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mercoledì 22 aprile 2020

Sentenza di assoluzione di Ragazzi di vita di Pasolini - Archivio di Stato di Milano

"ERETICO e CORSARO"



L’assoluzione di Ragazzi di vita di Pasolini 
Archivio di Stato di Milano 
Tribunale Civile e Penale di Milano, Penale, Sentenze, sentenza n. 1808/1956 



È il 21 aprile del 1955 quando la casa editrice Garzanti pubblica il romanzo «Ragazzi di vita» di Pier Paolo Pasolini (1922–1975). 

Esattamente tre mesi dopo, il Servizio spettacolo, informazione e proprietà intellettuale istituito presso la Presidenza del Consiglio – primo governo di Antonio Segni, DC – segnala l’opera alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, poiché in essa si riscontra «contenuto pornografico e osceno». 

L’editore Aldo Garzanti e l’autore Pasolini sono convocati a una prima udienza nel gennaio 1956, ma il processo viene rinviato per consentire al Collegio di leggere l’opera. 

La seconda udienza, in data 18 aprile, vede i due imputati nuovamente contumaci e viene sospesa per impedimento del Prof. Avv. Giacomo Delitala, difensore. 

La terza udienza si tiene il 4 maggio: in questa sede il Delitala legge una nota di Livio Garzanti, figlio di Aldo e suo collaboratore, che causa l’estensione dell’imputazione al figlio: «Sono io che mi occupo di tutto nella mia qualità di direttore generale...; nella specie, ad esempio, sono stato io e soltanto io che ho stipulato il contratto con Pasolini e ne ho curata l’edizione. L’imputazione, pertanto, se provata, dovrebbe far capo a me e non a mio padre...». 

Interrogati gli imputati, sentiti i pareri di testi del calibro di Carlo Bo, accolta la dichiarazione scritta da Giuseppe Ungaretti e raccolte le recensioni e i giudizi criticoletterari sull’opera, il 4 luglio 1956, in contumacia di Aldo Garzanti e presenza di Livio e di Pasolini, il Tribunale Civile e Penale di Milano pronuncia l’assoluzione degli imputati con formula piena, perché «il fatto non costituisce reato».


Sentenza N. 1808 
1956
Addì 4 Mese di Luglio


REPUBBLICA ITALIANA 
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Civile e Penale di Milano 
Sezione 4° penale 

Sedente i Dottori



MARAMOTTI Floriano               Presidente
TRAPANI Pino                            Giudice
LABRUNA Francesco



ha pronunciato la seguente


SENTENZA 
nella causa penale contro 


I° – GARZANTI Aldo fu Livio e fu Fussi Maria, nato a Forlì il 4/6/1883 e res. Milano via Spiga n. 30 Libero – Contumace 

2° – PASOLINI Pier Paolo di Carlo Alberto e Colussi Susanna, nato a Bologna il 5/3/1922, res. a Roma via Fonteiana 86 Libero – Presente

3° – GARZANTI Livio di Aldo e Rovati Rita, nato a Milano l’1/7/1921, ivi res. via Spiga n. 1 Libero – Presente 


IMPUTATI 

del reato p. e p. degli artt. 110/528 C.P. per avere il primo ed il terzo quali editori ed il secondo quale autore, in concorso tra loro, stampato e messo in commercio il romanzo intitolato «RAGAZZI di VITA» di contenuto osceno, segnatamente alle pagg. 47/48/101/130/174/227-231/252. A Milano dal 21 aprile 1955 in poi.


IN FATTO E IN DIRITTO 

I° – Il servizio spettacolo, informazioni e proprietà intellettuale, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, con sua lettera del 21/7/1955, segnalava, alla Procura della Repubblica presso questo Tribunale, per gli eventuali provvedimenti di competenza, il romanzo «Ragazzi di Vita», di Pier Paolo Pasolini, stampato presso l’editore Garzanti, assumendo che nella pubblicazione riscontravasi contenuto pornografico.

2° – Tratti a giudizio, per rispondere dell’imputazione in epigrafe trascritta, Aldo Garzanti ed il Pasolini si mantenevano contumaci, ed il Tribunale, con ordinanza emessa all’udienza del 18/1/1956, rinviava il processo a nuovo ruolo, allo scopo di consentire ai componenti del Collegio la previa lettura dell’opera incriminata.

3° – Sempre in contumacia dei due imputati, la causa veniva richiamata all’udienza del 18/4/1956, ed il dibattimento veniva sospeso per impedimento del prof. Delitala, difensore degli stessi. All’udienza del 4/5/1956, il Delitala esibiva al Tribunale una lettera, pervenutagli da parte del sig. Livio Garzanti, figlio di Aldo, che affermava tra l’altro: «Sono io che mi occupo di tutto nella mia qualità di direttore generale, con ampi poteri di gestione e di rappresentanza; nella specie, ad esempio, sono stato io e soltanto io che ho stipulato il contratto con Pasolini e ne ho curata l’edizione. L’imputazione, pertanto, se provata, dovrebbe far capo a me e non a mio padre, che nulla sapeva di questa pubblicazione».

4° – Il P.M., fondandosi sul tenore della missiva prodotta, chiedeva la rimessione degli atti al proprio ufficio, al fine di estendere l’imputazione al dr. Livio Garzanti, e il Tribunale in conformità decideva.

5° – All’udienza odierna, si è preceduto in contumacia di Aldo Garzanti, ed in presenza del Pasolini e del Dr. Livio Garzanti, al quale il P.M. aveva esteso l’imputazione di concorso nel reato di cui all’art. 528 C.P.

Interrogati gli imputati, sentiti i testi Bianchi e Bo, acquisite agli atti copie fotografiche di recensioni intervenute sul romanzo in oggetto, raccolte le conclusioni del P.M. e della difesa, i quali hanno concordemente chiesto l’assoluzione del Garzanti e del Pasolini «perché il fatto non costituisce reato», il Tribunale, ritiratosi in Camera di Consiglio, e sostanzialmente aderendo alle istanze formulategli, ha emesso le decisioni che si leggono nel dispositivo più oltre riportato.

A sostegno delle quali, si deducono i seguenti 


MOTIVI 

I° – Il dibattimento si è svolto in un clima di serena elevatezza, sia per la natura delle questioni sottoposte al vaglio del Collegio, sia per la nobiltà degli interventi del P.M. e della difesa, sia, infine, per l’impegno dello stesso imputato Pasolini di giustificare la sua opera sul piano morale, di porne in luce il significato artistico, letterario, di palesarne, per così dire, la chiave ed il motivo conduttore. 

a) – L’opera è intitolata «Ragazzi di Vita» (e si intendeva dire, ha chiarito il Pasolini, «Ragazzi di mala vita») ed è definita «Romanzo».

Forse del romanzo non ha l’ampiezza delle proporzioni, o quanto meno, l’unitarietà della trama e l’incentramento dell’interesse dei lettori attorno ad uno o pochi personaggi. Forse del romanzo non ha le ambizioni, la struttura, il respiro. È tipico fenomeno, anzi, della letteratura «romanzata» del dopoguerra (e si vuol dire di quella più nobile ed autentica, e non dell’altra, contrabbandata per buona, ma priva, in realtà, di temi, di ispirazione, di contenuto valido, promanante dai così detti «produttori in serie»), il prescindere, a volte, da una trama, o, comunque, da una sequenza di nessi e di aspetti che, sia pure quale pretesto, valgano a dare uno sfondo ai personaggi che lo animano, e servano di ausilio al lettore nel seguirne e comprenderne le ascese, le perversioni, le sublimazioni, il decadimento, o anche solo le peripezie; altro fenomeno è quello di presentare, talvolta, i soli personaggi, pressoché esclusi e tagliati fuori, non solo dal contatto di altri uomini, appartenenti a cerchie o categorie diverse, ma anche dal contatto fra loro medesimi, dalla comunione con la natura delle cose, dalla possibilità stessa di redimersi e perfino di irrevocabilmente perdersi. E allora, è fatale, tutti, ad egual diritto, possono dirsi protagonisti del libro; non si distingue più il personaggio di secondo piano da quello di contorno, ma tutti rimangono, d’altro canto, ignoti a se stessi, ignoti agli altri, inconoscibili, impenetrabili.

La prateria, la via del tabacco, il ponte, la palude, il villaggio, la piccola città, o anche solo il sobborgo valgono, sì, a localizzare i loro impulsi, la loro ferocia, le loro inibizioni, e a volte anche la loro problematica, la loro generosità e le loro meditazioni, ma costituiscono anche il confine simbolicamente invalicabile, il muro al di là del quale non v’è tregua da sperare, o pace, o isola di sogni, ma solo ignoto, smarrimento e tenebra.

Questi personaggi, che vivono costretti in unioni necessarie, alle quali non sanno ribellarsi, in abitudini annose, dalle quali non sanno scuotersi, in collusioni assurde ed umilianti, che hanno rinunziato allo loro dignità di uomini, o, forse, mai ebbero a conoscerla, che sanno, di rado, patire, ma mai appresero cos’è l’angoscia e il dolore, immoti, incerti, discontinui, vacillanti di sé diffidenti e degli altri, occupano gran parte della letteratura moderna, conquistano sempre più il favore degli scrittori più reputati, godono, quasi sempre, gli elogi della critica ed il plauso, se non la simpatia e l’entusiasmo, del medio lettore.

b) – Orbene, sia romanzo il libro di Pasolini, sia racconto, od anche solo romanzatura, i «ragazzi» sono contraddistinti, di massima, da quella stessa apatia morale, immobilità, indifferenza, incapacità di perdersi coscientemente ed di coscientemente risorgere, di sublimarsi, di anelare, che li accomuna a tutti gli altri, ragazzi, o no, che fittamente popolano le manifestazioni artistico-letterarie dei nostri tempi.

Questo si dica, senza peraltro disconoscerne i valori stilistici, la caratteristicità del gergo posto sulla bocca dei giovani protagonisti, la persistenza di esso nelle parti descrittive e non dialogate (quasi a voler significare un’ideale continuazione del colloquio, od a rappresentare, quanto più fedelmente possibile, una meditazione od un monologo) e non senza dire che il Pasolini ha saputo dettare pagine di autentico lirismo, nelle quali si concludono, o dalle quali traggono occasione, alcuni episodi del romanzo (p. 26/27; 63/64; 119/120). (Una stonatura, forse, la citazione erudita di due versi a pag. 85, come, sott’altro profilo, meramente grafico, un errore apostrofare la «c» davanti alla «a» – per es., pag. 39, linea 11: «senza che loro c’avessero» –, nonostante che la «c» perde il suono duro).


c) – Se tale, dunque, è il clima del romanzo, al quale non sono mancati riconoscimenti, plausi, recensioni favorevoli, o, addirittura, lusinghiere, è in rapporto a codesto clima, al motivo che inspirò l’autore, alla natura e ai limiti dei personaggi, che va esaminato e vagliato il capo d’imputazione.


aa) – La pubblica accusa ravvisa il contenuto osceno un po’ dovunque nel libro, e, segnatamente, alle pagine citate in rubrica. Ma che la pubblicazione possa definirsi oscena, deve essere recisamente escluso dal Collegio.

bb) – E ciò sia perché le parole volgari, triviali, da suburra, continuamente pronunciate, si giustificano in relazione alla psicologia dei giovani personaggi, agli istinti che li spingono, ai desideri che li muovono (e linguaggio volgare, d’altro canto, non significa sempre osceno linguaggio), sia perché nelle pagine particolarmente segnalate, anche se contengono esclamazioni poco ornate, e locuzioni dure e scabrose, l’autore non s’indugia con malizia, od anche solo con compiacimento, a descrivere situazioni obiettivamente oscene, non adopera frasi o circonlocuzioni titillanti e pruriginose, non sollecita i bassi istinti, non pretende, né specificamente richiama, l’attenzione del medio lettore su eventi, figure, accadimenti che rivelano la depravazione morale (o l’indifferenza morale) dei suoi ragazzi. Addita, sì, codesti avvenimenti, accenna, sì, codeste figure, tratteggia codeste situazioni, al fine di aggiungere un ulteriore elemento che consenta al lettore di apprezzare più compiutamente l’episodio rappresentatogli, e di meglio, conseguentemente, valutarlo, soprattutto come indice del significato e dell’importanza di questo o di quel personaggio, ma non si vale mai, d’altro canto, di un aspetto riprovevole, di una circostanza ambigua, di un ambientazione equivoca, per indugiare, o solo sostare, sopra narrazioni od episodi atti ad offendere il sentimento medio del pudore.

cc) – Il Pasolini va, quindi, assolto (e con lui il dott. Garzanti) perché il fatto non costituisce reato. Il sig. Aldo Garzanti, che è provato essere rimasto del tutto estraneo alla pubblicazione dell’opera, va assolto per non aver commesso il fatto.

Delle copie del romanzo va disposto il dissequestro. 


P.Q.M. 
IL TRIBUNALE DI MILANO 


Letto l’art. 479 C.P.P.

ASSOLVE 

Pier Paolo PASOLINI e Livio GARZANTI dall’imputazione ascritta loro, perché non imputabili, in quanto il fatto non costituisce reato; assolve Aldo GARZANTI dall’imputazione contestatagli per non aver commesso il fatto;


ORDINA 

il dissequestro delle pubblicazioni.



Milano, 4 luglio 1956.

L’assoluzione di Ragazzi di vita di Pasolini 
©Archivio di Stato di Milano 2017


Qui il processo a Ragazzi di vita




Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice

Simona Zecchi

Pier Paolo Pasolini, progetto per un film su San Paolo

"ERETICO e CORSARO"



Progetto per un film su San Paolo
P. P. PASOLINI, San Paolo, Torino, Einaudi, 1977.


L ’idea poetica - che dovrebbe diventare insieme il filo conduttore del film - e anche la sua novità — consiste nel trasporre l’intera vicenda di San Paolo ai nostri giorni. Questo non significa che io voglia in qualche modo manomettere o alterare la lettera stessa della sua predicazione: anzi, come ho già fatto per il Vangelo, nessuna delle parole pronunciate da Paolo nel dialogo del film sarà inventata o ricostruita per analogia. E poiché sarà naturalmente necessario fare una scelta dei discorsi apostolici del santo, farò tale scelta in modo da riassumere l’intero arco dell’apostolato (sarò aiutato in questo da specialisti, che garantiscono l’assoluta fedeltà all’insieme del pensiero di Paolo). Qual’è la ragione per cui vorrei trasporre la sua vicenda terrena ai nostri giorni? È molto semplice: per dare cinematograficamente nel modo più diretto e violento l’impressione e la convinzione della sua attualità. Per dire insomma esplicitamente, e senza neanche costringerlo a pensare, allo spettatore, che «San Paolo è qui, oggi, tra noi» e che lo è quasi fisicamente e materialmente. Che è alla nostra società che egli si rivolge; è la nostra società che egli piange e ama, minaccia e perdona, aggredisce e teneramente abbraccia. Tale violenza temporale usata alla vita di San Paolo, cosi fatta riaccadere nel cuore degli Anni Sessanta, richiede naturalmente tutta una lunga serie di trasposizioni. La prima, e capitale, di queste trasposizioni, consiste nel sostituire il conformismo dei tempi di Paolo (o meglio i due conformismi: quello dei Giudei e quello dei Gentili), con un conformismo contemporaneo: che sarà dunque quello tipico dell’attuale civiltà borghese, sia nel suo aspetto ipocritamente e convenzionalmente religioso (analogo a quello dei Giudei), sia nel suo aspetto laico, liberale e materialista (analogo a quello dei Gentili). Tale grossa trasposizione, fondata sull’analogia, ne implica fatalmente molte altre. In questo gioco di trasposizioni che si implicano vicendevolmente e richiedono quindi una certa coerenza, io vorrei però mantenermi libero. Dato cioè che il mio primo obiettivo è quello di rappresentare fedelmente l’apostolato ecumenico di San Paolo, vorrei potermi disobbligare anche da una certa coerenza esteriore e letterale. Mi spiego. Il mondo in cui — nel nostro film - vive e opera San Paolo è dunque il mondo del 1966 o ’67: di conseguenza, è chiaro che tutta la toponomastica deve essere spostata. Il centro del mondo moderno — la capitale del colonialismo e dell’imperialismo moderno — la sede del potere moderno sul resto della terra - non è più, oggi, Roma. E se non è Roma, qual’è? Mi sembra chiaro: New York, con Washington. In secondo luogo: il centro culturale, ideologico, civile, a suo modo religioso - il sacrario cioè del conformismo illuminato e intelligente - non è più Gerusalemme, ma Parigi. La città equivalente all’Atene di allora, poi, è grosso modo la Roma di oggi (vista naturalmente come una città dalla grande tradizione storica, ma non religiosa). E Antiochia potrebbe essere probabilmente sostituita, per analogia, da Londra (in quanto capitale di un impero antecedente alla supremazia americana, come l’impero macedone-alessandrino aveva preceduto quello romano). Il teatro dei viaggi di San Paolo non è più, dunque, il bacino del Mediterraneo, ma l’Atlantico. Passando dalla geografia alla realtà storico-sociale: è chiaro che San Paolo ha demolito rivoluzionariamente con la semplìce forza del suo messaggio religioso, un tipo di società fondata sulla violenza di classe, l’imperialismo e lo schiavismo; ed è dunque di conseguenza chiaro che alla aristocrazia romana e alle varie classi dirigenti collaborazioniste va sostituita per analogia l’odierna classe borghese che ha in mano il capitale, mentre agli umili e ai sottomessi vanno sostituiti, per analogia, i borghesi avanzati, gli operai, i sottoproletari del giorno d’oggi. Naturalmente, tutto questo non sarà esposto cosi esplicitamente e didascalicamente, nel film! Le cose, i personaggi, gli ambienti parleranno da sé. E da qui nascerà il fatto più nuovo e forse poetico del film: le «domande» che gli evangelizzati porranno a San Paolo saranno domande di uomini moderni, specifiche, circostanziate, problematiche, politiche, formulate con un linguaggio tipico dei nostri giorni; le «risposte» di San Paolo, invece, saranno quelle che sono: cioè esclusivamente religiose, e per di più formulate col linguaggio tipico di San Paolo, universale ed eterno, ma inattuale (in senso stretto). Cosi il film rivelerà attraverso questo processo la sua profonda tematica: che è contrapposizione di «attualità» e «santità» - il mondo della storia, che tende, nel suo eccesso di presenza e di urgenza, a sfuggire nel mistero, nell’astrattezza, nel puro interrogativo — e il mondo del divino, che, nella sua religiosa astrattezza, al contrario, discende tra gli uomini, si fa concreto e operante.
Quanto alla composizione del film, io penserei di farne una «tragedia episodica» (secondo la vecchia definizione di Aristotele): poiché appare evidentemente assurdo raccontare la vita di San Paolo per intero. Si tratterà di un insieme di episodi significativi e determinanti, raccontati in modo da includere il più possibile anche gli altri. In testa a ognuno di questi episodi, che si svolgono ai nostri giorni, sarà scritta la data reale (63 o 64 dopo Cristo, ecc. ecc.); come del resto prima dei titoli di testa del film, per chiarezza, verrà sostituita la cartina con gli itinerari veri di San Paolo, a quella con gli itinerari «trasposti».
Elenco schematicamente e irregolarmente alcuni degli episodi che costituiranno con tutta probabilità l’ossatura del film.

1 ) Il martirio di Santo Stefano.

Siamo a Parigi, durante l’occupazione nazista. Tra i francesi, alcuni sono collaborazionisti, altri protestano passivamente, altri ancora che resistono con le armi (gli Zeloti). San Paolo, fariseo, è un borghese profondamente inserito nella sua società, per lunga tradizione familiare: egli si oppone al dominio straniero unicamente in nome di una religione dogmatica e fanatica. Egli vive in uno stato di inconsapevole insincerità, che, nella sua anima fatta per essere sincera fino allo spasimo, si fa tensione quasi folle. I fatti del processo e della morte di Stefano si svolgono esattamente come sono narrati negli Atti degli Apostoli - con l’integrazione delle altre testimonianze storiche. Nessun fatto, nessuna parola sarà inventata o aggiunta. Solo che, naturalmente, si tratterà invece che di una lapidazione antica, di un atroce linciaggio moderno. Ma Stefano morente pronuncerà le stesse parole di perdono. E Paolo le ascolterà - presente all’esecuzione, a rappresentare l’ufficialità, che crede, in tal modo, di liberarsi della verità che viene a distruggerla.

2 ) La folgorazione.

Come negli Atti degli Apostoli, Paolo chiede di andare a continuare la persecuzione cristiana a Damasco. Questa è una città fuori dal dominio nazista - potrebbe essere in Spagna: per esempio Barcellona — dove si sono rifugiati Pietro e gli altri fedeli di Cristo. La traversata del deserto è cosi la traversata di un deserto simbolico: siamo per le strade di una grande nazione europea, le campagne del Sud della Francia, e poi i Pirenei, e poi la Catalogna, perdute nel fondo senza speranza della guerra — in un silenzio, che può essere reso reale e tangibile rendendo completamente muta la colonna sonora del film: cosi da dare fantasticamente, e in modo ancora più angoscioso della realtà, l’idea del deserto. In una qualsiasi di queste grandi strade piene di traffico e dei soliti atti della vita quotidiana, ma perdute nel più totale silenzio - Paolo è colto dalla luce. Cade, e sente la voce della vocazione. Giunge cieco a Barcellona; vi incontra Anania e gli altri rifugiati cristiani; si unisce a loro, convertito; decide di ritirarsi a meditare nel deserto.

3 ) Idea di predicare ai Gentili.

È quello che nelle «sceneggiature» si chiama «risvolto». Paolo torna verso i suoi nuovi amici, già santo, trascinato da un impeto di amore e di ispirata volontà, quando una sua stessa idea rovescia la situazione e crea nuove terribili difficoltà e prospettive del tutto nuove: è una vera rivoluzione nella rivoluzione. Vorrei ricostruire il momento concreto (magari inventandolo, se non esiste una testimonianza diretta) in cui è scesa in San Paolo la nuova luce ispiratrice. Comincia cosi - e ne vediamo i primi atti - quell’apostolato che è «scandalo per i Giudei, stoltezza per i Gentili».

4-5-6) Avventure della predicazione.

Una serie di tre o quattro episodi «tipici» della prima parte della predicazione: «tipici» e quindi rappresentativi anche di intere serie di altri episodi che non possono essere narrati. Per la serie degli episodi dell’evangelizzazione delle persone appartenenti alle classi agiate e colte, si potrebbe trascegliere la predicazione ad Atene (che abbiamo detto di sostituire, per analogia, con la moderna Roma, scettica, ironica, liberale); mentre per la serie degli episodi dell’evangelizzazione della gente semplice, si potrebbero trascegliere due storie, una che riguarda gli operai o artigiani, l’altra il sottoproletariato più sordido e abbandonato: ossia la storia dei fabbricanti di «souvenirs» d’argento del tempio (credo) di Venere, che vedono diminuire i loro guadagni in seguito al discredito di quel tempio meta di pellegrinaggi; e la storia di quel gruppo di poveri diavoli che, per sbarcare il lunario, fingono di saper scacciare il demonio dagli indemoniati, come Paolo e in nome di Paolo, mentre non ci riescono, e finiscono male ecc. ecc.

7) Il sogno del Macedone.

Gli episodi che ho descritto nel paragrafo precedente potrebbero tutti accadere in Italia: ora Paolo prosegue verso il Nord. Il sogno del Macedone può essere quindi sostituito per analogia da un « sogno del Tedesco». Paolo dorme uno di quei suoi dolorosi sonni di malato, che lo riducono a lamentarsi come in un delirio. Ed ecco che, nella pace profonda del sogno, gli appare una figura bellissima: è un giovane tedesco biondo, forte, giovane. Egli parla a Paolo, lo invoca a venire in Germania: il suo appello, che elenca i reali problemi della Germania, e per cui la Germania ha bisogno di aiuto, suona irreale «dentro» quel sogno sacro. Egli parla del neocapitalismo che soddisfa il puro benessere materiale, che inaridisce, del revival nazista, della sostituzione degli interessi ciecamente tecnici agli interessi ideali della Germania classica ecc. ecc. Ma, mentre parla cosi, quel giovane biondo e forte, mano mano — quasicché qualcosa di esterno a lui ne rappresentasse fisicamente l’interiorità e la verità — diventa sempre più pallido, divorato da un misterioso male: piano piano rimane mezzo nudo, orribilmente magro, cade a terra, si raggomitola: è diventato una delle atroci carogne viventi dei lager... Quasi che continuasse questo sogno, vediamo San Paolo che, obbedendo a quell’appello disperato, è in Germania: cammina col passo veloce e sicuro del Santo, lungo una immensa autostrada che porta verso il cuore della Germania... (Mi sono dilungato su questo punto, perché è qui che si fonda, in modo visivo fantastico, il tema del film — che verrà soprattutto sviluppato nella parte finale del martirio nella Roma - New York: ossia il contrasto tra la domanda «attuale» rivolta a Paolo e la sua «risposta» santa).

8 ) La passione religiosa e politica da Gerusalemme a Cesarea.

Paolo è di nuovo a Gerusalemme (Parigi). Comincia qui quella concatenazione di episodi violenti e drammatici, che sono troppo noti perché debba anche sommariamente riassumerli: si tratta della serie di sequenze più drammatiche del film — che si concludono a Cesarea ( Vichy) con la richiesta di Paolo di essere giudicato a Roma.

9 ) San Paolo a Roma.

È questo l’episodio più lungo e ricco del film. A New York siamo nell’ombelico del mondo moderno: K l’«attualità» dei problemi è di una violenza e di una evidenza assolute. La corruzione dell’antico mondo pagano, mista all’inquietudine dovuta al confuso sentimento della fine di tale mondo — è sostituita da una nuova disperata corruzione, per cosi dire la disperazione atomica (la nevrosi, la droga, la contestazione radicale alla società). Lo stato d’ingiustizia dominante in una società schiavista come quella della Roma imperiale può essere qui adombrato dal razzismo e dalla condizione dei negri. È il mondo della potenza, della ricchezza immensa dei monopoli, da una parte, e dall’altra dell’angoscia, della volontà di morire, della lotta disperata dei negri, che San Paolo si trova a evangelizzare. E quanto più «santa» è la sua risposta, tanto più essa sconvolge, contraddice e modifica la realtà attuale. San Paolo finisce cosi in un carcere americano, e viene condannato a morte. La sua esecuzione non sarà descritta naturalisticamente (sostituendo, come al solito, per analogia, la decapitazione con la sedia elettrica): ma avrà i caratteri mitici e simbolici di una rievocazione, come già la caduta nel deserto. San Paolo subirà il martirio in mezzo al traffico della periferia di una grande città, moderna fino allo spasimo, coi suoi ponti sospesi, i suoi grattacieli, la folla immensa e schiacciante, che passa senza fermarsi davanti allo spettacolo della morte, e continua a vorticare intorno, per le sue enormi strade, indifferente, nemica, senza senso. Ma in quel mondo di acciaio e di cemento è risuonata (o è tornata a risuonare) la parola «Dio».




Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice


Simona Zecchi