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domenica 1 marzo 2020

Pier Paolo Pasolini, "A Gigi er bullo" - di Maria Vittoria Chiarelli.

"ERETICO e CORSARO"



Pier Paolo Pasolini
"A Gigi er bullo"
di Maria Vittoria Chiarelli.


Questa dedica di Pasolini (scovata per caso) ad un amico, un certo "Giggi", che si sarebbe accostato agli "Scritti corsari", perché ritenuto degno di ogni "scandalosa ricerca", mi ha emozionato, dal momento che ha fatto riemergere l'antica questione del destinatario delle opere di uno scrittore e, di un poeta, creatore di quel genere di espressione così particolare, sfuggente ad ogni pensabile categoria definita, che è la poesia. Quante volte Pasolini ha lamentato la perdita di un destinario, di essere una voce nel deserto, un "urlo" che sarebbe durato oltre ogni possibile fine, ma non compreso, se non addirittura inascoltato.
La distintiva scrittura di Pasolini si pone, in un contesto culturale spesso conformistico, come detonatore di un processo storico che ha annacquato il pensiero progressista , magari originatosi come controcorrente, libero da ogni influenza massificante, ma poi inevitabilmente assorbito nel magma indistinto di un sentire comune e manipolatorio delle coscienze. Ciascuno di noi che magari si ritiene progressista può diventare inconsapevole servitore di un potere culturale quando si piega all'ansia di conformismo, trasformandosi in una coscienza tranquilla, sicura di offrire giorno per giorno, il proprio contributo alla causa giusta, che è coincidente proprio con la causa del potere pervasivo.
Sembra che "Giggi er bullo" sia proprio l'esatto contrario del perbenista progressista di sinistra, che sacrifica, senza intelligenza della realtà , all'altare di una vaga ragione illuminista, la dimensione sacrale della vita, che è poi la sfera intima del sentimento che investe la realtà per conoscerla, la vera sostanza mobile di ogni essere umano che vuole essere davvero libero, irriconoscibile per ogni etichettatura di qualsiasi società ideologicamente repressiva.
Pertanto viva "Giggi er bullo", simpatico come doveva essere Gennariello. A tal proposito, riporto due interventi di Pasolini, illuminanti sulla questione del destinatario dell'opera del poeta Pasolini.
Una è tratta dalla testimonianza di vita e di pensiero "custodita" dall'intelligente ascolto di Peter Dragadze e l'altra tratta dal "trattatello" pedagogico "Gennariello", contenuto in "Lettere luterane".

SCRIVO POESIE?

"No, non scrivo più poesie da due o tre anni. Questo non me lo sarei mai aspettato. Ho cominciato a scrivere infatti a sette anni d'età, e ho scritto senza interruzione fino appunto a due o tre anni or sono. Perché non scrivo più? Perché ho perduto il destinatario. Non vedo con chi dialogare usando quella sincerità addirittura crudele che è tipica della poesia. Ho creduto per tanti anni che un destinatario delle mie «confessioni» e delle mie «testimonianze» esistesse. Mi sono dunque ora accorto che non esiste. Che con gli amici non c'è bisogno di esprimersi con la poesia: ci si esprime esistendo. Le proprie esagerazioni, i propri eccessi, le proprie idee si esprimono vivendo. La poesia richiede che ci sia una società (ossia un ideale destinatario) capace di dialogare con il povero poeta. In Italia una tale società non c'è. C´è un buon popolo ancora simpatico (specie là dove non arrivano i giornali e la televisione) e una piccola élite di borghesi colti e disperati. Ma una società con cui ci si possa mettere in rapporto attraverso la poesia non c'è. (Lo dico perché un poeta deve avere delle illusioni, ma quando le perde non deve illudersi di averle ancora.)"
"Che cos'è che io vedo (qualunquisticamente) accomunare «una signora fascista e un extraparlamentare, un intellettuale di sinistra e un marchettaro»? È una terribile, invincibile ansia di conformismo.
Succede spesso, in questa nostra società, che un uomo (borghese, cattolico, magari tendenzialmente fascista) accorgendosi consapevolmente e inconsapevolmente di tale ansia di conformismo, faccia una scelta decisiva e divenga un progressista, un rivoluzionario, un comunista: ma (molto spesso) a quale scopo? Allo scopo di poter finalmente vivere in pace la sua ansia di conformismo Egli non lo sa, ma l'essere passato con coraggio dalla parte della ragione (uso qui la parola ragione con temporaneamente in senso corrente e in senso filosofico) gli permette di sistemarvisi con le antiche abitudini che egli crede rigenerate, reificate. Mentre non sono altro, appunto, che l'antica ansia di conformismo.
Ciò durante questi trent'anni postfascisti ma non antifascisti, è sempre accaduto. Ma le cose si sono aggravate dal '68 in poi. Perché da una parte il conformismo, diciamo così, ufficiale, nazionale, quello del «sistema», è divenuto infinitamente più conformistico dal momento che il potere è divenuto un potere consumistico, quindi infinitamente più efficace - nell'imporre la propria volontà - che qualsiasi altro precedente potere al mondo. La persuasione a seguire una concezione «edonistica» della vita (e quindi a essere dei bravi consumisti) ridicolizza ogni precedente sforzo autoritario di persuasione: per esempio quello di seguire una concezione religiosa moralistica della vita.
D'altra parte le grandi masse di operai e le élites progressiste sono rimaste isolate in questo nuovo mondo del potere: isolamento che, se da una parte ha preserva to una certa loro chiarezza e pulizia mentale e morale, ha anche rese conservatrici. E il destino di tutte le «isole» (e delle «aree marginali»). Dunque il conformismo di sinistra - che c'era sempre stato - in questi ultimi anni si è fossilizzato.

Ora, uno dei luoghi comuni più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare e (inventiamo la parola) de-sentimentalizzare la vita. Ciò si spiega, nei vecchi intellettuali progressisti, col fatto che sono stati educati in una società clerico-fascista che predicava false sacralità e falsi sentimenti. E la reazione era quindi giusta. Ma oggi il nuovo potere non impone più quella falsa sacralità e quei falsi sentimenti. Anzi è lui stesso il primo, ripeto, a voler liberarsene, con tutte le loro istituzioni (mettiamo l'Esercito e la Chiesa). Dunque la polemica contro la sacralità e contro i sentimenti, da parte degli intellettuali progressisti, che continuano a macinare il vecchio illuminismo quasi che fosse meccanicamente passato alle scienze umane, è inutile. Oppure è utile al potere.
Per queste ragioni sappi che negli insegnamenti che ti impartirò, non c'è il minimo dubbio, io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istituito. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci".





Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi