Pasolini, gli Italiani oggi - Controcampo, trasmissione del 19 ottobre 1974

"ERETICO e CORSARO"




Pasolini, Italiani oggi
Controcampo, trasmissione del 19 ottobre 1974
di Giuseppe Sibilla
Radiocorriere
13/19 ottobre 1974


[...]
Avevamo un tempo, neanche troppo lontano, un'Italia e degli italiani che parevano facili da riconoscere e da catalogare, non importa se fosse la risultante di una civiltà rurale oppure borghesemente e tranquillamente urbana. Sono poi successe cose che hanno rimescolato profondamente le carte: i contadini sono andati a lavorare in fabbrica, o si sono resi conto che sulla loro ecologicamente beata confidenza con la terra c'era qualcuno che aveva interesse a speculare; i lavoratori in fabbrica sono diventati ceto medio; il ceto medio che cosa sia diventato non lo sa ancora nessuno; e tutti in pari misura sono stati sottoposti al martellamento dei mezzi di comunicazione di massa e degli << esempi >> che quei mezzi hanno loro offerto e offrono, con effetti dei quali è molto difficile dire con sicurezza in che misura li si debba dividere in positivi e negativi.


Lo « scandalo »

Questa situazione esiste, e certo è assai più articolata e ambigua di quanto non possa risultare da una sommaria descrizione.
Ne parlano e ne discutono in molti, senza che la discussione si allarghi tutta via ad assumere proporzioni << scandalose >> Un giorno se ne occupa un personaggio di quelli che, a quanto pare, non riescono mai ad esprimere un atteggiamento o a prendere una posizione senza determinare sconquassi, e lo scandalo scoppia. Ecco perciò il << caso >> e lo spunto che Controcampo non si lascia sfuggire. Ed ecco la trasmissione che è stata approntata per questa settimana, col titolo, chiarissimo di "Italiani oggi".
Facciamo un passo indietro e partiamo dall'antefatto. Il 10 giugno Pier Paolo Pasolini pubblica sul Corriere della Sera un articolo intitolato "Gli italiani non sono più quelli", nel quale afferma in modo molto esplicito che, specialmente da una decina d'anni a questa parte, i suoi e nostri connazionali sono completamente cambiati, e sono cambiati in peggio. Il mutamento, dice, è cosi radicale da definire addirittura antropologico, e nessuno ne è rimasto escluso: non ceti medi, che hanno sostituito i valori magari discutibili in cui prima credevano con la 
<< ideologia edonistica del consumo e della tolleranza modernistica di tipo americaneggiante >>; 
non l'Italia contadina e paleoindustriale, che 
<< è crollata, si e disfatta, non c'è più >>, 
ed è presumibilmente in attesa di diventare qualcosa di molto simile all'Italia media, e quindi di assumerne i valori negativi, di farsi anch'essa 
<< modernizzante, falsamente tollerante, americaneggiante >>.
Fra questi italiani modificati è divenuto impossibile, secondo Pasolini, distinguere fra popolo e borghesia, operai e sottoproletari, e perfino tra fascisti e antifascisti. 
<< La matrice che genera tutti gli italiani è ormai la stessa >>, 
dice lo scrittore-regista:
<< Non c'è più dunque differenza culturale apprezzabile tra un  qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, intercambiabili >> Com'è logico, trattandosi d'un fenomeno recente, la confusione o << omologazione >> come Pasolini la definisce, riguarda soprattutto le giovani generazioni: << I giovani dei campi fascisti, i giovani delle SAM, i giovani che sequestrano e mettono bombe sui treni... sono in tutto e per tutto identici all'enorme maggioranza dei loro coetanei. Culturalmente, psicologicamente, somaticamente  — ripeto — non c'è nulla che li distingua.„ Si può parlare casualmente per ore con un giovane fascista dinamitardo e non accorgersi che è un fascista. Mentre solo fino a dieci anni fa bastava non dico una parola, ma uno sguardo, per distinguerlo e riconoscerlo >>. 

Una mutazione 

La perniciosa omologazione » si è prodotta per opera di un « Potere » che Pasolini scrive con l'iniziale maiuscola << solo perché >> precisa in un altro articolo, apparso il 24 giugno sempre sul Corriere, 
<<sinceramente non so in che cosa consista e chi lo rappresenti>>. 
Egli si sente di attribuirgli, vagamente,
<< dei tratti " moderni ", dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente: ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza infatti è falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all'edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto. Dunque questo nuovo Potere non ancora rappresentato da nessuno e dovuto a una " mutazione della classe dominante, è in realtà — se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia — una forma totale di fascismo >>. 
Sono affermazioni sorprendenti, e non ci si può certo meravigliare che provochino l'immediata discesa in campo di scrittori, osservatori politici e politici attivi, saggisti e uomini di cultura in genere. Le risposte e non sono per niente entusiastiche. Pasolini è accusato di essersi lasciato andare a uno << sfogo poetico >>, a una << nostalgia mal riposta >>, e in sostanza di voler attribuire un significato e un peso politici a un modo di argomentare che è invece di tipo estetizzante e mistico, e che sta a livello pre-morale e pre-ideologico. Quest'ultima osservazione glie la fa l'amico Moravia, il quale aggiunge che sul piano politico
<< c è una maniera sicura di distinguere un cittadino italiano fascista da un cittadino italiano antifascista, ed è quella di prendere in considerazione le idee e l'ideologia o la visione del mondo in cui mostra di credere >>. 

Alcune opinioni 

Per lo storico Lucio Colletti, Pasolini ha probabilmente
<< solo nostalgia dell'Italia rustica e paesana, un mito letterario che non serve a niente >>. 
Il sociologo Franco Ferrarotti definisce la sortita pasoliniana
<< frutto di candida e accattivante ignoranza >> 
e aggiunge che
<< quando nessuna apprezzabile distinzione è più tracciabile tra fascisti e antifascisti, quando si è tutti fascisti, è chiaro che si è maturi per una sommaria assoluzione plenaria >>. 
Giorgio Bocca, che già in precedenti occasioni aveva giudicato indispensabile operare una distinzione fra il Pasolini « artista e letterato » e il politico
<< dilettante che farebbe meglio a stare attento alle parole >>, 
lo dichiara adesso
<< entrato in orbita >> e << scopritore dell'acqua calda >>. 
I politici reagiscono duramente. Sulla Voce Repubblicana l'articolo del 10 giugno viene definito << ambizioso >>, e il suo autore
<< letterato di corte, narcisista, politicamente mobilissimo >> 
Maurizio Ferrara con una lunga replica sull'Unità accusa Pasolini di confondere la politica con la metafisica, e quindi di compiere una pericolosa
<< fuga intellettuale dalla ragione e dai suoi obblighi >> 
e di
<< concedere un visto di entrata alle tesi di chi ha tutto l'interesse politico a che i contorni del fascismo restino annebbiati >> 
Nella pioggia di reprimende, che peraltro lo lasciano fermo nelle convinzioni che ha espresso e ribadito, l'unica voce parzialmente comprensiva è quella dello scrittore Leonardo Sciascia, che si dichiara in disaccordo sulla sostanza, ma gli riconosce almeno il merito di pensare.
<< Pasolini può anche sbagliare, può anche contraddirsi >>, dice, << ma sa pensare con quella libertà che pochi oggi riescono ad avere e ad affermare >>. 
Se a Controcampo piacciono gli spunti attuali e polemici, sarebbe stato difficile immaginarne uno migliore. Pasolini è chiamato a chiarire ed eventualmente approfondire il suo atteggiamento negli studi televisivi, dai quali, com'è noto, partono << messaggi >> abilitati a raggiungere destinatari ben più numerosi di quelli che di solito seguono le discussioni ideologiche sui giornali. Il suo oppositore primario è il prof. Ferrarotti, che già aveva avuto occasione di manifestarsi in pieno disaccordo con lui. Gli altri quattro interlocutori sono Maurizio Ferrara, anch'egli << sceso in campo >> subito e senza mezze misure, lo scrittore Giuseppe Cassieri, il giornalista Giovanni Russo e il parlamentare democristiano Filippo Maria Pandolfi. 
Pasolini esordisce sostenendo la necessità di distinguere fra sviluppo economico e progresso, due cose non soltanto diverse ma addirittura opposte.
Lo sviluppo, ha detto, tende alla produzione intensa, disperata, ansiosa, smaniosa, di beni superflui, e conseguentemente ad imporne il consumo; e a volerlo e a incrementarlo sono i << nuovi padroni >> della società odierna, i detentori di quel << Potere >> con l'iniziale maiuscola di cui egli ha parlato nei suoi scritti. 
II progresso si identifica invece con la creazione e produzione di beni che siano autenticamente necessari per i singoli e per la collettività. 
E in Italia è successo questo:
che i nuovi padroni, il Potere, hanno avuto partita vinta. spingendo gli italiani ad un consumismo fine a se stesso che li ha per l'appunto << omologati >> , ossia resi eguali nel desiderio di beni per lo più superflui, e disponibili all'accettazione di mode che anche esteriormente li hanno livellati fino a renderli indistinguibili l'uno dall'altro. 


Niente di nuovo

L'opposizione fra sviluppo economico e progresso, gli fa osservare Ferrarotti, è in realtà la sempiterna contraddizione fra il sistema di produzione capitalistico e lo sviluppo sociale correttamente inteso: niente di nuovo e niente di << italiano >> in senso specifico. Il problema travaglia tutto il mondo allo stesso modo. << Ma non è questo il punto >>, secondo Ferrarotti:
<< il punto sta nella necessità di identificare le forze sociali che hanno un interesse oggettivo a un tipo di sviluppo che sia anche progresso sociale equilibrato, e quelle che invece spingono a fondo per una espansione economica che, mentre non soddisfa i bisogni elementari, accelera e addirittura fagocita il mercato e le persone con l'offerta di beni superflui. E qui si può già capire che oggi, per esempio, il fascismo e la conservazione non sono più quelli di ieri, sono forze che si legano non a una condizione statica. ma che paradossalmente si presentano come forze dinamiche. Questo è il fatto nuovo: la conservazione è diventata dinamica, è diventata tecnocratica >>. 

Al punto d'avvio 

Maurizio Ferrara, primo a intervenire dopo l'impatto fra i due contendenti principali, giudica la contrapposizione sviluppo-progresso 
<< insufficiente a delimitare il campo della questione >>
se la si mantiene, come a suo parere fanno sia Pasolini sia Ferrarotti, in una dimensione unicamente economica. << In Italia >>, dice
<< c'è stato uno sviluppo distorto. ci sono state scelte sbagliate, antipopolari, assolutamente al servizio di un certo tipo di profitto; ma questo ha creato delle contraddizioni e delle contro-spinte, ha creato un movimento politico del tutto nuovo. Dobbiamo mettere nel conto positivo di questi 25-30 anni il fatto che l'Italia è profondamente cambiata e migliorata >>. 
Anche Pandolfi, con sfumature e motivazioni diverse, concorda sul cambiamento in meglio degl'italiani. Russo lamenta piuttosto che la crescita morale, civile e intellettuale dei cittadini non sia stata affatto compresa dalle classi dirigenti. Cassieri chiede che si riporti la discussione al suo punto d'avvio, cioè allo << scandaloso >> articolo pasoliniano, e vi distingue alcuni momenti diversamente rilevanti.
La nostalgia verso l'Italia arcaica e contadina è da respingere, dice; è invece il 
caso di meditare sulle preoccupazioni di Pasolini in ordine al prevalere del consumismo gratuito; e quanto al fatto che egli insista sull'impossibilità di distinguere non solo sotto il profilo della cultura, ma anche fisico, somatico, i fascisti dagli antifascisti, bisogna stare attenti a non dare al termine << fascismo >> un'estensione tale da fargli perdere ogni significato storico: 
<< A furia di essere tutti fascisti, nessuno lo è più, e si arriva alla vanificazione della terminologia, a uno sterile nominalismo >> 
Con il che viene toccato il nodo centrale della discussione. Dice Russo: 
<< In fondo è vero che in una piazza non possiamo distinguere lo studente, o il ragazzo del Sud, o il vecchio, da come sono vestiti e da come sono fatti. Ma se guardiamo a come sono fatte le nostre città, noi distinguiamo perfettamente le borgate dal villino residenziale. Distinguiamo perfettamente chi ha la piscina e va a farsi il bagno comodamente. e chi invece deve andare a bagnarsi in certe acque infette perché, per esempio a Napoli non sono stati risolti i problemi delle fogne >>. 
Intorno a questi temi si discute, e la discussione e l'interesse di mostrano che, per distorto che sia stato. il nostro sviluppo ha creato un'esigenza e un'aspirazione a certi valori che tutti riconosciamo come positivi. Ed è qui che il fascismo interviene, continua Russo, 
<< proprio contro chi vuole la giustizia, il progresso, e non lo sviluppo economico puro e semplice. I fascisti di oggi, prodotto di questa società consumistica, sono forse diversi da quelli del passato quanto a matrice, ma restano gli stessi come modulo ideologico. come violenza politica; senza rispetto per la libertà, per lo spirito, per i valori che secondo me sono eterni. Di fronte ad esso non possiamo assumere un atteggiamento liquidatorio, ne dal punto di vista estetico, né da quello culturale o sociologico >> 

 Una minaccia 

Anche Pandolfi ritiene che il fascismo, 
<<malattia ereditaria dello Stato e della società italiana>> 
cambiato per certi aspetti esteriori; esso tuttavia 
<<sopravvive e tende a sopravvivere a se stesso>> 
Il rischio di una omologazione ingannatrice può quindi farci perdere il senso di una minaccia che e ancora all'interno della nostra società e che c'impone di stimolare gli << anticorpi >> che pure esistono e che devono servire ad evitare il conformismo e l'accettazione delle spinte al consumismo e alle mode livellatrici. La nostra società può ancora farlo, dice Pandolfi, è ancora in grado di esprimere 
<< creatività di valori. Al di là dei rischi vedo una creatività nuova. e più nelle giovani generazioni che in quella cui appartiene la maggior parte di noi >> 
Nessuno. neppure Ferrara e Cassieri, sembra voler seguire Pasolini sul piano al di là dell'oggi, oltre il contingente e il pragmatico. Ma questo è il terreno che Pasolini ha scelto, e dunque egli vi insiste. Il vecchio fascismo << arcaico, orribile, ridicolo, feroce >> dice, certo sopravvive nei rappresentanti delle generazioni anziane. Ma i giovani sono altra cosa. I giovani che oggi si dichiarano fascisti 
non rinunzierebbero in realtà ad una sola delle comodità che sono loro venute dallo sviluppo, 
<< non vorrebbero mai tornare indietro, a quella famosa Italietta rustica e rozza >> 
e in ciò sono i naturali alleati, anzi i portabandiera del « nuovo Potere» che non ha più bisogno di dittatura e autoritarismo espliciti, dichiarati. perché può ottenere lo stesso effetto con la forza della produzione, con l'imposizione dei suoi prodotti e con il generale livellamento che ne deriva. Qui sta il nuovo fascismo, qui stanno i massimi rischi, nei quali gli italiani « omologati » (ossia tutti gli italiani) sono già immersi fino al collo, e dai quali non potranno liberarsi se continueranno a riflettere e ad agire secondo schemi superati, insufficienti e non più utilizzabili.

Dibattito aperto 

Non è certo possibile. in sede di presentazione, esaurire i contenuti dl questo come di qualsiasi altro dibattito. ne restituirne la ricchezza di argomenti. Diciamo soltanto per concludere che ben poche concessioni sono venute da una parte della << barricata >> in direzione dell'altra e che proprio in questa mancata conciliazione sta il valore della testimonianza che ciascuno ha recato. Il dibattito doveva restare, ed e rimasto. aperto: i suoi destinatari sono gli ascoltatori, e se e vero che il loro interesse e destinato ad accrescersi a misura che e loro possibile identificarsi con i poli polemici sui quali la discussione è articolata, questo e un caso in cui l'identificazione dovrebbe essere massima, e perciò massimamente utile la partecipazione. << Di fronte a un tema come questo >> osserva Giacovazzo, << non si può restare neutrali, si deve scegliere, anche perché il moderatore non fa tentativi di sintesi ma, al contrario, si pone come elemento di stimolo fra le opinioni contrapposte. Per dir meglio aggiunge, 
<< non solo su un tema come questo, ma su qualsiasi tema: non c'è problema che non possa essere visto da punti d'osservazione contrari, e non c'è punto d'osservazione che non contenga almeno un nocciolo di verità >>.
Dev'essere per questo che, tutto sommato, a Giacovazzo piace sostituire il vecchio termine << moderatore >> con quello, opposto e più congruo, di      << provocatore >> 

Giuseppe Sibilla
Controcampo va in onda sabato 
19 ottobre alle ore 21 
sul Nazionale TV. 






Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

Ancora sulle recenti prese di posizione di Pier Paolo Pasolini - di Maurizio Ferrara

"ERETICO e CORSARO"

l'Unità / giovedì 27 giugno 1974

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)


Maurizio Ferrara
l'Unità / giovedì 27 giugno 1974

l'Unità / giovedì 27 giugno 1974

Vivere esteticamente la vicenda politica, aiutandosi con un po' di semiologia, può essere elegante, ma è un errore. Pier Paolo Pasolini torna a compierlo questo errore. Replicando a un nostro intervento sull'Unità {Corriere della Sera, 24 giugno) egli conferma — con qualche estrosità facile in meno e qualche concessione alla ragione politica in più — che, in fondo, il potere va trattato con la P maiuscola perchè è «un tutto » indefinibile ( forse «industrializzazione totale») non identificabile né con il Vaticano, né con le forze armate, né con i potenti democristiani, né con la grande industria.

Tuffi perdenti

Tutte realtà, queste, abdicanti: le quali cedono alla « ideologia edonistica» del nuovo potere (che è «senza volto», come avrebbe scritto Carolina Invemizio se si fosse occupata di queste cose) i loro migliori principi e parametri risucchiati dal nuovo mostro, lo sviluppo, di fronte al quale siamo tutti eguali e perdenti, ricchi e poveri, fascisti e antifascisti. Siamo di fronte a una « mutazione antropologica », conferma Pasolini, la quale partendo dalla classe dominante, permea e neutralizza le masse, ormai inerti, inebetite dalla TV e dal Totocalcio, emblemi visibili del «nuovo fascismo».
l'Unità / giovedì 27 giugno 1974

Non staremo a rilevare le scaturigini culturali (Adomo) di questa disperata concezione della nostra storia contemporanea. Sono origini culturali pulite, quando non acadono nel rozzo positivismo lombrosiano, e come tali degne di essere considerate. Quel che vorremmo dire è che la loro riproposizione politica a tanti anni di distanza non solo è ambigua ma «casca male», come si dice. Se è vero, infatti, che milioni di italiani hanno gesti e riflessi condizionati dal consumo e dalle sue mode è anche vero che viviamo una fase in cui i riflessi di questa « mutazione antropologica », come la chiama Pasolini, sono fortemente posti in crisi, contestati politicamente, non da altre masse ma dalle stesse che si danno per sedotte.
Viviamo cioè la verifica, in senso contrario a quello che Pasolini afferma, di un fenomeno negativo. Lo abbiamo già detto, e lo ripetiamo: non crediamo che il «no» del 12 maggio sia un «trionfo» o una «palingenesi». Crediamo però (e comincia a non poterne fare a meno perfino la DC) che quella vittoria politica ha un senso profondo; dice che se « mutazione » c'è, essa non avviene nel vuoto di un laboratorio, ma nel vivo di una realtà politica e sociale tutt'altro che spenta. Dato e non concesso che il potere sia un Moloch, i fatti ci dicono che a questo mostro sarà possibile tagliare testa e gambe tanto più agevolmente quanto più le carte del gioco saranno chiare e non mistificate, per sfizio estetico o comodità polemica. Tra queste carte, vi è un dato certo, evidente: ed è che lo sviluppo tumultuoso di questi decenni, insieme ai guai atroci del «miracolo» della DC, di La Malfa e di Malagodi, ha generato contraddizioni e elementi di progretto che restano invisibili (come lo sono, per Pasolini) se per interpretare la realtà politico-sociale ai usa solo il fiuto poetico o la semiologica invece che lo storicismo marxista, se Gramsci è posposto a Dostoievski o, addirittura, a Umberto Eco.
D'altra parte: come si fa a giudicare di sviluppo, e di progresso, assumendo come punto di analisi soltanto lo sviluppo economico e la sua distorsione consumistico-capitalistica?

Unilateralità

Tale unilateralità economicistica fu una sciocchezza anche molti anni fa, quando fu proposta: oggi è penoso ripeterla, pretendendo di discutere di politica mettendo la politica da parte. Se non avesse seguito questo metodo, francamente bizzarro, Pasolini forse si sarebbe reso conto che — e anche col suo contributo — in questi anni abbiamo superato strettoia e paludi cui il rimpianto non spetta. La società pre-consumistica, contadinesca, falsamente « umanistica » di cui egli parla con nostalgia, era forse casta (ma è da dimostrare) ma certamente era indifesa. Vivemmo in molti in quella società
« umanistica »: perchè negare che in queir « umanesimo » provinciale il fascismo potè adagiarsi con una relativa facilità? E d'altra parte, caduto il fascismo, esaurita la stagione della Resistenza, furono i pregiudizi e le falsità abiette di quell'Italia che perdurava a fornire arretratezza politica a tonnellate, per la monarchia nel 1946, per l'ondata clericale del 18 aprile due armi dopo.
l'Unità / giovedì 27 giugno 1974

Cosa c'è da rimpiangere dell'umanesimo » di quell'Italia, se non che la Resistenza non sia riuscita a travolgerlo e che sia durato troppo a lungo? Il vero cammino in avanti, rispetto ai crismi, ai dogmi, ai tabù di quell'Italia a senso unico, cominciò dopo, e andò avanti, anche con il contributo di intellettuali come Pasolini. Ma oggi Pasolini ci invita a meditare sul fallimento generale di quel processo. E' un invito che possiamo ascoltare ma che dobbiamo rifiutare. Su questo punto il dissenso è radicale.
Infatti, tra l'Italia del 1945-1948 e quella di oggi c'è un diagramma, ma va in salita e non in discesa. Nell'Italia del dopoguerra, i valori positivi erano forti ma minoritari.
Oggi non è cosi, la sfera del consenso attorno ai valori del salto in avanti — abbrevio, l'antifascismo — si è enormemente estesa, mode o non mode, consumi o non consumi.
Se dal 1945 al 1948 la curva fu negativa (dalla vittoria della Resistenza alla sconfitta del 18 aprile) oggi, dopo il '68 — questa è la nostra convinzione oggettiva — sapremmo vincere di nuovo con la Resistenza e abbiamo già risconfitto il 18 aprile. Cosa si chiede di più per rispettare questo Paese reale e starci dentro, e non sopra, intellettualisticamente?
Ma, dice Pasolini, questo è un Paese morto, dominato da una cultura di massa « americaneggiante » con i suoi nuovi miti. Un brano di vero e un tutto falso: non basta infatti costatare l'ovvio dei condizionamenti di massa (esistiti in tutte le epoche, anche nel medioevo) per decretare che i condizionamenti imposti dallo sviluppo sono peggiori di quelli imposti dalla miseria. Quanto di nostalgico, e di regressivo c'è in questo idoleggiamento di un buon tempo antico, francamente pessimo? Ma, incalza Pasolini, le « facce » ormai sono tutte eguali, il fascista è uguale all'antifascista, è l'americanismo che vince. Ma noi, Pasolini compreso in questo noi, che ci stiamo a fare? Si guardi attorno, Pasolini: si renderà conto che la spinta a liberare il Paese dalla corruzione del potere non è un lagnoso moralismo di pochi, è una realtà politica di massa, un'aspirazione insoddisfatta e tutta da soddisfare, di milioni di persone che si battono e si schierano — e lo fanno bene — per tagliare il passo, centimetro per centimetro e tutto insieme a un potere politico visibile. Il quale potere, poi, non è vero che non abbia un volto: si chiama DC, padronato ottuso, neofascismo incallito, « tradimento dei chierici », pregiudizio borghese e elencale. Tutta roba che già c'era nell'età dell'oro di Pasolini e prevaleva.

La crisi

l'Unità / giovedì 27 giugno 1974

Oggi è in perdita perchè c'è chi, come noi, la incalza su tutti i terreni per venire a capo — certo non da soli o coltivando i malumori dei «refrattari » — del problema centrale, politico e di classe, il problema della democrazia. Pasolini dice che tutto è spento, la società civile è morta, le differenze di classe in essa non hanno peso, l'ipotesi socialista non c'è più. Eppure mai come oggi la domanda di democrazia e di riforma sociale è vivace, perfino impertinente dicono alcuni. Ed è questa domaada che scuote un impopolare potere, mal vissuto e tutt'altro che leviatanico. Quale potere, del resto, è tanto leviatanico da poter ignorare I mutamenti che avvengono non ai margini ma al centro della società?
Non c'è, « americanismo » che tenga. Perchè Pasolini dimentica che abbiamo vissuto la crisi del « sogno americano » durante gli anni del Vietnam? E che questa crisi è stata merito della rivolta delle masse giovanili americane a facce eguali, dominate fino alla pazzia dal consumismo più raffinato del mondo? Da noi siamo molto più avanti, non solo perchè l'« americanismo » è di importazione ma perchè ci siamo noi, un noi politico e di classe che non è più quello del '45-48, prospera perfino dentro i meandri del mondo cattolico. Che senso ha, di fronte a queste dilatazioni di volontà politiche che
sono più forti ed egemoni delle mode che le accompagnano, rimpiangere l'età d'oro preconsumistica segnata da ghetti e steccati invalicabili?
Aver contribuito a rompere quegli steccati, aprire quei ghetti, incrinare soggezioni ataviche, non fu populismo, fu opera politica superiore.
L'impresa continua, oggi su terreni più complessi, meno schematici ma più avanzati.
Che senso ha dunque, se non regressivo, non guardare dentro i cervelli, fermarsi alle facce, in un processo involutivo che nega la storia e si attesta, sul crinale pericoloso di una sorta di misticismo fuori epoca che, certamente, se c'è quel potere di cui parla Pasolini, lo sostiene, sia pur lacrimando?

Maurizio Ferrara

l'Unità / giovedì 27 giugno 1974




Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

Politica e società secondo Pasolini - I Pasticci dell'esteta, di Maurizio Ferrara

"ERETICO e CORSARO"

l'Unità / mercoledì 12 giugno 1974
Vedi anche:
Politica e società secondo Pasolini

Dal rimpianto dell'età dell'oro a un approdo sempre più ambiguo,
dove si perde perfino la distinzione tra fascismo e antifascismo


l'Unità / mercoledì 12 giugno 1974
Non si può negare a Pier Paolo Pasolini il fiuto per le anomalie e le contraddizioni affioranti dal magma della società. Quel che preoccupa, tuttavia, quasi la spia di una crisi di involuzione profonda, è che i congegni di ragionamento politico che Pasolini costruisce con fluviale generosità, raramente ormai sfuggono all'ambiguità. Forse per Pasolini si può cominciare a pensare ciò che Mario Spinella ha scritto del « Corporale » di Volponi. E cioè che muovendosi in una ispirazione apparentemente democratico - estremistica, e anatomizzando i meccanismi di crisi della società, il risultato è un anelito che richiama le voglie della migliore intellettualità reazionaria fissata in un rimpianto oscuro per l'età dell'oro perduta.

Anche Pasolini sembra giunto su questo crinale, sospeso nel vuoto: e vi giunge con una carica evidente di estetismo insoddisfatto, di un manicheismo intellettualistico che si nega, stizzosamente, al riconoscimento che qualsiasi età dell'oro — se mai ne è esistita una — è improponibile. E che, quindi, l'epoca migliore per fare politica non era quella, sognata, dei conti che tornavano sempre ma, piuttosto, quella in cui è dato vivere e nella quale, sfumati gli schemi delle mitologie (la visiera di Stalin, di Volponi, il sottoproletario santo di Pasolini) la cosa fondamentale è vivere e lottare con gli occhi aperti.Ma non si vive ad occhi aperti guardandosi indietro, negando ogni legittimità ai cambiamenti societari per il fatto che si tratta di eventi che, verificandosi in assetto capitalistico, sono fitti di scorie e contraddizioni.

Deprezzamento
politico

l'Unità / mercoledì 12 giugno 1974
A osservazioni di questo genere spinge l'ultimo gesto politico di «provocazione» di Pasolini: una « Tribuna aperta » (insolitamente pubblicata dal « Corriere della Sera > con vistosa evidenza) dedicata al dopo-12 Maggio e al dopo-Brescia. E' un gesto allarmante, di totale deprezzamento della dimensione politica, a vantaggio di una sorta di stato di necessità della disperazione esistenziale che, francamente, ci sembra anacronistico avendo come punto di riferimento proprio il 12 Maggio e Brescia. Si tratta di fatti entrambi importanti sui quali se non ci sembra legittimo mitizzare ci pare arbitrario decretare affrettate dichiarazioni di fallimento preventivo per il motivo che, in entrambi i casi, il vero vincitore del confronto, il demiurgo che ha presieduto alla vittoria del « no » e alla strage di Brescia è sempre lo stesso: il Potere (con la P maiuscola) espressione egemonica incontrastata della società dei consumi.
Dobbiamo ammettere che, dopo tanto spreco di declamazioni sociologìzzanti fuori di una qualsiasi angolazione culturalmente apprezzabile credevamo di avere il diritto di non sentire più parlare del potere in termini metafisici, almeno tra persone di media preparazione politica. Ma non è cosi, evidentemente. Se su versanti più mediocri qualche sociologo trova ancora il tempo di sdebitarsi dei propri errori accreditandoli alla « classe politica », su versanti cosmici altri, come Pasolini, cerca rimedio alle proprie crisi involutive scaricando le difficoltà sulla esistenza imbattibile di un Potere - mostro, fuori dalle classi, il Moloch.
Dobbiamo dire, con tutto il rispetto, che ogni volta che ci troviamo di fronte all'evocazione di questo Potere con la P maiuscola, sentiamo la presenza di una fuga intellettuale dalla ragione e dai suoi obblighi, un « tradimento di chierici » come si diceva una volta. Dal rifiutarsi di connotare il potere di classe con i suoi nomi politici alle tenebrose e insolventi fumisterie dello spiritualismo, sempre reazionario, il passo è brevissimo.
E questo passo Pasolini rischia ormai di compierlo fino in fondo, preso fino al tormento per l'usura della ragione cui è destinato chi assiste, e anche partecipa, allo scontro politico e sociale pretendendone effetti non politici ma estetici.
Guardando al 12 di maggio con questa ottica è del tutto naturale che Pasolini resti deluso. Non si tratta infatti di un « trionfo » (e qui sbaglia nell'addebitare a noi questo termine, deve rivolgersi ad altri) ma soltanto di una vittoria che, però, a stare a ciò che dice Pasolini, non può che essere una vittoria di Pirro.
Che senso ha, infatti, il vincere se poi i protagonisti della vittoria (che sarebbero soltanto i ceti medi) finiscono per assumere in luogo dei loro « valori tradizionali » perduti (gettati a mare « cinicamente » dal Potere, nota quasi malinconicamente Pasolini) altri valori immondissimi, come « la ideologia edonistica dei consumi, la tolleranza modernistica di tipo americano »?
Forse l'ammettere più sensatamente, e realisticamente, che il 12 Maggio non è stato uno scontro fra Bene e Male ma una dura battaglia politica italiana degli anni '70 che ha dimostrato la crescita di un processo di maturazione democratica, deve essere sembrato poco. E in effetti è poco, quasi una scontata banalità, per chi guarda alla lotta politica e di classe con occhio mitologico e avrebbe voluto quel « trionfo » che non c'è stato perchè impossibile nell'Italia di oggi. Ed è quasi un nulla, per Pasolini, la verifica che anche tramite un « no » politico, ben dato contro qualcuno, vi siano stati ceti che liberandosi da ceppi culturali da sottosviluppo, siano trasmigrati nella sfera della « cultura di massa »: nella quale, ce lo permetta Pasolini, non è secondario che accanto alle molte scorie immesse dal Potere (dai « caroselli » TV alle mode) vi sia pure qualcosa che scoria non è, è politica immessa dal movimento democratico: come l'ammissibilità del divorzio, la negazione dei « valori » clericali, la difesa della democrazia come garanzia di libertà, l'emancipazione della donna, una nuova concezione della famiglia.
Lo abbiamo già detto, vale ripeterlo: favoleggiare in termini palingenetici sul 12 maggio è puerile. Ma accusare il 12 maggio di non essere una palingenesi, è perlomeno gratuito discredito verso masse immense che nell'esporsi a una scelta politica contro il Potere politico (e chiamiamolo Fanfani, DC, MSI) si sono dimostrate forse meno sofisticate ma, certo, più sensibili di Pasolini al valore che in sé — anche al fine socialista — ha la dilatazione della democrazia civile.
Forse Pasolini, queste masse le amava di più come erano trent'anni fa, quando in una loro intatta purezza (tutta da dimostrare) contavano indubbiamente meno della metà di quanto contano oggi, per inquinate dai « caroselli » che siano? Se il « no », dunque, non è stato un trionfo cosmico, non è neppure stato un semplice cambio della guardia tra un pregiudizio e l'altro. Ed è perlomeno ambiguo, risulta un favore postdatato a chi durante il referendum predicava che il divorzio è un vizio da ricchi consumisti e corrotti, sostenere che poiché il « trionfo » è mancato laddove si legge vittoria democratica abbia da leggersi perfida astuzia dell'onnipotente Potere.
Analoga responsabilità nell'equivoco — e più grave data la materia — si assume Pasolini nella parte dell'articolo dedicata alla questione fascismo-antifascismo. Anche qui l'ossessione di tener fede allo schema dell'ideologia dell'anticonsumismo e della negazione in assoluto della « cultura di massa », induce Pasolini a concedere un visto di entrata alle tesi di chi ha tutto l'interesse politico a che i contorni del fascismo e dell'antifascismo restino annebbiati. Sulla natura e attualità di questi contorni il discorso è aperto, anche nel movimento operaio, e da tempo. E dunque di questo sì discuta, se si vuole strappare l'antifascismo alle sue fissità. Ma che senso ha, invece, il deprecare che sussistano ancora termini come fascismo e antifascismo che, a parere di Pasolini — anche dopo Brescia — non significano più niente? Non diciamo che Pasolini voglia dare una mano ai « mostri » del fascismo. Diciamo però che, in fondo, rifiutandone la specificità politica, e la tragica attualità, finisce per chiederci di ignorarli. Il che è aberrante, sempre e comunque, ma in particolar modo in una società nella quale la distinzione fascismo-antifascismo non risulta un obbligo rettorico ma una perdurante e amara necessità del tempo politico reale.

Unificazione
inesistente

Che senso ha, se non deviante, assumere per dato politico sicuro alcune intuizioni psico-sociologiche di dubbia estrazione e livello culturale, fino al deprezzamento della « indignazione antifascista » dopo Brescia?
l'Unità / mercoledì 12 giugno 1974
E ciò perchè si assume come dato essenziale fisso non il fluire della vicenda politica e di classe ma un processo di « omologazione culturale » in base al quale tutto ormai sarebbe unificato nella società, la gente si somiglia, anche « fisicamente », un dinamitardo fascista è gemello di un extraparlamentare, solo i vecchi si differenziano tra di essi. E questo perchè ormai (sempre a causa del Potere) « la matrice che genera tutti gli italiani è sempre la stessa » e, quindi, « non c'è più differenza apprezzabile — al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando — tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista ».
Pare poco, a Pasolini, che a distinguere gli uomini sia la scelta politica, la « decisione ». E ce ne dispiace per lui. D'altra parte, quando, e con pretesa di analisi e indicazione, si arriva a considerare « schema morto », « gesticolazione », l'intera attività politica, ovunque collocata, e nel giudizio si fa spazio dominante alla circostanza che i giovani, fascisti e antifascisti, vestano egualmente e abbiamo identici « dati somatici », il discorso si fa difficile, quasi impossibile.
Parlare il linguaggio delle idee è d'obbligo: parlare il linguaggio delle « facce » è pasticcio, sedimento lombrosiano vagamente razziale. Ed è questione che non ci compete.

Maurizio Ferrara





Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi