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lunedì 20 aprile 2020

Pier Paolo Pasolini - Gli uomini colti e la cultura popolare

"ERETICO e CORSARO"

Elisa Avigliano



Pier Paolo Pasolini

Gli uomini colti e la cultura popolare


(Salvatore di Giacomo, Lettere a Elisa 1906-1911, a cura di

Enzo Siciliano, Editore Garzanti, 1973; Abele De Blasio, La
camorra a Napoli, 4vol. Edizioni del Delfino, 1973)



Non poteva evidentemente essere altrimenti, e quindi non è il caso di recriminare: ma è veramente un peccato che De Martino anziché occuparsi della cultura popolare della Lucania non si sia occupato della cultura popolare di Napoli. Del resto nessun etnologo o antropologo si è mai occupato, con la stessa precisione e assolutezza scientifica usata per le culture popolari contadine, delle culture popolari urbane. E' inconcepibile uno studio come quello dedicato da Levi-Strauss ad alcuni piccoli popoli selvaggi - isolati e puri - per il popolo di Napoli, per esempio. L'impurezza delle «strutture» della cultura popolare napoletana è fatta per scoraggiare uno strutturalista, che, evidentemente, non ama la storia con la sua confusione. Una vota che egli abbia identificato le «strutture» di una società nella loro perfezione, egli ha esaurito la sua sete di riordinamento del conoscibile. A nessuna perfezione possono essere ricondotte «strutture», appunto, della cultura popolare napoletana.

Un piccolo popolo chiuso da millenni o secoli nei suoi codici, vive ancora, nell'accezione degli etnologi, in illo tempore: non ha stratificazioni; la convenzionalizzazione, rigidissima peraltro, dei rapporti sociali ha un solo strato: non sono concepibili, né previste, possibilità di infrazioni. Nelle manifestazioni espressive - canti, danze, riti ecc' - le invenzioni non implicano un'evoluzione dell'inventum. In una cultura popolare urbana, invece, la storia della cultura dominante è intervenuta continuamente con violenza, imponendovi e depositandovi i suoi valori: la tipica «astoricità» della cultura popolare, che è essenzialmente «fissatrice», è stata così costretta a dei mutamenti incessanti: a cui essa, sistematicamente, ha dovuto applicare i caratteri della «fissazione».

Le novit storiche vengono accepite nell'universo della cultura popolare urbana (e, dal XIX secolo in poi, anche in quella contadina) solo a patto di essere immediatamente tradotte nei propri termini tradizionali non dialettici. Solo in questi ultimi anni, sia le culture popolari urbane, estremamente complesse, che quelle contadine - ancora abbastanza pure, come appunto nei piccoli popoli selvaggi studiati dagli etnologi - sono state radicalmente sovvertite dal nuovo tipo di cultura del potere.

L'emigrazione nelle città industriali e soprattutto il consumismo con la sua imposizione di nuovi modelli umani hanno istituito con le antiche culture popolari un rapporto completamente nuovo, e quindi, all'interno dell'universo capitalistico, rivoluzionario.

Due anni fa, in una bancarella di Porta Portese, un venditore ambulante napoletano ha venduto delle «carte vecchie» a un compratore colto. I venditori ambulanti che risalgono da Napoli a Porta Portese appartengono ancora, nei limiti del possibile, alla vecchia cultura popolare: nella loro testa la connessione dei pensieri, dei giudizi, delle valutazioni, dei rapporti sociali, obbedisce a regole di cui il borghese conosce solo la lettera, e, naturalmente, il contingente culturale imposto dalla sua classe, almeno dal Seicento in poi, e con particolare riferimento agli ultimi decenni. Ad ogni modo il rapporto tra l'ambulante napoletano di Porta Portese e l'acquirente colto risulta tipico fino all'assolutezza: si tratta infatti della compravendita di un bene di equivoca provenienza. Il malandrino napoletano sarà rimasto sicuramente convinto di avere «fregato» il compratore «micco» che si interessa di «carte vecchie»; e il compratore sarà rimasto soddisfatto sia dell'acquisto eccezionale, sia del fatto di essersi comportato onestamente con quella «maschera» napoletana. Le «carte vecchie» erano un pacco di corrispondenza amorosa tra Salvatore Di Giacomo ed Elisa Avigliano, la sua futura moglie.

Enzo Siciliano, venuto in possesso del grosso manoscritto, l'ha pubblicato - premettendovi una puntigliosa introduzione, dove l'attrito tra l'assunto filologico (un po' impersonale) e un reale interesse, niente affatto spersonalizzato, per l'eros di Di Giacomo, produce impuntature quasi stridenti, malgrado la morbida eleganza. La quantità delle cose che non sappiamo è immensa, praticamente illimitata. Su questa usiamo ritagliare un piccolo quantitativo di conoscenze e informazioni che crediamo la nostra cultura. Per esempio, io avevo letto i volumi di poesia di Di Giacomo, e quindi credevo di conoscerlo. In realtà era una conoscenza di comodo, in fondo irrispettosa e interessata. Queste lettere di un fidanzamento durato venti anni irrompono come un'alluvione sulla mia conoscenza comoda di Di Giacomo. Va bene, non toccano il giudizio ultimo, finale e sintetico sulla sua poesia. Ma la rendono «altra». Lo scontro di classe che si è verificato nell'aneddoto del ritrovamento a Porta Portese delle vecchie lettere di Di Giacomo a Elisa, è in realtà all'origine di tutta la poesia digiacomiana.

Le lettere infatti rivelano un Di Giacomo terribilmente piccolo borghese, nel migliore e nel peggiore senso della parola. La lingua italiana che vi è usata esclude, direi teologicamente, il dialetto. E' la lingua del privilegio, così assimilato da essere innocente e immemore. Ed è anche la lingua di una psicologia viziata, che pone le ansie di un narciso piccolo borghese al centro dell'universo, senza spazio per altro. Lo sfondo è quello di una Napoli borghese e colta (biblioteche, caffè, teatri, editori, il golfo visto con gli occhi «alienati» di un alloglotta). C'è forte anche quel sapore esotico che distingue la cultura borghese napoletana dalla cultura borghese italiana: un suo internazionalismo storico, i rapporti diretti con la Francia e la Germania ecc'. Bastano le poche, squisite citazioni che Siciliano fa della poesia di Di Giacomo nella sua prefazione, per farla leggere sotto una luce nuova. La reale «struttura prima» di questa poesia è il rapporto tra il borghese Di Giacomo e la cultura popolare napoletana, colta al suo strato più alto, dove solo era possibile lo scontro, apparentemente amoroso, di classe. L'ingenuità e la purezza di Di Giacomo sono stupendamente mimetiche: ma mimetiche di un modello inventato.

In realtà tutto il suo mondo popolare è di maniera, o almeno visto solo in quello strato più alto in cui Di Giacomo poteva conoscerlo, e in cui la cultura della classe dominante è nell'atto di affidare i suoi valori alla cultura della classe dominata, e questa è nell'atto di farli suoi. La transustanziazione non è ancora avvenuta. Di conseguenza, in Di Giacomo non c'è la descrizione del «sottosviluppo» napoletano e della sua cultura «selvaggia». Tale descrizione c'è, invece, almeno in parte, in Ferdinando Russo, poeta più discontinuo, ma non meno grande di Di Giacomo. Ferdinando Russo ha compiuto quella discesa agli inferi (del «sottosviluppo») che Di Giacomo non ha creduto opportuno compiere. I due poeti sono complementari. E a loro due, insieme, è dedicata infatti l'opera di Abele De Blasio (La camorra di Napoli, composta di quattro volumi: Costumi dei camorristi, Il paese della camorra, La malavita a Napoli, Tatuaggio). Abele De Blasio ha condotto le sue ricerche proprio negli stessi anni in cui Di Giacomo e Russo poetavano, secondo un metodo di ricerca che aveva il suo maestro in Lombroso e le sue lucernae in altri antropologi, per così dire «veristi», oggi dimenticati. La sua rozzezza era dunque estrema.

 Il suo rapporto con la «plebe» napoletana era quello degli scrittori di «storie patrie», diffusi in tutte le provincie italiane: così che anche di fronte alle cose più atroci, non manca in Abele De Blasio un curioso moto di benevolenza e fierezza: alla fin fine si tratta di glorie folcloristiche. Di fronte ai napoletani poveri, egli si comporta come un entomologo che parla scherzosamente degli usi e dei costumi degli insetti: li antropomorfizza. D'altra parte è un motivo ricorrente di queste sue pagine quello di paragonare la cultura popolare napoletana alla cultura selvaggia dei popoli esotici. E, al di fuori di ogni principio di valore, tale punto di partenza era sostanzialmente corretto. His fretus, con molta modestia e lepidezza, Abele De Blasio accumula nei suoi libri - anche con molte ripetizioni - un materiale prezioso di notizie e informazioni. Ed è l'inferno. Almeno per un progressista medio. Il «tenore di vita» di alcune centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, risulta quasi inconcepibile a mente umana.

Il punto era quello in cui Napoli era stata lasciata dalla dominazione spagnola e dai Borboni. Le caratteristiche della cultura popolare - «altra» rispetto alla cultura borghese - che si era più o meno evoluta - e, quasi con invasata coscienza ideologica «estranea» ad essa - erano in quel momento codificate nelle «regole d'onore» della camorra. Un codice rigidissimo. Anche scritto, almeno per quel che riguarda le specifiche «paranze» camorriste (i «frieni»). Era l'assoluta naturalezza con cui i napoletani vivevano questo codice che li rendeva stranieri al potere e a chi in qualche modo vi appartenesse. Si trattava di un universo «reale» dentro un universo che, rispetto ad esso, era «irreale»: anche se questo secondo in realtà rappresentava il logico corso della storia. Il rovesciamento di prospettiva del napoletano che vede il mondo dall'interno del suo universo reale ma astorico, è uno scacco della storia. Se così non fosse, il mondo napoletano popolare non avrebbe una tale vitalità e un tale prestigio da presentarsi addirittura come una tremenda alternativa: anche oggi, che l'alternativa è monopolizzata dalla «coscienza di classe» proletaria (che detesta i sottoproletariati e quindi, borghesemente, le «culture popolari», verso cui non ha mai espresso una politica decente. Rispetto ai tempi di De Blasio le cose non sono poi, oggi, molto cambiate. Basta andare a Napoli. (O magari leggere il bellissimo documentario su Napoli scritto qualche anno fa da Antonietta Macciocchi.) Gergo, tatuaggi, regole d'omertà, mimica, forme di malavita, e l'intero sistema di rapporti col potere sono rimasti inalterati. Anche l'epoca rivoluzionaria del consumismo - che ha stravolto e mutato alle radici i rapporti tra cultura centralistica del potere e culture popolari - non ha fatto che «isolare» ancora di più l'universo popolare napoletano.

(Tempo, 22 febbraio 1974)




Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice


Simona Zecchi

Le belle bandiere, P.P.Pasolini - Vie Nuove (27.12.1962)

"ERETICO e CORSARO"



Le belle bandiere
Vie Nuove (27.12.1962)


Così mi desto,
ancora una volta:
e mi vesto, mi metto al tavolo di lavoro.
La luce del sole è già più matura,
i venditori ambulanti più lontani,
più acre, nei mercati del mondo, il tepore della verdura,
.
lungo viali dall'inesprimibile profumo,
sulle sponde di mari, ai piedi di vulcani,
tutto il mondo al lavoro, nella sua epoca futura.
.
Ma quel qualcosa di "bianco"
che a lettere greche
mi presentò, irrevocabile, il sogno conoscitore,
mi rimane addosso - vestito,
al tavolo di lavoro.
Membrana, pasta, o calce
nelle ciglia, agli angoli degli occhi:
il biancore baroccamente friabile,
di spugnoso materiale comacino, del sole nel sonno.
.
Di quel biancore fu il sole vero,
furono i muri delle fabbriche,
fu la stessa polvere (nei pomeriggi secchi, quando
il giorno prima è un poco piovuto)
furono gli stracci di lana,
le giacchettacce bige e i calzoni sfilacciati
degli operai:
fu di quella sostanza
la calura oppressa dal ricordo di primavere
sepolte da secoli
in quegli stessi sobborghi o paesi,
.
- e pronte, Dio!
pronte a rinascere,
su quei muretti, su quelle strade.
Su quei muretti, su quelle strade,
imbevuti di strano profumo,
asiatico - primule, strame, passaggi
di vecchie pecore scure - fiorivano nel tepore
i meli, i ciliegi. - E il colore rosso
aveva una brunitura, come
se fosse immerso in un'aria di caldo temporale,
un rosso quasi marrone, ciliege come prugne,
pometti come susine: e occhieggiava, quel rosso
tra le brune, intense
trame del fogliame, calmo, come la primavera
non avesse fretta,
volesse godersi quel tepore in cui fiatava il mondo,
quelle grida di operai, che erano quasi silenzio,
solenni e attutite,
nel biancore
del caos di muretti, marciapiedi di terra fangosa,
sagome di fabbriche.
.
E, su tutto, lo sventolio,
l'umile, pigro sventolio
delle bandiere rosse.
Dio! belle bandiere
degli Anni Quaranta!
A sventolare una sull'altra, in una folla di tela
povera, rosseggiante, un rosso che traspariva
violento, con la miseria delle tovaglie,
dei copriletti di seta, dei bucati delle famiglie operaie,
- ma col fuoco delle ciliege, dei pomi, violetto
per l'umidità, sanguigno per un po' di sole che lo colpiva,
ardente rosso affastellato e tremante,
nella tenerezza eroica d'un'immortale stagione.
.
(la poesia uscì per la prima volta su Vie Nuove (27.12.1962)
sarà poi pubblicata nella raccolta Poesia in forma di rosa)





Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice

Simona Zecchi

Gianfranco Contini, Al limite della poesia dialettale - Recensione a Poesie a Casarsa di P.P.Pasolini

"ERETICO e CORSARO"

  ARCHIWEB


AL  LIMITE  DELLA  POESIA DIALETTALE 
Lugano, sabato 24 aprile 1943
Gianfranco Contini
Corriere del Ticino, anno IV, numero 9

(Un ringraziamento speciale a Maria Vittoria Chiarelli, per la trascrizione)


  ARCHIWEB
Sembrerebbe un autore dialettale, a prima vista, questo Pier Paolo Pasolini,  per queste sue friulane  Poesie a Casarsa ( Bologna, Libreria Antiquaria Mario Landi ), un librettino di neppur cinquanta pagine, compresa la non bella traduzione letterale che di quelle pagine occupa la metà inferiore. E tuttavia, se si ha indulgenza al gusto degli estremi e alla sensibilità del limite, in questo fascicoletto si scorgerà la prima accessione della letteratura <<dialettale>> all'aura della poesia d'oggi, e pertanto una modificazione in profondità di quell'attributo. Si pensi infatti ai più moderni fra i rimatori in vernacolo, il triestino Giotti, il genovese Firpo - e non dimentichiamo, fra i veneti, Giacomo Ca' Zorzi, alias Noventa: il loro mondo continua a essere più o meno impressionistico-nostalgico, ma d'una malinconia già raccolta nell'aprioristica figura della saggezza; la loro metrica, più o meno tradizionale; e infatti il loro dialetto persiste in una posizione ancillare rispetto alla lingua, della quale è una variazione appena più descrittiva e cromatica.

Come asserire, allora, una loro piena contemporaneità? se anzi giungono, per definizione, con alcuni minuti o un quarto d'ora di ritardo? Con Pasolini le cose vanno in tutt'altro modo; e basti senz'altro raffigurarsi innanzi il suo mondo poetico, per rendersi conto dello scandalo ch'esso introduce negli annali della letteratura dialettale,  posto sempre che questa categoria abbia ragion d'essere. Chiamiamola pure narcissismo, per intenderci rapidamente,  questa posizione violentemente soggettiva; come diremo narcissistico l'angelo biondo che ossessiona l'immaginazione di Campana. Rimpianto narcissistico, però, qui: d'uno che leva un pianto perpetuo sulla morte di sé donzèl, di sé lontàn frut peciadôr, solo vivo nelle fonti e acque del paese ormai altrettanto remoto; attuale come spirito, proprio come soffio d'aria, e attento al varco dove passano i morti, madre morta, fanciulli morti; e che associa queste continue esequie ai crepuscoli e alle intemperie di quella terra leggendariamente serale e pluviale. Tali sentimenti non si possono evidentemente sistemare in un sottoprodotto dell'alta lingua letteraria,  fosse pure privatamente amabile come la già espressione di quel ragazzo e di quella provinciale felicità: occorre una dignità  di lingua , una sorta di equivalenza. E non sarà  per niente un caso che il <<dialetto>> adottato sia precisamente uno di quelli che, per la loro struttura fonetica e specialmente morfologica differenziatissima,  hanno fatto pensare i glottologi a un'unità linguistica distinta dall'italiano.
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Qui occorrerebbe un lungo discorso: ma eccone almeno qualche termine più essenziale, per non allontanarci da questo libro che dopotutto interessa in sé, e non mica come pretesto a digressioni ingegnose. Un'unità linguistica quale veniva tracciata da quegli altissimi naturalisti della glottologia va sempre intesa come unità potenziale. È già indizio d'una relativa autonomia culturale e giuridica, ma d'un'indipendente preistoria piuttosto che d'una storia; quella passiva preistoria cioè natura, solo una coscienza letteraria potrebbe mutarla in storia.  Ciò non è accaduto né per le varietà  retoromanze né per il sardo, che pure fu la prima lingua amministrativa regolarmente costituita in una regione d'Italia, fin dal mille; né per il friulano, che pure sembrò averne larghe possibilità attorno alla curia trecentesca di Cividale.  E la coscienza letteraria, va aggiunto, è qualcosa di molto più profondo dei divertimenti,  anche acuti e federati, dei letterati,  se il provenzale moderno non è sboccato in nulla più che un aneddoto marginale del francese, curioso, e ciò vuol già dire moderatamente vitale. Resta che una varietà fortemente differenziata, come nel caso di Pasolini  friulano ( che ha addirittura un altro modo di formare il plurale, con s ), può momentaneamente diventare <<quasi una lingua>>: la sua natura passa all'atto. Non ci si usi il torto di attribuirci una qualunque fede nelle qualità <<naturali>> d'una lingua. È anzi storia che il milanese di un Porta o il romanesco di un Belli, per citare autori di grandezza non dubbia sul più alto piano nazionale, non nascono senza qualche relazione di polemica o comunque di continuità con la lingua letteraria; non sono espressioni di temperamenti dall'inizio esplicitamente lirici. È  storia l'improbabilità culturale dell'uso autonomo d'un dialetto viciniore, della sua applicazione a necessità liriche immediate. L'esperienza di Pasolini si svolge invece sopra un tendenzialmente pari livello linguistico. E gli facciamo il massimo degli onori in nostro potere se non gli attribuiamo la lettura ( ideale , s'intende ), non diciamo dello Zorutti, ma neppure del Colloredo, meno ameno di quel che si creda ( per quanto pretesto al D'Annunzio d'un elogio della <<sua parlatura nativa, concisa e aguzza, acerba e venusta>> ), e nemmeno delle villotte ( della villotta, celebra sempre il D'annunzio, in tono per hai-kai, << breve come il dardo e come il fiore, breve come il bacio e come il morso, come il singhiozzo e come il sorriso >> ), non insomma dei testi di fiancheggiamento linguistico , anche se eventualmente popolare; bensì delle ( troppo esigue ) tracce del trovadorismo cividalese, dove quei bravi anonimi intendono porsi all'altezza dei giullari di Provenza, dei notai meridionali, del Minnesang austrobavarese. Parità, giovi ripetere, di condizioni: volgare illustre.
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Questa descrizione ideale dell'operazione di Pasolini non ci vieta affatto di riconoscere, quando torniamo a scrutare la carne di Poesie a Casarsa, la presenza, anche qui, di elementi linguistici descrittivi e cromatici; se egli stesso, congedandosi dal volume, attira l'attenzione su vocaboli che in senso larghissimo diremmo onomatopeici - una sorta di nomenclatura dell'azione o del modo di essere, quali sono i conclamati tesori di ogni dialetto: Pasolini insiste sull'intraducibilità, tipico carattere dialettale,  mentre non s'è fatto che sottolineare l'interna traducibilità della lingua.  Altro che sfumature sottratte alla parlata corrente!  Pasolini è in quella sua lingua conclusa , sistematica,  quasi marmorea, che s'affranca senza lotta dai ritmi canonici delle abitudini paesane; e gli consente un descrittivismo semmai di linea e non di colore ( Il nìni muàrt , L'ingannata ) fino al pregevole quasi-parnassianismo di Per il "David" di Manzù. È la vera nobiltà di una lingua minore, come il rumeno o il catalano, nella chiarezza di contorno ( forse eccessiva per una grande lingua ) e nella sua stessa apparenza fonica, senza compromessi e sbavature grammaticali, di questa strofetta: << Tu sôs, David, còme il tòru in di d'Avrîl, - che ta lis mans d'un fi c'al rît,  - al va dóls a la muàrt >>. Questo è l'incanto minimo di Pasolini,  e non vuol dire che noi intendiamo seguirlo fino all'estremo opposto,  fino agli sforzi simbolici del poemetto La domenica uliva e alla violenza fatta al mondo dei morti per strapparne figure sensibili. Pioggia, una <<voce>> pascoliana ( ma che è,  conforme al narcissismo descritto,  del figlio, non della madre! ); e alla fine la <<ciâr, - ciâr di frutìn>> del figlio; tutto riconduce al mondo tracciato più  su, e precisamente a quel centro di ascesi dell'uomo sul proprio corpo che fa l'equilibrio del libretto.

  ARCHIWEB
Non solo, dunque, << il timp  di mè  donzèl >> ( Altàir ), ma il corpo,  anzi, perché importa veramente la lettera, il  <<cuàrp>>, questa tenebrosa cosa portata sotto la chiara, evidenziante luce d'una lingua nuova.  Nelle Litanis dal bièl fi ( bièl fi, cioè un'altra accezione del solito sé oggetto d'amore; e qui è il peccatore infantile che ritorna,  innanzi non per nulla a uno specchio ): << 'I ciàli  il me cuàrp - di quànt ch'ieri frut >>, a contatto delle crepuscolari domeniche trascorse. Infatti, come a una rima a distanza a quel frut del tempo perduto, nella poesia a Dilio: << Tu jódis,  nìni,  tai nùstris cuàrps - la frès-cie rosàde - dal timp pierdût >>. E si aggiunga la << ciâr <<lutáde>> del David,  e il <<fantasùt>> di Pioggia sui confini, sul cui volto si mutano le stagioni: << tal tò  vis di róse e mêl - dut verdút 'a nàs il mèis >>, << tal tò  vis di sanc e fièl - dut sblanciàt 'a mûr il mèis >>.
Quanto a una traduzione qualunque di queste citazioni , ci rifiutiamo di fornirla: essa non è riuscita neppure all'autore; e poi rischieremmo di farle intendere come documenti psicologici,  mentre quello stesso che è in loro di sentimento dominante funziona rigorosamente entro l'equivalenza linguistica. D'altra parte si conceda una certa durata di digestione a questo friulano, che non è cibo di tutti i giorni; lasciate qualche margine allo stupore che uno <<stato d'animo>> à la page si sia rifugiato tra quegli s finali, quelle palatali,  quei dittonghi.

Gianfranco Contini




La fonte di tutto il materiale:  ARCHIWEB





Curatore, Bruno Esposito

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Carlo Picca
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