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sabato 27 giugno 2020

Pasolini, lettera in versi a Nenni - Versi pubblicati il 31 dicembre 1961, su "L'Avanti".

"ERETICO e CORSARO"

"L'Avanti" domenica 31 dicembre 1961


Pasolini, lettera in versi a Nenni

Versi pubblicati su "L'Avanti"
domenica 31 dicembre 1961, pag. 8

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)

Lettera 1961

Cari amici dell'<<Avanti>>, ho scritto questi versi proprio un anno fa in questi giorni. Li ho tenuti, come si dice, nel cassetto, perchè me ne vergognavo: sono stati buttati giù cosi, in una mattina, appunto. Come tanti altri che poi non pubblico. Ma la vergogna non era solo estetica, era anche morale. 
Avevo paura che questa <<lettera a Nenni>>  suonasse come una rinuncia a certe mie posizioni estreme, le uniche in cui posso vivere. 
E infatti, alla base dell'ispirazione di questi versi, c'era un profondo scoraggiamento, non lo nego. 
Ma adesso penso che in fondo ho il diritto, di scoraggiarmi, dopotutto: ci saranno anche delle ragioni obiettive - oltre che personali - in uno scoraggiamento politico. 
L'importante è che lo scoraggiamento duri lo spazio di una poesia... 
E, inoltre, il <<problema>> di cui si parla in questi versi è tornato di estrema attualità, è il problema essenziale della nostra nuova stagione storica: e - questo è ciò che mi importa annotare - _ la sua soluzione (il centro-sinistra) che un anno fa mi pareva dettata - in me, per mie ragioni personali - dallo scoraggiamento, mi pare invece ora difendibile sul piano razionale e politico. 
E' passato solo un anno e questa <<lettera senza scopo>>, ha trovato il suo scopo. 
(Quanto poi alla <<vergogna estetica>> ho provveduto, in sia pur minima parte, con un po di lima. Naturalmente - è inutile che lo dica - è chiaro che questi versi vogliono essere di auguri a voi, amici del PSI, per il nuovo anno).

Pier Paolo Pasolini 



NENNI
(1960)

Era il pieno dell'estate, quell'estate
dell'anno bisestile, così triste
per la nazione in cui sopravviviamo.
Un governo fascista era caduto, e dappertutto
c'era, se non quell'aria nuova, quella nuova
luce che colorò genti, città, campagne,
il venticinque Luglio - una sia pur incerta
luce, che dava al cuore un'allegrezza
eccezionale, il senso di una festa.
E io come il "naufrago che guata" (scrivo
a un uomo che certo mi concede il cedere
a delle citazioni dannunziane…)
felice d'aver salvato la pelle - bisestile
doppiamente per me, è stato l'anno -
ho avuto, per un attimo, dentro, il senso
d'un "poema a Fanfani": e non soltanto
per solidale antifascismo e gratitudine,
ma per un contributo, anche se ideale,
di letterato: un "appoggio morale", com'è
uso dire. Fu l'idea di un mattino
bruciato dal sole di quell'estate
che qualcuno aveva maledetto, e il cui biancore
faceva dell'Italia ricca - che ronzava
in lidi popolari e in grandi alberghi,
nelle strade delle Olimpiadi incombenti -
l'imitazione d'una civiltà sepolta.

E poi, ero ridotto a una sola ferita:
se ancora ero in grado di resistere,
lo dovevo a una forza prenatale, ai nonni
o paterni o materni, non so, a una natura
radicata ormai in un'altra società.
Eppure, in quel mio slancio, mezzo
pazzo e mezzo troppo razionale,
c'era una necessità reale: lo vedo
meglio ora, che la collaborazione
è un problema politico: e Lei lo pone.
Dal quarantotto siamo all'opposizione:
dodici anni di una vita: da Lei
tutta dedicata a questa lotta - da me,
in gran parte, seppure in privato
(quanti interni terrori, quante furie).
Con che amore io vedo Lei, acerbo,
gli occhiali e il basco d'intellettuale,
e quella faccia casalinga e romagnola,
in fotografie, che, a volerle allineare,
farebbero la più vera storia d'Italia, la sola.
Io ero ancora in fascie, e poi bambino,
e poi adolescente antifascista per estetica
rivolta… Timidamente La seguivo
d'una generazione: e L'ho vista trionfare
con Parri, con Togliatti, nei grandiosi,
dolenti, picareschi giorni del Dopoguerra.
Poi è ricominciata: e questa volta
abbiamo, sia pur lontani, ricominciato insieme.
Dodici anni, è, in fondo, tutta la mia vita.
Io mi chiedo: è possibile passare una vita
sempre a negare, sempre a lottare, sempre
fuori dalla nazione, che vive, intanto,
ed esclude da sé, dalle feste, dalle tregue,
dalle stagioni, chi le si pone contro?
Essere cittadini, ma non cittadini,
essere presenti ma non presenti,
essere furenti in ogni lieta occasione,
essere testimoni solamente del male,
essere nemici dei vicini, essere odiati
d'odio da chi odiamo per amore,
essere in un continuo, ossessionato esilio
pur vivendo in cuore alla nazione?
E poi, se noi non lottiamo per noi,
ma per la vita di milioni di uomini,
possiamo assistere impotenti a una fatale
inattuazione, al dilagare tra loro
della corruzione, dell'omissione, del cinismo?
Per voler veder sparire questo stato
di metastorica ingiustizia, assisteremo
al suo riassestarsi sotto i nostri occhi?
Se non possiamo realizzare tutto, non sarà
giusto accontentarsi a realizzare poco?
La lotta senza vittoria inaridisce.


(Una lettera, di solito, ha uno scopo.
Questa che io Le scrivo non ne ha.
Chiude con tre interrogativi ed una clausola.
Ma se fosse qui confermata la necessità
di qualche ambiguità della Sua lotta,
la sua complicazione ed il suo rischio,
sarei contento di avergliela scritta.
Senza ombre la vittoria non dà luce.

Pier Paolo Pasolini







Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi