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lunedì 28 settembre 2020

Pasolini, ai margini di Babilonia - Popolo di Roma, 30 agosto 1951

"ERETICO e CORSARO"


Ai margini di Babilonia

Popolo di Roma,
30 agosto 1951


È molto difficile incontrarsi, nelle letture dialettali in un libro come questo di Franco de Gironcoli (F.d.G.: Elegie in friulano, Edizioni di Treviso, 1951 ). C'è tanta asciuttezza nei suoi ritmi elementari, nelle sue piccole quartine perdute in mezzo alla pagina, nate a stento si direbbe, ma intere, tutte d'un pezzo, che quanto di volgare solitamente in torbida i testi in Volgare - rispetto alla koinè letteraria - pur senza una sua poetica viene tutto depositato nel fondo; ne risulta un libretto onesto e delizioso, impacciato e squisito. Che già il friulano non sia un dialetto dell'italiano, è molto - apparterrebbe per
l'Ascoli al ceppo delle lingue ladine - ma se pure si accreditasse la nuova teoria del Battisti che lo vuole dialetto alpino, ossia veneto in una fase anteriore, la sua arcaicità è tale che praticamente lo differenzia in modo determinante: è molto nel senso che permette un immediato
distacco dai colorismi plebei del vernacolo. Ha già potenziale una sua pronuncia letteraria. Tanto più per il de Gironcoli, che dà alla sua varietà goriziana una patina arcaica, presa dal friulano del Seicento usata dai barocchi dialettali e in specie dal Colloredo. In queste poesie, scritte come casualmente dal '43 al '45 - diciotto in tutto, e molto brevi - il fondo sentimentale è unico, indistinto, si direbbe addirittura informe: da un amaro risentimento per la prosaicità del mondo a una elementare nostalgia per l'infanzia perduta insieme con la particolare Gorizia dell'infanzia. De Gironcoli è forse incapace di darsi altro che le immagini ultime, già fatte di questo a priori sentimentale. Qualcosa che si avvicina a certa stupefacente, insolubile paratassi dei temi dei fanciulli: ma coltivata nel magma non certo tenero di un medico ormai cinquantenne venuto ai
versi senza aloni sentimentali, con lucida ingenuità.
Da Gorizia, scendendo giù con l'Isonzo all'Adriatico, dietro a valli e bonifiche, in vista ideale di Trieste, ma di luce veneziana, si incontra l'isola di Grado. A Trieste un secolo fa si parlava ladino: a Grado, in ritardo nei confronti del grande porto, si parla un dialetto che non è più friulano e non è ancora veneto, un dialetto che avrebbe fatto fremere di entusiasmo linguistico il D'Annunzio della Nave (e, naturalmente, del francese arcaicizzante). E dai «Fiuri de tapo», pubblicati nel '12 alla recente «Ultima refolada», dunque quasi quarant'anni di attenzione poetica, Biagio Marin ha ridato fuori dal tempo la vicenda della sua «isola» «I canti de l'isola» (Del Bianco editore, Udine 1951 ), vicenda minima, annate inconsistenti come ore, ma ore interminabili come annate, che finisce con
l'elidersi in un tempo indifferenziato, il non-tempo del mare. È una lingua senza colori e senza sorprese, nobile e elementare: prigioniero di questa lingua isolata, caduto nella sua mancanza di tempo, nella sua marginalità, nel suo albore, Marin rimane quasi privo di un contenuto, preso in una ripetizione di piccoli motivi, piccoli come i progressi del tempo. È un minimo Pascoli dialettale (finalmente), oggettivato nelle cose o persone che sono poco più che cose di cui si occupa, amalgamato col suo malinconico e bianco Adriatico. Tecnicamente la sua immagine è sempre un po' sfuocata, in leggera dissolvenza, troppo aperta e facile (da «la luna bianca lumina la tera» in Fiuri de tapo a «bianco e pesante navega un corcal - sora i fondali vasti e le bareno» ne L'ultima refolada non c'è come si vede evoluzione di tecnica), la massima dote di questa
sua immagine è una eleganza e un candore che fanno pensare a certo Saba, o a quel Giotti che è di Saba l'ideale supplemento, in un certo senso la purificazione. Potendo antologizzare e citare potremmo raccogliere da questo immobile canzoniere di Marin una dozzina di poesie veramente belle: del resto anche tutto l'abbondante connettivo non poetico possiede una dignità e una purezza che lo tengono quasi sempre al di fuori dall'orbita dialettale.
Cosa che non si può dire invece per questo nuovo libretto di E.A. Mario (Pampuglie, ed. R. Pironti, Napoli 1951 ), chiuso tutto dentro il limite che il dialetto impone a chi lo usa secondo la tradizione (che è idealmente orale). Pieno di una facile e puerile saggezza, di una facilissima polemica di costume, inutilmente svuotato, in fondo, dei colori napoletani, quando al loro posto è stato poi usato un colore genericamente
vernacolo. Resta però da dire che al Mario non manca qualche buona carta: intanto i suoi novenari duri, inamabili, prosaici, potevano già essere una notevole scoperta tecnica per cogliere una Napoli che sarebbe piaciuta per esempio a Rea (cfr. Le due Napoli, «Paragone» n. 19) così, senza rima, o rimati a caso, con qualche pezzo linguistico privo dei soliti canori chiaroscuri napoletani, ma agro, romanzo. E c'è poi una poesia «'E miracule d' 'o sole» tutta risolta, che si potrebbe adoperare per una raccolta di poesia dialettale moderna. Forse polemicamente, la tradizione digiacomiana qui manca: purtroppo, del resto, questa tradizione è passata ai canzonettisti pseudo-anonimi, è divenuta la tradizione tout court, con quanto di immorale e di stupido esso comporta.

 Pier Paolo Pasolini 
Popolo di Roma
30 agosto 1951


Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi