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martedì 29 settembre 2020

Pier Paolo Pasolini, I carcerati di Parma - Tempo 5 luglio 1969

"ERETICO e CORSARO"



Pier Paolo Pasolini
I carcerati di Parma 

Tempo 5 luglio 1969





Parma, maggio 1969

Caro Pasolini, 

siamo un gruppo di detenuti. Non è necessario con uomini come te, abituato a trattare e difendere mondi perduti, dilungarci in altre presentazioni. Avrai saputo e seguito i vari avvenimenti che nei giorni scorsi hanno messo in subbuglio il "fronte della galera". Avremmo tanto gradito che nella rubrica a te riservata avessi detto la tua idea. Purtroppo oggi la gente meno qualificata continua a contrabbandare un falso pietismo sotto forma di articoli lacrimosi o addirittura a pronunciare autodafé di scarsa credibilità: noi abbiamo fiducia in poca gente della stampa e tu sei uno di quelli. Tu hai varie volte vivisezionato la miseria e i suoi prodotti; più volte hai indicato senza paure di critiche malsane problemi che affliggono la nostra terra di poliziotti, legislatori, e burocrati! Forse una volta erano di moda i santi e i navigatori ma oggi questa retorica moda è passata e la fauna è un'altra. 
Come avrai saputo, qualche migliaio di detenuti è insorto: si sono criticati i metodi violenti, e va bene: hanno fatto male! Ma nelle patrie galere chi può rappresentarci per un colloquio costruttivo? Chi è autorizzato a rendersi interprete di gente che pone problemi annosi che affondano la loro radice in una costruzione sociale sbagliata, oggi camuffata da modernissimo senza averne nemmeno i presupposti elementari? Sa il mondo dei benpensanti che in carcere nessuno ha diritto di chiedere un colloquio con la stampa? Ti assicuro che la massima parte dei reclusi
è contraria a questo sistema: vorrebbero un colloquio utile, costruttivo, democratico. Essi sono convinti di dover pagare per i reati commessi: forse riterranno eccessiva una parte delle loro pene erogata con un codice fascista fatto per difendere un regime, ma al di fuori di ciò non ci è mai capitato di trovare gruppi numerosi di detenuti che tumultino per... scappare o assaltare la sezione femminile! Troppo facile e semplicistico ridurre una protesta di profondo carattere umano che nasce dalla offesa di elementari principi sociali a un "urlo della bestia"! 
Uno dei principi fondamentali della moderna criminologia è che nessun uomo è delinquente per tendenza ma arriva a ciò per condizioni ambientali, per ignoranza, stato sociale ecc. Quindi ne consegue che la prima norma per addivenire a terapeutizzare il crimine sarebbe di curare il... paziente. Ora, in Italia, il recluso non solo è ben lungi dall'essere considerato un paziente ma addirittura in molti casi è invece considerato una specie di sottouomo. 
Come vedi la situazione panoramica è fallimentare e dolorosa: indegna di quelle norme umane e sancite da patrie leggi e da accordi internazionali che teoricamente ci dovrebbero allineare a nazioni molto più progredite di noi. Ecco dunque la ragione della nostra lettera: noi speriamo che tu voglia spendere la tua parola in favore di inchieste approfondite e severe sia parlamentari che giornalistiche. 
I detenuti del carcere di Parma 


Cari amici, 

tutto quello che posso fare è dire che quanto voi mi scrivete è assolutamente giusto. E' poco, lo so. Ma, direttamente, non posso fare che questo. Indirettamente faccio un po' di più, se i vostri problemi non sono che varianti dei problemi che tratto ogni volta che prendo la penna in mano o mi metto dietro la macchina da presa. La mia opera — almeno nella mia coscienza — si configura, in ultima analisi, come una lotta contro il potere (ossia la lotta del figlio contro il padre). La vostra condizione umana è quella 
che più chiaramente e inoppugnabilmente rivela la malvagità e la stupidità del potere. Il potere infatti vi castiga! Sarebbe ridicolo se non fosse atroce. Il castigo, con tutto ciò che vi è connesso, è una sopravvivenza arcaica e medioevale: la democrazia dovrebbe averlo non soltanto abolito, ma distrutto addirittura come nozione. Se non lo ha fatto, vuol dire che è una falsa democrazia. 
Voi patite dunque sofferenze e umiliazioni antiche, che non hanno nulla a che fare col mondo moderno; la loro assurdità le rende più difficili da sopportare. Quando la nozione di castigo era una nozione corrente e naturale, esso poteva anche essere sopportato meglio, o addirittura desiderato (la cosiddetta espiazione: che è una cosa oscura e ambigua, perchè implica l'idea di un male originario, fuori dalla storia): ma oggi l'idea che qualcuno venga castigato è un'idea ripugnante. Bisogna separare una volta per sempre la nozione di reato dalla nozione di colpa, altrimenti la catena del male è un circolo vizioso, perchè è la colpa che crea il castigo e il castigo che crea la colpa: non se ne esce più. La colpa non ha fine se non col perdono: ma il perdono è anch'esso qualcosa che viene dall'alto: è ancora il potere che perdona. Il reato invece ha un principio e una fine: è un episodio che può non ripetersi. E non si ripete non per paura del castigo (che, al contrario, contribuisce a rendere "assoluta" e senza fine la colpa) ma per una libera scelta della coscienza. 
Le prigioni dovrebbero essere i luoghi dove la coscienza ha la possibilità di uscire dal circolo vizioso colpa-castigo e di compiere di conseguenza libere scelte. Insomma, la prigione dovrebbe essere una scuola. (Mentre, nella realtà, se mai, le scuole tendono a essere delle prigioni). 

PIER PAOLO PASOLINI 



Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi