Sezione speciale cinema

Sezione speciale cinema
Per entrare clicca sul tasto/immagine

Persecuzione

Persecuzione
Per entrare clicca sul tasto/immagine

mercoledì 25 marzo 2020

Pasolini, La Mortaccia

"ERETICO e CORSARO"



La Mortaccia
(frammenti)
Tratto da "Ali dagli occhi azzurri"
(1959)


Canto I


Il sonno! Mamma mia! Un sonno che proprio se la stava a fà sotto, pora Teresa: capirai, co' quella giornata ch'aveva passato, n'aveva fatti pochi d'impicci!
Robertino, il fijo della sora Lucia, ch'era appena risortito dal beverino, e a sedic'anni già faceva il pappa, se l'era caricata a San Sebastiano, verso l'una, e così l'aveva portata al Mandrio­ne, a casa sua.
Scese tutta sonno, coll'ossa rotte: imboccò il vicolo, che ci si vedevano dietro tutte le lucette della ferrovia, e più dietro quel­le del Quadraro, e più dietro quelle di Cecafumo, e più dietro quelle di Cinecittà: ma tutte sbattute, perse, perché era notte alta e, da quando Marzano aveva preso Roma, a mezza notte, da quelle bande, c'era il coprifuoco.
Passò sotto l'archi, con tutti i fregi e le fregne di pietra del tempo dei Papi, andò oltre il funtanone, addossato a quell'ar­chi come un altare, e imboccò il Mandrione, per una pista di fanga, incassata sotto la muraglia dell'Acquedotto Felice, al­to che non si vedeva il cielo, da una parte, e dall'altra i prati coperti dallo sterco dei cavalli degli zingari, e della loro zella, affumicata, perché più sotto, tra le fratte sventrate, passava il treno.
Sotto la muraglia, una addosso all'altra, c'erano le baracche, come tanti gallinari, con le finestrine e le porticelle di legno fracico, e i tetti di bandone.
Sotto, tutto lo sciroppo pasticciato dalle pedate dei clienti di quelle che battevano lì, dentro i tuguri - insieme a quelle pic­colette dei ragazzini, che ci avevano giocato rognosi e ignudi durante il giorno, schivando le sciacquate delle catinelle, che le zoccole svuotavano fuori dalle porte senza manco guardare chi c'era e chi non c'era.
La catapecchia di Teresa era una dell'ultime, quasi laggiù in fondo, poco prima dell'arco, verso i depositi della Coca Cola.

Era quel montarozzo che sta sulla Tiburtina, dopo il Forte, prima di Tiburtino III, dove stava a abitare Peppe il Folle.
Era un montarozzo che sotto i ragazzi ci giocano al pallone, e sulle coste è tutto pieno di puncicarelli e fratte, e, arrivati in pizzo, laggiù si vede l'Aniene, tra i canneti, e dall'altra parte Pietralata, e tutt'intorno le borgate più lontane, bianche come spuma al sole.
Ma mo, ragazzi non ce ne stavano: era notte alta: non sof­fiava un fiato di vento: non c'era neanche una luce, si vede c'era una interruzione alla centrale elettrica, non una luce, né sulla Tiburtina, né dietro la borgata, là in fondo dove ci sta­vano di solito i fari e i riflettori. Tutto scuro, morto. E nean­che una voce: neanche quei piccoli rumori che si sentono la notte: qualche cane che abbaia pei casali, o i grilli, le ranoc­chie. Niente, niente. E il montarozzo, detto il monte del Peco­raro, lì davanti, era alto che pareva una montagna, coi punci­carelli e le fratte che ciondolavano nell'oscurità, senza un filo di vita.
« Ma indò me trovo, qua, vaff...! » pensava Teresa, che già parlava da sola, con uno spagheggio che tremava. Camminò un po' lì nello spiazzo giallo, verso la gobba del monte: e si sarebbe messa a strillare, se non avesse avuto paura che fosse peggio.
Camminava camminava, tutta col culo stretto, pora creatura, senza sapere dove andare, quand'ecco che, daje!, da dietro una gobba del monte si pararono, colla bava alla bocca, tre canacc­i lupi, abbaiando da torcersi i polmoni, secchi allampanati, con le code dritte sulle cosce spelate e piene di rogna. S'affion­darono contro di lei abbaiando come se la volessero sbranare, si fermarono lì a pochi metri, guardandola e continuando a cioccare con quelle boccacce schifose, girando intorno intorno come coatti. Chissà, erano forse scappati da qualche casale, alle Messi d'Oro, dietro il monte, lungo l'Aniene: o avevano sen­tito qualche ladro morto di fame. Adesso ce l'avevano con Te­resa: e questa se ne stette lì ferma; coi capelli dritti in testa, e il sangue che gli s'era gelato. Strillare non poteva, tanta era la paura. Le usciva come una lagna dalla strozza, nemmeno quella.
Poi piano piano, facendo finta di niente, sempre coi capelli dritti, fece qualche passo verso il monte, guardando i cani, e, come quelli pareva che ancora sbranarla e divorarsela viva non ci pensassero, per il momento, cominciò a salire: ma non ce la faceva, perché la scesa del monte era tutta una melma, ci si poteva sciare, e come puntava il piede per arrembarsi, questo le scivolava e le tornava giù più in basso di prima. Stette lì un bel pezzo, a cercare di salire su per quello scivolo di fanga nera: e piangeva, piangeva, s'insozzava tutta.
Poi, verso sinistra, sentì una voce che la chiamava, che di­ceva: « Aòh. » Si voltò, con le mani a terra contro la fanga, a pecoroni come si trovava, e guardò da quella parte. C'era un'ombra, un'ombra che non si capiva bene chi era. Stava ferma, e guardava verso di lei.

Lì c'era la fermata degli autobus, il 109 che voltava giù ver­so il centro di Tiburtino, il 211, il 213 che seguitavano verso Ponte Mammolo e San Basilio, e pure i pulman che andavano a Tivoli: la fermata era sotto dei pali della luce elettrica, lungo la strada, in mezzo a uno spiazzale: dietro lo spiazzale cominciavano i lotti di Tiburtino, bassi e chiari, come magazzini, in fila, con la chiesetta, e, più in fondo, dei palazzi più alti di stile fascista. L'ombra stava proprio lì accanto alla fermata de­gli auti, contro il Bar Duemila, dove di solito Peppe il Folle faceva a fugge con le motociclette, scommettendo coi compari.
Adesso era tutto deserto: non si vedeva un'anima: pareva che fossero tutti morti, e che fossero scomparsi da questa terra pure i cadaveri.
L'ombra s'accostò al monte, attraversando la strada, passò il ciglio del prato, e venne verso Teresa.
Come s'accostò, a Teresa le parve di riconoscere chi era. « Sì, sì, ma io a questo lo conosco! » pensava, stando sempre così, a pecoroni.
Era infatti un uomo non tanto alto di statura, secco, con la fronte sporgente, un naso a becco, e le labbra strette, che, si capiva, non ridevano mai. « Sì, sì, lo conosco... ma chi è? » continuava a pensare Teresa, cominciando a sollevarsi, e ac­croccandosi i capelli col dorso della mano, ché il palmo era tutto impiastricciato di melma.
Non riusciva a svagare s'era un cliente, di quelli che arri­vano con la macchina, a San Sebastiano, e non vogliono farsi conoscere, o perché sono sposati, o perché sono viziosi: qual­cuno sadico, magari, che gli piace vedere il sangue, qualcuno che invece vuol fare tutta una messinscena, con la donna che deve far finta di non conoscerlo e farsi trovare ignuda col di dietro di fuori in qualche posto della casa, e via dicendo. Op­pure se si trattava invece di qualcuna di quelle persone impor­tanti che s'incontrano andando per gli uffici a fare le carte. Oppure un dottore di San Gallicano, o magara... un commis­sario di polizia!
Ma come fu vicino, quello là la prese per un braccio, e, aiutandola a sollevarsi, le fece: « Vieni! », allora a Teresa ven­ne una tremarella e una soggezione che quasi si sturbava, per­ché l'aveva riconosciuto.
Muta come una cella, guardandolo quasi piangendo per la timidezza, gli andò appresso.


Canto II

Dante Alighieri zitto, ma come chi ha tante cose da dire, ri­sortì dallo spiazzo del Monte del Pecoraro, con Teresa alle tac­che, e, giunto sulla Tiburtina, anziché andare verso Roma, pre­se a sinistra, verso l'Aniene: e cominciò a pedalare di buon passo, sempre con Teresa dietro come un cane.
Tutt'intorno la campagna fràcica di guazza, nera. C'era una specie di chiaro, nella notte, che chissà da dove veniva, come quando sta per spuntare la luna, o il sole non è proprio calato del tutto: ma luci accese non ce n'erano: laggiù i lotti di Tiburtino, tutti uguali, si scandagliavano appena perché erano intonacati di bianco: e così il Silver Cine, e la fabbrichetta di sapone costruita da poco.
Da li al ponte sull'Amene c'era almeno un chilometro di strada: Dante e Teresa la percorsero lesti lesti, allungando la pedivella. Ecco, anche l'osteria del ponte e la fabbrica di varec­china sopra i vivai sul fiume: tutto deserto, come disabitato da almeno mille anni.
Poi presero ancora a sinistra, per via Casal dei Pazzi: la borgata di Ponte Mammolo dormiva il sonno della morte. Neanche la lucetta della Madonnina lì all'angolo di Via Casal dei Pazzi e via Selmi, era accesa..
Dante camminava dritto per via Casal dei Pazzi, lungo una fila di casette bianche di calce, con tende per infissi, da una parte, e dall'altra l'avvallamento dell'Aniene, tutto zeppo d'or­taggi, marci d'umido. Ancora un chilometro, e ecco la bor­gatella di Rebibbia, appizzata s'un montarozzo, senza strade, con al posto delle strade come dei letti di torrenti, le case bian­che, a terrazza, come un villaggio beduino.
Ecco, tra la fanga, la garitta delle sentinelle, e ecco, dietro la borgatella di Rebibbia, dietro la strada militare deserta, il Car­cere.
Era come uno scatolone, grande grande, grande come tutto il cielo, giallo, bucato da miliara di finestre tutte uguali. Si al­zava in una radura di stoppie gialle, e di pianticine di finocchio selvatico sottili e invisibili come ragnatele, tra Ponte Mam­molo e San Basilio: ma le borgate non si vedevano, inghiottite dall'oscurità: in quel chiarore spugnoso appiccicato all'aria umida, si vedeva solo quello scatolone, in tutta la pianura, fino ai monti di Tivoli, ch'erano là, un po' più scuri contro il cielo scuro, lontani, lontani.
In tutta quella pianura non si vedeva una luce, non si sentiva una voce.
« Vieni, » rifece Dante, e andò verso il Carcere, attraverso la prateria secca, fràcica.
Arrivarono davanti a una porta, piccola, in tutta quella parete gialla e nuda, dove stava scritto: « Carcere Penitenziario ». Teresa si fermò, leggendo e rileggendo quelle parole: e subito la prese il mammatrone, tanto che cominciò a trema­re tutta, a non tenersi più, finché le vennero le convulsioni, e si buttò per terra, strappandosi le vesti, piangendo come una ra­gazzina, perché sentiva come nel cuore che, da quella pri­gione, non sarebbe risortita mai più.


(1959)





Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice


Simona Zecchi