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mercoledì 22 luglio 2020

Pasolini, "Dolore e passione nel racconto di una nonna innamorata" - Tempo, 1 luglio 1973, pag, 68

"ERETICO e CORSARO"




Dolore e passione nel racconto di una nonna innamorata

Tempo 1 luglio 1973
pag, 68
Biblioteca Nazionale Roma


Oggi in Descrizioni di descrizioni con il titolo:
Lalla Romano, L’ospite


(Trascrizione curata da Bruno Esposito)


   Una donna anziana è innamorata di un ragazzo molto più giovane di lei, il quale, però, è naturalmente, fatalmente, da sempre, innamorato di un’altra donna, più giovane, e la sua indifferenza è tanto più terribile quanto più egli nutre, per la donna anziana, affetto, condiscendenza, e anche, forse, disposizione all’amore.
   La donna anziana non è presa da questo amore inaspettatamente: la sua riluttanza a una vita in comune con la giovane creatura che l’avrebbe fatta innamorare, era profetica («non fui mai tentata di pensare che occuparmi di Emiliano fosse la vita vera»): e questo perché essa aveva avuto in precedenza una esperienza perfettamente simile che l’aveva lasciata delusa, piena di una amarezza incancellabile, che aveva finito, forse, col diventare l’elemento essenziale e determinante della sua vita (tanto da essere, in fondo, la causa - come un tentativo di replica, o, inconsciamente, di verifica - di questo secondo amore).
   Non si tratta dunque di un tradizionale triangolo borghese d’amore, ma, per cosi dire, di un rettangolo: perché la «quarta persona» è ancora presente, per quanto un po' in ombra (ma questo essere in ombra le dà un doloroso e ambiguo risalto).
   L’amore che ha travolto la donna anziana per il giovane non è un amore platonico: è un amore completo, che comprende, dunque, i sensi e il sesso. E anche se non giunge mai al compimento naturale, alla congiunzione, esso ha però tutti i riconoscibili e incoercibili caratteri della passione.  
Alla fine, Emiliano abbandona, per sempre, la donna anziana, e torna alla sua donna più giovane: ma questo, se è un dolore che determina in certo modo la fine della vita sentimentale della donna anziana, è anche, insieme, un addio del giovane alla sua gioventù, per la quale soltanto la donna anziana l'ha amato. Quella gioventù, su tutto, era il solo valore.
   Questo è il riassunto del romanzo di Lalla Romano, L'ospite. E quanto ho detto, riassumendo, è ciò che conta. Ma vanno tuttavia aggiunti dei dettagli secondari.
   La donna anziana innamorata del giovane è una nonna innamorata del suo nipotino, il quale, a sua volta, naturalmente, è innamorato della madre (senza patologia, con meravigliosa naturalezza); la quarta persona, in ombra -come in certi quadri che la protagonista conosce bene — è il figlio - il padre del bambino - oggetto del precedente amore finito infelicemente.
   Che questi dati anagrafici abbiano una importanza secondaria è dimostrato dal fatto che l'interesse che il lettore ha per il libro, non è tanto per l’amore che lega la donna al giovane (la nonna al nipotino) quanto per gli effetti di questo amore. I quali sono, appunto, gli effetti di una passione, anche erotica.


Il dovere morale di tradire


   L’azione si svolge a Torino, in una famiglia borghese agiata: ma non si tratta di una borghesia tradizionale e anonima, e quindi aggressiva. Si tratta di una
borghesia di élite, differenziata dalla propria cultura. La donna anziana innamorata - la nonna - è una scrittrice, e quindi il suo animo borghese è antiborghese, la sua cultura non solo è raffinata e di qualità superiore, per informazioni e per letture, ma è di natura diversa; essa ha compiuto quel salto di qualità, che dà, insieme, a chi la vive, il dovere morale di tradire la classe borghese in cui è nato, ingaggiando con essa una più o meno violenta lotta di classe, e, contemporaneamente, lo segna dei caratteri aristocratici dell'intelligencija.
   Le citazioni culturali che la nonna fa nel suo delicato racconto della propria passione per il nipote, sono tutte coerenti e leggere, ben assimilate da anni, diventate vita (Pascoli, Gozzano, la pittura del Rinascimento, certa filosofia esoterica). Il suo buongusto è cosi radicato all'esistenza che non può dissociarsene («Di là arrivò una cartolina della consuocera con i saluti, diceva, "di Marlène e baby”. Rimasi stupita e quasi indignata scoprendo che si poteva chiamare cosi il nostro Mantegna»).
   Ora qual è, sempre, il primo effetto della grande passione? E, credo, quello di far degradare socialmente, perché la grande passione, inspiegabilmente, è sempre colpevole: essa causa prima di tutto il desiderio di perdersi, e allenta quindi i legami sociali e i ritegni.

   È proprio quello che succede alla nostra donna anziana innamorata. Essa, pian piano, ineluttabilmente, decade. Se ne rende conto, ma non tenta neanche di lottare. Anzi prova, forse, la voluttà della perdizione: il suo amore è peccaminoso e non ha nessuna possibilità al mondo di essere realmente ricambiato o di avere un qualsiasi sbocco: è destinato, senza pietà e senza comprensione da parte di alcuno al mondo, all’infelicità. Occorre quindi inscenare quella disperazione che richiami su sé in qualche modo, almeno teoricamente, e nella solitudine dell'intimità, una qualche attenzione (quella di cui ha bisogno il suicida); e nel tempo stesso assolva alla necessità - in questo caso inevitabile - dell’auto punizione.
   Cosi la donna anziana, travolta dalla sua passione senza speranza, si declassa. Da borghese aristocratica, piano piano, sia pure con una certa dignità, si lascia divenire una piccola borghese qualunque, sciatta, disperatamente anonima, obbligata allo squallore e alla banalità del mondo della falsa e offensiva democrazia. E, poiché l’esistenza, nell’essere vissuta in concreto, muta la qualità d’una cultura, pur continuando a citare i suoi autori, la colta donna anziana vive ormai, in realtà, la cultura delle altre «signore» piccolo-borghesi che essa disprezza e odia (e continua a disprezzare e a odiare, pur essendo diventata in tutto come loro). Ma la passione è cosi grande  cosi peccaminosa che essa si rassegna al suo declassamento. Accetta di andare per le strade del quartiere (un tempo ignorate) col «passeggino»; accetta di fare lunghe soste in quegli orridi luoghi che sono i giardini pubblici; accetta di entrare nelle pizzicherie e negli altri negozi; accetta di occuparsi dei problemi di casa, proprio come una casalinga, da cui la distinguono solo i rottami di quel privilegio che la passione ha distrutto.

Una lingua pura e selettiva


   La qualità totale della passione, come vero e proprio Eros, è ben chiara nella coscienza della donna innamorata: e, mentre per essa si perde, ne segue con lucidità il processo («Emiliano ed io eravamo dunque la terza coppia: le due età estreme. E pure amorosa»; «Ma io non sapevo sormontare la seccatura. Lo amavo dunque di meno, meno bene, meno generosamente. Come è proprio della passione, appunto»; «Le sue prime scarpette... sono conservate in una teca trasparente... Feticismo? E con questo? L’amore è uno; e non è detto che nelle sue cosiddette distorsioni sia meno vero, meno nobile»; «E se [i suoi genitori] non tornassero? Una punta di tentazione incredibile si infiltra: va detta perché tutto (che è poi sempre un quasi-tutto) va detto. Sarebbe tutto nostro. Il fantasma di una gioia selvaggia ammicca sul bordo della follia»).
   Il libro è scritto in una lingua pura, eletta e selettiva; non c’è mai un errore di gusto o una forma espressionistica: lo spirito, un certo spirito, che presiede alla lingua della poesia, presiede a questo breve romanzo in prosa, fatto come di brevi lasse, leggere e assolute. Se non fosse per questa sostanziale qualità letteraria, che oltre che essere propria della formazione letteraria novecentesca italiana dell'autrice, è in funzione di litote, di difesa del pudore - per una passione vissuta in modo così estremo -si potrebbe dire che questo libro ricorda la terribile viziosità di Tanizaki, la sua lascivia senile, non protetta neanche dall’elezione sociale, perché essa viene vissuta appunto nell’abisso della vita media piccolo-borghese. Infatti, oltre alla perversione di cui essa stessa è cosciente e che confessa, la protagonista è macchiata anche da altre colpe, ch’essa è meno disposta a riconoscere e a nominare. Mi riferisco soprattutto al suo rapporto col figlio, cioè con l'altro uomo, il cui amore è stato il modello primo, archetipo, dell'amore per il nipote. Nel rancore - inespresso, alluso -che essa nutre per Piero - suo figlio e padre di Emiliano - è implicito, prima di tutto un fallimento di tale amore, e, in secondo luogo, la proiezione della colpa della madre amante sul figlio amato. Tale colpa riferita al figlio è probabilmente quella di non aver saputo o voluto ricambiare l’amore. Ma questa è nel tempo stesso la ragione per cui ora la madre, divenuta nonna - ma ugualmente innamorata in modo «estremo» - non pretende più che il suo nuovo amante sappia o voglia ricambiare l'amore.
   Questa rinuncia aprioristica, dovuta all’esperienza precedente, è quella che salva e rende pura la sua passione: senza però mistificarla, mai, in nessun momento, perché essa è colpevole e perversa, e tale deve restare.
   Anche la conclusione è sotto il segno della perversione: Emiliano, al ritorno della sua vera amante (che egli riconosce come tale, la madre) ha «perso la sua estrema gio-ventù», che lo rendeva simile a un Dio; e la sua bellezza, il suo fascino, sono divenuti di questa terra. La sua innamorata reagisce trionfando in silenzio di fronte a questa svalutazione del suo amore precluso: essa ne aveva amato l’assolutezza divina, e ora anche se potesse continuare ad amarlo, non gli potrebbe perdonare di averla perduta. Diabolicamente essa fa, di questo amore finito, una esperienza, e cosi, arricchita e libera, risale la scala sociale da cui era discesa fino alla degradazione.
   Lui avrà la sua vita, con Marlène; ed essa, stavolta (sempre ammaestrata dall’esperienza col figlio) non gli porterà rancore: ma, appunto, il sentirsi libera di lui perché egli ha perso il suo pregio sublime, il suo solo valore, è ancora più colpevole. Ho fatto su questo libro una relazione didascalica e, come dire, direzionale. Ciò che mi importava era prevenire il lettore da una possibile lettura errata (la descrizione, sia pur deliziosa di un bambino, o qualcosa di simile), e indicare la grazia e l'eccezionalità di questo libro in un momento in cui l’opinione pubblica (con la colpevole connivenza di molti miei colleghi critici) è tutta presa dai libri stupidi della stagione letteraria.
   1° luglio 1973





Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi